TERZA PARTE Guerra all’Ucraina: le radici storiche di un conflitto. Analisi geopolitica dell’attacco russo

PARTE SECONDA: da Stalin a Putin attraverso la massima espansione dell’Unione Sovietica e il suo collasso. Spieghiamo l’origine e il concetto della “finlandizzazione” e l’odierna, progressiva, espansione della NATO.

di Marco Ottanelli

Oscillazioni e caos.

La sopravvivenza della Russia a questo punto della storia dipende completamente dal fragile e critico punto centrale di quella linea rossa che va da Pietroburgo a Sebastopoli: se cede quello, cede tutto. Ecco perché, fallita la via della collaborazione paritaria con Usa e Europa, il governo russo, e Putin in particolare, punta tutto sulla tenuta di una strettissima interazione con Bielorussia e Ucraina. Costi quel che costi. Per la Bielorussia, si tratta di mantenere al potere l’autocrazia di Lukashenko, uomo tanto fedele al panrussismo quanto ostile all’occidente, che dipende dal grande vicino quasi al 100%. Per l’Ucraina, invece, si tratta di favorire e sostenere i partiti ed i politici filo-russi in competizione con partiti e politici filo-occidentali.

Dopo i disordini del 2004, dopo quella rivoluzione, l’Ucraina si era polarizzata, anzi, spaccata, nelle sue due anime, quella panrussa e quella paneuropea: in un crescendo di tensioni di stampo nazionalista, vanno al potere partiti e personaggi fautori di accordi e integrazione con la UE e la Nato o con la Russia, come il presidente Jushenko (ricordate? Colui che fu avvelenato con la diossina…). Nel frattempo, la corruzione ed il malaffare dilagano, al punto tale che l’eroina filooccidentale, e più volte Primo Ministro, Julia Timoshenko, finisce in galera per i suoi affari poco limpidi con la Gazprom putiniana (proprio lei, così antirussa, così ferocemente antirussa!), e al punto tale che l’Unione Europea deve costituire una speciale iniziativa, un organismo apposito, l’EUACI, per tentare di frenare la corruzione in Ucraina. Insomma, sono anni di caos, durante i quali gli opposti nazionalismi si trasformano in oltranzisti fanatismi. Bande paramilitari si aggirano per le città, gruppi neofascisti e postnazisti si raccolgono attorno a deputati e capipopolo, nostalgici dell’URSS e veterozaristi reagiscono con eguali mobilitazioni e strutture. I governi ed i capi di stato non sono mai veramente rappresentativi di tutta la nazione, e sono osteggiati e disconosciuti ora dall’una ora dall’altra fazione. Tutto ciò non poteva che esasperare il Cremlino per le sue basi navali (Sebastopoli ospitava le flotte russa e ucraina contemporaneamente! Anzi, la Russia dal 1997 vi pagava un canone d’affitto), per la sua economia (dal territorio ucraino passava – e passa tutt’oggi – più del 30% delle esportazioni di gas russo) e per le popolazioni russofone, che lungi dall’essere minoranza, temevano sempre più una deriva lettone (la costituzione della Lettonia è esemplare, in negativo, rispetto alle tutele sulle minoranze. Questo articolo di Limes spiega le questioni con dovizia di particolari). Il fuoco dello scontro violento covava sotto questa cenere; non ci vorrà molto, e l’incendio scoppierà.

Maidan, la piazza

Nel novembre 2013, tra una pressione e una lusinga, il nuovo presidente ucraino Yanukovich decide di non firmare più i protocolli di associazione con l’Unione Europa che il suo paese aveva pattuito, e svolta radicalmente verso una integrazione con la Russia. Tale ripensamento (voltafaccia?) è accolto con rabbia da una consistente parte della popolazione che, con determinazione, conduce una protesta lunga mesi concentrata in particolare a Kiev, dove i manifestanti installano un presidio permanente nella centrale Piazza Indipendenza, Majdan Nezaležnosti; Maidan sarà il nome col quale questo movimento sarà conosciuto in tutto il mondo[1].

Raccontare per esteso quei mesi convulsi e l’insieme di ciò che avvenne non è compito di questo articolo. Ci limiteremo a focalizzare alcuni dettagli e i momenti-chiave di quello che alcuni chiamano un colpo di Stato, altri rivoluzione democratica.

I primi a giungere in piazza furono dunque i fautori della adesione – per quanto futura – all’Unione Europea, poi arrivarono gli altri: scontenti, rabbiosi, speranzosi, oppositori politici e rivali di Yanukovich, idealisti libertari e violenti nazionalisti. In mezzo a questo insieme variopinto, si palesarono, seguiti da stampa e tv, e ben contenti di arringare la folla, politici (tra i quali il senatore ed ex candidato presidente John McCain) e diplomatici americani (in particolare attivissimi furono l’ambasciatore Pyatt e la Incaricata per l’Europa della amministrazione Obama, Victoria Nuland, il ruolo dei quali nel condizionare i destini del governo e dello Stato ucraini vennero svelati dalla famosa intercettazione nota come “e si fotta l’UE!). Tra quella folla e la polizia governativa, nel dicembre 2013, ci fu uno stillicidio di scontri e provocazioni, di cariche, controcariche, attacchi e contrattacchi; la folla per protesta contro la brutalità delle forze dell’ordine, occupò e devastò palazzi e uffici pubblici, statali e comunali, mentre un tentativo di sgombero forzato di Maidan provocò decine e decine di feriti. La reazione di Yanukovich a tutto ciò fu nel senso della repressione, e, il 16 gennaio 2014 la sua maggioranza parlamentare (Partito Comunista e Partito delle Regioni) approvarono – oltretutto per alzata di mano e senza un reale conteggio formale – un pacchetto di ben 11 leggi ed una risoluzione di carattere liberticida, tutte esplicitamente volte a impedire e reprimere il dissenso. Quello non fu un bel momento, per la giovane ed incerta democrazia ucraina, e l’influenza moscovita nell’elaborazione e definizione di tali norme traspariva chiaramente. In occidente tutti i governi condannarono tale legislazione. E la folla, sempre più numerosa – e nella quale si manifestavano sempre più spesso elementi di estrema destra o ultranazionalisti – non intese subire. Oltre al susseguirsi, e all’estendersi in altre città, di occupazioni anche violente di edifici governativi, i manifestanti, significativamente, abbatterono la statua di Lenin che dal 1939 campeggiava in una piazza di Kiev.

Quasi contemporaneamente, si registrano i primi due morti negli scontri. A seguito di ciò, il 28 gennaio 2014 il governo si dimette e le leggi anti-manifestazione vengono ritirate. Ma il peggio deve ancora venire.

Tra il 18 ed 20 febbraio è la strage: dalle finestre dei palazzi attorno a quella che ormai viene chiamata Euromaidan, alcuni cecchini sparano. Cadono, come testimoniano le immagine televisive delle tantissime troupes lì presenti, sia civili che poliziotti. Qualcuno risponde al fuoco, la piazza (letteralmente!) si incendia. Alla fine si conteranno decine di morti solo a Kiev[2]. Un numero imprecisato di altre vittime si aggiungerà nei giorni seguenti in altre città. 

Su quei tragici fatti, che portarono alle clamorose conseguenze che saranno oggetto del prossimo paragrafo di questo scritto, non è mai stata fatta piena chiarezza, anzi, nel corso degli anni le tesi contrapposte si sono sempre più polarizzate: la responsabilità viene data o tutta a Yanukovich e “ai russi”, o tutta ai neonazisti nazionalisti ucraini “e agli americani”. Mancano conclusioni certe di indagini indipendenti[3].

Clamorose conseguenze.

La strage, gli incendi, le distruzioni provocano indignazione e reazioni in tutto il mondo. Mentre politici di ogni livello europei ed americani trattano con gli esponenti ucraini per costituire un nuovo governo[4], i manifestanti assaltano anche il palazzo presidenziale; Yanukovich il 20 febbraio si allontana dalla capitale, e mentre denuncia via radio il “golpe nazista”, la Rada lo dichiara decaduto. Con un viaggio rocambolesco, Yanukovich raggiunge la Russia, e vi si rifugia in esilio. A Kiev si insedia un governo provvisorio che ripristina la Costituzione del 2004, scioglie le forze speciali di polizia, libera centinaia di fermati – e anche Julia Timoshenko, e annulla la controversa legge sulla tutela linguistica regionale.

Si tratta, come si vede, di una vera rivoluzione (la confisca dei beni di Yanukovic ne è un segno), un ribaltamento della struttura statale ucraina e della sua collocazione internazionale. Il nuovo governo riceve, fin da subito aiuti per miliardi dal FMI e dalla UE, e contemporaneamente, la stessa UE applica “sanzioni” dalla Russia.

I russofoni (e/o russofili, i due termini non sempre coincidono) accolgono la svolta con timori e rabbia. Drappelli di uomini armati irrompono negli uffici pubblici della Crimea mentre nell’est del Paese si registrano i primi scontri. Il 27 febbraio le prime truppe russe passano il confine e si dispongono in tutta la penisola. In un rapidissimo susseguirsi di secessioni, consultazioni popolari, dichiarazioni di indipendenza e successive dichiarazioni di appartenenza, il 21 marzo 2014 la Crimea e Sebastopoli entrano (tornano?) a far parte della Federazione Russa, scatenando le ovvie ire di Kiev e dell’Occidente.

Neanche un mese dopo, le prime formazioni paramilitari danno inizio ad una serie di occupazioni e scontri armati nel Donbass, che si trasformeranno ben presto in guerra civile. E il 2 maggio si hanno violentissimi incidenti tra nazionalisti ucraini (appoggiati da manipoli di ultradestra) e manifestanti prorussi e postcomunisti ad Odessa, dove, nel rogo della Casa dei Sindacati, si contano una cinquantina di morti. Oggi si discute sulle responsabilità di quel fatto, ma all’epoca (e prima del cambio del suo direttore, che oggi è Mattia Feltri, figlio di Vittorio) persino l’Huffington Post non aveva dubbi su chi avesse aggredito chi.

La “faglia”, la linea rossa, che, con Euromaidan e la presenza euroamericana nelle sue dinamiche, si era spinta troppo a est, troppo oltre il limite, comincia – al costo di morti, feriti, invasioni e guerriglia – a essere respinta indietro.

Dal 2014 ad oggi: un cappio sempre più stretto e una guerra continua.

La linea rossa, nel suo avanzare verso est, aveva superato le basi navali russe nel Mar Nero. Per quanto violenta e illegale dal punto di vista del diritto internazionale, l’invasione della Crimea è dunque da intendersi geopoliticamente come la necessaria e inevitabile decisione per evitare che la Russia, così come era ed è (lo abbiamo detto più volte), soffocasse. D’altronde se la Russia avesse dovuto abbandonare il controllo del mar Nero, non avrebbe potuto che ritirarsi verso il desolato nord, rinunciando per decenni al suo ruolo globale; la frase del presidente Barak Obama a commento della annessione – “La Russia oggi è una potenza regionale che cerca di minacciare i suoi vicini partendo da una posizione di debolezza, non di forza” – fu, per chi appunto di geopolitica si occupa, di grande interesse: in quale regione Obama aveva voluto idealmente confinare un Paese immenso e bi-continentale?

Dal quel momento, dal quel fatale 2014, abbiamo assistito ad una doppia realtà che forse non abbiamo sufficientemente considerato, come opinione pubblica occidentale: quella della guerra già in atto in Ucraina, nel Donbass, col suo stillicidio di morti, violenza, distruzione, e quella della pressione crescente sulla Russia, quel cappio attorno al collo, stretto sempre più attraverso una serie di episodi e circostanze che, invece, a Mosca sono stati percepiti benissimo, e con crescente allarme.

Questo articolo, è bene ricordarlo con una certa frequenza, non intende né giustificare né assumere le posizioni della Russia, ma si limita ad analizzare le forze, le spinte e le controspinte, che hanno determinato, che determinano e che determineranno le relazioni tra chi si trova da un lato della linea rossa Baltico-Mar Nero (chiunque esso sia) e chi vi si trova dall’altro.

Le spinte, dal 2014, sono tantissime e potenti. È il caso di elencarle seguendo una approssimata cronologia:

La guerra civile in Siria

Come scritto, è dal 1907 che la flotta russa ha libero accesso nel Mediterraneo; ben più complesso è sempre stato per essa impiantarci una base: ha dovuto attendere il 1971 per poter disporne di una, l’unica che ha avuto e che ha, quella di Tartus, in Siria. Ciò, ed il profondo legame con il regime degli Assad, ha fatto di quel paese mediorentale un alleato essenziale, per Mosca. Quando vi scoppia la devastante guerra civile, in Russia scatta l’allarme. Gli occidentali, in particolare gli Usa ed il Regno Unito, appoggiano apertamente i ribelli, li armano, e ancor più apertamente auspicano la caduta di Assad, persino quando tali ribelli altri non sono che i feroci assassini dell’ISIS. Usa ed alleati contrastano l’Isis in Iraq, ma in Siria la loro priorità è che il locale regime sia spazzato via. Questo è visto in Russia con profonda costernazione: come è possibile che l’Occidente, pur di danneggiare gli interessi russi, non voglia farla finita con la sadica struttura islamista? Inevitabilmente, anche la Russia interviene militarmente, su invito del governo siriano, pagando il suo intervento pesantemente[5].Le armi e gli aerei russi risultano decisivi per riportare le forze lealiste siriane in vantaggio. In particolare, i russi sono protagonisti della liberazione di Palmira, centro non strategico ma il cui destino aveva fatto scuotere la coscienza del mondo[6] e della fine di uno dei più atroci assedi della storia moderna, quello di Aleppo. La grande vittoria contro i fanatici tagliagole è celebrata a Damasco e a Mosca, ma non in Occidente. Anzi, il generale che ha guidato l’azione, Mikhail Mizintsev, se in Russia è celebrato come l’eroe di Aleppo, nei media occidentali è chiamato il macellaio di Aleppo. I russi percepiscono ingratitudine e ostilità.

La Georgia chiede di aderire alla NATO.

Tra il 2015 e il 2020 entrano a far parte dell’Alleanza Atlantica il Montenegro e la Macedonia del Nord; due schiaffoni alla Serbia, alleata storica della Russia, e atlantizzazione pressoché totale dei Balcani. Adesioni che a Mosca vengono viste come provocazioni. Ma ancor più provocatorio è il processo di adesione della “nemica” Georgia, che riprende nel ’15. Nel mentre, si mette in atto il Substantial NATO-Georgia Package (SNGP), ovvero un programma di realizzazione di basi militari Nato nel Paese caucasico, di addestramento e integrazione delle forze georgiane da parte della Nato e di cooperazione di intelligence. Difficile da digerire per una Russia che non solo vede così bloccate le sue regioni meridionali, ma che sente ancora una volta minacciato il “suo” Mar Nero.

Sanzioni, esclusioni, preclusioni.

Dopo l’annessione della Crimea, la Russia subisce una serie crescente di sanzioni economiche e diplomatiche. Dalla sua esclusione dal G8 (che infatti da allora è il G7), al divieto di import-export di armamenti, dalla sospensione di incontri bi e multilaterali, al blocco del commercio di beni e prodotti occidentali, fino alle sanzioni finanziarie verso istituti e persone fisiche. Il problema è che tali sanzioni non sono decise e comminate dall’ONU o dal FMI, bensì sono imposte dagli Usa e dai suoi alleati. In questo senso è particolarmente forte il blocco del progetto South Stream, quel gasdotto progettato (ed in parte realizzato) in collaborazione tra la Gazprom, la francese EDF, la tedesca Wintershall e soprattutto l’italiana ENI, il cui scopo era quello di rifornirsi di gas russo direttamente proprio per evitare… l’instabilità dell’Ucraina! Fin da prima della questione Crimea gli Usa avevano fatto pesanti pressioni sui paesi europei coinvolti, ma nel 2014 il loro diventa sostanzialmente un veto. Complice il mercato del gas in quella fase, il progetto viene abbandonato. Al di là delle motivazioni che le hanno provocate, queste misure sono percepite dalla Russia come un ulteriore fattore di [tentativo] di strangolamento da parte delle potenze rivali. A tutto ciò va assommata la serie di provvedimenti di esclusione non economici ma simbolicamente incisivi: si pensi ad esempio alla annuale cerimonia della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, disertata platealmente da tutti i Paesi occidentali fin dal 2015; un affronto, un’onta per quella Russia che nel conflitto aveva subito perdite inaudite e ciò nonostante aveva respinti i nazisti fino a Berlino.
O si pensi alla esclusione dai giochi olimpici e da altre manifestazioni sportive internazionali, giustificata come ritorsione per l’uso russo del
doping di Stato, ma vissuta come discriminazione. O, e ci riferiamo a tempi recentissimi, il diniego tutto politico e dichiaratamente geopolitico dell’approvazione del vaccino anti-covid Sputnik[7], diniego che ha suscitato ancora una volta quel sordo sentimento di ingratitudine e isolamento soffocante negli apparati e nel popolo russo. E tutto questo mentre Sarkozy, Cameron e Obama trascinavano la Nato nella devastante guerra di Libia, destabilizzando il nord Africa senza reazioni da parte del resto del mondo.

L’Ucraina verso la NATO

Abbiamo lasciato in ultimo l’elemento più scottante. Dopo la cacciata di Yanukovic, con la Crimea perduta e gli scontri nel Donbass, l’Ucraina si getta (ovviamente) nelle braccia dell’occidente: Petro Poroshenko vince le elezioni presidenziali[8] del maggio 2014, e immediatamente organizza una offensiva nelle regioni secessioniste, dove nel settembre si arriva ad un precario cessate il fuoco, firma l’Accordo di Associazione dell’Ucraina alla Unione Europea, quello sospeso dal suo precedessore. Inoltre a dicembre decreta l’abbandono di nazione non allineata, neutrale, e manifesta l’intenzione di aderire alla NATO.

Nel gennaio 2015 un’offensiva dei ribelli provoca centinaia di morti tra i civili; Poroshenko ammette la necessità di una soluzione diplomatica, con l’aiuto degli europei. Incontratisi a Minsk, in Bielorussia, nel febbraio 2015, Poroshenko, Putin, Hollande e Merkel delinano un accordo in 12 punti che dovrebbe por fine ai combattimenti nell’est. Accanto a questa iniziativa di pacificazione però il neopresidente prende alcuni provvedimenti piuttosto provocatori: innanzi tutto, promulga leggi che mettono al bando monumenti, nomi di strade e simboli dell’era sovietica nonché tre partiti di ispirazione comunista, tramite una controversa legge che equipara nazismo e comunismo; riabilita formazioni e personaggi quantomeno ambigui del passato bellico; crea una nuova chiesa ortodossa di Stato, separata dal patriarcato di Mosca e ad esso esplicitamente concorrente; nomina governatore della provincia di Odessa Micheil Saak’ahsvili. Sì, proprio l’ex presidente georgiano così intimamente legato agli Usa e così fortemente ostile alla Russia. [9]

Ma quello che allarma, irrita, preoccupa e offende Mosca è quanto accade nel febbraio 2019: l’Ucraina, su iniziativa di Poroshenko e del leader dell’ultradestra e presidente del parlamento Andriy Parubiy, emenda la sua Costituzione includendovi l’impegno ad entrare nell’Unione Europea e nella NATO. Il Preambolo enuncia «il corso irreversibile dell’Ucraina verso l’integrazione euro-atlantica»; gli Articoli 85 e 116 dispongono che compito fondamentale del parlamento e del governo è «ottenere la piena appartenenza dell’Ucraina alla Nato e alla Ue». L’Articolo 102 stabilisce che «il presidente dell’Ucraina è il garante del corso strategico dello Stato per ottenere la piena appartenenza alla Nato e alla Ue». Insomma, un partito, un politico, chiunque non volesse tale adesione, si porrebbe automaticamente fuori dalla Costituzione. La Russia protesta con veemenza.

La tensione internazionale sale a livelli mai visti prima. La faglia si muove, la linea rossa si spinge fino alle porte del Cremlino, la molla viene compressa come mai nella storia recente: basta pochissimo perché possa scattare.

Anni di ossessione.

È durante la doppia Presidenza Obama 2009-2017, con vicepresidente Joe Biden, lo avrete notato, che accadono molte delle vicende delle quali abbiamo parlato. Le relazioni tra Usa e Russia in quel periodo si deteriorano sempre più. Si tratta di una vera ossessione reciproca, fatta di reciproche ritorsioni, di reciproche espulsioni di diplomatici e con reciproche accuse di imperialismo, reciproche accuse di hackeraggio, reciproche accuse di interferenze negli affari interni, fino a quando un ormai dimissionario Obama dice chiaramente che da Mosca si è influenzata la elezione presidenziale che ha portato alla vittoria di Donald Trump. In Usa e occidente quella della propaganda russa diventa un’ossessione, così come in Russia si vive l’ossessione dell’accerchiamento.

È quindi naturale che l’avvento alla Casa Bianca di Trump, che presto renderà nota la sua dottrina di disimpegno della e dalla Nato, sia visto da Puntin e dal suo governo come un possibile punto di ripartenza, e in base a questo dal Cremlino giungano segnali concilianti, ricambiati con piacere dal neo-presidente USA. Questo provoca ancor più sospetto nell’opinione pubblica americana ed europea, e di conseguenza provoca un irrigidimento bipartisan del Congresso: Repubblicani e Democratici votano compattamente per sanzioni ancor più dure verso la nazione avversaria, mentre i vertici vis a vis tra Putin e Trump ad Amburgo e ad Helsinki si risolvono in un nulla di fatto, anzi, in un aumento della diffidenza reciproca, tanto è vero che Trump rifiuta di incontrare il suo omologo a margine del G20 in Argentina: ormai i due non hanno più niente da dirsi, o da offrirsi. Anzi, l’amministrazione repubblicana americana effettua due strappi violenti e negativamente significativi: ritirano gli USA da due importanti trattati, l’INF sui missili a medio e corto raggio e l’Open Sky, un patto di mutua osservazione aerea. E così l’Ucraina torna ad essere quella “terra di confine” di sempre, quella terra tra due mondi opposti ed ostili; infatti nel 2018 ricomincia massicciamente l’invio di armi (armi sempre più sofisticate e potenti) al governo di Kiev, compresi i temibili missili Javelin e modernissimi carri armati. Il Congresso vota “con entusiasmo” queste forniture, ma non può ignorare quanto e come la politica ucraina sia influenzata da partiti e formazioni di ultradestra, talmente pericolosi e violenti che, nella legge sulla consegna degli armamenti, il parlamento americano fa mettere la clausola che essi non finiscano nelle mani proprio di quelle formazioni; tra di esse, il Battaglione Azov[10].

Così, mentre le armi americane giungono in Ucraina, riprendono violentissimi i combattimenti in Donbass. E la situazione degenera un po’ ovunque: una relazione dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti dell’Uomo descrive e documenta violazioni e abusi, soprusi e violenze sia nelle zone controllate dai filorussi, sia in tutto il resto dell’Ucraina, Kiev compresa, violazioni compiute tanto dai russi occupanti la Crimea, tanto dai separatista del Donbass, tanto dal governo Ucraino, tanto da quelle milizie neonaziste che scorrazzano liberamente ed impunemente nel Paese. Le vittime? Le solite di tutte le ossessioni autoritarie: oppositori, giornalisti, minoranze etniche, omosessuali, attiviste femministe… poco si parla di tutto questo, in Italia ed in Europa, ma il rapporto è durissimo. 

Come se non bastasse, la NATO compie esercitazioni navali nel Mar Nero e… esercitazioni militari propriamente sul territorio ucraino, assieme all’esercito ucraino stesso, che risulta essere addestrato proprio dall’Alleanza Atlantica. Un’altra compressione di quella molla già ipercompressa. L’odio monta, si autoalimenta, e le elezioni del maggio 2019 in Ucraina sono un po’ lo specchio di una nazione stanca e sfiduciata, perché, contro ogni previsione, vince le presidenziali e poi le legislative un personaggio del tutto nuovo alla politica, quello che si direbbe un populista, l’attore comico Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, che noi da adesso in poi chiameremo, italianizzando la grafia, Volodymyr Zelensky.

Tentativi, errori, conseguenze.

Zelensky conduce una campagna elettorale promettendo di risolvere la crisi del Donbass e vince anche per questo. Essendo il suo piano piuttosto ambiguo, raccoglie i voti sia di chi è stanco della guerra e chiede un compromesso per uscirne, sia di chi al contrario vede la soluzione solo con una netta sconfitta dei separatisti. Una volta al potere, si accorge di come sia difficile gestire l’emergenza. Il fatto è che Zelensky si trova non fra due, ma fra quattro fuochi: il primo è rappresentato dagli ultranazionalisti di destra, con le loro milizie sempre più potenti, e da quell’area neonazista alla quale essi attingono: non sono tantissimi, numericamente, ma sono pericolosamente attivi. Insomma, fanno paura, e se il loro appoggio è un rospo da ingoiare, la loro avversione sarebbe devastante. Il secondo fuoco è rappresentato all’esatto opposto dai pacifisti e dai russofoni, che si sentono sempre più a disagio in una Ucraina oltranzista. Il terzo fuoco è la Nato e tutto l’apparato, come dire, consolidato, l’establishment americano, che, come una sirena omerica, chiama e incita, manda armi e rassicura, promette e allarma, insomma quell’apparato che vuole assorbire l’Ucraina e farne una sua propaggine. Il quarto fuoco è la variabile impazzita Donald Trump, che da un lato fornisce poderosi armamenti, e dall’altro vuole invece ritirare le truppe USA entro i confini nazionali, da una parte chiede compromessi con Putin, dall’altra vorrebbe essere colui che lo rimette in riga. E poi c’è il pasticciaccio bbrutto della vicenda del figlio di Biden e delle richieste di Trump… ne riparleremo, ma ora ci limiteremo a constatare che quando la faglia, la linea rossa, subisce una spinta oltre il contenibile [con mezzi normali], ben poco può una politica indecisa e ondivaga nell’invertirne la tendenza. Il risultato è che più Zelensky chiede di trattare e addivenire ad un accordo con Putin, più la presenza armata della NATO si fa massiccia; più Zelensky prospetta la pace, più il suo esercito è coinvolto in ostentate manovre ed esercitazioni coi paesi del Patto Atlantico. E forse l’ex comico va un po’ nel panico. Come abbiamo visto, la presidenza di Zelensky inizia sotto buoni auspici. Ma la combinazione degli eventi la spinge verso imprevedibili destini. Da uomo di spettacolo (e da ricco possidente), egli intende affrontare i gravi conflitti del suo Paese in modo personalistico e – appunto – spettacolare: auspica un incontro vis à vis con Putin, con la speranza di risolvere tutto lui, laddove i suoi corrotti e incapaci predecessori, contro i quali si era candidato, avevano fallito. Ma Putin si concede solo per qualche telefonata. Zelensky diventa nervoso: i nazionalisti lo incalzano, le leggi anti-oligrachi richieste dalla UE non hanno l’impatto voluto, l’opinione pubblica inizia a mostrare segni di sfiducia e delusione… Non gli resta che affidarsi ai buoni propositi di Macron, grazie al quale finalmente Volodymyr incontra Vladimir. È il 19 dicembre 2019, Parigi. Attorno ad un tavolo siedono il padrone di casa Macron, la cancelliera Merkel e i due presidenti dell’est. Zelensky accusa la Russia di non aver ritirato le truppe dal Donbass; Putin risponde che non ci sono suoi soldati sul territorio, e che chi legittimamente combatte è solo la popolazione separatista, ma accusa a sua volta l’Ucraina di utilizzare mercenari stranieri. Il vertice finisce male, con Putin che se ne va salutando i leaders occidentali ma rifiutandosi di stringere la mano a Zelensky. I due non si vedranno mai più.

Note:
  1. I media italiani ed internazionali si ostinano a chiamarla “piazza Maidan”; ma maidan non è un nome proprio, vuol dire semplicemente piazza[↩ torna su]
  2. Le fonti, su questo dato, sono troppe e troppo incerte: si passa da un numero di 80 morti fino a 700, con proporzioni variabili tra forze dell’ordine, manifestanti pro-occidentali e contromanifestanti filorussi.[↩ torna su]
  3. In particolare ha suscitato un dibattito aspro e ad ogni livello (giornalistico, politico e diplomatico) la questione dei “cecchini georgiani”: secondo un documentario trasmesso da Matrix, su Canale5 il 15 novembre 2017, a sparare sarebbero stati, tra gli altri, tre ex ufficiali dell’esercito georgiano, appositamente ingaggiati per creare caos e panico dagli USA. I tre (Alexander Revazishvili , Koba Nergadze e Zalogi Kvaratskhelia) raccontano, con dovizia di particolari, la loro terribile missione, e accusano esplicitamente servizi ed esercito americani di aver organizzato la carneficina in collaborazione con Saak’ashvili. Tale documentario ha subito una lunga serie di analisi di debunkers un po’ ovunque nel mondo, che lo hanno classificato come una pericolosa fake news.[↩ torna su]
  4. A soprassedere ad accordi e patti erano presenti tra gli altri i ministri degli esteri Sikorski della Polonia, Fabius della Francia e Steinmeier della Germania.[↩ torna su]
  5. Nel 2015, l’Isis piazza un ordigno su un aereo di linea russo, che esplode sul Sinai: 244 morti. Nel 2017, l’Isis fa esplodere una bomba nella metropolitana di San Pietroburgo: 14 morti. Nel 2018 attentatori solitari attaccano chiese e passanti in varie località: almeno 8 morti.[↩ torna su]
  6. In particolare per la terribile fine di Kalhed Al Asaad, il direttore dei locali beni archeologici, torturato e ucciso sulla piazza di fronte al Museo della città nuova di Palmira; in seguito il suo corpo decapitato fu esposto al pubblico, appeso a una colonna. [↩ torna su]
  7. Lo Sputnik ed i suoi omologhi russi e cinesi, così come quelli cubani e di altri Paesi non sono mai neanche stati presi in considerazione, dall’Occidente. Anzi, a dire il vero, gli unici vaccini ammessi e distribuiti sono stati quelli americani, Pfizer e Moderna. Persino il vaccino europeo Astrazeneca ha avuto cattiva sorte: mai ammesso in America, è stato via via ritirato e dimenticato ovunque.
    Le critiche ed i dubbi tutti occidentali sull’efficacia dello Sputnik e degli altri prodotti non americani vengono smentiti dalla mera analisi dei dati: non solo i Paesi – e sono molti – che li hanno adottati non hanno avuto emergenze pandemiche, in termini di morti o ricoveri, peggiori della media mondiale, ma sono proprio i paesi europei e gli Usa che hanno registrato numeri altissimi di decessi e internamenti in terapia intensiva, nonostante misure di lockdown tra le più severe al mondo.[↩ torna su]
  8. L’altra candidata era Julia Timoshenko[↩ torna su]
  9. La nomina di Saak’ahsvili getta un’ombra di inquietudine sui fatti di Maidan relativamente alle voci sui cecchini georgiani (cit. nota 23). Sarebbe interessante mettere a confronto le versioni dei responsabili e dei protagonisti dell’epoca ma… Saak’ahsvili è stato in galera in Georgia con gravi accuse, e privato della cittadinanza. Liberato, è oggi ricercato dalle autorità. In seguito, entrato in contrasto con Poroshenko, è stato privato anche della nazionalità ucraina, rimanendo apolide. Nel 2019 però è tornato in Ucraina dopo che Zelensky gli ha riconcesso la cittadinanza. Yanukovic si trova in una sorta di esilio forzato in Russia, non propriamente libero di agire e parlare; in quanto a Poroshenko, dopo la sua sconfitta contro Zelensky è stato messo sotto accusa per “alto tradimento” e corruzione, e, nel 2019, è fuggito in Turchia e poi in Polonia. Nonostante le accuse non siano cadute, è tornato in patria nel gennaio del 2022, ed è sottoposto a divieto d’espratrio. Insomma, conoscere la verità appare molto arduo[↩ torna su]
  10. Il ministro degli Interni, ad esempio, era Arsen Avakov, che controllava la polizia e la Guardia nazionale, aveva una storia di forti legami col Battaglione Azov, e infatti assegnò alti incarichi a due esponenti di spicco di tale organizzazione noti per le loro simpatie neo-naziste, Vadim Troyan e Sergei Korotkykh[↩ torna su]