Vincono le destre. Cosa cambia in Scandinavia

di Marco Ottanelli

Nello spazio di pochi mesi, le elezioni in Svezia ed in Finlandia hanno visto la sconfitta  delle due ormai ex prime ministre, Magdalena Andersson e Sanna Marin. Visto il nuovo ruolo internazionale delle due nazioni scandinave, l’attenzione mondiale sul destino dei loro governi è stata insolitamente alta. Esaminiamo in sintesi cosa cambia (per loro e per noi) alla luce di questi risultati.

Svezia

Nel Regno di Svezia si è votato l’11 settembre 2022 per il rinnovo del parlamento unicamerale (il Riksdag). Le precedenti elezioni del 2018 avevano visto i socialdemocratici guidati da Stefan Lofven raccogliere il 28% dei suffragi, ma, essendo la legge elettorale svedese fortemente proporzionale, e non prevedendo quindi premi e seggi regalati di sorta, per formare il governo Lofven ha dovuto contare su una debole coalizione di centro-sinistra, caratterizza da una insolta (per il suo Paese) instabilità e che nel 2021 lo ha sfiduciato. Per non andare ad elezioni anticipate in un periodo emergenziale come era il ’21, il Riksdag ha eletto nuova prima ministra Magdalena Andersson a capo di un governo di minoranza sostenuto solo dal partito socialdemocratico ma con la astensione più o meno benevola di verdi, centro e sinistra. La Andersson è una economista, ed è stata l’ennesimo caso negli ultimi anni di capo di governo di un Paese dell’Unione Europea e/o della Nato che si sia formato in una università statunitense (Harvard, nello specifico). Sarà una coincidenza, ma è lei, a seguito della aggressione russa all’Ucraina, a dismettere la neutralità svedese (neutralità in vigore dal 1812!) e a chiedere l’adesione alla NATO.

il 30% non basta

Da questo punto di vista, il Paese sembra essere stato con lei: gli svedesi, a giudicare da sondaggi e inchieste, plaudono alla [clamorosa] iniziativa. D’altronde erano decenni che esercito, marina, aviazione e servizi segreti svedesi collaboravano con l’alleanza atlantica in grandi manovre militari e in un processo di integrazione sempre più intenso. Quanto forte sia tale integrazione è emerso molto recentemente con la vicenda del Nord Stream, il gasdotto russo posato sul fondo del Baltico e fatto esplodere (ormai è certo) da un commando occidentale: la Svezia, competente territorialmente, ha blindato le indagini e coperto con un segreto totale le risultanze delle stesse, oscurando la sua tradizione di trasparenza e permeabilità democratica.1

Ma evidentemente va bene così, dato che alle elezioni del 2022 i cittadini hanno premiato tale condotta, portando il Partito Socialdemocratico al 30,3 % . Eppure, neanche questo è bastato per la riconferma, perché l’opposizione di destra ha ottenuto 176 seggi contro i 173 del blocco di sinistra guidato dalla premier. La conseguenza naturale è che il governo è andato al leader delle destre, Ulf Kristersson.

Non è certo il primo governo di destra nella storia della Svezia, ma questa volta l’asse del Paese s’è spostato decisamente, poiché, pur non facendo formalmente parte (cioè non avendo ministri) dell’esecutivo, costituto da Moderati, Cristiano Democratici e Liberali, sono nella maggioranza anche i “Democratici Svedesi”, uno di quei partiti definiti – talvolta semplicisticamente – oltranzisti, populisti e sovranisti.

La storia recente dei Sverigedemokraterna è interessante: nati dal convergere di gruppi esplicitamente neofascisti e neonazisti hanno avviato una severa e rigorosa opera di ripulitura, distanziandosi da quelle ideologie ed espellendo anzi tutti i membri del partito che manifestassero simpatie di tal genere. Hanno rinnovato la classe dirigente, che ora ha un’età media molto bassa, e hanno abbracciato – più che un vetusto nazionalismo- uno svedesimo orgoglioso tanto delle tradizioni quanto dei progressi raggiunti dalla loro patria: sono infatti sì tendenzialmente difensori dell’identità propria svedese luterana e culturalmente definita, ma sono anche a favore di un netto ambientalismo2, sono a favore del matrimonio ugualitario e delle adozioni a singoli e coppie gay, pur contrastando la fecondazione eterologa, e sono contrari ad ogni forma di razzismo e discriminazione.

Però sono assolutamente, esplicitamente, fermamente contrari al multiculturalismo, alla immigrazione (ovviamente si parla di immigrazione legale, regolare: quella clandestina non è presa neanche come ipotesi; nei paesi del nord Europa l’accoglienza è generosa, ma rigorosa, destra o sinistra che sia, entrano solo i regolari e gli aventi diritto) e soprattutto alla immigrazione da paesi musulmani e con tradizioni culturali lontane da quelle locali. Non per niente, nelle regioni meridionali della Svezia, dove la presenza di grosse comunità islamiche ha creato forti tensioni, gli Sverigedemokraterna hanno preso il 50-60% dei voti.

Hanno inoltre un atteggiamento assai critico nei confronti dell’Unione Europea e dei suoi processi di integrazione, ma non sono sovranisti nel senso classico del termine, sono piuttosto propensi ad un panscandinaviso politico-economico-culturale.

Dal punto di vista della politica estera, l’attacco russo a Kiev ha provocato un ribaltamento a 180° delle posizioni nei confronti della Nato dei DS: contrarissimi ed anzi ostili alla Alleanza Atlantica, da quando i carrarmati di Putin si sono mossi, i leaders del partito hanno velocemente assunto una posizione prima possibilista, poi sempre più convinta verso la Nato. Nonostante i dubbi di qualche militante e nonostante qualche dissidenza ed abbandono, i DS si sono detti favorevoli al grande passo; ciò in coerenza con la loro fortissima solidarietà nei confronti dell’Ucraina, che hanno chiesto di sostenere militarmente fin da subito.

Di fatto, il Parlamento svedese ha approvato l’adesione alla Nato a grandissima maggioranza, con soli 37 voti contrari (quelli dei Verdi e della sinistra) su 349; si tratta di una decisione storica che ha visto tutte le tradizioni pacifiste e neutraliste sia di destra che di sinistra convertirsi più o meno rapidamente e che ha sgonfiato un po’ quell’orgoglio indipendentista, quasi autarchico (che chiunque avrà notato visitando Stoccolma) che sempre ha caratterizzato gli svedesi. Orgoglio che deve piegarsi anche alle bizze e alle richieste di Erdogan che fino ad oggi non ha ancora dato il via libera all’accoglimento del nuovo alleato nella Nato (perché un Paese divenga membro dell’alleanza, è necessaria l’unanimità dei vecchi soci) . La Turchia chiede l’estradizione di oppositori e (presunti) terroristi che hanno da molti anni trovato rifugio nel grande Nord, ma la magistratura ed il governo sono assai restii nel consegnare le 130-140 persone della lista, anche perché ciò equivarrebbe a dover mutare consolidate norme giuridiche. Vedremo come andrà a finire nelle prossime riunioni atlantiche.

Finlandia

Dunque la Finlandia è dal 4 aprile ufficialmente nella Nato. Un altro Paese neutrale (anche la sua era una neutralità sui generis, lo abbiamo spiegato nel paragrafo “la finlandizzazione” della 2° puntata del nostro speciale sulla geopolitica russa) che, anch’esso su impulso di un governo di sinistra, compie il grande passo… e poi svolta a destra. Ma vediamo cosa è successo.

Il 19,9% non basta

La vicenda finnica((Perché le dimissioni della prima ministra donna e socialdemocratica svedese e la sua sconfitta elettorale non siano interessati a nessuno (almeno in Italia) mentre le dimissioni e la sconfitta elettorale della prima ministra donna finlandese siano state oggetto di titoloni e servizi su tutti i media, è – forse – uno dei tanti misteri del giornalismo nostrano. Eppure la Svezia, per popolazione, estensione, grandezza economica e potenza militare è un gigante, in confronto della Finlandia. la Svezia è grande 450.000 km2, ha 10.500.000 abitanti, il suo PIL è di 518 miliardi di euro, è al 37° posto nel mondo per potere militare; La Finlandia è grande 338.000 km2, ha 5.500.000 abitanti, il suo PIL è di 261,8 miliardi di euro, è al 51° posto nel mondo per potere militare. Ma – forse- ciò è dovuto al fatto che a noi piacciono e interessano tanto i personaggi, più che le persone, e un giubbotto di pelle ed un ballo scatenato contano più di processi politici complessi e riforme varie. Comunque tutta simpatia di cui la Marin ha goduto sulla stampa internazionale, non ha salvato il suo governo.)) ricalca pari pari quella della nazione confinante: anche qui, nelle precedenti elezioni del 2019, il partito socialdemocratico si pone a capo di una coalizione, vince, ed il suo leader Antti Rinne diviene capo del governo. Anche qui, egli ha dovuto rassegnare le dimissioni per la defezione di una componente della maggioranza, e anche qui l’incarico è stato assunto da una donna, Sanna Marin.

Anche qui questa donna di sinistra ha candidato il suo Paese a divenire membro della Nato e nelle ultime elezioni, il voto ha premiato la leader, dandole un 2% e tre seggi in più. Ma il 19,9% raggiunto e l’entusiasmo dei suoi elettori sono stati inutili, perché gli alleati di governo e le sinistre hanno perduto molti consensi. Consensi che sono andati al partito di centro-destra Coalizione Nazionale (che ha preso il 20,8%) guidato da Pitteri Orpo e, più o meno clamorosamente, al partito di estrema destra Veri Finlandesi che col 20,5% sono ora il secondo partito del Paese.

Perché la Marin, anzi, la sua coalizione ha perso? Come si è visto, per quanto i socialdemocratici siano cresciuti sia in percentuale che in assoluto, son stati superati dai partiti di destra, mentre il centro e la sinistra hanno ceduto. La campagna elettorale è stata dominata da due temi: l’adesione alla Nato e la politica economica e del welfare. Ed è su questo secondo punto che si è giocata la partita: il popolo finlandese ha ritenuto che, dopo gli anni di larghissime spese e di sfondamenti di bilancio causati da Covid e guerra, fosse il momento di riportare in ordine i conti dello Stato (cavallo di battaglia di Coalizione Nazionale); contemporaneamente, hanno mandato un fortissimo segnale, votando Veri Finlandesi, contro immigrazione (ovviamente anche nella Terra dei Laghi non si parla neppure di clandestini, tutto verte solo sulla immigrazione legale), multiculturalismo (un partito che si chiama Veri Finlandesi, di cultura ne vede una sola) e contro , soprattutto, la presenza di musulmani e di chiunque sia troppo lontano dal modo di vivere progressista ed avanzato di quel popolo nordico.

La Marin ha criticato con veemenza tali posizioni, dichiarando “le dichiarazioni [dei VF] sono state razziste. Sono stati sinceramente ostili verso certe minoranze. Non si può negare questo. Questo è un fatto”. È evidente che questo fatto abbia trovato consensi come non mai, regalando a VF il loro miglior risultato di sempre, e alla loro leader, la dottoressa in scienze politiche Rikka Purra una valanga di preferenze, ben 38000 (la Marin ne ha prese 35000).

Mentre scriviamo, il nuovo governo non è stato ancora formato. Quasi sicuramente sarà guidato dal conservatore Orpo, ma, e qui sta la grande differenza con la Svezia, non è assolutamente dato per scontato il tipo di alleanza che potrà trovare la maggioranza nell’Eduskunta, il parlamento finnico che conta 200 seggi. Infatti Coalizione Nazionale dovrà scegliere tra un patto con i socialdemocratici e quindi sbilanciarsi (è proprio il caso di dirlo, visto che è sul bilancio e sull’economia in generale che c’è stato lo scontro con essi) a sinistra, e un patto con i Veri Finlandesi, con i quali sono forti le differenze su Unione Europea, transazione ecologica e (in parte) immigrazione. Le trattative non saranno facili, ma sicuramente saranno rapide, perché Helsinki è appena ufficialmente entrata nella Nato e gli impegni conseguenti sono urgenti ed gravosi.

Tutti con la Nato

Il tempo cambia molte cose nella vita, il senso le amicizie le opinioni, cantava Franco Battiato in “Segnali di vita”. Ed in Finlandia la vita è cambiata radicalmente, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Nonostante tanti anni di amicizia più o meno forzata con l’Urss, nel Paese non si è mai perso il senso delle guerre contro Stalin, delle gravi mutilazioni territoriali subite e della spada di Damocle incombente rappresentata dalla sterminata Russia al confine: cinema e letteratura locali son zeppe di tali riferimenti. E così le opinioni sulla neutralità sono velocemente mutate in ogni settore politico.

Del percorso dei socialdemocratici abbiamo accennato: sotto la guida della Marin, la direzione del partito ha votato, nel maggio 2022, per l’adesione al Patto Atlantico con una schiacciante maggioranza: 53 sì e soli 5 no.

Coalizione Nazionale ha pubblicato un manifesto (qui in inglese) nel quale rivendica che son ben 16 anni che afferma la sua volontà di entrare nella Nato, ne ribadisce la necessità, l’utilità e i vantaggi, ne spiega l’urgenza e ne afferma la popolarità, negando il bisogno di un referendum confermativo.

Veri Finlandesi ha vissuto un travaglio più profondo, perché partiva da una posizione ostile verso la Nato, ostile quanto verso la UE, ma la Storia ha mutato anche loro, e, nonostante il dibattito sia stato acceso, il consiglio del partito ha deciso il sì alla adesione con 61 favorevoli e solo 3 contrari.

Tutto ciò si è poi manifestato nel voto parlamentare del marzo 2023, quando l’Eduskunta ha votato per la adesione con 184 sì, 7 no e 1 astenuto.

Cosa cambia (per loro e per noi)

Due governi socialdemocratici che saltano, due governi di centro-destra che arrivano, due partiti di destra-destra che diventano determinanti… è evidente che nel prossimo futuro le cose cambieranno parecchio per i cittadini scandinavi, ma anche per l’Unione Europea. I Paesi governati dalla sinistra o dagli europeisti si stanno per trovare in netta minoranza, e se tra questi europeismo vuol dire cercare di far prevalere i propri particolari interessi economico-strategici (come è triste ma necessario constatare di molte iniziative della Francia e della Germania, soprattutto, ma anche della Spagna, ad esempio, riguardo alle sue relazioni per il gas con l’Algeria), allora l’euroscetticismo è destinato a diventare – paradossalmente- l’ideologia prevalente nell’Unione. Da prevedersi anche una serie di cambiamenti sul tema immigrazione: può far male a qualcuno, ma che tra i cittadini di tutta Europa l’insofferenza verso i flussi spesso incontrollati dal terzo mondo sia in netta crescita, è un fattore reale e che andrà tenuto in conto, e non liquidato con semplicistiche etichette accusatorie.

Per noi italiani e gli altri cittadini del sud del continente, è facilmente immaginabile una maggior severità, se non una vera e propria stretta, per tutto quello che riguarda Pnrr, fondi europei, finanziamenti comunitari e politiche monetarie. Già i buoni socialdemocratici svedesi e finlandesi avevano concesso i miliardi del Pnrr con molta fatica e con grandissima sfiducia (ricordate? Li avevano battezzati i frugali, Olanda in testa), figuriamoci cosa non diranno i cattivi populisti ora, che, a quanto pare, manco siamo in grado di spenderli o di spenderli bene, quei miliardi!

Assisteremo, invece, ad un rafforzamento del Trattato del Nord Atlantico sia in termini militari3, sia in termini politici e quindi anche economici. La politica estera e geoeconomica europea e  italiana saranno sempre più, ancor di più, confacenti e relative ai parametri e agli interessi della Nato. Governi, imprese, investitori e semplici cittadini dovranno tenerne conto. Ovviamente per tutti l’interlocutore principale non sarà più Bruxelles, ma Washington. Come lo è stato per Polonia, per i tre Paesi Baltici e per molti Paesi centroeuropei, lo sarà anche per Svezia e Finlandia, anche attraverso le loro relazioni – fortissime- con Danimarca e Norvegia. Eravamo già su questa strada ma aspettiamoci sempre più USA nella nostra vita, nelle nostre scelte. Altro che sovranismo!

Le relazioni con la Russia peggioreranno di conseguenza. Uno dei peggiori timori del Cremlino, che cioè il mar Baltico si trasformasse in un lago Nato, si è concretizzato. Le vitali basi di Kaliningrad e di San Pietroburgo sono completamente circondate, avvolte, si può dire assediate da nazioni, basi, eserciti ed armamenti (anche nucleari) della Nato.  San Pietroburgo, la cruciale, indispensabile, essenziale San Pietroburgo, si ritrova a 130 km sia a sud (Estonia) sia a nord (Finlandia)  basi e missili del “nemico”; il suo porto è diventato una trappola, e neanche i porti della penisola di Kola, sui mari artici, sono più al sicuro. Alla Russia rimane ormai un solo obiettivo, un obiettivo che potremmo definire di sopravvivenza: evitare che anche il mar Nero diventi un lago della Nato. Indovinate un po’ chi ne farà le spese, ed immaginatevi quanto questo possa essere utile per eventuali ipotesi di pace con l’Ucraina.



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  1. Mi domando cosa mai ne penserebbe Olof Palme, il primo ministro svedese ucciso a colpi di pistola in mezzo alla strada a Stoccolma, Olof Palme che fu un paladino della pace, del disarmo, della neutralità attiva nell’ambito dei Paesi Non Allineati… Nel 1990 andai anche a rendergli omaggio, sul luogo della sua morte, segnato da una lapide sul marciapiede: c’erano fiori e bigliettini dei socialdemocratici… Chissà oggi se qualcuno ancora in quel partito lo ricorda. Ndr []
  2. un po’ a modo loro, dato che sostengono che la Svezia ha già fatto tanto, e ora tocca ai Grandi Inquinatori fare i maggiori sacrifici (e, dati alla mano, non hanno neanche tutti i torti), e sono a favore delle centrali nucleari []
  3. ormai l’ idea di difesa europea almeno parzialmente autonoma dalla Nato è sorpassata dalla Storia: i soli paesi UE che non facciano – ancora- parte della Nato sono Irlanda, Austria, Malta e Cipro! []