Dal Kossovo alla Georgia, l’Italia è sempre più realista di qualsiasi re.

PRIMO CAPITOLO

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di Marco Ottanelli

BERLINO, 30 agosto 2008 – Secondo gli osservatori Osce, ‘comportamenti illeciti’ da parte della Georgia hanno contribuito alla crisi in Ossezia. Il settimanale tedesco Spiegel si basa su rapporti degli osservatori Osce relativi fatti pervenire a varie agenzie governative di Berlino attraverso canali informali. La Georgia avrebbe preparato con cura l’attacco contro l’Ossezia del Sud prima dell’arrivo dei carri armati russi. Nei rapporti si parla di possibili crimini di guerra commessi da Tbilisi. (Ansa)

GINEVRA, 01 settembre 2008 – La Georgia ha ammesso di aver usato bombe a grappolo durante il conflitto con la Russia. Lo ha rivelato oggi a Ginevra l’organizzazione Human Rights Watch (Hrw). ”La Georgia – ha detto la rappresentante di Hrw Bonnie Docherty – ha ammesso di aver usato bombe a grappolo M85 [di produzione israeliana , n.d.r.] in Ossezia del Sud, presso il tunnel di Roki”. In passato la Georgia aveva negato di possedere tali armi. Mosca, invece, nega di aver impiegato tali armi. (Agr)

L’attacco della Georgia contro l’inerme popolazione di Tskhinvali, la piccola capitale dell’Ossezia del Sud, comincia a configurarsi per quel che è stato, un vigliacco e criminale bombardamento scatenato durante la trasmissione televisiva in mondovisione della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, effettuato in quell’orario ed in quella occasione per provocare più morti civili possibili(1.500, secondo le prime – mai smentite- notizie).

La propaganda (come altro definirla?) della NATO, alla quale i nostri mezzi di informazione ufficiali si sono immediatamente aggregati (embedded), parla di “aggressione russa alla Georgia”, ed ha rapidamente cancellato dalla storia i bombardamenti georgiani sull’Ossezia dell’8 agosto. Se è vero che una bugia detta mille volte diventa una realtà, un fatto cancellato da cronache e commenti diviene un fatto mai esistito.

Per poter analizzare la situazione in Ossezia, Abkazia e Georgia, e per poter conseguentemente analizzare la politica estera italiana, è necessario effettuare paragoni con casi recenti e anche sgombrare l’animo dai bei sentimenti. Se la politica è cinismo, la politica estera è cinismo al quadrato. Può dispiacere, ma per valutare i termini di questioni così complesse, si devono comprendere, oltre ai principi umanitari, le libertà e le aspirazioni dei popoli, anche elementi come “diritto”, “effettività”, “convenienza” e “forza”.

 

Una politica servile

Per quanto fosse ambigua, talvolta infida, comunque limitata dai trascorsi storici, la politica estera italiana della cosiddetta “prima Repubblica” aveva tratti di originalità e di autonomia, se non di indipendenza. Dalla ostpolitik del Presidente Gronchi, alle aperture filo palestinesi di Moro, dalle incredibili evoluzioni andreottiane tra Tito, Ceausesco, Arafat e Gheddafi alle impennate di Spadolini sulla guerra delle Falkland-Malvinas e di Craxi a Sigonella.1

La “seconda Repubblica” ha portato con sé l’appiattimento più completo di Polo e Ulivo alle politiche e alle strategie NATO, o, per meglio dire, a quelle degli USA. In un reciproco superarsi nella gara alla legittimazione di fronte all’alleato americano, post comunisti e post fascisti, entrambi ex nemici ideologici e storici della plutocratica democrazia capitalista d’oltre oceano, si son fatti servili strumenti di ubbidienza totale ed incondizionata alla Casa Bianca. Con quali risultati, con quali prospettive?

Nel 1994, l’ascesa al potere di Berlusconi coincise con un quadro storico e strategico del mondo in fibrillante trasformazione. Sarajevo era sotto assedio da due anni, la guerra divampava in tutta la ex Jugoslavia, in Ruanda e Burundi cominciavano le stragi, in Somalia le bande disfacevano il Paese (moriva Ilaria Alpi), e Boris Eltsin radeva al suolo la Cecenia, repubblica del Caucaso che aveva inutilmente proclamato la sua indipendenza.

Il governo Berlusconi I durò poco, come sappiamo, solo sette mesi, ma il ministro degli esteri Martino e lo stesso Presidente del Consiglio non lesinarono espressioni di fedeltà e rassicurazioni di appartenenza al “fronte occidentale”. Nel famosissimo vertice del G7 di Napoli (quello durante il quale Berlusconi apprese di essere stato iscritto nel registro degli indagati a Milano), nel suo stile più puro, Berlusconi tentò tutte le carte della simpatia personale per instaurare una amicizia con Bill Clinton.

Il successivo governo Dini era una garanzia in base al curriculum stesso del Presidente del Consiglio, per i tanti anni in attività nel Fondo Monetario Internazionale.

Ma fu con i successivi governi ulivisti che si raggiunse il massimo dell’appiattimento sulle strategie USA, in particolare con la decisione di bombardare la Serbia da parte del governo D’Alema in nome e per conto ed in concorso con la Nato.

Per comprendere come sia possibile partecipare ad una vera e propria guerra senza dichiararla (i 52 bombardieri italiani impegnati effettuarono ben 172 missioni, non solo sul teatro della crisi, il Kosovo, ma anche sulla Serbia, sul Montenegro, e sulla Vivodina, così come comandava l’Alleanza Atlantica), e per comprendere come tale partecipazione possa essere stata fatta nonostante la proibizione dell’articolo 11 della Costituzione e al di fuori di qualunque legittimazione da parte dell’ONU (la carta delle Nazioni Unite non consente che gruppi di Stati possano autonomamente ricorrere all’uso della forza per regolare le crisi internazionali e, conseguentemente, la Nato non aveva alcuna legittimità per effettuare un intervento militare per regolare la crisi del Kosovo, aggredendo una delle parti in conflitto ed alleandosi con l’altra), si deve fare un passo indietro.

Nel corso del 1998 si sviluppò un dibattito sulla possibilità che la Nato intervenisse militarmente nel Kosovo, anche in assenza di una formale autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza. Tale dibattito nascondeva un conflitto politico durissimo fra Stati Uniti e Gran Bretagna (che sostenevano la tesi della legittimità del ricorso alla forza) e l’Italia (ed altri) che continuava ad opporsi. Il governo italiano di Prodi, una coalizione che comprendeva anche Verdi e Rifondazione Comunista, era a sua volta diviso tra una linea NATO ed una, chiamiamola così, ONU-pacifista.

In particolare, da una parte stavano Verdi e PRC con l’ appoggio di una quota di “dissidenti” DS e Margherita; dall’altra, a contendersi il ruolo di superamericano, Lamberto Dini, Ministro degli Esteri, e Beniamino Andreatta, Ministro della Difesa e padrino politico di Romano Prodi, sul quale esercitava una grande influenza personale.

Nella primavera di quell’anno, intanto, Francesco Cossiga, fino ad allora facente parte della opposizione di destra, riesce a promuovere una scissione tra componenti del CCD e di Forza Italia, e fonda l’Eudeur, con Clemente Mastella, Carlo Scognamiglio (ex presidente forzista del Senato), Salvatore Cardinale2 (che sarà poi premiato affidandogli il delicato ministero delle comunicazioni).

Nel frattempo lo stesso Cossiga prende contatti con la corrente dalemiana dei DS. D’Alema all’epoca è il segretario del partito, e quindi è in posizione di grande potere. In contrasto con le prudenze di Prodi, sia lo stesso D’Alema che il sottosegretario alla difesa Brutti (sempre DS), dichiarano che il ricorso all’uso della forza da parte della Nato sarebbe stato lecito, e che la concessione dell’uso delle basi italiane nella imminente guerra contro la Jugoslavia costituiva un “atto dovuto” ed un effetto “automatico” della partecipazione italiana alla Nato stessa.

Dichiarò in seguito, nel 2000, Scognamiglio: “Prodi ad ottobre aveva espresso una disponibilità di massima all’uso delle basi italiane, ma per la presenza di Rifondazione nella sua maggioranza non avrebbe mai potuto impegnarsi in azioni militari. Per questo il senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo chiaro con l’on. D’Alema”.

La trattativa Eudeur- DS va avanti, di pari passo con il precipitare degli eventi nei Balcani e dei rapporti di maggioranza governativa dell’Ulivo. Che però non si spacca, apparentemente, sulla politica militare, ma su quella economica, con il famoso voto di fiducia del 7 ottobre 1998 che, mancato l’apporto di Bertinotti, manda a casa il Prodi I. Rifondazione si scinde, nascono i Comunisti Italiani.

A quel punto, il 12 ottobre, il governo Prodi I, seppur dimissionario, compie un atto di enorme importanza, e senza alcuna consultazione parlamentare: delibera l’adesione dell’Italia all’activation order  ((In una lettera al Corriere, Prodi rivendicò la primogenitura dell’azione bellica: “ancorché dimissionario, fu il mio governo ad assumersi la responsabilità di decidere a favore dell’Activation Order. E fui io stesso, come Presidente del Consiglio, a firmare il relativo provvedimento.”)), ovvero a quella procedura automatica di coinvolgimento di un Paese della Nato nelle operazioni dell’alleanza, anche di attacco armato, che scatta – si badi bene – non tramite e attraverso le scelte dei singoli governi o dei singoli parlamenti, ma attraverso una decisione “tecnica” dell’alleanza del Nord Atlantico.

Il futuro a quel punto è già scritto: D’Alema diventa Presidente del Consiglio di un governo che ha una maggioranza che va dal PDCI a Cossiga. A Scognamiglio viene affidato il ministero chiave della Difesa3, a Dini rimane quello degli esteri.

Il 24 marzo 1999 parte l’attacco alla Federazione Jugoslava. Come già accennato, aerei di tutti i Paesi della Nato, compresi i nostri, partono dalla base di Aviano, da quella di Ghedi, da quella di Gioia del Colle e da altre località italiane per missioni di bombardamenti su obiettivi non solo militari.4

Niente di sorprendente, quindi, se negli interventi “di pace” successivi all’attentato alle Twin Towers di New York City, e quello al Pentagono, con l’invio di truppe e mezzi in Afghanistan (dove siamo tuttora impegnati in combattimento e controllo del territorio) ed in Iraq, (dove abbiamo tragicamente lasciato circa 25 morti, tra militari e civili, ed un dubbio ricordo per aver “annichilito” una ambulanza a Nassyria5) ci siano state convergenze parlamentari consistenti. Se l’iniziativa di queste due missioni spetta a Berlusconi, ed al suo secondo governo, si deve sottolineare come anche una larghissima parte dell’Ulivo (in particolare DS e Margherita, oggi PD) si siano impegnati per l’intervento italiano. Il 7 novembre 2001, ben 513 deputati votano “sì”, e solo 35 “no” all’invio delle truppe in ambito NATO (e non ONU) sotto il comando americano in Afghanistan. Il ministro Martino si esprime con le seguenti parole : non si tratta di una guerra, né di una missione delle Nazioni Unite, ma la partenza di 1.000 effettivi, di aerei da combattimento, elicotteri e blindati per il Paese centro asiatico è “una reazione concordata bilateralmente con gli Stati Uniti”.

L’allora Presidente Ciampi, salutando l’iniziativa, dichiara che “l’Italia è vicina agli Usa nella consapevolezza che i destini dell’America e dell’Europa sono indissolubilmente intrecciati”.

I bombardamenti sull’Afghanistan ed il rinnovo (rifinanziamento) della missione, la famosa Enduring Freedom, perpetuato per tre legislature e svariati governi, ha causato forti ma numericamente limitate opposizioni, nel Paese. Inizialmente accolto quasi religiosamente come un dovere morale per vendicare i morti dell’11 settembre, è stato la causa di una crisi lampo nel febbraio 2007, quando, approfittando dell’astensione critica dei senatori comunisti Turigliatto e Rossi, un drappello composto da Andreotti, De Gregorio, Pininfarina mandò in minoranza il Prodi II. Rifondazione e PdCI rinnegarono i loro eletti, proclamando la loro fedeltà ai patti, ai trattati, agli impegni…in poche parole alla Nato e agli USA. Superfluo ricordare la polemica politica dell’epoca, tutta incentrata sulla convenienza dell’appoggio al governo Prodi (che quindi ricalcava le idee e le strategie del governo Berlusconi), e del tutto priva di alcuna valutazione sulla natura (e le conseguenze in loco6 della missione stessa, missione, si ricordi, sotto il comando NATO, anzi, statunitense e britannico, solo parzialmente “coperto” dal velo giuridico ONU dell’ ISAF.

 

 Il parametro era sempre quello: la fedeltà all’America. 

Il 15 luglio 2003, parte l’Operazione Babilonia, ovvero quella missione di pacekeeping in Iraq, che era stata preceduta dalle Risoluzioni del marzo e del maggio 2003 n. 1472 e 1483 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il quale ha sollecitato la Comunità Internazionale a “contribuire alla stabilità e sicurezza dell’Iraq e ad assistere il popolo iracheno nello sforzo per l’opera riformatrice del Paese”. La missione era stata approvata dalla Camera nell’aprile 2003 con 308 voti a favore e 31 contrari. Nonostante la massiccia propaganda del centrosinistra, (ma anche le buone intenzioni dei pacifisti), l’Operazione Babilonia era perfettamente legale, dal punto di vista costituzionale e del diritto internazionale. Discutibilissima, ovviamente, dal punto di vista della opportunità, e la discutibilità della missione è stata più volte causa di tensioni nella nuova maggioranza scaturita dalle elezioni del 2006. Il balletto di dichiarazioni ritiro sì- ritiro no da parte degli esponenti dell’Unione raggiunse e superò il ridicolo, sia prima sia dopo le elezioni (permettendo al governo Berlusconi di elaborare un piano di rientro, piano al quale il governo Prodi si è poi sostanzialmente attenuto). Il culmine della esplicita relazione tra presunta voglia di aiutare l’Iraq nella ricostruzione e la “fedeltà atlantica” fu raggiunto dalla dichiarazione di Piero Fassino, segretario dei DS, che, il 6 novembre del 2005, dichiarò: “Se vinceremo collaboreremo lealmente con Bush“; attenzione: non con l’ONU, non con la NATO, non con gli USA, ma proprio con lui, G.W. Bush.

La voglia di amicizia personale e di sintonia umana hanno creato il rapporto (immortalato in centinaia di foto, dichiarazioni, visite reciproche, appoggi vicendevoli) tra “Silvio” e “George”, sul quale si è molto scherzato, ma che rappresenta, a suo modo, un ulteriore tassello della dipendenza che l’Italia ha sempre dovuto/voluto avere nei confronti di Washington (anche se con dei distinguo di non poco conto, che esamineremo in seguito, nel secondo capitolo di questo scritto). La simpatia tra Bush e Berlusconi non si è interrotta con la caduta di quest’ultimo, nel 2006, ed è forse per questo che il governo Prodi (con D’Alema il kosovaro agli esteri) ha rispolverato tutta la sua propensione all’appiattimento sui voleri americani.

Da Presidente della Commissione Europea, Prodi si era adoperato per l’ingresso spedito nella UE di molti Paesi che avevano precedentemente aderito alla NATO. Il tanto sbandierato allargamento ad Est, oltre a gettare nel caos le già deboli istituzioni comunitarie, ha sostanzialmente reso l’Unione Europea una succursale del Trattato del Nord Atlantico, con alcuni membri (su tutti: la Polonia, ma anche i Paesi Baltici, anche la Repubblica Ceca, anche l’Ungheria) più interessati alle relazioni dirette con Washington che non con Bruxelles. E tutte, quale più, quale meno, sostanzialmente anti-russe.

Da presidente del Consiglio, Prodi si distingue per tre fatti (sugli altri): la completa adesione alle (dubbie, dubbissime) ragioni di Israele nella sua guerra al Libano (adesione completata con l’invio di altri soldati, stavolta in Medio Oriente); la vicenda della base dal Molin di Vicenza; l’impiego delle truppe in Afghanistan.

Sorvoliamo, per non cadere nelle sabbie mobili palestinesi, sulla prima delle questioni.

Per quanto riguarda invece la base Dal Molin, è interessante notare come Prodi, a capo di un governo che comprendeva anche due partiti comunisti, gli ambientalisti e indipendentisti dell’ultim’ora (la Liga Veneta!!!), si sia impegnato con tutte le sue forze per l’ampliamento della base vicentina. Giustificando la sua determinazione nel dare il via a tutti i costi e secondo i piani tecnici statunitensi (piani assai invasivi, rispetto a tutte le altre possibilità prospettate), l’ex leader dell’Unione cercò prima di addossare la responsabilità al precedente esecutivo, poi di scaricarla sul comune di Vicenza7. Ma la presunta neutralità di Prodi, anzi, la sua sofferta sopportazione del fatto compiuto, oltre che dalle sue vigorose prese di posizione contro gli oppositori vicentini e non solo vicentini, è stata recentemente smentita dalla produzione davanti al Consiglio di Stato di una serie di documenti nella causa amministrativa per l’allargamento della base stessa. Il primo è una nota del 18 maggio 2007 indirizzata a Bush che dice, tornando al colloquiale “tu”: “Carissimo George, desidero confermarti la decisione del mio governo di dare il proprio assenso all’allargamento della base Usa di Vicenza attraverso l’utilizzazione dell’aeroporto Dal Molin della stessa città. Con molta amicizia, Romano Prodi”.8

Gli altri sono rappresentati da un carteggio tra l’allora ministro della difesa Arturo Parisi ed il Commissario Straordinario per la base, Paolo Costa (nominato da Prodi), il quale, volendo spicciare la faccenda il più presto possibile, scrive, nel settembre 2007: “Caro Arturo, è giunto il momento di prendere decisioni definitive circa il progetto di ampliamento dell’insediamento militare americano all’aeroporto Dal Molin di Vicenza [per] eliminare alla radice le componenti locali del dissenso. Sulle componenti non locali (pacifismo apodittico e antiamericanismo) occorrerà comunque intervenire con una accorta campagna di comunicazione”. Inoltre, onde evitare la seccatura della Valutazione di Impatto Ambientale, (che “rappresenta un’insidia fin troppo evidente”), Costa suggerisce una scappatoia: “si può fondatamente sostenere che il progetto di insediamento americano al dal Molin non sia soggetto a V.I.A., in quanto procedimento amministrativo relativo ad “opere destinate alla difesa nazionale” negando così in un solo colpo la natura “urbanistica” del progetto e la effettiva appartenenza della base agli USA (e ai loro conclamati interessi). Insomma, una pastetta propagandistica, da condire con la promessa di tangenziali e parcheggi.

Per l’impiego delle truppe in Afghanistan, la faccenda è decisamente seria, ed assume una rilevanza costituzionale.

Secondo gli accordi ISAF((Essa viene così definita sul sito dell’esercito: “La forza di intervento internazionale denominata “International Security Assistance Force”, ha il compito di garantire un ambiente sicuro a tutela dell’Autorità afghana che si è insediata a Kabul il 22 dicembre 2001 a seguito della Risoluzione n. 1386 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 20 dicembre 2001. Iniziata come Missione Multinazionale, dall’agosto 2003 il contingente è passato alle dipendenze della NATO. La natura dell’impegno per i reparti forniti dall’Esercito Italiano non è però cambiata, provvedendo alla sicurezza del Comando della Missione oltre alle attività di bonifica da ordigni esplosivi e chimica.”)) gli italiani, dislocati nella provincia di Herat, hanno dei compiti e dei ruoli ben delineati da due parametri, i “caveat nazionali” e le “regole di ingaggio”. I caveat sono i limiti imposti politicamente all’utilizzo dei contingenti militari. Uno dei più importanti tra quelli finora adottati riguarda i tempi di risposta alle richieste alleate di supporto fuori dal settore assegnato (supporto che deve essere autorizzato volta volta da Roma). Questi tempi erano stati fissati in 72 ore.

Le regole d’ingaggio definiscono in quali condizioni e con quali modalità i soldati possano aprire il fuoco contro i “nemici”. Per gli italiani (come per spagnoli e tedeschi) la regola è stata che il fuoco si può aprire solo per difesa, e mai per attacco.

La lenta risposta dettata dai caveat e la regola che proibisce l’offensiva riuscivano a mantenere quindi i nostri soldati in un ambito di “polizia militare” e di pattugliamento del territorio, ambito nonostante tutto relativamente accettabile anche alla luce dell’art. 11 Cost., e della mancata dichiarazione di guerra a chicchessia.

Ma nel luglio 2008, dopo pochissime settimane dal suo insediamento, il nuovo ministro della difesa, Ignazio La Russa, ha svelato un segreto che, in un altro Paese, avrebbe scosso le fondamenta della politica, ma che da noi non ha suscitato il benché minimo interesse. La Russa ha reso noto che i militari italiani – in particolare la Task Force 45 – impegnati a Farah, nel sud dell’Afghanistan, da un anno combattono contro gli insorti talebani. “Il governo Prodi – ha spiegato il ministro – ha tenuto giustamente questa informazione riservata. Lo avrei fatto anch’io al posto di Prodi. Oggi però confermiamo che i nostri militari hanno partecipato ad azioni anche di combattimento”

L’avrebbe fatto anche lui, ma ciò non toglie che è successo, dal luglio del 2007, qualcosa di gravissimo: un governo, e per lo più di centrosinistra, ha nascosto al Paese, al Parlamento, agli elettori, ai cittadini, forse agli stessi famigliari dei soldati, che le truppe italiane fanno la guerra, quella vera, ammazzano, sparano, bombardano. Lo ha nascosto ai parlamentari che votavano per il rifinanziamento della missione credendo di spendere i soldi dei contribuenti per ospedali e strade (Franca Rame ad esempio, tra una lacrima e l’altra, la avrebbe votata lo stesso?)9, lo ha nascosto ai cittadini che hanno seguito con falsata prospettiva l’evolversi della situazione, e lo ha nascosto agli elettori che avrebbero dovuto giudicare l’operato del Prodi II al momento, determinante per la democrazia, delle elezioni. Non è ben chiaro se tutti i ministri ne fossero al corrente, ma se qualcuno di loro fosse stato ignaro, la violazione delle regole sarebbe stata ancor più macroscopica. Se invece tutti i 102 membri del governo Prodi erano consapevoli del cambio di strategia, allora siamo davanti ad una menzogna colossale per la gravità e per il numero dei mendaci.

La Nato e gli USA saranno stati sicuramente soddisfatti. Un po’ meno i civili afghani. Per levare ogni dubbio sui prossimi sviluppi, il nuovo esecutivo ha già ridotto i tempi di risposta da 72 a 6 ore (modificando i caveat) e si appresta a modificare profondamente le regole d’ingaggio, sanzionando ufficialmente quel che – a tutti gli effetti- era stato oscuramente predisposto molto molto tempo fa dal suo predecessore (che fino ad oggi non ha smentito nulla). L’alleanza con Bush è quindi firmata e riconfermata con il sangue, perché, in guerra, è proprio quello che scorre.

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  1. Gronchi effettuò un famoso e “scandaloso” viaggio in URSS nel 1960 praticamente senza consultare il governo in carica; Andreotti sviluppò una politica amichevole e di collaborazione con i leader di Jugolsavia, Romania, OLP e Libia (nonché di altri Paesi Arabi); Giovanni Spadolini proclamò una sorta di fraterna neutralità durante la guerra che oppose un membro della Nato (il Regno Unito) all’Argentina dei generali, nel 1982 ; Bettino Craxi osò sfidare gli USA in prima persona durante la crisi del sequestro dell’Achille Lauro nel 1985. []
  2. Il pentito di mafia Francesco Campanella, nel 2006, riferì di fatti inquietanti, mai però provati: nell’udienza del 29 maggio, ha raccontato di un passaggio di denaro e di consegne politiche attorno al grande affare (il grande flop!) dell’UMTS, i cosiddetti “telefonini di terza generazione”, per le cui frequenze fu indetta un’asta miliardaria nel 1999-2000, asta che praticamente fallì a causa della improvvida defezione di uno dei concorrenti, la compagnia BLU(che all’epoca vedeva tra i suoi soci anche Silvio Berlusconi.).Campanella ha dichiarato (fin quando la corte, nella persona del giudice Angelo Monteleone, lo ha interrotto, visto che la sua testimonianza è stata giudicata “non attinente” al processo in atto) che in quei mesi fu avvicinato da Clemente Mastella, che gli confidò di una grossa tangente relativa appunto alle licenze UMTS, tangente che avrebbe coinvolto e legato in un patto di ferro l’allora ministro per le telecomunicazioni Salvatore Cardinale (ex Dc, ex CCD, ex Udeur, poi Margherita, ora PD) e l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema. Testimone di tutto questo, e di trame politiche che avrebbero comportato il corteggiamento di Cuffaro da parte del governo D’Alema, sarebbe stato anche Franco Bruno, ex capo di gabinetto al ministero della giustizia. Per la cronaca, alcuni dei personaggi citati hanno già esposto querela nei confronti di Campanella. []
  3. Il ministro della Difesa del governo D’Alema, Scognamiglio, ex Forza Italia, rilasciò una intervista al Corriere nella quale spiegava dettagliatamente come il nuovo esecutivo a guida DS, ma a patronato Cossiga, fosse nato apposta per garantire agli Stati Uniti un’Italia fedele e partecipe alla guerra contro Belgrado. []
  4. La cosa suscita la riprovazione di alcuni ambienti diplomatici, e la contestazione da parte di Amnesty International di violazione delle convenzioni internazionali. In particolare, vengono contestati i seguenti attacchi :
    4 aprile : Stazione di riscaldamento urbano a Belgrado (un morto)
    12 aprile : Il treno viaggiatori nella gola di Grdelica (tra i 20 e i 50 morti)
    14 aprile : una colonna di profughi in Kossovo (73 morti)
    23 aprile : la sede della Radio-Televisione di Serbia (16 morti)
    1 maggio : un ponte in Kossovo (39 morti)
    3 maggio : un bus nei pressi del villaggio Savine Vode in Kossovo (17 morti)
    7 maggio: ambasciata cinese a Belgrado (3 cittadini cinesi morti)
    7 maggio : ospedale e mercato di Nish (tra 17 e 20morti)
    8 maggio : un ponte a Nish (2morti)
    13 maggio : un campo profughi in Kosovo (tra 48e 97 morti)
    19 e 21 maggio : la prigione Durava nel Kosovo (tra i 23 e i 100 morti)
    30 maggio : il ponte nella città di Varvarin sul fiume Morava, durante una festa religiosa (10 morti).
    Da non dimenticarsi il largo uso di uranio impoverito e le sue conseguenze anche sui soldati italiani. []
  5. La collocazione delle truppe italiane proprio a Nassyria non pare essere stato un caso. []
  6. Secondo le parziali statistiche di PeaceReport e di alcuni quotidiani (the Guardian, ad esempio), i morti dal 2001 ad oggi non sono meno di 100 mila, tra i quali 12 italiani. C’è da considerare poi che nel 2001, sotto i Talebani, la produzione di oppiacei ammontava a 185 tonnellate. Quest’anno è aumentata a 8.200 tonnellate []
  7. Nel marzo del 2007, Prodi affermò che la concessione della base aereo-militare “non era una questione politica”, ma rappresentava meramente “un problema di natura urbanistico-territoriale” []
  8. L’ex ministro Ferrero smentisce, sul Manifesto, che a quella data fosse stata presa alcuna decisione collegiale : “quel che afferma Prodi è una balla, perché il governo non ha mai discusso e quindi mai deciso nulla in proposito” []
  9. Ecco come si espresse l’ex senatrice dell’Italia dei Valori nel maggio 2007: “Oggi si chiede un «SÌ» al rifinanziamento delle missioni. Il «NO» è chiaramente nella mia testa, nel mio sentire. Soldati, tutti a casa! Ma oggi ci troviamo con le bizzarre e contraddittorie astensioni di una parte dell’opposizione. In più, non posso dimenticare che ho preso un impegno con i molti che mi hanno votato: sostenere il Governo Prodi. Quindi, con non pochi problemi di coscienza, voto SÌ.” []