Le condizioni che Renzi voleva imporre a Calenda. Un tentativo di fare un (altro) partito a sua immagine.

Calenda interviene alla Leopola 6, 2015
Carlo Calenda nel suo intervento alla Leopolda 6, nel 2015

di Marco Ottanelli

Nonostante Carlo Calenda sia un uomo navigato, avendo frequentato il liceo classico Mamiani, studiato giurisprudenza e ricoperto alti incarichi nazionali e internazionali, vive da anni in una sindrome politica (ma anche umana) di odio-amore nei confronti di Matteo Renzi. Il blob delle sue affermazioni alternate di… stima e disistima su Renzi è un classico della comicità youtube, ormai, e si accresce ogni momento di più (è la cosa più orribile che abbia visto in vita mia!). Se fosse solo una questione relativa ai loro rapporti personali, non ci spenderemmo una parola. Ma quando è in ballo nientepopodimeno che il Terzo Polo, il Moderatismo Liberale, il Futuro del Paese, qualcosa sentiamo di dover commentare. 

E ci preme commentare il documento pre-congressuale del Partito che non Cè stilato dal comitato congiunto di Azione e Italia Viva, e soprattutto le modifiche proposte da Renzi (visto che di Italia Viva è anche formalmente presidente) proprio alla vigilia del congresso stesso. Sono questi i motivi che hanno portato alla rottura definitiva (o presunta tale… la telenovela continuerà?). 

Pochi giorni fa, in una sua intervista al Corriere, Calenda aveva piuttosto chiaramente espresso le sue rimostranze riguardo al modus agendi del suo alter ego toscano: Renzi, diceva il fondatore di Azione, ha esautorato tutti gli altri esponenti di Italia Viva, incluso Rosato, che avevano trattato e costruito insieme ai calendiani il documento comune; non solo: impegnato come è per il 90% del suo tempo in affari personali (conferenze, consulenze, ora pure la direzione de Il Riformista((Da quel che è dato capire la linea editoriale sarà decisa da Matteo Renzi che, non essendo giornalista, sarà “coperto” formalmente dalla presenza di Andrea Ruggieri che sarà il direttore responsabile. Ruggieri – si legge sua sua pagina di wikipedia – è ex deputato di Forza Italia, nipote di Bruno Vespa, ha studiato allo stesso liceo Mamiani frequentato da Calenda. Come è piccolo il mondo))), l’ex presidente del Consiglio si disinteressa del percorso e delle regole, salvo poi, di punto in bianco, mandare critiche e imporre cambiamenti, senza discussioni né confronto. 

Avrebbe potuto essere un semplice  sfogo dovuto alla frustrazione, ma, in seguito, proprio Italia Viva ha diffuso via Twitter le richieste renziane (si badi la perentorietà delle stesse, sono quasi tutte espresse con un maiuscolo “CASSARE”) di modifica alle regole e ai procedimenti stilati per arrivare alla fusione dei due partiti. Esaminiamole.

Le condizioni renziane

Su 13 articoli del documento originale, i renziani ne vogliono cambiare 9, e cassarne interamente un altro.

Al punto 1, la richiesta parrebbe meramente formale (le parole “due comitati” per manifesto e regolamento devono essere sostituite con “i due comitati esistenti per manifesto e regolamento”), ma, alla luce del fatto che nelle righe seguenti si legge che al percorso fondativo sono ammessi anche elementi esterni ad Azione e IV, è palese la volontà di blindare gli organi decisionali ed impedire che ai delegati attuali si sommino persone non perfettamente allineate.

Al punto 2, laddove si afferma che un Comitato Politico verificherà la coerenza politica, etica e reputazionale degli ammessi al congresso, Renzi (o chi per esso) chiosa polemicamente: “etica e reputazionale? CHI LO DECIDE?”. La questione è rilevante, e molto: cosa mai avrà da temere l’ex rottamatore? Trattandosi di un controllo svolto da componenti dei due partiti sarà quantomeno benevolo…

Al punto 3, si chiede di cassare il termine “in blocco” quando si fa riferimento al potere del congresso di bocciare le regole ed il manifesto proposti dal Comitato Politico. E qui in verità c’è della logica: non si capisce perché un’Assemblea che è convocata apposta per votare un documento non possa esprimersi sulle singole voci. 

Al punto 4 si entra nei gangli del controllo del futuro partito: lo scioglimento di Azione e Italia Viva era previsto entro il 2024, ma sarebbe stato deliberato “contestualmente all’approvazione di regole e manifesto”. Cassare! Dice Renzi, e chiede di procedere allo scioglimento solo dopo “l’elezione del segretario nazionale”. Cosa significa se non che Matteo vuol tenersi le mani libere e decidere di sciogliere la sua creatura solo ed esclusivamente se il futuro segretario sarà di suo gradimento, cioè, diciamocelo: lui, o uno a sua immagine e somiglianza?
Nel secondo comma si parla di soldi, e anche in questo caso i cambiamenti richiesti sono corposi.
Il progetto iniziale chiedeva ad ogni partito di versare nella cassa comune 200 mila euro immediatamente e poi, entro il 2023, il 70% di quanto ricevuto col 2×1000. Troppo, evidentemente per i renziani, che cassano tutto e lo sostituiscono con un vago “quanto necessario al funzionamento del partito”, metà per uno (a prescindere quindi da quanto incassato dall’uno o dall’altro). Facendo i conti, si tratta di impegnarsi molto meno finanziariamente e di conservare una bella fettona di fondi per sé stessi. 

Il concetto è ribadito esplicitamente dalla cassazione totale del 7° punto (il 5° ed il 6° passano indenni), che avrebbe ceduto il controllo delle risorse (ma anche, ed è importantissimo!) delle iscrizioni al nuovo soggetto politico.  A Renzi questo non va bene, e se non gli va bene vuol dire che vuole una residuale (o completa?) libertà di controllo su soldi e iscritti. Insomma, o il partito lo controlla lui, o niente. 

Il punto 8 rimane uguale, ma tanto il 9 quanto l’11 vengono modificati nel senso di introdurre, nella fase costitutiva-elettiva della dirigenza, tutti i livelli territoriali: è ovvio che solo un partito che ha sindaci, consiglieri comunali, provinciali e regionali come Italia Viva possa trarre vantaggio da ciò, a scapito di Azione che su questo fronte è debolissima. Di per sé quindi è una proposta logica, ma nel contesto è completamente sbilanciata a favore di Italia Viva, senza alcuna volontà di compromesso.

L’articolo 10 prevedeva che avessero diritto al voto congressuale tutti coloro che si fossero iscritti al partito (e ai partiti) almeno una settimana prima del congresso, ma i renziani vogliono permettere il voto anche a coloro iscritti solo due giorni prima. L’esperienza insegna che chi chiede questi tempi, solitamente, lo fa perché prevede di poter sbilanciare i numeri a suo favore con immissioni di “sostenitori” all’ultimo minuto, diciamo che sa di poter contare su delle riserve da gettare nell’agone congressuale a sorpresa, quando l’altra parte ha esaurito le sue risorse. Con tempistiche così strette, poi, diverrebbe di fatto impossibile il già contestato vaglio di coerenze politica, etica e reputazionale

Se a tutto ciò si somma la già dichiarata volontà di Renzi di non rinunciare alla SUA Leopolda (che di fatto è il suo regno ideologico e personale, così come lo è stato ai tempi del Pd, quando rappresentava un partito nel, e spesso contro, il partito), è lampante che ogni modifica, ogni “cassare!” imposta al regolamento, è volta unicamente a preservare il potere di Renzi o all’interno del Terzo Polo o, se le cose non dovessero andare come progettato, al di fuori e contro di esso.

On. Calenda, si ricorda cosa studiò al liceo classico Mamiani!? “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior”; sì lo ricorda, e sa dunque benissimo cosa vuol dire. Ci rifletta.((Noi ci siamo fatti l’idea che le questioni sollevate da Calenda siano in sostanza corrette, nonostante gli si debba rimproverare la grave ingenuità di aver creduto che Renzi potesse rinnegare sé stesso, farsi da parte e stendergli il tappeto rosso. Ma se volete leggere la versione di Italia Viva la trovate qui))



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