Guerra all'Ucraina: le radici storiche di un conflitto. Analisi geopolitica dell'attacco russo

ritratto ideale di Ivan il terribile

di Marco Ottanelli

– PARTE PRIMA –

Premessa: un concetto da tenere a mente.

La geopolitica è la branca della scienza politica che, basandosi sulla stratificazione storica e sulle costanti geografiche, è in grado di determinare, con buona approssimazione, gli interessi permanenti, le azioni e le reazioni nell’ambito di precisi riferimenti geografici, in un contesto dato, a prescindere dalla sua natura etnica, dal suo regime, e dalla discrezionalità dei suoi governi. In altri termini, è quella disciplina che, attraverso la lente della geografia, e l’individuazione di punti e linee di frattura sui quali insistono vettori di forza contrapposti, può fornire utili interpretazioni delle relazioni tra nazioni nel presente, e formulare scenari futuri di una certa credibilità.

Per fare alcuni esempi di queste costanti:

Il ruolo del fiume Reno e del suo bacino, dalle Alpi al Mar del Nord: essi da sempre sono l’asse centrale dell’Europa. È su quella riva, e non su quelle di altri fiumi “paralleli”, che, dalla notte dei tempi, l’Europa si divide, si confronta, si scontra. Galli e Teutoni vi si confrontavano nella protostoria; i Romani vi fissarono il limes che li separava dai barbari; il regno franco e poi francese si è sviluppato su un suo lato, il dominio Svevo ed il Sacro Romano Impero sull’altro. Francia e Germania vi si sono scontrate per secoli, fino a Napoleone e al conflitto del 1870; due guerre mondiali li hanno avuti come fronte, lungo il Reno e nel suo bacino ci sono oggi la maggior concentrazione di risorse, industrie, traffici e commerci europei. Per non parlare poi della frattura che da sempre separa due religioni predominanti: Zeus e Odino, cristiani e pagani, cattolici e protestanti. Da 5000 anni, chiunque voglia controllare annettere o superare le due rive del Reno troverà reazioni e controreazioni formidabili. E così sarà ancora nel futuro.

Un caso similare sono gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo: è dai tempi della guerra di Troia che le popolazioni dell’uno e dell’altro versante, chiunque esse fossero, e da chiunque fossero governate, vi si sono scontrate, divise, separate per dinastie, cultura, religione, modi di essere, etnie. Neanche l’unificazione sotto l’Impero Romano ha cancellato le peculiarità che separavano i greci e i persiani, i romani e i regni ellenistici, i bizantini e gli arabi prima e gli ottomani poi, i turchi musulmani e gli europei cristiani… spinte contrapposte di potenza immane dall’una parte sull’altra, per poi tornare in equilibrio sulle sponde del mar di Marmara. E così sarà ancora nel futuro.

Certo, la geopolitica può essere modificata, turbata, influenzata anche da avvenimenti e decisioni umane, i casi classici sono la scoperta dell’America (che ha aperto il flusso atlantico, dai conquistadores alla NATO) e l’apertura del canale di Suez (che ha moltiplicato i vettori geopolitici già insistenti sull’istmo). Ma le costanti non mutano. Sono come masse d’acqua che possono deviare o arrestarsi per poi riprendere il loro corso incuranti delle circostanze contingenti. E come i liquidi, tendono a colmare i vuoti [di potere] ed essere eventualmente respinti da barriere o spinte sufficientemente potenti.

E dunque, proveremo, in questo articolo, ad esaminare quali siano le forze, le spinte, i vettori della Russia, e perché è illusorio o pericoloso pensare di poterli bloccare senza l’uso di una energia quando meno pari ad essi.

La storia della Russia

Non è con il Rus’ di Kiev che nasce la Russia. Non, cioè, con quella entità territoriale di matrice sì slava ma anche normanna, finnica, lettone, turcomanna che con varie peripezie rimase in piedi dal VII secolo fino alla tragica incursione tartaro-mongola del 1240, durante la quale Kiev fu completamente distrutta, i suoi abitanti trucidati, e quel che rimaneva del principato gettato nel caos. Non è così, anche se la retorica russa e ucraina ne fanno – per ragioni opposte – un mito fondativo. No, quella attuale, quella preponderantemente slava, ortodossa e veramente, profondamente russa, prende forma dal Gran Ducato, o Principato, della Moscovia, sorto dopo le distruzioni mongole, con capitale Mosca; uno stato slavo che intraprende una veloce ascesa in termini di potenza e di estensione territoriale. Saltando alcuni complessi passaggi e sorvolando su guerre e lotte contro i popoli e principati rivali, proviamo a fissare un punto di inizio, che individuiamo nel regno del principe moscovita Ivan IV, più conosciuto come Ivan il Terribile, unificatore di tutte le terre slave russofone e primo a proclamarsi (1527) Zar, da “Cesar”, Imperatore. È da questo periodo che, con un cambiamento quasi repentino, la Russia abbandona – o quanto meno riduce drammaticamente – i suoi legami culturali, commerciali, politici e dinastici con l’immensa Tartaria asiatica, le volge le spalle, e si rivolge, dirige, spinge (collocandosi, attenzione, in quella corrente che da un millennio muoveva i popoli della steppa ad occidente) verso l’Europa.

Un impetuoso fiume di identità, conquiste, relazioni, sopravvivenza

Non lasciamoci ingannare dalla immensità della Siberia e neanche dalla sua in fondo semplice conquista: non importa alla Russia zarista superare gli Urali, avanzare in Asia centrale, giungere fino al Pacifico e financo colonizzare (per prima) l’Alaska, oltre lo stretto di Bering: la Russia si sente, vuole essere, tende ad essere con tutto il suo peso, europea. La partita della sua evoluzione, della sua crescita, della sua stessa sopravvivenza si gioca tutta nelle relazioni (amichevoli o tempestose, commerciali o militari, di alleanza o di guerra) con i suoi potenti vicini occidentali.

la “linea rossa” che determina i destini della Russia ed i suoi punti critici

Per vincere, o almeno non perdere, questa partita, per non rimanere soffocata e stritolata, e ricacciata nelle desolate lande artico-siberiane, la Russia ha avuto, ha, e sempre avrà, la vitale necessità di controllare la porta verso l’Europa centrale, costituita dalle pianure tra il Dnepr (lungo il quale sorge Kiev) ed i Carpazi, e accedere ai due mari non glaciali ai quali è prossima: il Baltico, e il Mar Nero. Essi sono il suo apparato respiratorio, i suoi polmoni, il suo respiro verso il mondo. Da lì transitano tutte le rotte commerciali, alimentari e di progresso. L’Impero zarista si batte dunque con determinazione, a volte con disperazione, per assicurarsi l’accesso al centro Europa e ai due mari, senza i quali non potrebbe esistere (così come non esisterebbe l’Egitto senza il Nilo).

Le fertili e relativamente calde pianure ucraino-bielorusse furono contese infatti per centinaia di anni. Il susseguirsi di conflitti tra regni e principati, di scorrerie di eserciti e di rivolte fu quasi ininterrotto per tutto il medioevo e i secoli seguenti. In particolare, furono le guerre russo-polacche (se ne contano almeno cinque) che ne determinarono il destino. L’ultima di queste guerre, lunghissima (1654-1667), determinò il definitivo passaggio di Smolensk, Kiev e della sua regione sotto il dominio russo. Le città multietniche[1] e le terre cosacche circostanti mal tolleravano il precedente governo polacco, e fu proprio una rivolta cosacca che offrì il pretesto allo zar Alessio I per intervenire. Dopo una serie di campagne militari e di ribaltamenti di fronte, la vittoria finale russa estese i possessi zaristi su gran parte dell’Ucraina.

Le rive del mar Baltico erano controllate da poderose potenze militari. Fu Pietro I il Grande, colui che in Europa era vissuto a lungo e che volle europeizzare, talvolta anche brutalmente, leggi, istituzioni e costumi del suo regno, fu Pietro il Grande appunto che condusse il paese attraverso le vicende tanto drammatiche quanto complesse di uno dei più aspri conflitti europei, la Guerra del Nord, che noi italiani tanto poco studiamo, ma che vide coinvolte in un groviglio di cambi di alleanze, di stragi e di distruzioni tutte le nazioni nord ed est europee, dalla Svezia alla Polonia, dalla Danimarca all’Impero Ottomano e dagli stati germanici fino, appunto, alla Russia. Al termine di più di vent’anni (1700-1721) di invasioni, battaglie e assedi, la Russia si assicura uno sbocco sul Baltico che va dalla Lettonia fino alla Finlandia. Non per niente, al centro di questo arco di costa, è stata fondata una nuova città, che diventerà presto la più grande bella, imponente e ricca città della Russia, e la sua capitale: San Pietroburgo. Un porto strategico che comunica finalmente con il mare del Nord, le città dei grandi commerci come Amburgo, Amsterdam, Anversa, Londra. Da quel momento in poi, chiunque voglia minacciare San Pietroburgo, o anche solo la sua possibilità di avere libero accesso al mare, minaccia direttamente l’esistenza di tutta la Russia.

San Pietroburgo era, è, e sarà intoccabile.

Il Mar Nero era, in quei secoli, un mare quasi completamente ottomano. I turchi, dopo la conquista di Costantinopoli ed aver così preso il controllo degli stretti, hanno espulso da quelle coste tutti i concorrenti e i precedenti colonizzatori: armeni, genovesi, mongoli. Nel XVIII secolo, seppur iniziando la sua lenta decadenza, la Porta domina quel bacino. Ma è lì che sfociano il Dniepr, il Don e, tramite una rete di fiumi minori, canali e piste, si raggiunge il Volga, le grandi arterie russe. E se la Russia non vuole essere ricacciata nelle steppe centro asiatiche, deve necessariamente assicurarsi uno sbocco sui mari caldi. L’obiettivo è la Crimea. Sarà Caterina II la Grande, nel suo impeto ancor una volta “europeista” (come quello di Pietro, ma con una caratteristica in più: Caterina è europea, è nata a Stettino, è tedesca) a proiettare l’impero verso sud, inglobare definitivamente quell’area senza precisi confini e senza un reale apparato statale che è l’Ucraina, il cui nome significa appunto Terra di Confine, abitata dai Cosacchi e da tribù orientali, e a strappare la penisola strategica della Crimea all’Impero Ottomano. E, allontanatisi a centinaia di migliaia i musulmani, in quelle regioni semi spopolate, Caterina ed i suoi successori faranno fondare e crescere altre città: Odessa, Sebastopoli, Mariupol. Tre porti chiave, basi delle flotte militare e commerciale che fanno finalmente rotta verso il Mediterraneo, Alessandria, Venezia, Napoli, la Spagna. Da quel momento in poi, chiunque voglia minacciare Odessa o Sebastopoli, o anche solo la loro possibilità di avere libero accesso al mare, minaccia direttamente l’esistenza di tutta la Russia. La Crimea era, è, e sarà intoccabile.

Difendere ed espandere, e le spinte contrarie.

Consolidate le conquiste sulla riva sud del Baltico e sulla riva nord del Mar Nero, con due flotte in grado di contrastare quelle dei paesi più avanzati, creato un saldo avamposto nella fascia carpatica, la Russia tende a spingersi con sempre maggiore potenza verso le solite direttrici di sempre, seguendo il suo destino geopolitico di penetrazione verso l’Europa e di difesa di quel sistema vitale da poco costruito. Ma ciò comincia a preoccupare nazioni che fino ad allora con quei lontani slavi avevano avuto solo relazioni commerciali e poco più. Fin dal 1720, una delle principali politiche britanniche sarà ad esempio quella di contenere le flotte russe all’interno dei loro bacini di riferimento e di impedirne lo sfociare verso l’Atlantico e verso il Mediterraneo, e una delle principali politiche della Francia sarà quella di trovare un equilibrio strategico tra Russia e Germania, anzi, cercare di metterle sempre una contro l’altra. Questo significa spesso alleanze estemporanee di queste potenze tra loro e con l’Impero Ottomano. Tale opposizione all’onda espansiva russa provocò ovviamente un riflusso verso nuovi sbocchi. Lo scopo di ogni zar, anzi, di chiunque si trovi a governare sulla Russia, è assicurarne lo sbocco verso i mari caldi, per non rimanere intrappolato nell’immensa tundra glaciale. È così che per tutto il XVIII e XIX secolo i russi conquistano (o annettono definitivamente) il Kazakistan e il Kirghizistan, cercando un varco verso l’oceano Indiano (e accelerando, per contro-controreazione, la conquista britannica dell’India) e dopo aver venduto agli Usa la ingestibile Alaska, provano ad aprirsi una finestra sul Pacifico. Ne seguiranno conseguenze fino ai nostri giorni, di cui parleremo tra poco.

Vittorie e sconfitte. La conferma della vulnerabilità degli eterni punti critici

Nella lunga ma settoriale analisi che stiamo compiendo della storia russa, non sarà necessario elencare tutte le guerre, le vicende che quel paese visse e sopportò nel corso dei secoli, e neanche l’evolversi e lo sconvolgersi delle sue istituzioni, forma di governo, economia. Quel che qui preme è, ricordiamo, la direzione e la forza dei vettori geopolitici russi. E cercheremo le conferme a quanto detto finora.

Prendiamo a modello tre famosi conflitti del XIX secolo (in realtà uno è agli albori del XX, ma fa parte della continuità storica del secolo precedente). Il primo è – inevitabilmente – l’invasione napoleonica.

Con la Campagna di Russia Napoleone intendeva dare un colpo mortale al suo nemico continentale, ma sappiamo come finì: in un disastro totale per la Grande Armée e l’inizio della fine per Bonaparte. Ma perché il geniale condottiero non riuscì a sconfiggere Alessandro I, nonostante la poderosa avanzata, le grandi perdite inflitte, le devastazioni e infine l’occupazione di Mosca?

Contro Napoleone giocarono molti fattori (la vastità del territorio, la sua incontrollabilità, il “generale inverno”, la tattica della terra bruciata… ) ma egli trascurò un obiettivo primario: nel suo inseguire l’esercito zarista, puntò appunto su Mosca e non su San Pietroburgo. E ovviamente, anche se il quadrante era tutt’altro, neanche sulla Crimea. La Russia – colpita, ferita, quasi agonizzante- respirava ancora. E poteva permettersi di abbandonare regioni immense all’invasore, contando nel suo sfinimento, avendo ancora il controllo (ed i rifornimenti) di San Pietroburgo e di Odessa. La Russia sacrificò persino Mosca, allora non capitale politica ma centro morale e religioso del paese, ma non rinunciò ai due porti vitali. Se fosse stata costretta a farlo, avrebbe probabilmente capitolato. Invece le sue truppe, inseguendo i francesi, arrivarono nel cuore dell’Europa.

Secondo esempio-chiave, è la guerra di Crimea (1853-1856), così famosa anche in Italia per la partecipazione del corpo di spedizione piemontese[2].

La guerra in realtà scoppiò tra Russia e Impero Ottomano, anche se il casus belli riguardava la Francia: i turchi, sotto la pressione occidentale, dovevano decidere a chi accordare la protezione dei luoghi santi di Palestina, o ai frati cattolici in nome della Francia di Napoleone III, o ai pope ortodossi in nome della Russia di Nicola I. Forti della loro posizione nel Mediterraneo, furono i francesi ad ottenere la concessione. Da questo sorse l’irritazione dello Zar e la sua voglia di rivalsa: con il pretesto (ma in fondo, Nicola vi credeva fermamente) di poter essere il protettore ed il paladino degli ortodossi (rumeni, bulgari, serbi ecc) dei Balcani ottomani, la Russia passò il Danubio e dette avvio alla guerra. A fianco dell’Impero Ottomano scesero in campo Francia ed Inghilterra, spesso rivali ma in tal frangente unite dalla volontà di fermare la spinta della Russia verso sud. Nonostante le dure battaglie nei Balcani, la guerra si svolse per la sua parte decisiva nei due mari ormai a noi noti: una prima spedizione franco-britannica nel Baltico puntò dritta su San Pietroburgo, ma, venuto meno il necessario appoggio svedese (ed è qua che nasce quella neutralità della Svezia della quale tanto si è parlato in questo 2022), essa fu costretta a ritirarsi. Invece la seconda squadra, con gli ottomani, effettuò uno sbarco in Crimea e mise sotto assedio la città-base navale di Sebastopoli. È dunque contro uno dei gangli vitali da noi precedentemente individuati che si concentrò l’azione bellica. E dopo un assedio di undici mesi, caratterizzato da stragi e terribili sofferenze, Sebastopoli cadde. Approfittando dello sconforto e del panico provocati da tale perdita nel nemico, i franco-britannici rientrarono nel Baltico e, attaccando le fortezze e la flotta russe in Finlandia, minacciarono da vicino anche la capitale. Per non morire soffocata, la Russia cedette, e si arrese.

Il terzo caso è la guerra russo-giapponese del 1904-1905. Sebbene essa si svolse nell’emisfero orientale, anche questa paradossalmente conferma le nostre tesi. Il conflitto scoppiò a causa della rivalità tra i due imperi (quello zarista e quello giapponese) per il dominio sui mari caldi orientali. La Russia, contenuta e premuta in Europa, cercava una possibilità verso est, dove si scontrò con l’espansionismo nipponico in un crescendo che sfociò in una guerra. Le grandi battaglie terrestri si svolsero sul terreno della Manciuria (la regione a quei tempi solo formalmente sotto sovranità cinese), ma quelle decisive furono le battaglie navali. La flotta russa del Pacifico era basata a Port Arthur (oggi Lüshunkou), sul Mar Giallo, ma per imperizia dei comandanti e per difetti logistici essa non abbandonò praticamente mai il porto della città, che subì un assedio dai contorni epici e crudelissimi da parte della flotta e dell’esercito giapponese. Dopo una serie di attacchi e di fallite sortite, la squadra navale russa venne sostanzialmente distrutta e Port Arthur cadde. Ciò permise ai giapponesi di avanzare ancor più a fondo in Corea e Manciuria. La Russia teoricamente avrebbe potuto arretrare quasi all’infinito verso la Siberia, resistendo… ma c’era da considerare un fatto: il Regno Unito era alleato del Giappone in un ferreo patto militare fin dal 1902 e per quanto avesse dichiarato la sua neutralità, agiva in modo indiretto e minaccioso a danno della Russia[3]. Ecco dunque che, temendo che gli inglesi potessero chiudere ogni sbocco sui mari cinesi, si accentuava il rischio su quelli occidentali. Lo Zar ed il suo staff militare presero una decisione memorabile: prima di rimanere soffocati, decisero di inviare a combattere contro il Giappone la flotta del Baltico, prima che tale mare venisse chiuso o sottoposto a blocco navale come era accaduto con il Mar Nero: l’Impero Ottomano aveva proibito il passaggio della flotta russa dagli stretti. Gli inglesi negarono di fatto il passaggio dal canale di Suez, che allora controllavano[4], (ricordiamocelo: non volevano i russi nel Mediterraneo!) e così le navi zariste furono costrette ad effettuare il lunghissimo periplo dell’Africa, l’attraversamento dell’Oceano Indiano e la risalita verso la Corea, a largo della quale, nello stretto di Tsushima, la attendeva la poderosa squadra nipponica ai comandi di quel geniale ammiraglio che fu Togo. In poche ore, la flotta del Baltico fu annientata[5].

Si può così dire che nel Mar Cinese affondarono non solo battelli e corazzate, non solo marinai soldati ammiragli e generali, ma in quel mare affondò – metaforicamente – San Pietroburgo. Che ora era totalmente sguarnita, alla mercé delle potenze europee. Contemporaneamente, scoppiava la Prima Rivoluzione Russa. Essa vide il popolo levarsi contro le condizioni disastrose di vita e contro il massacro della guerra perduta. La reazione della autocrazia zarista fu spietata e la rivoluzione repressa nel sangue. Ma è significativo notare dove essa principalmente si svolse: a San Pietroburgo, teatro delle manifestazioni guidate dal pope Georgij Gapon ma alle quali parteciparono grandi masse operaie socialisteggianti, manifestazioni disperse a fucilate e cariche di cavalleria, e a Odessa, dove alla rivolta popolare e allo sciopero generale repressi da reparti cosacchi al costo di centinaia di morti, si unì anche il celebre ammutinamento della corazzata Potëmkin.

Perduto dunque il controllo e la sicurezza dei due porti chiave, perdute le due flotte, la baltica e, per ribellione, quella del Mar Nero, la Russia, per non soffocare, cedette e si arrese.

Tutto torna.

L’Intesa, la prima guerra mondiale e l’Ucraina

Così pesantemente ridimensionata nella sua capacità espansiva globale, la Russia poteva continuare a svolgere un ruolo continentale, e sia Francia che Gran Bretagna vollero approfittarne in chiave anti-tedesca e anti-italiana. Ci vorrebbe un intero libro di storia per seguire tutte le evoluzioni diplomatiche e militari nel periodo a cavallo dei sue secoli passati, ma l’essenziale è comprendere a cosa portarono. Nella necessità di sintetizzare, utilizziamo una cronologia dei principali fatti e delle loro conseguenze:

1861: proclamazione del Regno d’Italia: un nuovo concorrente si affaccia nel Mediterraneo

1870: la Francia subisce la disfatta nella guerra con la Prussia, cade l’Impero, assedio e Comune di Parigi, viene proclamato l’Impero Tedesco. Rivalità tra Francia e Italia in nordafrica.

1881: occupazione francese della Tunisia. Ire italiane. Tra le due nazioni neolatine scoppia la cosiddetta guerra dei dazi

1882: l’Italia firma una alleanza militare con Austria-Ungheria e Germania. La Francia reagisce con un patto con la Russia, unica potenza continentale capace di ristabilire un certo equilibrio.

1885-95: l’Italia conquista l’Eritrea e la Somalia, mettendo un’ipoteca sul Mar Rosso. La presenza italiana nel Mediterraneo e all’imbocco del Canale di Suez allarma la Gran Bretagna.

1904: preoccupati dalle mire italo-tedesche, i governi di Parigi e Londra mettono da parte le storiche rivalità e firmano un accordo di cooperazione (l’Entente Cordiale)

Stessi anni: La Germania appronta una grande flotta oceanica e acquisisce immensi territori in Africa

1905: Guglielmo II, Kaiser di Germania, compie una provocatoria visita in Marocco (crisi di Tangeri) in chiave apertamente antifrancese e proclamando di fatto la missione imperiale mondiale del suo Paese. La reazione di Francia e Gran Bretagna è in parte di panico in parte di rabbia, la guerra generale viene evitata per un soffio. Ma a Londra si comincia a pensare alla necessità di fermare ad ogni costo la Germania ed i suoi alleati austro-italiani.

1907: dopo due secoli di contenimento della Russia, per la Gran Bretagna è il momento di approfittare della sua debolezza. Londra promuove e firma un patto con lo Zar riconoscendogli piena sovranità sull’Asia centrale, su Kazakistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Uzbekistan. I due governi convengono di spartirsi la Persia in zone di influenza. In cambio della rinuncia allo sbocco sull’Oceano Indiano, la Russia ottiene la revisione dello statuto degli Stetti, e quindi l’accesso al Mediterraneo. Il calcolo inglese è semplice: una debole forza navale russa non può costituire più un pericolo in quell’area, ma rappresenterebbe un eventuale alleato contro l’Italia. Mentre le immense riserve in uomini dell’esercito zarista, liberate dalla pressione britannica in Asia, si possono riversare in Europa in chiave antitedesca.

A questo punto il passo successivo e scontato è l’unione delle reciproche alleanze di Francia, Regno Unito e Russia nella Triplice Intesa

Ancora una spinta verso l’Europa, ancora i polmoni dei due mari

Questa nuova situazione europea confermava la spinta incontenibile della Russia verso l’Europa. Adesso essa confinava direttamente con la Germania guglielmina, che gli contendeva il dominio sul Baltico, e con l’impero austroungarico, che gli contendeva la zona ucraino-danubiana. Mentre nel mar Nero la agonizzante potenza ottomana si avvicinava sempre più a Vienna e a Berlino, in una sorta di tenaglia. Il pericolo di soffocamento del quale abbiamo così spesso parlato era quindi sempre in fieri, e si manifestò clamorosamente con la Prima Guerra Mondiale.

Quando nel 1914 si scatenò il conflitto, lo scontro tra la Russia e gli Imperi Centrali fu la più concreta ed evidente manifestazione di quella spinta e controspinta che da mezzo millennio non aveva mai smesso di esercitarsi sul cuore d’Europa. Mentre sul fronte occidentale e poi su quello italiano gli eserciti si impantanarono quasi subito in una logorante guerra di trincea, nella quale le avanzate e le ritirate erano dell’ordine di pochi chilometri, sul fronte orientale il movimento, il fronte, le masse di milioni di uomini si spostavano avanti e indietro, al costo di centinaia di migliaia di morti, di intere province, intere regioni, intere nazioni. In una visione puramente geopolitica, si trattava di quei vettori che scaricavano la energia accumulata. Fateci caso: esattamente nel punto di frattura di oggi.

Dopo anni di atrocità e di milioni di morti in battaglia, il paese era allo stremo. Nel febbraio, presero il potere i menscevichi, e si formò il governo Kerensky che tentò in ogni modo di continuare la guerra. Ma dopo qualche iniziale successo, il fronte cominciò a cedere e l’esercito a sbandare. I tedeschi ripresero l’iniziativa sul fronte nord: il 3 settembre conquistarono Riga e in ottobre sbarcarono nelle isole di Dago e Osel, puntando su Tallinn e, in prospettiva, su San Pietroburgo (ribattezzata col nome di Pietrogrado all’inizio della guerra). Il crollo era inevitabile. Il 7 novembre (o 25 ottobre, secondo il calendario russo) scoppiano i disordini e poi la rivoluzione vera e propria. Lenin ed i bolscevichi vanno al potere e il 26 dello stesso mese chiedono alla Germania l’armistizio, che fu firmato il 15 dicembre. La capitale era salva, ma a che prezzo!

Le trattative di pace, subito iniziate, si conclusero il 3 marzo 1918 col trattato di Brest-Litovsk, in seguito al quale gli austro-tedeschi poterono avanzare fino alla Crimea, occupando tutta l’Ucraina. La Russia zarista era morta, assieme al suo Zar.

Ma dopo pochi mesi anche la Germania ed i suoi alleati venivano sconfitti dagli occidentali. Approfittando del caos e della guerra civile scoppiata in Russia, alcune nazionalità proclamarono la loro indipendenza, talvolta fondando per la prima volta nella storia un paese autonomo. Dalle ceneri dell’Impero sorsero effimeri regni o repubblichette caucasiche e centro asiatiche, ma, in modo più organizzato e duraturo, nacquero – oltre alla rediviva Polonia- la Lituana, la Lettonia, l’Estonia e la Finlandia, che tolsero alla Russia la stragrande parte delle coste baltiche ed i loro porti.

E per la prima volta tentò l’indipendenza anche l’Ucraina.

Il fermento nazionalista

Da tempo il mondo, e l’Europa in particolare, erano scossi da profondi fremiti nazionalisti. La necessità di identificarsi in un ceppo nazionale preciso e distinto, anzi, opposto agli altri aveva attraversato l’intero continente, ed il ‘900 la Prima Guerra Mondiale ne fu l’apoteosi: crollati gli imperi multietnici, come si direbbe oggi, ogni popolo e ogni etnia volle costituirsi in nazione indipendente: serbi, albanesi, montenegrini, cèchi, slovacchi, sloveni, polacchi, ruteni, transilvani, armeni, arabi, turchi, greci, egiziani, curdi, catalani, baltici, finlandesi, irlandesi, ed altri popoli ancora tentarono di costruire il loro Stato, spesso in contraddizione o in odio con il vicino. A qualcuno andò bene, ad altri no, altri dovettero trovare un compromesso, altri ancora rimasero intrappolati in nuovi confini, separati e mutilati dalla nazione-madre. Ciò avrebbe comportato una continua tensione ed un continuo mutare delle frontiere per tutta la metà del XX secolo.

Per la prima volta nella sua storia, in concomitanza con la rivoluzione russa, e con l’immenso impero in totale disgregazione, anche l’Ucraina, assieme a decine e decine di altre realtà, proclamò, nel 1917 e sotto l’egida tedesca, l’indipendenza.

Anzi, nel breve volgere di un quinquennio, sorsero almeno sei diverse entità statali ucraine autoproclamatesi indipendenti. Tre di esse, la Repubblica Huzula (occupata prima da polacchi e rumeni, poi inglobata nella neonata Cecoslovacchia), la Repubblica di Lemko-Rusyn e la Repubblica di Komańcza (entrambe annesse dalla Polonia), le più piccole, ebbero scarso peso sullo scenario europeo, ma le restanti furono teatro di conflitti brutali e prolungati.

Come abbiamo più volte spiegato in questo articolo, le dinamiche geopolitiche sono paragonabili a forze contrapposte che tentano di prevalere lungo una linea di tensione. Ogni volta che una forza viene meno, o si indebolisce, la forza contrapposta dilaga, finché un nuovo equilibrio non viene a formarsi. Ecco, con la provvisoria sparizione della forza di pressione russa, dovuta alla rivoluzione e alla guerra civile, la linea di tensione carpatica crollò e verso l’Ucraina, il Baltico ed il Mar Nero dilagarono – in un primo momento- gli austro-tedeschi, e dopo – sconfitti anch’essi – la nuova potenza regionale appena rinata, la Polonia. Ma andiamo con ordine.

Nel 1917 sul territorio russo, nacque la Repubblica Popolare (o Nazionale) Ucraina con capitale Kiev. Tale repubblica era stata proclamata dalla Rada, un comitato di governo[6], di ispirazione socialista che nella sua convulsa storia dapprima appoggiò i bolscevichi in funzione anticentralista, poi si mise in posizione antisovietica e divenne un satellite della Germania, poi, ritiratisi i tedeschi, si spaccò in due, con la fazione bolscevica che nell’est proclamava la Repubblica Popolare Ucraina sovietica con capitale Charkiv mentre a Kiev la Rada tentava di contenere l’Armata Rossa da un lato e la Polonia dall’altro, Polonia con la quale si alleò saltuariamente per respingere i sovietici. Ma la Rada venne rovesciata da un gruppo cosacco conservatore e nazionalista, che nella sua breve esistenza creò una serie di strutture propriamente ucraine (stampa di milioni libri in lingua, biblioteche, scuole e università) suscitando una certa fiera identità nazionale nel popolo. Questo governo, detto Etmanato, cercò accordi con i russi bianchi, monarchici, ma a questo punto (è complesso, lo sappiamo!) la ex Rada o quel che ne rimaneva si organizzò per cacciare l’Etmano, e riconfermare la propria indipendenza e il proprio orientamento di sinistra. Il golpe ebbe successo e il nuovo regime, chiamato del Direttorio, si trovò ancora una volta nella necessità di combattere contro l’Armata Rossa e di contenere le mire espansive polacche.

le provvisorie tante “Ucraine” attorno al 1918

Nel 1918, sul territorio dell’Austria-Ungheria in disfacimento, veniva proclamata la Repubblica Nazionale Occidentale Ucraina, con capitale Leopoli. Tale stato trovò immediata difficoltà nell’atteggiamento ostile della sua cospicua minoranza polacca (che in Leopoli era la maggioranza). La relativa solidità del governo non bastò a placare tale componente e ad evitare una invasione violenta da parte dell’esercito polacco, che ne occupò quasi tutto il territorio. Per evitare la sua estinzione, nel 1919 la Rep. Occidentale si unì (almeno formalmente) con quella Nazionale in uno stato ucraino che visse la sua breve vita nella paradossale posizione di nemico della Polonia a ovest e di suo alleato antisovietico ad est.

Su tali inestricabili intrecci, si inserì, ancor più violenta e sanguinaria, la guerra russo-polacca del 1919-21.

Abbiamo visto come, approfittando del vuoto di potere lungo la nota faglia baltico-ucraino-eusina, la rediviva Polonia si gettasse in una impresa espansiva poderosa, puntando verso la Lituania (alla quale strappò Vilnius), verso Kiev, e verso la Crimea (che, manco a dirlo, aveva proclamato a sua volta l’indipendenza). Tale sogno imperialista non poteva che trovare un ostacolo nella controspinta della Russia Sovietica. Lenin ed i bolscevichi, dopo un primo momento di emergenza dovuto alla furibonda guerra civile, momento nel quale, con il trattato di Brest-Litkosv, avevano concesso l’indipendenza un po’ a chiunque, si resero conto della eterna necessità geopolitica della loro patria (zarista o comunista che fosse) di controllare i soliti tre nodi di sopravvivenza (Pietroburgo, pianure ucraine, Crimea). D’altra parte di ciò si rendeva perfettamente conto anche Jozef Pilsusdsky[7]), il presidente polacco, che voleva assestare un colpo mortale al grande vicino.

Le armate polacche si misero quindi in marcia in direzione di Kiev[8], stavolta (siamo nel 1919) direttamente contro l’Armata Rossa. Non è compito di questo articolo raccontare le vicende di quella guerra, ma un breve accenno ai fatti è fondamentale: quando sembrava che le armate polacche fossero sul punto di distruggere il nemico sul campo, il che avrebbe significato la distruzione della Russia come tale, i comandi bolscevichi, facendo appello al più profondo senso di patriottismo e di sacrificio del popolo, riuscirono a ribaltare il fronte. Cominciò così un vero e proprio inseguimento segnato dal sangue e dalla brutalità delle truppe polacche che giunse incredibilmente fino alle porte di Varsavia. Ma ancora una volta il destino non era stato scritto: forte di una mobilitazione popolare quasi parossistica, di improvvisi e consistenti aiuti militari dai paesi occidentali, terrorizzati dal dilagare dei rossi, e del suo innegabile genio tattico, il presidente-generale Pilsusdsky, non solo riuscì a respingere l’assalto finale russo alla città, ma mise in rotta l’esercito nemico dopo una settimana di strenui combattimenti (battaglia di Varsavia, 16-25 agosto 1920, che non per nulla i polacchi chiamano il miracolo della Vistola). L’Armata Rossa allo sbando si ritirò, al costo di enormi perdite, di centinaia di chilometri. A quel punto però, entrambi i contendenti erano allo stremo delle forze. Con la mediazione di Francia e Gran Bretagna si giunse ad un armistizio e poi alla pace.

NELLA SECONDA PARTE: l’Unione Sovietica, lo stalinismo, la Seconda Guerra Mondiale, l’espansione e la successiva compressione della Russia, e molto altro

Note:
  1. Ancora del 1874, su 127.251 persone che vivevano a Kiev, 38.553 (39%) parlavano ucraino, 12.917 (11%) parlavano yiddish, 9.736 (10%) parlavano il russo, 7.863 (6%) parlavano polacco e 2.583 (2%) parlavano tedesco. 48.437 (49%) dei residenti della città furono elencati come parlanti “generalmente russo”. Costoro erano ucraini e polacchi che parlavano abbastanza russo da essere considerati di lingua russa[↩ torna su]
  2. il cui ruolo fu esaltato dai nostri storici per motivi patriottici, ma che ben scarso peso ebbe sul campo di battaglia[↩ torna su]
  3. I giornali inglesi, fin dal primo giorno, “tifarono” apertamente per gli asiatici, ad esempio esaltando ed elogiando il fatto che il primo (e pesantissimo) attacco giapponese fosse avvenuto prima della consegna della dichiarazione di guerra. 25 anni dopo, nel simile caso di Pearl Harbour, marchiarono tale comportamento come crimine di guerra.[↩ torna su]
  4. Per maggiori dettagli ed informazioni suggeriamo questo link http://www.tuttogiappone.eu/la-strada-verso-tsushima/[↩ torna su]
  5. Su un totale di 38 navi russe, 21 vennero affondate, 7 gravemente danneggiate, 6 catturate. Si contarono 5000 morti e 6000 feriti circa ed altrettanti prigionieri. I nipponici persero tre cacciatorpediniere ed un totale, tra morti e feriti, di circa 600 uomini.[↩ torna su]
  6. Oggi la Rada è il parlamento monocamerale ucraino.[↩ torna su]
  7. «Chiusa entro le frontiere del XVI secolo, tagliata fuori dal Mar Nero e dal Mar Baltico, privata della terra e delle risorse minerarie del sud e del sud-est, la Russia potrebbe facilmente essere portata allo stato di una potenza di secondo ordine. La Polonia, in quanto il più grande e il più forte dei nuovi stati, potrebbe facilmente stabilire una propria sfera d’influenza estendentesi dalla Finlandia al Caucaso» (da una lettera di Pilsusdsky al suo amico e ministro degli esteri Wasilewski[↩ torna su]
  8. Per rendersi conto di cosa mai fu quel periodo, basti considerare il fatto che la città di Kiev passo di mano ben 18 volte dal 1917 al 1920[↩ torna su]