QUARTA PARTE Guerra all’Ucraina: le radici storiche di un conflitto. Analisi geopolitica dell’attacco russo

PARTE TERZA: i fatti di Maidan, della Rivoluzione Arancione e delle sue conseguenze; le tensioni crescenti con la NATO

di Marco Ottanelli

La pandemia e la tensione

Niente più della pandemia di Sars-Covid 19 ha mostrato i limiti del sistema globale internazionale: a parte i primi simbolici atti di reciproche solidarietà, i paesi del mondo ed i loro governi hanno esercitato un egoismo e un difetto di collaborazione sanitario, sociale ed economico espliciti e in molti casi quasi violenti. Rivalità scientifiche, ostilità produttive, chiusure autarchiche: la globalizzazione, così come la conoscevamo, l’è morta. E in quel periodo nel quale tutti abbiamo avuto altro a cui pensare, il precipitarsi della crisi ucraina non è stato certo il primo argomento di nostro (degli occidentali) interesse. Ma la crisi precipitava, eccome.

Il nuovo presidente americano, Joe Biden, intraprende fin da subito una politica di nettissima opposizione alla Russia. Pur contestando alcune scelte del suo predecessore, Biden continua a mandare armi all’Ucraina, all’Arabia e agli Emirati Arabi, riprende i bombardamenti contro le milizie filo Assad in Siria, e, in un piano di generale rilancio della potenza americana, assume un atteggiamento di intervento diretto nei confronti della Russia; in tal senso basti leggere questo passaggio del suo articolo-proclama “Perchè l’America deve tornare a essere la guida [del Mondo]”, pubblicato ancor prima di prendere possesso della Casa Bianca:

In qualità di presidente, farò di più che ripristinare le nostre storiche collaborazioni; guiderò lo sforzo di ridefinirle per il mondo che affrontiamo oggi. Il Cremlino teme una NATO forte, l’alleanza politico-militare più efficace della storia moderna. Per contrastare l’aggressione russa, dobbiamo mantenere attive le capacità militari dell’alleanza, ampliando al contempo la sua capacità di affrontare minacce non tradizionali, come la corruzione armata, la disinformazione e il furto informatico. Dobbiamo imporre costi reali alla Russia per le sue violazioni delle norme internazionali e stare dalla parte della società civile russa, che si è difesa coraggiosamente più e più volte contro il sistema autoritario cleptocratico del presidente Vladimir Putin.

Insomma, c’è più che abbastanza, molto più della famosa risposta alla domanda sul ritenere Putin un assassino, per suscitare irritazione allarme e necessità di reazioni a Mosca, che non risparmia critiche e avvertimenti: mentre il mondo chiude per Covid, e si concentra su quel dramma, la linea rossa raggiunge i suoi limiti critici.

I limiti critici

 Biden arma l’Ucraina. Più di Trump, e Zelensky fa di tutto per far dimenticare il suo coinvolgimento nella vicenda di Hunter Biden. La questione non può essere liquidata con il semplicismo “è tutta una bufala di Trump” e la riassumiamo qua, in un pezzo a sé stante, per sommi capi dove però troverete anche un video illuminante. Il fallimento della sua strategia di rappacificazione con Putin pesa molto sugli equilibri interni, e quindi sul nuovo corso degli eventi: Zelensky comincia a fare la voce grossa. In un crescendo drammatico (ma da noi se ne parlò pochissimo), chiede la resa dei separatisti, invoca la protezione – anche militare – di USA e NATO, minaccia di riprendere il controllo non solo del Donbass ma anche della Crimea. Un po’ di fatti:

24 marzo 2021: il governo ucraino approva un decreto, il n. 117/2021 del Presidente dell’Ucraina che prevede, in merito alla decisione del Consiglio della difesa e della sicurezza “una strategia per la reintegrazione e la de-occupazione della Crimea temporaneamente occupata, e prevede l’attuazione di una serie di misure tradizionali e asimmetriche di tipo diplomatico, militare, economico, informativo, umanitario”.

In Russia si freme.

14 giugno 2021: Zelensky partecipa al summit della NATO a Bruxelles e dichiara: “La NATO è l’unico modo per porre fine alla guerra nel Donbass. Il MAP (Piano d’azione per l’adesione alla NATO) dell’Ucraina sarà un vero segnale per la Russia”. Proprio al vertice dell’Alleanza Atlantica, Zelensky ribadisce l’obiettivo di liberare la Crimea dall’occupazione russa, definendo Mosca un “avversario militare”.

In Russia ci si indigna.

Agosto 2021: si svolge a Kiev un incontro internazionale denominato Crimea Platform. All’evento prendono parte rappresentanti di tutti i Paesi UE, di Stati Uniti, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Turchia, Georgia e Moldova, nonché dei leader propri dell’Unione Europea e della NATO. Davanti ad una simile platea, Il presidente ucraino,Volodymyr Zelensky, dichiara bellicosamente: “Oggi annunciamo il conto alla rovescia per il giorno nel quale la Crimea non sarà più occupata… Non si può perdere nemmeno un giorno: dobbiamo iniziare a scrivere una nuova pagina nella storia dell’Ucraina e nella storia della Crimea ucraina” Per raggiungere questo obiettivo, aggiunge, “abbiamo sviluppato una strategia di de-occupazione” della penisola. Ma ha bisogno dello “sforzo congiunto” della comunità internazionale per fare fronte alla Russia.

“La sinergia dei nostri sforzi deve obbligare la Russia a sedersi al tavolo delle trattative per la restituzione della nostra penisola”. Ma non basta: con un certo fervore, Zelensky intima alla cancelliera Merkel di porre immediatamente fine al progetto North Stream, al gasdotto cioè che permetterebbe al prezioso gas russo di giungere in Germania da nord, appunto, evitando proprio l’Ucraina, che dai vari dazi e tariffe di passaggio incassa molti milioni di euro.

In Russia stavolta si arrabbiano davvero. E cominciano ad ammassare truppe al confine (o continuano, per meglio dire, ma l’incremento è notevole, e notato da satelliti e intelligence) I limiti critici della linea rossa, della faglia, della spinta dei vettori sono stati raggiunti. Come e quando saranno superati?

Provate a immaginare di essere al Cremlino.

La geopolitica alla quale abbiamo sempre fatto riferimento è composta, scusateci l’apparente banalità, dalla geografia (il dove) e dalla politica (il perché); se le spinte geografiche vettoriali sono inarrestabili, nel loro moto pendolare, è perché l’una parte intende esistere e non soccombere, scomparire. Non si tratta di dare patenti di buoni o cattivi, o valutare il giusto e lo sbagliato, si tratta di sopravvivenza. Abbiamo anche più volte ripetuto che quell’entità che chiamiamo Russia (a prescindere da chi la governa, da chi la guida, e persino da chi la abita), per poter sopravvivere ha la assoluta necessità di controllare il Mar Nero (o almeno l’accesso ai suoi porti), il Mar Baltico (o almeno l’accesso a San Pietroburgo) e quella pianura centrale tra i Carpazi e Minsk.

Chi abita, guida e governa “Russia” ha il preciso compito di difendere e se possibile estendere la propria fascia di sicurezza, così come chi governa “USA” o “Italia” o “Ucraina”: chi, in ruolo di responsabilità, non lo facesse, sarebbe un cattivo, cattivissimo leader, passabile di accusa di alto tradimento. Figuriamoci quando poi egli debba avere il compito di garantirne la sopravvivenza.

Pensate, per un attimo, di sedere alla poltrona presidenziale del Cremlino. Immedesimatevi non nel Putin cattivo o in un Putin altro e buono, buonissimo; immedesimatevi nel ruolo di difensore della Patria con tutta la responsabilità sulla vita di centinaia di milioni di persone che da voi si aspettano proprio questo. Immaginatevi davanti alla mappa del mondo, e date un’ultima occhiata a dove l’avversario, il nemico, è arrivato ed ha esteso il suo enorme potenziale militare. Immaginate di assistere, in pochissimi mesi, a fenomeni allarmanti e concomitanti.

Iniziamo dal ritiro della NATO dall’Afghanistan (ah, lo sapevate che l’esercito ucraino aveva un suo contingente, lì? Sapevate che, pur chiedendo disperatamente aiuti per il Donbass, l’Ucraina aveva inviato soldati e supporti logistici anche in Iraq e in Kosovo? Bene, al Cremlino lo sanno): a prima vista è un allontanamento del nemico dai confini, ma a pensarci solo un po’… La NATO ha lasciato alle potenze della zona (Cina, Pakistan, Iran e Russia) una bella gatta da pelare. Cosa, come e quanto i talebani tornati al potere destabilizzeranno popoli e regioni limitrofe? Occorre mobilitare forze e risorse, e dirottarle in quell’area.

Svezia e NATO
Magdalena Andersson, primo ministro svedese, dà il benvenuto alle flotte Nato. Alle sue spalle, il generale USA Mark Milley

Proseguiamo con l’atteggiamento di Svezia e Finlandia: le due nazioni formalmente neutrali[1], in quanto aderenti alla Unione Europea, sono un tutt’uno con la difesa comune occidentale. È vero, la UE non ha un esercito né un comando proprio, ma è un blocco costituito da 23 Paesi NATO su 27, e, come risulta dai trattati, gli aspetti militari dell’Europa sono integrati, inseriti, sottoposti alla NATO. Potrebbe bastare questo a mettere in allarme la regione baltica e San Pietroburgo, ma c’è di più: nel Mar Baltico si susseguono continue esercitazioni militari terrestri, navali e aeree della NATO, alle quali prendono parte anche contingenti svedesi e finlandesi!

Le operazioni “Sea Sheild”, “Defender Europe”, “Air Policing” “Ramstein Alloy” “Furious Wolf” sono solo alcune delle manovre messe in atto nel 2020-21, tutte – possiamo dire – all’imbocco del porto vitale di San Pietroburgo; ad esse vanno aggiunte la militarizzazione dell’isola svedese di Gotland, e la annuale esercitazione BALTPOS: sempre con la partecipazione dei due Paesi (ex) neutrali.

A tali provocazioni è necessario rispondere con altrettante manovre, e spiegamento di mezzi e risorse, pensa chi siede al Cremlino.

Ulteriore fenomeno: le manovre NATO nel Mar Nero congiuntamente all’Ucraina e le esercitazioni terrestri con l’esercito ucraino. Le più importanti sono state tre: una nel giugno del 2021, dal nome “Sea Breeze”; la seconda nel luglio del 2021, chiamata “Three Swords”; infine, la terza nel settembre del 2021, detta “Rapid Trident”. Da anni, da almeno un decennio, abbiamo recentemente saputo (ma a Mosca ne erano sicuramente a conoscenza) che la NATO addestrava l’esercito ucraino, ma vedere turchi, canadesi, statunitensi, polacchi manovrare assieme alle truppe ucraine in territorio ucraino, e assistere alle manovre navali congiunte davanti alla Crimea, è troppo. Non è una provocazione, assieme a quanto accade contestualmente nel Baltico, è un vero cappio al collo! È evidente che si voglia soffocare la Russia (pensa il capo della stessa), ed è necessaria una reazione.

Ci sono poi le insistenti richieste di Zelensky per entrare ufficialmente nell’Alleanza Atlantica e il suo continuo acquisto di armi, compresi i temibili droni turchi[2].

A quel punto, se vi siete immedesimati abbastanza, comprenderete i reiterati (e sì, minacciosi) appelli che Putin lancia contro l’adesione della Ucraina alla NATO:

il 21 aprile 2021, egli avverte che “alcuni paesi stanno superando la linea rossa col loro deplorevole comportamento nei confronti della Russia

il 27 settembre 2021, in una conferenza stampa congiunta con Lukashenko, Putin, riferendosi alla esercitazione “three Swords” in atto, dichiara: “ogni espansione delle infrastrutture militari NATO in Ucraina significherebbero il superamento della linea rossa”; il presidente bielorusso continua: “è chiaro che dobbiamo reagire a questo, siamo concordi nel ritenere necessario prendere delle misure in proposito

il 30 novembre 2021, alla conferenza stampa che segue la Conferenza degli Investitori, un imprenditore svedese, Jacob Grapengiesser, pone una domanda a Putin: “Lei ha menzionato più volte la linea rossa nelle relazioni tra Russia e Ucraina. Può chiarire dove corrono queste linee rosse e quali possono essere le conseguenze del loro attraversamento? Dobbiamo aspettarci un dispiegamento di truppe russe in Ucraina?” La risposta è netta: “ La Federazione Russa nutre anche alcune preoccupazioni riguardo alle esercitazioni militari su larga scala che si svolgono vicino al suo confine, comprese quelle non programmate, come le recenti esercitazioni NATO nel Mar Nero durante le quali bombardieri strategici, che notoriamente trasportano armi di precisione e forse anche armi nucleari, hanno effettuato voli a meno di 20 chilometri dal nostro confine. Tutto questo rappresenta una minaccia per noi. Quanto alle linee rosse, guardate cosa è successo negli ultimi 20 anni: Che bisogno c’era di allargare la NATO verso il nostro confine? Per quale motivo? Chi può rispondere a questa domanda? Non esiste una risposta ragionevole, non esiste… le infrastrutture militari del blocco occidentale si sono avvicinate al nostro confine. La situazione si è spinta fino al dispiegamento di sistemi BMD in Polonia e Romania, e i lanciatori che vi sono stati posizionati, gli Mk 41, possono essere utilizzati per lanciare missili Tomahawk e altri sistemi di attacco. Questo crea una minaccia per noi – è un fatto ovvio. Cosa è successo in risposta a tutti i nostri appelli e alle nostre richieste di non farlo? Lo potete vedere ora… Lei ha chiesto informazioni sull’Ucraina e su quali siano le linee rosse. Si tratta soprattutto delle minacce che possono provenire da quel territorio… l’ho detto pubblicamente, lo ripeterò ancora una volta – la questione riguarda il possibile dispiegamento nel territorio ucraino di sistemi d’attacco con un tempo di volo di 7-10 minuti verso Mosca, o di 5 minuti nel caso di sistemi ipersonici. Provate a immaginarlo. Per inciso, lei vive a Mosca, per quanto ne so, vero? Il tempo di volo per Mosca è di 5 minuti [per questi sistemi]. La creazione di tali minacce per noi è la linea rossa.

il 1° dicembre, nel discorso di accreditamento dei nuovi ambasciatori, tenuto alla presenza dei diplomatici di tutto il mondo, Putin parla più per esteso: “…la minaccia sul nostro confine occidentale sta davvero crescendo e ne abbiamo parlato molte volte. Basta vedere quanto le infrastrutture militari della NATO si siano avvicinate ai confini della Russia. Questo è più che serio per noi…. Pur impegnandoci nel dialogo con gli Stati Uniti e i loro alleati, insisteremo sull’elaborazione di accordi concreti che escludano qualsiasi ulteriore espansione verso est della NATO… Vorrei sottolineare in particolare che abbiamo bisogno di effettive garanzie, legali e giuridiche, perché i nostri colleghi occidentali non hanno rispettato gli impegni verbali che hanno preso. Nello specifico, tutti sono consapevoli delle assicurazioni che hanno dato verbalmente che la NATO non si sarebbe estesa ad est. Ma in realtà hanno fatto assolutamente il contrario. In effetti, le legittime preoccupazioni sulla sicurezza della Russia sono state ignorate e continuano ad essere ignorate allo stesso modo anche adesso.

putin primo piano
Putin alla conferenza stampa del dicembre 2021

23 dicembre 2021, conferenza stampa: “abbiamo detto chiaramente che ogni ulteriore movimento della NATO verso est è inaccettabile. Non c’è niente di poco chiaro in tutto ciò! Noi non stiamo mettendo i nostri missili ai confini degli Stati Uniti, no! Ma gli Stati Uniti stanno piazzando i loro missili vicino casa nostra, nel portico di casa nostra! Dunque, stiamo richiedendo qualcosa di eccessivo? Stiamo semplicemente chiedendo di non installare i loro sistemi di attacco a casa nostra.”

 La linea rossaPutin parla geopoliticamente all’occidente, in una maniera manifestamente gravida di significato geopolitico. Lo dice, lo esplicita, lo rende noto: non si tratta del suo atteggiamento personale, si tratta del punto di non ritorno geopolitico. Ma ad occidente, lo si ignora, anzi, lo si provoca ulteriormente. La molla viene compressa al suo massimo limite tollerabile. Scatterà.

Il precipitare degli eventi

Riassumiamo: l’Ucraina pretende di entrare nella NATO. Da un decennio le sue truppe sono addestrate dalla NATO stessa e rifornita di armi sempre più pesanti e offensive. Il suo esercito e la sua flotta compiono manovre dimostrative assieme a USA e alleati. I confini e i porti russi sul Mar Nero sono in pericolo.

Nello stesso momento: a nord, Svezia e Finlandia auspicano un ingresso nella NATO. Le loro truppe e le loro flotte compiono manovre dimostrative assieme a USA e alleati. I confini e i porti russi sul Baltico sono in pericolo.

La Russia ammassa truppe al confine, i movimenti vengono registrati da intelligence, satelliti e esperti informatici[3]. È ovvio che, se succedesse qualcos’altro, l’opzione militare sarebbe inevitabile. E qualcos’altro puntualmente succede.

Per un intero anno, dal marzo 2020 in poi, scoppiano rivolte in Bielorussia. Improvvisamente, anche il nodo centrale della linea rossa rischia di cedere, l’ultimo presidio pro-russo in Europa, il fedele alleato, il Paese che controlla la pianura carpatica, può essere travolto come ai tempi di Maidan e trasformare la Bielorussia stessa da baluardo a spina nel ventre della Russia. Lo schema sembra identico: masse di cittadini che si mobilitano contro Lukashenko; lui, l’autocrate, che reprime, e brutalmente; Lituania e Polonia che rivendicano contiguità storico-etniche coi bielorussi; la UE, gli USA, la NATO che intervengono con ogni mezzo possibile in appoggio politico ai rivoltosi, ed impongono sanzioni unilaterali al regime… Ovviamente non manca il nomignolo, stavolta i moti, in occidente, vengono denominati “rivoluzione delle ciabatte”. Nello stesso incendiario periodo, col pretesto (cinico, peraltro) della crisi dei migranti, l’Ucraina stanzia 7 milioni di euro per rafforzare i confini con la Bielorussia e lungo quei confini compie una… Operazione Speciale (già, così la chiamano, ironia del destino) di manovre militari in grande stile: 8500 uomini, razzi anticarro, aerei, droni… Tutte cose che con i migranti hanno poco a che fare. I confini e le steppe russe sono in pericolo.

7 Dicembre 2021: un incontro Putin-Biden si risolve in un nulla di fatto; anzi, le posizioni si inaspriscono e l’irritazione sale di livello tra i due leader. Anche perché, in quelle stesse ore, il ministro della Difesa ucraino, Reznikov, fresco di nomina da parte di Zelensky, getta benzina sul fuoco: chiede che nel Donbass vengano schierate truppe britanniche, canadesi e statunitensi[4]. “Su quei territori devono sventolare queste tre bandiere per dare un buon segnale ai russi” dichiara al quotidiano canadese The Globe and Mail. E ribadisce di continuare a ricevere droni dalla Turchia e missili Javelin dagli USA. Il territorio russo, le sue città, la sua capitale sono in pericolo.

17 dicembre: la Russia presenta un documento a USA e NATO, una sorta di trattato, nel quale mette nero su bianco le sue proposte; tenta, cioè, di ottenere quelle rassicurazioni giuridiche che Putin aveva invocato nel settembre passato. I punti principali riguardano proprio lo stop all’avanzata atlantica verso est, le garanzie sui mari Baltico e Nero ed il blocco delle operazione congiunte con l’Ucraina[5].

Ma gli Usa e la NATO non firmano. Anzi, ribadiscono il sacrosanto diritto dell’Ucraina di far pare dell’Alleanza Atlantica, e ne incoraggiano l’adesione. La Russia continua a inviare rinforzi ai confini, Biden comincia a rivelare i rischi di un attacco. Zelensky rilancia: ingresso nella NATO subito!

Scatta la molla. La guerra.

 È sempre difficile fissare lo scatto di una molla, quello che la fa scattare, così come è difficile individuare la proverbiale “ultima goccia”; però sappiamo che il vaso trabocca, e la molla scatta. Noi crediamo di individuare il momento in cui al Cremlino si è fatto il passo fatidico verso la guerra, e come ogni momento fatidico è contemporaneo ad un’altra crisi capace di far crollare ogni prudenza: la crisi è la rivolta in Kazakistan. Il più grande e potente alleato della Russia, quello che gli “copre le spalle”, è scosso, nel gennaio 2022, da fremiti simili a quelli bielorussi non ancora del tutto sopiti. Nelle strade delle città kazake si susseguono scontri e si contano i morti. L’ombra di una Euromaidan centroasiatica si proietta sulle già precarie sicurezze russe. E mentre ciò violentemente accade, a Monaco si riunisce la NATO. Alla riunione partecipa anche Volodimir Zelensky.

Egli, legittimamente preoccupato per l’escalation ai suoi confini, con centinaia di migliaia di uomini russi pronti a muoversi, chiede fermezza, chiede di non firmare il patto proposto da Putin, chiede all’occidente di non seguire alcuna politica di appeasement con la Russia, chiede un calendario preciso per aderire alla NATO, e proclama che il suo paese è militarmente pronto a resistere.

Per Mosca, per il Cremlino, è troppo. La Russia non può soffocare, non può sparire, non può essere ridotta ad una potenza regionale artica. La Russia, che ha salvato l’Europa tre volte (dalle orde asiatiche, da Napoleone, da Hitler: i russi lo pensano, lo sentono veramente, profondamente) deve vivere, deve resistere, deve esistere! È la guerra. Una guerra che nessuno ha fermato, pur vedendola arrivare dal lontano, da lontanissimo: dai tempi di Ivan il Terribile.

Note:
  1. Stendendo questo articolo, la Storia ci ha sorpassato: Svezia e Finlandia hanno aderito formalmente alla NATO! Mancano, e siamo a Luglio 2022, solo le ratifiche finali.[↩ torna su]
  2. Sin dal 2019 la Turchia ha venduto i suoi droni Baykar all’Ucraina. Non se ne conosce il numero esatto, ma, il 3 dicembre 2021, la rivista Bloomberg ne calcolava “molte dozzine” già fornite, ed almeno altre due in arrivo. Da notare che i droni furono usati nel Dombass dall’esercito ucraino già nell’ottobre 2021, suscitando le proteste della Russia.[↩ torna su]
  3. uno di essi ha notato che alcune strade russe, al confine ucraino, risultavano non percorribili secondo i navigatori, così intuendo che erano state dedicate ai trasporti militari[↩ torna su]
  4. E non europee… interessante[↩ torna su]
  5. Articolo 3
    I partecipanti confermano di non considerarsi avversari.
    I partecipanti mantengono un dialogo e interagiscono per migliorare i meccanismi di prevenzione degli incidenti in alto mare e nello spazio aereo sovrastante (principalmente nella regione del Baltico e del Mar Nero).
    Articolo 4
    La Federazione Russa e tutti i partecipanti che, al 27 maggio 1997, erano rispettivamente Stati membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, non schierano le proprie forze armate e armi sul territorio di tutti gli altri stati d’Europa oltre alle forze di stanza su tale territorio dal 27 maggio 1997. In casi eccezionali, quando si verificano situazioni legate alla necessità di neutralizzare la minaccia alla sicurezza di uno o più Partecipanti, tali collocamenti possono essere effettuati con il consenso di tutti i Partecipanti.
    Articolo 5
    I partecipanti escludono il dispiegamento di missili a terra intermedi e a corto raggio in aree da cui sono in grado di colpire bersagli sul territorio di altri partecipanti.
    Articolo 6
    I partecipanti che sono stati membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico si assumono obblighi che precludono un’ulteriore espansione della NATO, inclusa l’adesione dell’Ucraina, così come di altri stati.
    Articolo 7
    I partecipanti che sono stati membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico rinunciano a qualsiasi attività militare sul territorio dell’Ucraina, così come in altri stati dell’Europa orientale, della Transcaucasia e dell’Asia centrale.
    Al fine di prevenire il verificarsi di incidenti, la Federazione Russa e i partecipanti che sono stati membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico non conducono esercitazioni militari e altre attività militari al di sopra del livello di brigata in una striscia di larghezza e configurazione concordate su ciascun lato della la linea di confine della Federazione Russa e gli stati che sono con essa in un’alleanza militare, nonché i partecipanti che sono stati membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico.[↩ torna su]