Le sanzioni alla Russia. Una eventuale vittoria di Pirro?

di Marco Ottanelli

La campagna elettorale langue e si avvia a concludersi in modo ancor più confuso di quanto sia iniziata. Le uniche occasioni di confronto tra i cosiddetti leaders sono state, facciamoci caso, in due ambienti estremamente settoriali, il Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, e il Forum Ambrosetti dei top manager e industriali di Cernobbio. Due élites ben distinte e anche ben lontane dagli interessi e dalle necessità della stragrande maggioranza di noi, gente normale, ma che su tutti e tutto hanno una fortissima influenza.

Ad entrambe hanno partecipato tutti i capi di partito, esclusi Matteo Renzi (per una scelta strategica) e Giuseppe Conte, non invitato al primo  evento e “confinato” in videoconferenza al secondo. L’unico tema che ha smosso il dibattito e animato la contesa è stato quello relativo alle sanzioni comminate alla Russia. In particolare Salvini ha chiesto, non che fossero abolite tout cour, ma modificate in senso meno dannoso per l’Italia. Apriti cielo! Ciò è bastato per scatenare un putiferio politico-giornalistico contro il segretario della Lega. Eppure egli non è il solo, tanto in Italia quanto in Europa, a credere che le sanzioni siano un errore e che quindi vadano ripensate e non inasprite. Lo credono politici, intellettuali ed economisti di destra, di centro e di sinistra, ma, ammettiamolo, la loro voce è un po’ soffocata, in questo periodo così fieramente guerriero.

La questione, al di là di chi la sollevi (si leggano gli articoli in tal senso de Il Manifesto) è però da esaminare in modo oggettivo: scattate ormai quasi otto mesi fa per colpire l’economia russa e la sua macchina da guerra, quali conseguenze hanno portato le sanzioni? E in prospettiva, è giusto e conveniente continuare su quella strada, o stiamo sbagliando qualcosa?

Analizziamo alcuni dati. Pur non essendo tutto riconducibile né alle sanzioni né all’invasione dell’Ucraina, in Europa Occidentale siamo a questo punto:

1.  il prezzo delle materie prime continua a salire, tanto di quelle alimentari (grano, olio, persino l’acqua!) quanto di quelle minerali;
2. continua a salire anche il prezzo dei semilavorati (barre metalliche, ferrame, acciaio, tessuti, plastiche, laterizi) come dei più raffinati prodotti finiti (chip e schede elettroniche, strumenti di precisione, ottica e chimica);
3. l’inflazione ha raggiunto i suoi massimi da quaranta anni;
4  l’Euro ha raggiunto i suoi minimi da vent’anni, praticamente da quando esiste;
5. le borse europee stanno subendo crolli drammatici, mettendo a serio rischio bilanci industriali e bancari;
6. i titoli di stato sono anch’essi precipitati, impoverendo di colpo sia grossi istituti finanziari, sia fondi pensione e sanitari, sia milioni di privati cittadini che per anni son stati invogliati al risparmio;
7. gas e petrolio hanno oscillazioni ormai completamente fuori controllo; nonostante tali prodotti siano largamente disponibili, la speculazione ha gioco facile nel far impennare i prezzi oltre ogni limite logico di mercato;
8. i cittadini europei, tra inflazione, bollette e assottigliamento dei risparmi, non solo rischiano di precipitare nella povertà, ma si vedranno anche razionare luce e riscaldamento.

Dall’altra parte della barricata, la Russia.

L’impatto finanziario a breve termine delle sanzioni sull’economia russa è stato notevole, ma sembra essersi dissipato da maggio. E sta continuando a dissolversi. Le ragioni sono molte: La Banca centrale russa (BCR) ha dato priorità alla stabilizzazione del tasso di cambio dopo la prima ondata di sanzioni, che ha comportato il congelamento di circa la metà delle riserve internazionali della banca centrale. La BCR ha imposto controlli sui capitali e aumentato i tassi di interesse. Il rublo è sceso di oltre il 40% rispetto al dollaro dopo l’invasione, ma si è poi rafforzato al di sopra del livello prebellico alla fine di aprile, pur non essendo più una valuta completamente convertibile. E l’euro crolla…

il Rublo, dopo un momento di debolezza, si è rafforzato sia nei confronti dell’Euro (a destra) sia nei confronti del Dollaro (a sinistra)
cambio dollaro-euro
contemporaneamente, il Dollaro si è molto apprezzato verso il nostro Euro

La BCR ha raddoppiato il tasso d’interesse di riferimento al 20% dopo l’inizio della guerra, ma dopo la metà di aprile ha iniziato a ridurlo gradualmente. A metà giugno, il tasso e la liquidità del settore bancario erano tornati ai livelli prebellici.

La maggior parte degli analisti prevede una contrazione del PIL russo di circa il 10% quest’anno e dell’1,5% l’anno prossimo. L’indice ufficiale dei prezzi al consumo della Russia è balzato di quasi l’11% da metà febbraio a inizio maggio. Da allora è rimasto pressoché invariato, probabilmente in parte perché il rafforzamento del rublo ha contribuito a mantenere bassi i costi delle importazioni, anche in caso di scarsità. Da noi invece l’inflazione galoppa. Gli indici dei responsabili degli acquisti mostrano che il settore dei servizi russo ha subito una forte contrazione a marzo e ha continuato a registrare una modesta contrazione a maggio; il settore manifatturiero ha registrato un calo minore a marzo e sembra essersi espanso a maggio.

La riduzione dell’accesso alle tecnologie importate, combinata con l’esodo delle aziende straniere e dei lavoratori russi qualificati, sarà un freno a lungo termine per l’economia russa. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti sostiene che le esportazioni globali di chip verso la Russia sono diminuite del 90%, con 38 Paesi che hanno imposto controlli sulle esportazioni. Molte aziende straniere si stanno “autosanzionando”, riducendo le operazioni o lasciando la Russia, anche se non richiesto dalla legge.  Ma anche su questo decisivo aspetto le cose hanno cominciato a cambiare da giugno in poi, avendo la Russia trovato comodi modi di commerciare in tecnologia tramite quei paesi che non applicano le sanzioni, ove avvengono colossali triangolazioni. Dobbiamo sempre fare riferimento agli ultimi mesi, per capire il trend: le esportazioni turche verso la Russia sono cresciute del 46% su base annua in termini di valore nel periodo maggio-luglio. I dati compilati dal Ministero del Commercio turco e dall’Istituto di Statistica turco, TurkStat, hanno mostrato che il valore delle esportazioni è aumentato di 642 milioni di dollari, raggiungendo i 2,04 miliardi di dollari. Le esportazioni turche in Russia a luglio sono ulteriormente aumentate del 75% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 730 milioni di dollari, con una rapida espansione del commercio di veicoli di cui il ministro dei trasporti turco si è apertamente vantato. È ovvio che per giustificare una simile impennata, non tutte le merci siano made in Turkey

il corrispondente da Istanbul dell’Huffington Post la sa lunga sull’argomento

L’avanzo delle partite correnti (cioè la posizione netta di una economia nei confronti del resto del mondo) ha raggiunto il record di 138,5 miliardi di dollari da gennaio a giugno. Questo dato riflette l’aumento del valore delle esportazioni di materie prime combinato con la riduzione delle importazioni. Le quali importazione,  che erano diminuite drasticamente in marzo e aprile, si sono ultimamente assestate ad un -18%; molto, ma non tragico. Questo sta però influenzando la produzione industriale, anche di attrezzature militari, ma tutto dipende dalla apertura di nuove vie commerciali. I dati ufficiali del settore manifatturiero russo indicano una modesta contrazione ad aprile, ma con una produzione di automobili in calo dell’85% rispetto all’anno precedente, a causa della mancanza di input stranieri.

Ma dunque, le sanzioni stanno indebolendo la capacità di Mosca di finanziare il suo sforzo bellico?

Sebbene le sanzioni abbiano congelato la maggior parte dei beni russi all’estero, la Russia continua a ricevere entrate dalle sue esportazioni di energia. Quelle da petrolio e gas hanno rappresentato il 47% delle entrate federali russe da gennaio a maggio di quest’anno, anche se la produzione petrolifera è diminuita ad aprile. Le entrate da petrolio e gas, tuttavia, sono aumentate dell’80%. La Russia continua a guadagnare circa 1 miliardo di dollari al giorno in entrate da esportazioni di petrolio e gas, di cui circa la metà confluisce direttamente nelle casse di Mosca. A titolo di confronto, i dati fiscali russi indicano che Mosca ha speso 325 milioni di dollari al giorno per le spese militari in aprile, gli ultimi dati disponibili. 

I proventi del petrolio e del gas attenuano la necessità di Mosca di attingere ad altre risorse interne per ottenere entrate. La riduzione delle esportazioni di energia non sarebbe immediatamente fatale per la posizione fiscale di Mosca, in quanto il bilancio del governo russo era solido all’inizio della guerra, con un debito pubblico di 284 miliardi di dollari, pari a solo il 16% del PIL del 2021.  A titolo di comparazione, il debito pubblico italiano è arrivato, a giugno, a 2.766 miliardi (nuovo record) ed è il 155% del PIL. Le sanzioni impediscono al governo russo di contrarre prestiti sui mercati internazionali, ma – nonostante il clamore per un potenziale default dei titoli di Stato russi – Mosca non faceva affidamento su prestiti esterni nemmeno prima della guerra. L’anno scorso il governo russo aveva un debito estero di soli 62 miliardi di dollari, di cui solo un terzo in valuta estera. Inoltre, il National Wealth Fund russo, che riceve le entrate in eccesso da petrolio e gas, ha quasi 200 miliardi di dollari in attività, metà dei quali in rubli, renminbi (la valuta cinese nel suo complesso) e oro largamente riutilizzabili.

Mentre le economie avanzate dell’Occidente sostengono le sanzioni, le economie dei mercati emergenti o in via di sviluppo in genere vi si oppongono. Tuttavia, finora ci sono pochi segnali di violazione delle sanzioni, anche da parte delle imprese cinesi, poiché le aziende dei Paesi terzi temono sanzioni secondarie. Le banche, come quelle indiane, sono state caute nell’effettuare transazioni con le banche russe sanzionate, anche se per scambi energetici consentiti. Ma questo rischia di creare un immenso fronte antioccidentale planetario.

La Cina, primo partner commerciale della Russia lo scorso anno, ha registrato un calo del 42% delle esportazioni verso la Russia in dollari da marzo a maggio rispetto ai tre mesi precedenti. Altre importanti economie di mercato emergenti sono in procinto di registrare cali simili, ad eccezione della Turchia, le cui esportazioni hanno registrato una ripresa in aprile. Ma questi cali sono ben poco rilevanti: la verità è che molti paesi commerciano con la Russia nella propria valuta per evitare il dollaro: l’India ha rinnovato la proposta di regolare gli scambi con la Russia in rupie indiane per evitare sanzioni in dollari, dato che l’India continua a cercare petrolio e armi russe. Il commercio della coppia di valute rublo/yuan è salito a circa 4 miliardi di dollari a maggio.

La Cina e l’India sono stati i due principali acquirenti di petrolio russo trasportato via mare che senza le sanzioni sarebbe andato in Europa. Quasi la metà del petrolio russo imbarcato sulle navi cisterna è ora destinato all’Asia e il volume complessivo delle esportazioni russe di petrolio via mare è rimasto costante. Gli importatori stanno approfittando dello sconto di 35 dollari al barile sul greggio russo, che compensa l’aumento del prezzo del petrolio globale dall’inizio della guerra. A maggio, la Russia ha superato l’Arabia Saudita diventando la prima fonte di petrolio della Cina. I raffinatori indiani stanno cercando un contratto di sei mesi ed oltre per aumentare le importazioni di petrolio dalla Russia. 

E mentre l’Europa subisce, gli USA si arricchiscono. Il blocco delle importazioni di gas russo ha comportato per la UE l’acquisto, tanto nell’immediato quanto in contratti per il futuro, del carissimo gas americano. Carissimo perché deve essere prima liquefatto, poi trasportato con navi a pressione e poi rigassificato, il che aumenta il suo prezzo di circa il 50% rispetto a quello che viaggia nei gasdotti. L’avvio della costruzione di nuovi rigassificatori, costruzione che comporta investimento per centinaia di milioni, induce a pensare che questo flusso di importazioni sia destinato a durare  e crescere nei prossimi decenni.  E carissimo perché il dollaro rispetto all’euro è salito di oltre il 30%, il che vuol dire che dobbiamo versare nelle casse statunitensi il 30% in più della nostra moneta ogni volta che compriamo qualcosa da loro.

Le sanzioni economiche sono una decisione politica. Con i prezzi delle materie prime già elevati e l’inflazione negli Stati Uniti ai massimi da 40 anni, è improbabile che Washington intraprenda azioni che peggiorino l’inflazione, soprattutto in vista delle elezioni americane di novembre. La Casa Bianca ha riconosciuto che l’inflazione è la sua massima priorità. Gli obiettivi interni e internazionali si sono scontrati, soprattutto a Washington, ed è probabile che le priorità interne prevalgano. Questo significa, in definitiva, che l’amministrazione Biden sta studiando bene le misure da prendere contro la Russia in modo che non sfiorino la nuova ricchezza locale. Perché di ricchezza si sta parlando: mentre da noi i prezzi sono senza freni, negli USA l’inflazione ha già cominciato a rallentare. A giugno, tanto per parlare dei maggiori indicatori, il prezzo del grano è diminuito del 37%; quello del mais è sceso del 27%; la benzina ha fatto un – 10% e i noli marittimi dall’Asia verso i porti della California (il grande commercio) hanno quotato un  -11.4%

Tutto ciò comporta che vi sia una grande liquidità a disposizione di imprese e cittadini, che compensa fin quasi ad annullare la stretta monetaria della FED. Non per nulla, il tasso di disoccupazione, così immediatamente legato proprio alle politiche restrittive, è al sui minimo storico, al 3,5%

Gli Utili delle società quotate in borsa in America per il secondo trimestre 2022 hanno registrato un clamoroso +9.1% (tanto più clamoroso in quanto le aspettative erano di un -2,8% prima della guerra)

Sono aumentati, e stanno aumentando, tre importantissimi indici di benessere: gli ordinativi dell’industria; la spese dei consumi privati, e, in queste, quella per i beni durevoli.

Ci fermiamo qua e proviamo a fare un bilancio generale: al di là delle posizioni dei singoli partiti  italiani e dei governi dell’Unione Europea, e senza voler indugiare nella ipotesi, ipotesi che sottotraccia corre comunque in molti ambienti, di una volontà americana di ledere l’economia e la sovranità europee, dobbiamo ammettere che in questo modo le sanzioni non stanno raggiungendo il loro obiettivo e non sono utili allo scopo per le quali sono state imposte. Non si tratta di rispondere alla pur legittima questione “sono giuste, opportune, o no?” ma a quella di carattere meramente oggettivo “stanno funzionando come devono? E quanto danneggiano il nostro Paese?”. La risposta, pensiamo di averla data. Perseverare nell’applicare un metodo quand’esso si dimostra non solo inutile ma dannoso, non è solo sciocco e superficiale, è pericolosamente irresponsabile. Siamo stupefatti che l’elenco delle sanzioni stilate a Washington e riprese più o meno identicamente a Bruxelles sia assurto al livello di Tavole della Legge, intoccabili e immutabili, la cui contraddizione costituisce bestemmia e sacrilegio. Ci sentiamo, nel nostro piccolo, di chiedere a chi ci governa di riflettere, dati alla mano, e correggere, mutare, rimediare là dove possibile, prima che sia troppo tardi.

 NOTA: contro i dubbi di Salvini (che ha definito “ignorante e in malafede” in un suo tweet, l’ennesimo avverso al leader della Lega) si è espresso l’economista Carnevale Maffè, professore alla Bocconi e in molti istituti americani, oltre che collaboratore per il Gruppo Gedi, il Corriere della Sera, Mediaset ed Il Foglio. Maffè sostiene che dire che le sanzioni non stiano danneggiando la Russia sia appunto da ignoranti e da gente in malafede, e non ha esitato a dar del putiniano a chiunque, su tweeter, contestasse le sue opinioni. Prendiamo atto che tra i putiniani finiremo anche noi, e, lungi dal voler difendere Putin, Salvini o qualche negazionista fanatico, ci inchiniamo alla sapienza del professore e alla sua cultura di economista. Ciononostante, ci permettiamo di discutere le sue sicurezza, avendo letto le documentazioni che il professore ha citato e linkato per dimostrare che la Russia è con l’acqua alla gola due documenti, una relazione di Alexander Morozov, ed uno studio della Yale School of Managmen.
Il primo è interessantissimo soprattutto per l’autore: Morozov è uno dei componenti del Dipartimento di Ricerca e Previsioni della stessa Banca Centrale Russa. Il documento è ben drammatico, e il Foglio lo ha pubblicato in italiano immediatamente. Ha però, a nostro avviso, una caratteristica che ne inficia la funzione di prova della fine della Russia: è (come da programma dell’Istituto diretto da Morozov) una visione in prospettiva, che divide l’impatto delle sanzioni in quattro fasi. Nelle prime, naturalmente, la BCR immagina grosse difficoltà; ma nella fase finale, la quarta, si prevede un ritorno alla normalità e persino grandi  “opportunità di esportazioni su larga scala di prodotti ad alto valore aggiunto e di incursione attiva in nuovi mercati”. Insomma, il Dipartimento della BCR non sostiene che le sanzioni stiano funzionando nel bloccare la guerra o distruggere l’economia russa: immagina un futuro possibile e ne indica criticità e opportunità.
Il secondo è una ricerca che invece tende a provare proprio che le sanzioni stanno distruggendo l’economia russa e di conseguenza fermeranno la guerra. Ci son tanti dati e grafici e cifre e percentuali che lo dimostrerebbero.  Però ci sentiamo di fare un paio di appunti anche su questo. Innanzi tutto, è uno studio ormai datato: si ferma agli elementi e alle informazioni disponibili ad aprile scorso. Come abbiamo riportato, lo studio al quale facciamo riferimento nel nostro articolo ha proprio dimostrato che, dopo la fase inziale, dopo aprile-maggio, l’economia ed il sistema industriale russi hanno ripreso a correre, o almeno a camminare. L’altro dubbio ci viene dalla committenza e dalle collaborazioni avute dalla Yale School of Managment, e cioè: il dipartimento di investimenti dell’Unione della Banche Svizzere; la Bank of America; la JP Morgan e la Morgan Stanley. Ci verrebbe da dire: la summa mondiale del capitalismo speculativo ultraliberista. Che forse ha sempre ragione, ma forse… No.
In ogni modo, quando si tratta di sottolineare le difficoltà della Russia, i testi citati da Maffè insistono principalmente sul calo del PIL dell’11% il primo anno (ma solo dell’1,5% il secondo…) e sul crollo della produzione di beni di consumo come le automobili. Avendo citato le stesse cifre, la prendiamo come una conferma delle analisi da noi riportate; sono previsioni sicuramente molto negative per Mosca, ma allo stesso tempo, a nostro avviso, del tutto indifferenti nel conseguire lo scopo conclamato delle sanzioni: costringere la Russia a fermare la guerra, trattare, arrendersi. Perchè poi, diciamocelo chiaramente: da quelle comminate all’Italia nel 1936 a quelle imposte da 60 anni a Cuba, fino a quelle severissime contro l’Iran, ci sono mai state sanzioni che abbiano funzionato, raggiunto lo scopo, fermato un dittatore, abbattuto un regime, perpetrato la pace (per quanto riguarda l’Iraq, le sanzioni furono propedeutiche alle guerra!). Insomma, se il sign. Rossi deve pagare le sanzioni nei termini in cui le sta pagando per impedire al sign. Popov di comprare l’auto nuova quest’anno, e consideriamo ciò una vittoria, beh, come vittoria ci ricorda molto quella di Pirro.

POSTILLA: a proposito di gas  e affari con la Russia, vi consigliamo la lettura di questo nostro vecchio articolo… Le soprese non mancano mai!

 

DATI E INFORMAZIONI TRATTI DALLE SEGUENTI FONTI:

“previsioni sull’andamento dell’economia americana” a cura della società di consulenza finanziaria ExportUSA Corp.  New York

Center for strategic and international studies, Washington

ISPI

 


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