di Marco Ottanelli
Una premessa, l’unico appunto giuridico che mi permetterò in questo articolo: io seguo, in quasi solitaria posizione, quella che chiamo la filosofia Barile; a proposito della possibilità di cambiare la Costituzione scrisse, nel 1995, il compianto Paolo Barile, professore ed insigne costituzionalista che ebbi il piacere di conoscere, allievo e collaboratore di Pietro Calamandrei: «è la frattura rivoluzionaria che distrugge e separa il vecchio dal nuovo… [quando ciò accade] qualunque atto o fatto normativo può far nascere addirittura una assemblea costituente. Nel 1944 bastò un decreto luogotenenziale: ma la situazione era rivoluzionaria. Oggi non basterebbe, a mio fermo parere, neppure una legge costituzionale».
Il parere di Barile quindi era fermo: non si crea, non si modifica una Costituzione, un apparato costituzionalmente equilibrato, se non ci si trova in una situazione rivoluzionaria, nella quale lo Stato così come lo si è conosciuto, nelle sue forme e nei suoi valori fondanti, non sia stato distrutto. In altre parole, la Costituzione non si tocca. Al bisogno, aggiungo con poca modestia ma quarantennale e motivata convinzione, la si emenda, per coprire nuove necessità.
Tutto il resto di quanto scriverò attiene più al mio carattere: non voglio essere preso in giro. Per questo voterò NO, perché la riforma costituzionale così come è scritta e così come viene presentata è una presa in giro nei confronti di tutti noi cittadini.
Intanto, chiamarla “separazione delle carriere” è deviante: si tratta in effetti della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, un organo costituzionale fondamentale, il perno della indipendenza della Magistratura. Ma presentare agli elettori, che in massima parte non sanno cosa sia il CSM, come sia composto, quali funzioni abbia (e come le esercita), era a rischio disinteresse, e si è quindi pensato bene (prima presa in giro) di buttare in pasto all’opinione pubblica il ritornello radical-berlusconiano della separazione di queste benedette carriere. Non si capisce bene lo stesso cosa voglia dire, ma così si evita di entrare, come sarebbe necessario, negli aspetti tecnici, e questo ci porta alla seconda presa in giro.
Scatole vuote e deleghe in bianco
La riforma abbozza (e neanche troppo bene) i meri contorni del nuovo sistema, ma omette molto del contenuto. Voteremo quindi una sorta di scatola vuota che sarà colmata, ormai senza più nessun controllo popolare, dalle leggi di attuazione che la maggioranza approverà: non voteremo quindi una riforma, ma un via libera a qualsiasi futura intenzione senza conoscerne la qualità e la portata. Oggi non sappiamo nulla di quanto e come cambierà la struttura del CSM, né se ciò ci piacerà o meno.
Quanto proposto nel quesito è poco più di una cornice; quale quadro appenderemo nel salotto costituzionale del nostro Paese lo decideranno poche centinaia, poche decine, di parlamentari. Anzi, probabilmente lo hanno già (in parte almeno) deciso, senza dircelo: alcune bozze, certe ipotesi, qualche disegno di queste leggi di attuazione cominciano a circolare e trasparire in dibattiti, comizi, convegni, tra addetti ai lavori e loro sostenitori 1. Una cosa assai sgradevole, direi pure poco leale.
Qualche esempio? Non si sa quanti saranno i componenti di ciascuno dei due nuovi CSM che sorgeranno! Potrebbero essere 5 o 100, non ci viene detto. Ed è ovvio che non sarebbe, non potrebbe essere indifferente, sia per modalità operative sia per relazioni, equilibri di potere con le altre componenti dello Stato, governo in primis. E di tali componenti, i magistrati, che saranno scelti non più tramite elezione ma per sorteggio, tra chi e quanti saranno estratti? Tra tutti i magistrati, come parrebbe leggendo la cornice vuota, o, come emerge qua e là, tra un gruppo più ristretto, determinato da criteri per il cittadino ignoti? Si parla di selezionare l’insieme degli “estraendi” tra coloro, ad esempio, che abbiano almeno 15, o 20, anni di anzianità di servizio. E nessuno ci dice se vi siano altre caratteristiche e quali per individuare i papabili tra i quali poi estrarre i consiglieri (provenienza geografica e distrettuale, età anagrafica, uffici e ruoli coperti in passato, risultati nella carriera – varrà più l’assolvere o il condannare? – ecc ecc ecc). In questo modo il sorteggio, presentato come garanzia di neutralità, rischia di trasformarsi con estrema facilità in una selezione eterodiretta. Altro che spontaneità del caso.
Un umiliante discredito
Ulteriore presa in giro: da parte dei sostenitori del SÌ, si cerca sempre di accreditare la riforma come una cura per molti mali per restituire prestigio ed efficienza all’alto organo costituzionale. Non è così, affatto, e chiunque sia dotato di banale buonsenso capisce che un’istituzione non più elettiva ma nominata a caso, divisa – direi troncata – in due, alla quale viene sottratta la funzione disciplinare – la più qualificante e delicata – affidata ad una altrettanto poco definita Alta Corte, ecco, un’istituzione così maltrattata, non è rafforzata ma sminuita, ridotta a grigio ufficio nomine, esposta all’influenza e alle pressioni di altri organi. Sarà anche vero che nella riforma il controllo del Ministro o del Governo sui magistrati non è esplicitamente previsto ma, in un Paese in cui il rapporto tra Politica e Magistratura è storicamente conflittuale, non è difficile immaginare che sarebbe la prima a guadagnare spazio e potere sulla seconda così divisa.
I due piccoli CSM separati sono elemento del divieto di passaggio da funzione inquirente (PM) a funzione giudicante (Giudice); tale possibilità, le statistiche ce lo dicono chiaramente, è ormai ridotta a numeri infinitesimali, soprattutto dopo le riforme Mastella e Cartabia. Dunque, si chiedono e ci chiedono quelli del SI, che differenza fa se fissiamo per legge un dato di fatto esistente? Beh, il concetto va piuttosto ribaltato! Non si tratta di fissare per legge un fenomeno, si tratta di proibire, vietare, negare per Costituzione una possibilità, un diritto finora esistente! D’altra parte, è nella natura delle destre il sottrarre diritti in essere, e di opporsi al riconoscimento di quelli nuovi. Non prendiamoci in giro: è un atto illiberale. E se qualcuno, nelle nostre scombinate sinistre, è d’accordo, è illiberale pure lui.
Abbiamo detto all’inizio che in effetti voteremo la riforma del CSM e non tanto la separazione delle carriere, ma ciò, anche ciò, è un post partum col quale dovremo fare i conti: è nelle intenzioni della maggioranza attuale il dividere non solo i CSM di PM e Giudici, ma pure i loro percorsi formativi, le loro scuole di specializzazione, i loro concorsi per l’accesso alla carica, giù giù fino ai corsi di laurea… tutto senza alcuna proposta pubblica, tutto non previsto né rientrante nel quesito referendario. Ma, almeno, col trucco del sorteggio (…più o meno pilotato…) elimineremo il così definito “cancro delle correnti”? No, neanche questo obiettivo verrà centrato.
Suddividiamo la questione in due
Chiediamoci innanzi tutto se il sistema delle correnti sia davvero il Grande Male, e poi se la cura proposta lo eradichi definitivamente.
Le correnti organizzate dei magistrati, nate negli anni ’60 come aggregatori di pensiero (sì, anche i magistrati pensano), sono un mezzo ed uno strumento conforme al dettato costituzionale di eleggibilità dei componenti del CSM; insomma, presentarsi in una lista vuol dire mostrare ai propri colleghi-elettori il proprio modo di vedere le cose e di interpretare le complessità giuridiche. Inutile e sciocco negarlo, ci sono correnti di sinistra, di centro e di destra, che hanno sintonie più o meno intense con i partiti politici. Nessuno, sia chiaro, è obbligato ad aderire ad una corrente, anzi, solo il 20% circa dei magistrati ne fa parte, tutti gli altri, quindi l’80%, sono “indipendenti”. Ma al momento di votare, giustamente, scelgono. Così come in tutti gli ambiti in cui vi sia rappresentanza, dal sindacato a Confindustria, dai consigli scolastici ed universitari, fino ad alcuni consigli di amministrazione di importanti società. Dappertutto la rappresentatività è figlia, è derivante da una scelta, e, a meno che non si individui un metodo alternativo, i candidati si aggregano fra loro secondo affinità e ideali condivisi. Il sorteggio elimina la rappresentatività e la rappresentanza, non certo gli ideali o le ideologie. 2. Quindi, di per sé, le correnti non sono un, anzi, il problema. Problematica è la degenerazione del sistema correntizio, ovvero quando sul merito, la competenza e la trasparenza prevale l’interesse di parte, la strumentale fedeltà ad un gruppuscolo e la logica dello scambio di favori. Quindi, si dovrebbe curare la degenerazione, non il sistema democratico che ne è affetto.
Il vero male? Un’ammissione

Ma se volessimo dare un nome a questa malattia tanto devastante, visto anche il recente passato 3, quale sarebbe? La risposta ce la dà, con imbarazzante semplicità, lo stesso partito della presidente del consiglio, Fratelli d’Italia, col suo sintetico banner a favore del sì: il male da curare, il cancro che affligge la Giustizia (non il CSM, ma tutta la Giustizia), e dal quale la Giustizia deve essere liberata è… la Politica! Oh, se lo dicono loro…
Capito che la degenerazione delle correnti sia il problema, scoperto che tale degenerazione è l’intromissione della Politica nell’ambito della Giustizia, ed il suo tentativo aggressivo di condizionarla per i propri opachi interessi 4, viene da chiedersi se la soluzione stile nodo gordiano del problema funzioni. Non facciamoci prendere in giro, assolutamente no. Volendo sperare che le correnti, libere associazioni garantite costituzionalmente dall’articolo 18, uno dei principi fondamentali e in quanto tale inscalfibile 5, non saranno mai vietate né sciolte, ebbene, nella loro eventuale accezione degenerata e degenerativa, continueranno a mercimoniare al di fuori, nei paraggi dei Consigli ed eserciteranno pressioni schiaccianti nei confronti dei “fortunati” sorteggiati per influenzarne le decisioni. Il vero male italiano, la partitocrazia, è un buon esempio di come, pervasivamente, si possano condizionare strutture, incarichi, decisioni a qualunque livello pur formalmente rimanendone ai margini.
Separiamo tutto!
Parentesi populista-qualunquista (o no??): se si vuol impedire per Costituzione il passaggio di funzioni dei magistrati, se si vuol imprimere nella Carta la separazione delle carriere ad una categoria, perché non lo facciamo contestualmente anche per altre categorie? Non vi pare assurdo, folle, persino scandaloso, che un avvocato difenda in una causa un brutale assassino e poi, con un giro di toga, nella stanza accanto sia il rappresentante di una vittima? Non si dovrebbe impedire a chi difende una multinazionale inquinatrice di assumere la parte civile di chi ha conseguito un tumore da amianto? Un avvocato che trova cavilli per far liberare uno stalker non dovrebbe avere il divieto di rappresentare il/la perseguitato/a? E l’avvocata senatrice Buongiorno, che in tribunale “difende” la vittima di una violenza sessuale ed in Parlamento è relatrice della nuova (e contestata) normativa proprio sulla violenza sessuale, non è in posizione ambivalente? Separiamo quindi la carriera degli avvocati di imputati da quella di avvocati di parte civile! Istituiamo due concorsi, due Ordini professionali, impediamo loro di lavorare nello stesso studio e di “prendere il caffè insieme” (per citare).
Mi si dirà: ma PM e Giudicante hanno una funzione pubblica, gli avvocati sono al servizio di privati… Sì e no, dato che il diritto/dovere di difesa è previsto esplicitamente in leggi, codici e Costituzione. In un tribunale si deve andare ad armi pari, lo dicono loro!
Vogliamo però concentrarci sulle funzioni/carriere di rilevanza pubblica? Bene, impediamo, con apposita riforma costituzionale, ai politici i seguenti slalom:
passare da un partito all’altro;
fare scissioni e fusioni di/con altri partiti;
candidarsi in più collegi o circoscrizioni;
candidarsi a cariche che non potranno mai ricoprire (tipo Giorgia alle europee…)
candidarsi ad una qualsiasi elezione essendo già stato eletto ed in carica;
assumere ruoli ed incarichi in aziende compagnie e organizzazioni, dall’ONU alla municipalizzata comunale.
Immagino le proteste dei politici: “è il mandato imperativo! È illiberale! È antidemocratico!”
Ecco, appunto.
La presa in giro si fa menzogna.
Un ultimo e breve accenno al più recepito inganno propagandistico, quello che enuncia che, votando sì, i processi sarebbero finalmente più equi, alla faccia di quei sabotatori dei magistrati. Sinteticamente, il quesito referendario non riguarda, non concerne, non sfiora nemmeno la dinamica processuale, non c’entra niente con il codice di procedura civile e penale né ovviamente con il codice civile e penale. Non ci saranno miglioramenti nelle indagini, nelle cause, nelle sentenze, nelle pene erogate. Niente di niente, come ormai sappiamo, qua si tratta di tutt’altro. Se qualcuno crede che invece che vi sarà un qualche effetto, ebbene è caduto nell’inganno.
E poi, qual è l’effetto voluto, desiderato, auspicato? La maggioranza martella l’opinione pubblica con un groviglio di contraddizioni: da una parte si invoca la separazione delle carriere per impedire ai Giudici di essere troppo intimi e quindi sempre d’accordo coi pm (cioè, sono cattivi perché ignorano la difesa e condannano tutti); dall’altra parte si accusano i pm di essere poliziotti forcaioli e di sbattere in galera a cuor leggero coloro che saranno poi riconosciuti innocenti (quindi, il giudice assolve contro il parere del pubblico ministero); poi si accusano i giudici di liberare, di non punire sufficientemente i delinquenti, ma allora hanno ragione i pm che li arrestano!? Insomma, che deve fare un magistrato per piacere a forzisti, radicali, fratelliditalia e leghisti? Arrestare o no? Condannare o assolvere? Accogliere la tesi dell’accusa o quella della difesa? 6
Viene il lieve sospetto che sia la Politica a voler decidere chi deve andare in prigione anche solo sulla base di un vago sospetto, e chi abbia il crisma della impunità anche se colto con le mani nel sacco. Proprio quella Politica dalla quale si dice che sia necessario liberare la Giustizia.
PS: ma non esistono magistrati che sbagliano? Certo, eccome, ma pensare di rimediare a tale questione con questa riforma è un abbaglio.
- ho personalmente assistito a dibattiti nei quali relatori del sì dichiaravano di conoscere la futura normativa, non ancora depositata[↩]
- Persino i partiti, che sono l’aggregatore ideologico per eccellenza, al loro interno sono divisi, o, come ci raccontano, organizzati in… correnti![↩]
- mi riferisco al caso Palamara, caso tanto famoso quanto poco noto nei dettagli: con chi, per conto di chi, per gli interessi di chi agiva Palamara?[↩]
- i politici si sono pure aboliti leggi e reati, come per ultimo l’abuso d’ufficio, a tale scopo[↩]
- non solo l’art. 18 Cost, vale in questo caso, ma anche gli artt. 39 e 49, che garantiscono la liberà di aderire ad un sindacato e quella di aderire ad un partito[↩]
- e il riferimento è solo al processo penale; ma ugualmente si possono trasferire queste contraddizioni a quello civile[↩]
