Dal Kossovo alla Georgia, l’Italia è sempre più realista di qualsiasi re.

SECONDO CAPITOLO

(clicca qui per leggere il primo capitolo)

di Marco Ottanelli

 

La validità giuridica delle proclamazioni di indipendenza: Kosovo e Ossezia

Il 21 febbraio 2008 il consiglio dei Ministri del governo Prodi approva la relazione del ministro degli affari esteri, Massimo D’Alema, e riconosce la indipendenza del Kosovo. La regione serba sotto il controllo internazionale aveva infatti proclamato la secessione e la relativa indipendenza il 17 febbraio, solamente quattro giorni prima, e l’Italia (assieme ad altri Paesi europei) aveva assicurato il riconoscimento praticamente all’istante. D’Alema aveva sostenuto che riconoscere il nuovo Stato “è interesse dell’Italia” ((Il ragionamento di D’Alema si sviluppava poi con le seguenti parole: “Non mi sentirei di lasciare in un Paese che non riconosciamo i 2.600 militari, nè i 200 funzionari civili che stiamo per mandare. Se non riconoscessimo sollecitamente il Kosovo questi uomini non avrebbero la necessaria copertura politica e diplomatica per operare sul terreno e interagire con le autorità di Pristina. Dovremmo ritirarli. Il che non gioverebbe a nessuno, la nostra presenza è utile a tutti, in primo luogo alla Serbia”. Quindi l’interesse dell’Italia è rimanere a tutti i costi in Kosovo, pare.));

Su questo corposo concetto torneremo in seguito.

La Nato, gli USA, la Germania bipartisan della Merkel, la Gran Bretagna, approvano la mossa di Pristina. La Spagna, nella UE, no. La Cina, nel Consiglio di Sicurezza, neppure. La Russia reagisce invece con furore, dichiarandosi pronta a ricorrere perfino all’uso delle armi per difendere la Serbia. Forse i fatti odierni del Caucaso cominciano nel febbraio 2008.

La sfida tra Russia e USA è infatti giunta al calor bianco. L’amministrazione americana è riuscita a piazzare formidabili armate in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan, in molte ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, e a far entrare nella Nato (e poi, come ricordato, nella UE) i Paesi che una volta facevano parte del Patto di Varsavia. Ha rilanciato lo “scudo spaziale”, installando missili nella Repubblica Ceca (e da pochissimo ne ha annunciati altri in Polonia), ed ha esplicitamente aiutato le sovversioni (chiamarle rivoluzioni è francamente troppo) in Ucraina, Moldova e, guarda guarda, Georgia, dove si sono installati al potere partiti e uomini che hanno chiari due punti, in politica estera: alleanza con gli USA (possibilmente entrando nella Nato) e ingresso nella UE.

Così la Russia, chiusa a sud dalle armate guerreggianti che esportano la democrazia, a ovest dall’Europa filoamericana, a est dal quel gran “lago statunitense” che è il Pacifico, a nord dal mar glaciale Artico (oltre il quale si trovano Alaska e Canada, leggi, ancora una volta, la Nato), è geograficamente, politicamente, militarmente circondata. Metti una tigre in una rete, e stringi: pretendi che non graffi?

L’atteggiamento dell’Italia (smettiamo, solo per un po’, di parlare di “destra” e “sinistra”) e della Russia è speculare, rispetto alle secessioni-indipendenze di Kosovo e Ossezia (alla quale è seguita quella dell’ Abkhazia): favorevoli e contrari a correnti alternate. In ogni caso, incoerenti, perchè, e su questo non si discute, i due perni del diritto internazionale sui quali girano le politiche estere e la loro “eticità”, sono esclusivamente la sovranità e l’integrità territoriale delle nazioni, e dall’altra parte, il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Tutto il resto (i buoni, i cattivi, gli armati, gli inermi, i vigliacchi, gli eroi) è (sì, cinicamente) del tutto ininfluente.

Secondo le norme e la prassi, norme e pressi instauratesi fin dopo la prima guerra mondiale, il principio della integrità territoriale prevale su quello dell’autodeterminazione dei popoli((Tale prevalenza, nel 1919, si manifestò ad esempio a vantaggio dell’Italia (che annesse Alto Adige e parte della Dalmazia), sì è storicamente consolidata sulla pelle dei Kurdi, ed è stata pienamente accolta anche dall’ONU, nel secondo dopoguerra, sia per le guerre coloniali (Francia in Indocina e Algeria, Spagna in Sahara, Portogallo in Angola e Mozambico, Gran Bretagna in Kenia…) che per quelle di secessione (Katanga in Zaire, Biafra in Nigeria, solo per citare due casi “di scuola”) )). Quindi, difronte ai “ribelli”, la comunità internazionale tende a garantire il legittimo governo del Paese sovrano, e a garantirne i confini.

Quando un Paese terzo decide di riconoscere la proclamazione di indipendenza di un territorio, compie un atto più adeguatamente riconducibile alla politica estera sua propria (e sovrana) che al diritto internazionale. Decenza vorrebbe che tale atteggiamento fosse coerente ed applicato sempre e ovunque, laddove si creino pari o similari condizioni. Stati Uniti, Nato, UE, Russia, Italia hanno in tal senso una posizione ondivaga, per non dire ipocrita, concedendo ad un soggetto quel che negano ad un altro. Il tragico caso della Cecenia, sottoposta a sostanziale genocidio con l’accordo di tutti, è l’esempio più eclatante.

Quando dunque una nazione può (o dovrebbe) riconoscere l’indipendenza di una regione secessionista da un altro Stato? Quando questa indipendenza risponda ad alcuni ben precisi criteri giuridici, e quando questo sia, diciamo così, conveniente per quella nazione.

Il principio di autodeterminazione dei popoli, è sancito dall’art. 1, par. 2, e dagli artt. 55 e 56 della Carta ONU, dai due Patti ONU del 1966, dalla Dichiarazione dell’Assemblea Generale sull’indipendenza dei popoli coloniali del 1960, da quella sulle relazioni amichevoli tra gli Stati del 1970, dai pareri resi dalla Corte Internazionale di Giustizia nel caso della Namibia (1971) e del Sahara Occidentale (1975) e dalla sua sentenza nel caso di Timor Orientale (1995). Una lunga serie di atti e di norme che hanno sempre riconfermato che ha diritto a determinare liberamente il proprio status internazionale “quel popolo assoggettato a dominazione coloniale o razzista o il cui territorio è conquistato e occupato con la forza.” E quest’ultimo diritto ha avuto bisogno di una ventina d’anni per essere accettato dal consesso delle Nazioni (nel ’45, quasi tutte le potenze fondatrici dell’ONU avevano imperi coloniali). Nulla quindi valgono rivendicazioni storiche, linguistiche, economiche o rivendicazioni di più ampie esigenze e/o aspirazioni democratiche.

Inoltre, come ricordato in questo articolo, l’autodeterminazione trova un freno importante nel principio di integrità degli Stati, principio ribadito al par. 7 della citata Dichiarazione dell’Assemblea Generale del 1960. Anche la Carta di Parigi del 1990, elaborata in ambito OSCE, conferma, nonostante una maggior attenzione ai diritti dei popoli, la prevalenza della integrità dei confini.

Insomma, dal punto di vista giuridico internazionale, la secessione parrebbe essere illegittima ed illegale, salvo che per i Paesi occupati militarmente da una potenza coloniale (definizione scivolosa, ma nella quale rientra anche la non contiguità territoriale). Anche il diritto interno ha negato separazioni unilaterali, tanto nella autoritaria Russia post-comunista, ove la Corte Suprema ha rigettato le istanze cecene e di altri territori, sia nell’ultra democratico Canada, dove la stessa sentenza si è avuta per il Quebec.

Anche la Costituzione italiana parla chiaro: l’articolo 5 definisce la Repubblica “una e indivisibile”.

Non c’è dunque modo, per un popolo che vi aspiri, di raggiungere l’indipendenza? Un modo c’è, ed è conquistarsela. Nel diritto internazionale, infatti, sussistono due principi riconosciuti, quello della forza e quello della effettività.

Laddove un popolo, una nazione, una regione, abbia la forza autonoma – politica o militare- di conquistarsi l’indipendenza, insomma, laddove anche con il puro esercizio della violenza riesca a scacciare le legittime truppe ed istituzioni governative, e allorquando dimostri di esser capace di esercitare in via esclusiva il potere di imperio sulla comunità territoriale distaccatasi, nell’ambito di un ordinamento giuridico non derivato, (cioè non dipendente da altri Stati), ebbene a quel punto, la comunità internazionale riconosce il fatto compiuto.

È importante ribadire che è necessario che per l’indipendenza non vi sia aiuto da parte di Stati terzi, i quali hanno l’obbligo di rispettare l’integrità territoriale dello Stato che subisce la secessione. È per questo che la Repubblica turco-cipriota, pur esercitando una indubbia politica separata dal resto di Cipro da più di 30 anni, non è mai stata riconosciuta (se non dalla Turchia, che dai greco ciprioti è vista come potenza occupante).

Ora, stabilito quanto detto, è necessario un paragone tra il Kosovo (al quale la parte più filoamericana della UE, Italia in testa, ha riconosciuta l’indipendenza) e l’Ossezia del Sud (alla quale le stesse realtà la hanno negata, appoggiando in ogni modo la Georgia).

Nel caso del Kosovo, come la storia insegna, era stato l’intervento diretto e massiccio della Nato a rendere possibile la uscita di scena della Repubblica autoritaria di Jugoslavia prima e, dopo la cacciata e l’arresto di Milosevic, della democratica e filo occidentale Serbia poi. I soli kosovari non ce l’avrebbero mai fatta. Anzi, senza il supporto della Nato e dell’ONU, il Kosovo non potrebbe stare in piedi un solo giorno (la missione UNMIK , composta da ben 47 Paesi, si occupa di tutto: aspetti civili, di polizia, di governo, costituzionali, giuridici, gestisce l’economia, le comunicazioni, le infrastrutture, mentre la parte militare è gestita dalla Nato su mandato ONU, tramite la missione KFOR1)

Inoltre gli atti giuridicamente validi (su tutti, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1244, che sanciva l’integrità territoriale della Jugoslavia, e che affidava il controllo, la gestione del Kosovo a missioni sotto il mandato ONU) non prevedevano alcuna secessione, e quindi appare assolutamente inappropriata la decisione di molti Paesi occidentali di procedere ad un immediato riconoscimento dell’indipendenza di Pristina, e soprattutto appare assai dubbia la decisione della UE di sostituire la UNMIK con una sua missione propria, la EULEX (Grecia, Spagna, Cipro, Slovacchia, Bulgaria e Romania si sono però astenute, al riguardo), missione che non gode della copertura ONU. La pretesa di Stati Uniti e alleati di ricondurre la legittimità del riconoscimento ad una valutazione presa in sede del G8 di Potsdam nel maggio 2007 appare del tutto peregrina.

In estrema sintesi, la secessione del Kosovo manca di tutti i fattori (la forza, l’effettività, la rivolta contro una potenza coloniale) che ne renderebbero valida l’indipendenza((Ciononostante, sussiste una sorta di “effettività negativa”, ed è quella che subisce la Serbia, la quale non può, né potrebbe, esercitare la effettiva sovranità sul Kosovo fintanto che le truppe e le istituzioni straniere lo controllano. Inoltre vanno tenuti in conto i risultati delle elezioni di quel territorio, per quanto siano state “etnicamente” selettive (che hanno premiato gli indipendentisti). Questi ultimi elementi sono sicuramente in grado di produrre l’effettività positiva, ma la circostanza non si è ancora verificata.)).

Comunque, sono ben 47 i governi (tutti alleati degli USA) che hanno riconosciuto il nuovo Stato, mentre una cinquantina hanno espresso esplicitamente o implicitamente la loro contrarietà. Tra essi, come detto poc’anzi, la Russia, e, guarda guarda, la Georgia.

La Georgia ha dovuto, suo malgrado, porsi allo stesso livello diplomatico del suo nemico per non creare un precedente politico che l’avrebbe messa in serio imbarazzo, per la situazione delle due sue regioni separatiste, la Abkhazia e l’Ossezia del Sud.

La proclamazione di indipendenza dell’Ossezia (per brevità, il caso similare dell’Abkhazia sarà trattato solo per accenni) ha, però, qualche appiglio giuridico più robusto. Diciamo che gli osseti erano più avanti nel processo storico dei kosovari.

Distaccata dalla Ossezia del Nord, che, come repubblica autonoma, fa tutt’oggi parte della Federazione Russia, tentò di riunificarsi alla contigua “sorella” durante la rivoluzione bolscevica, scontrandosi con la neonata repubblica di Georgia (che nel 1922 viene riconquistata dall’Armata Rossa). Annessa definitivamente alla Georgia da Joseph Vissarionovich Djugashvili , detto “Acciaio”, in russo:Stalin (che era – guarda caso – georgiano, di Gori), l’Ossezia del Sud ottenne nel 1931 una serie di autonomie amministrative e politiche, compresa quella relativa all’uso della lingua locale (così come accaduto in Abkhazia).

Salito Gorbaciov al potere, ed intrapresa la via dell’allentamento del potere sovietico, tutte le repubbliche sovietiche vollero, ed ottennero, sempre maggiori autonomie, fino al disfacimento dell’Urss nel 1991.

In questo quadro, fin dal 1989, le autorità sud ossete (che erano ancora rappresentate dal soviet locale) deliberarono la riunificazione con l’Ossezia del Nord. La Georgia reagì immediatamente, sopprimendo il parlamentino osseto, revocando lo statuto del 1931. Seguono scontri sanguinosi e repressioni, finchè, nel settembre del 1990, giunge la prima proclamazione di indipendenza dell’Ossezia, che quindi pone almeno formalmente la questione fin da quella data. Giuridicamente, questo elemento è importante, perché precede di circa sei mesi l’indipendenza della Georgia stessa dall’Urss. La “georgiazione” forzata (le linghe osseta e abkhaza vennero bandite dagli atti ufficiali) e l’esasperato sciovinismo di entrambe le parti portano ad una vera guerra (da classificarsi come “guerra civile”), nella quale la Russia di Eltsin interviene pesantemente, visti anche i massacri perpetrati dalle truppe del presidente ultranazionalista georgiano Gamsakhurdia, che è presto rovesciato da un golpe che porta al potere il popolarissimo (quantomeno a livello internazionale) Eduard Shevardnadze, quel ministro degli esteri di Gorbaciov che ha sapientemente avviato e gestito il disarmo, la distensione, lo scioglimento dei blocchi contrapposti est-ovest.

Nel 1992, mentre Shevardnaze proclama la tregua ed il cessate il fuoco, si svolte un primo referendum per l’indipendenza dell’Ossezia. Anche se non porta al riconoscimento internazionale, esso “conferma” lo status quo venutosi a creare, che vede la regione caucasica sostanzialmente fuori dal controllo di Tblisi, il cui governo dimostra una certa rassegnata sopportazione: Il 14 luglio inizia a funzionare una commissione mista per il controllo dell’armistizio, con pattuglie miste di georgiani, russi e osseti, ed è proprio la presenza di questi ultimi che dà concretezza ad una realtà di fatto non ufficiale.

Tra conflitti, crisi economica, aspirazioni frustrate, la Georgia precipita verso un’altra crisi, e, al termine del 2003, Shevardnaze viene sostituito (vedremo dopo come, e perché) dal filo occidentale Mikheil Saakashvili, che tenta fin da subito una riunificazione della sua nazione. Ossezia del Sud e Abkhazia reagiscono, si riaccendono gli scontri armati. Nel 2006, un secondo referendum riafferma l’indipendenza dell’Ossezia. Nonostante l’OSCE (ovviamente “stimolata” da USA e UE) appoggi Saakashvili, è innegabile che da un quindicennio almeno si erano creati alcuni elementi di effettività, di controllo esclusivo del territorio (certo, con l’aiuto russo) e di capacità di opposizione militare tali da configurare come sostanziale quanto proclamato perlomeno tre volte: nel 1990 (ripetiamo: prima ancora che la Georgia fosse a sua volta indipendente), nel 1992, e nel 2006. Nel 2008 abbiamo assistito ad un altro tragico episodio e ad un quarto atto di secessione. Anche se discutibile, come tutto ciò che non è pacificamente accettato da tutte le parti in causa, forse l’indipendenza dell’Ossezia ha più senso di quella del Kosovo, e certamente non ne ha meno. La Russia, nella sua ipocrisia interessata, ha perlomeno il pregio di attenersi ad una certa scala di motivazioni. L’Occidente, al contrario, questa scala la ha ribaltata.

La Georgia di George W. Bush

Perché le scale di valori si ribaltano? Perché le validità giuridiche non sono prese in considerazione? Perché, in politica estera, quel che più conta, è il fine, a prescindere dai mezzi. In questo momento storico, e sotto questa presidenza, il fine degli USA è quello di imporsi come unica superpotenza, non solo politicamente, non solo militarmente, ma anche geograficamente, in una prospettiva piuttosto nuova per la classica visione americana, ma vecchia come il mondo: espandere l’impero.

Ma attenzione: non secondo il modello dell’impero romano (anche Putin, il 12 settembre 2008, ha usato questo facile ma improprio paragone) quanto piuttosto secondo il modello della Lega di Delo, che era formalmente una stretta alleanza ed una intensa cooperazione (con tanto di tesoro comune) fra poleis, regni e isole greche indipendenti, ma che, di fatto, era uno strumento di dominio pressoché assoluto della potente Atene sugli altri.

George W. Bush, più ancora di suo padre, e seguendo il solco del democratico Clinton, ha deciso di intraprendere questa via dell’espansione territoriale tramite l’espansione della NATO ben oltre i suoi confini naturali (o, se vogliamo, storici), una espansione che ha avvolto l’Europa in una stretta diplomatico-militare formidabile2, e che, dove non è giunta con la sottoscrizione del Patto, è giunta con le basi militari permanenti, se non attraverso una vera e propria occupazione. L’unico limite che fino alla passata presidenza gli USA si erano posti, l’ultimo tabù, era quello di cooptare un Paese che avesse fatto parte della Unione Sovietica. Nel 2004 però il tabù è caduto, e la NATO ha accolto i Paesi baltici, suscitando forti reazioni da parte di Mosca.

Reazioni che hanno provocato, in una escalation diplomatica e violentemente interventista, una contro-reazione degli USA, che hanno appoggiato “rivoluzioni colorate” in Ucraina3 ed in altri stati ex sovietici. Una di queste rivoluzioni detta “delle rose”, scoppiò anche in Georgia, portando alla cacciata di Shevardnadze e alla presa del potere di Mikheil Saakasvili.

Il caso georgiano è particolare, perché Shevardnadze non era certo da considerarsi filo russo. Come accennato, aveva dovuto accettare un pesante armistizio per la questione osseta, ed aveva dovuto difendere il suo Paese dalle mire panrusse di Eltsin e Putin. Eppure, per l’America del dopo-guerra fredda, il gorbacioviano Shevardnadze era un ostacolo, così come lo stesso Gorbaciov lo fu finché rimase presidente dell’Unione Sovietica4. Gli USA desideravamo l’annientamento dell’ex nemico ed una politica economica completamente svincolata dal “socialismo”. Inoltre, grandi figure a livello internazionale come quelle di Gorbaciov e del suo ministro Shevardnadze rischiavano di frenare la capacità di penetrazione americana nei paesi che una volta erano sotto l’influenza sovietica.

Nel 2003 cominciarono i disordini contro Shevardnadze in Georgia, molti osservatori internazionali misero in diretta relazione quegli eventi con l’invasione dell’Iraq e le pressioni sull’Iran da parte della “coalizione dei volenterosi”. Strategicamente, si doveva chiudere il corridoio che teneva in contatto Russia con Iran e – indirettamente- Iraq. Per non parlare della vicinanza del Caucaso con il teatro di guerra Afghano. Nessuna sorpresa quindi quando a capo della folla tumultuante si viene a trovare Saakasvili, politico che da tempo proclama la sua fede filo occidentale e la sua volontà di portare il suo Paese “in Europa”. Formatosi negli Stati Uniti, il nuovo leader georgiano porta al governo una squadra di uomini legati alla finanza americana, ed in cambio ottiene fin da subito il raddoppio dei finanziamenti da oltreoceano (che arrivano alla cifra di 185 milioni di dollari all’anno) e la fornitura immediata di armamenti occidentali e israeliani. In cambio, un contingente dell’esercito georgiano viene mandato in Iraq (tre morti in combattimento) e la Georgia chiede di essere ammessa sia nella UE che nella NATO. Una provocazione inaccettabile per la Russia ed uno sconvolgimento per i delicatissimi equilibri della regione, dalla quale passano, guarda caso, anche degli importanti oleodotti.

Che la Georgia di Saakasvili sia un avamposto NATO, pur non facendone parte ufficialmente, lo si è visto nella crisi di agosto: aerei americani che aviotrasportano le truppe dall’Iraq, prese di posizioni anche violente in difesa del piccolo alleato caucasico, manovre navali nel Mar Nero, invio di aiuti di ogni genere, e la minaccia di sanzioni da parte di G8 e Unione Europea. Il vicepresidente Cheney, in visita a Tblisi il 9 settembre, ha auspicato un rapido ingresso nell’Alleanza Atlantica. E sempre da Tblisi, Condoleeza Rice ha tuonato contro Putin e Medvedev fino a minacciarli. La Georgia è cosa di George, dovrebbe essere chiaro, ormai.. E poi le azioni concrete, come la repentina installazione del sistema missilistico in Polonia. Insomma, uno scontro mai visto da decenni.

Le convenienze dell’Italia.

In questo quadro è successo qualcosa di poco ordinario, e di incredibilmente razionale: per la prima volta da circa 15 anni, l’Italia ha agito secondo i suoi propri interessi nazionali. Come quando per merito di chi, vedremo tra poco. Ora la domanda che dobbiamo farci è: la politica estera coerentemente (o testardamente) perseguita dal 1994 ad oggi, ha portato quali e quanti vantaggi al nostro Paese? È stata conveniente? In soldoni, ci è tornata utile o no?

Viene francamente da dubitarne. Tutte le “missioni di pace” hanno avuto un costo altissimo, in termini di denaro e di vite umane, e non se ne vede un ritorno. I morti italiani sono stati tanti: soldati, carabinieri, uomini dei servizi, personale civile di onlus e agenzie varie, giornalisti. Tanti morti caduti in combattimento, in attentati, in agguati, a seguito di sequestri. Non li elenchiamo in questo contesto non perché essi siano poco importanti, ma perché sarebbe un facile appiglio emotivo. Per riflettere sul concetto della “convenienza”, crediamo sia importante e sufficiente sapere, ricordare, che decine di persone sono state immolate (ancora una volta) sull’altare della ragion di stato.

Nel corso del 2007 (ultimi dati disponibili)5 si sono stanziati (e spesi) i seguenti fondi:

Per missioni in Palestina, Darfur, Congo ecc, una somma di circa 5 milioni di euro.

Per la misconosciuta Active Endeavour, una missione NATO di pattugliamento navale del Mediterraneo contro il terrorismo, sono stati stanziati più di otto milioni di euro.

per la missione in Kosovo ed altri interventi nei Balcani (Bosnia, Albania ecc ecc) 186.500.00 (186 milioni e mezzo!). La nota curiosa è che, come Italia, con tale cifra, copriamo anche il personale del Sovrano Militare Ordine di Malta (uno “stato” senza territorio, caso unico al mondo, formato da “cavalieri” legati alle politiche e alle finanze vaticane, di strettissima osservanza cattolica.)

Per l’Afghanistan, dove, lo ricordiamo, la presenza italiana è attiva e si sviluppa in molti capitoli (dall’assistenza alle forze armate locali, a quella alle popolazioni civili, dal controllo del territorio fino alle operazioni di combattimento), le cifre, come appare ovvio, volano, toccando un totale di ben 380 milioni di euro.

Quel che non appare ovvio è la cifra della voce seguente: per la sola missione in Libano (dove le nostre forze sono confinate in una fascia molto poco estesa al confine con Israele, e dove compiono sostanzialmente opera di pattugliamento) l’Italia ha speso ben 386 milioni!

Facendo una somma approssimativa, si giunge ad un totale, lo ricordiamo, solo per il 2007, di quasi un miliardo di euro.

Una cifra spropositata, se si pensa che l’intera finanziaria 2007 assommava a 33,8 miliardi di euro.

Polo, Ulivo, IDV, Lega, Sinistra Arcobaleno hanno compattamente votato e rivotato questi finanziamenti che avrebbero potuto colmare l’intero deficit dell’Alitalia, ad esempio, o risanare le disastrate finanze della sanità siciliana, o triplicare quanto allora stanziato per rispettare i parametri ambientali del protocollo di Kyoto. Il tutto senza sottrarre un solo centesimo alle normali spese della difesa nazionale.

Quindi, la politica al rimorchio degli USA ci è costata tanto. Cerchiamo di capire se e come ha portato dei vantaggi.

L’occupazione e la devastazione dell’Iraq sono stati interpretati come un modo cinico per accaparrarsi petrolio a basso costo. L’effetto è sotto gli occhi di tutti: il petrolio è alle stelle, i carburanti ai massimi storici, gli idrocarburi per produrre energia salgono a vista d’occhio, e il tutto provoca inflazione, ovvero, impoverimento generalizzato. Inoltre la dipendenza dall’estero provoca un quasi incolmabile deficit nel bilancio import-export. Qualche Paese, come la Gran Bretagna, la Russia, il gruppo dell’ Opec, il Venezuela, o gli stessi Stati Uniti, produttori di petrolio, hanno tratto indubbi vantaggi (o hanno ridotto sensibilmente gli svantaggi) dalla situazione, ma l’Italia? La risposta la può trovare ogni famiglia nelle bollette di casa.

La guerra in Afghanistan ci ha portato qualcosa di concreto? Sicuramente molta più droga, nient’altro. Perché siamo lì? Per “combattere il terrorismo”? Per ammazzare i talebani, uno per uno? Per far trionfare la civiltà occidentale?

La presenza decennale del nostro esercito nel Kosovo, cosa ci ha procurato? Maggior peso nella UE o nell’OCSE? Maggior peso all’ONU? Maggiori esportazioni o contratti in esclusiva tali da risollevare l’economia? Non si è creato forse una enclave alle porte di casa nostra, dove le mafie italiane (‘ndrangheta in testa) scorrazzano impunemente concludendo affari e scambi con “colleghi” di mezzo mondo?6

E l’acritica politica filo-israeliana, cosa ha comportato, cosa ci donerà, se non il rischio di un prossimo coinvolgimento in un attacco all’Iran?

In generale, cosa abbiamo “conquistato”, con questa politica estera al seguito di interessi e scopi non nostri? Territori? Risorse? Prestigio? Ben poco prestigio raccoglie chi non ha una sua indipendenza effettiva, ed il nostro ruolo di “nani” nello scacchiere internazionale è noto a livello planetario. Qualcuno si è accorto che dal 2007 l’Italia siede (per un periodo di due anni) nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU? Qualcuno si è reso conto che la moratoria sulla pena di morte, unico atto degno di nota compiuto dalla nostra diplomazia in tale ambito, è stato immediatamente ignorato e disatteso dai Paesi che prevedono tale pena?

C’è poi una giustificazione umanitaria e di sicurezza: andare a “proteggere” le democrazie dall’attacco dei cattivi. È inutile ripetere, come abbiamo spesso ripetuto, che da quando gli occidentali sono arrivati in Iraq, il Paese è devastato da guerre civili, divisioni etnico-religiose, attentati suicidi, faide, stragi e bombardamenti che hanno provocato e continuano a provocare morte, distruzione e devastazione. Lo Stato non esiste più, e le sue infrastrutture sono a pezzi.

Qualcosa di simile accade in Afghanistan, dove l’autorità è talmente limitata che il Presidente Karzai è stato definito, secondo una felice espressione di Giulietto Chiesa, il “sindaco di Kabul”, città nella quale ormai sono arrivati i drammi e le bombe che dal 2002 scempiano tutto il resto del territorio. Una rovina senza fine e senza confine, che ha travalicato anche quello con il Pakistan.

No, l’obiettivo “pace e bene” non è stato raggiunto.

Sorprendentemente, come si era accennato in precedenza, nelle ultime settimane qualcosa di diverso è avvenuto. Silvio Berlusconi, forse basando le sue decisioni anche sulla amicizia personale con Putin, ha compiuto un piccolo, inatteso, atto di autonoma (e produttiva) politica estera.

Senza far irritare gli USA (e promettendo loro in cambio qualcosa) e senza spaccare irrimediabilmente il fronte della UE, ha saputo frenare e infine far accantonare la ipotesi, forse troppo frettolosamente prospettata, di imporre sanzioni alla Russia per il suo ruolo in Georgia. Il ruolo di Berlusconi, al di là del sarcasmo dei critici nostrani, è stato ampiamente riconosciuto dal presidente Medvedev.

Mentre polacchi e baltici, assieme con l’Ucraina, volavano a Tblisi a far la voce grossa conto il nemico russo, mentre Sarkosy minacciava Mosca di raccogliere, a nome della UE, le loro richieste di ritorsioni, e mentre la Gran Bretagna si faceva paladina della politica americana di scontro, la nostra diplomazia tesseva, tra telefonate e contatti più o meno discreti, una piccola rete di moderati. Berlusconi in persona si esponeva dando giudizi storici pubblicamente, ricordando, ai vertici europei di Parigi, che in Ossezia il 97% dei cittadini aveva votato per l’indipendenza, ha definito una “provocazione inaccettabile” l’intervento in Ossezia da parte della Georgia di Saakashvili, e ha rifiutato di sottoscrivere l’affermazione che dava come “sproporzionata” la reazione russa. La Germania, che da tempo cerca di bloccare l’espansione della NATO ad est (ed in particolare alla Ucraina), ha accolto con favore questa inaspettata autonomia italiana, e la ha appoggiata con tutto il suo peso. L’Europa ha dovuto fare marcia indietro, e le sanzioni sono state accantonate.

Nel frattempo, il ministro degli esteri Frattini pronunciava parole assai pragmatiche e sincere: “Se la crisi tra Mosca e l’Occidente dovesse espandersi, avrà costi immediati anche per la nostra sicurezza nazionale. Per l’Italia i rapporti politici, economici ed energetici con la Russia sono importanti ed ingenti. I venti di guerra fredda portano ad una situazione per cui la posta in gioco è alta

E la posta in gioco è lì, in vista, nei termini “rapporti energetici”. L’Italia importa dalla Russia circa 25 miliardi di metri cubi di gas; il 30% del totale del nostro fabbisogno. Per una volta al governo si son chiesti con enorme semplicità “cosa ci conviene fare?” e la risposta è stata quella giusta7

In questo comportamento (che è difficile classificare: realista, concreto, opportunista, leale, moderato, coraggioso, indipendente?), il governo italiano è stato sicuramente sottoposto a pressioni USA, ma anche altrettanto sicuramente sostenuto dalle opposizione, in particolare dal PD e dal Ministro Ombra Piero Fassino. Incredibilmente una azione bipartisan per un risultato finalmente pratico: assicurarci un benevolo atteggiamento della Russia per le forniture di gas nel prossimo inverno.

Se tutto quanto abbiamo scritto finora può sembrare fantapolitica, o ardita teoria, mentre ultimavamo questo articolo, sono giunte due notizie, due lettere, che invece confermano l’insieme delle tesi qua sostenute.

 

Due documenti che confermano tutto:
Una lettera del figlio di Andreatta e una lettera di Silvio Berlusconi.

L’8 settembre, sul Corriere della Sera, compare una lettera aperta indirizzata sia al governo sia al PD (per quanto il deviante titolo citasse solo quest’ultimo)8 da parte di due campioni democristiani, Pier Ferdinando Casini e Filippo Andreatta, il figlio di Beniamino, il quale ultimo è stato, come abbiamo raccontato, padrino politico di Prodi e suo ispiratore nel prendere posizioni sempre e comunque “americane”. Filippo Andreatta è professore universitario a Bologna, città di Prodi, ed è stato, guarda caso, suo consigliere per la politica estera durante il suo ultimo governo.

Una delle decisioni di quell’esecutivo è stata quella di aumentare considerevolmente le autorizzazioni alle esportazioni di armamenti (come è noto, tali commerci necessitano di una autorizzazione governativa). Una enorme percentuale delle industrie produttrici di armi sono legate, direttamente o indirettamente, alla Finmeccanica9 (che al 30% appartiene al Ministero dell’Economia). Amministratore della Finmeccanica fu nominato, nel marzo 2007, Filippo Andreatta.

Fu lui ad organizzare e a pianificare la visita di Bush in Italia nel 2007, e fu lui a fare in modo che Prodi abbandonasse la “linea critica” sull’intervento in Iraq. In quella occasione, il consigliere governativo dichiarò: “Questo viaggio di Bush ratifica un decisivo cambiamento di rotta (…) L’Occidente è una entità culturale che nella mia visione ha delle estensioni anche in Asia (…) Esiste un sentimento antieuropeo negli Usa che è una delle cose più preoccupanti che ci sia”  (Magari è stato per spazzar via il sentimento antieuropeo che Finmeccanica è entrata in affari – tramite consenso del governo Prodi – con la Difesa americana per il sistema anti-missilistico strategico, ovvero il contestatissimo Scudo Spaziale).

Ma torniamo alla lettera Andreatta-Casini. Potrebbe apparire curioso come un proto-prodiano sia andato a cercare, per manifestare ufficialmente il suo pensiero, un esponente dell’opposizione, opposizione sia a Berlusconi che a Prodi stesso. Ma evidentemente la democristianità e la ricerca di una sponda ultra-atlantista ha indotto questi rappresentanti di un passato recentissimo ma che teme di diventare remoto ad unirsi e a concordare concetti e parole. Attraverso le quali essi rimproverano con severa pacatezza a PDL e PD di non aver fatto ciò che dovevano, a loro dire, fare: schierarsi a tutto campo con la Georgia di George, ed aderire entusiasticamente a quel fronte che “comprende gli Stati Uniti e – in Europa – la Gran Bretagna e gli Stati che hanno aderito recentemente all’Unione Europea (Baltici e Polonia in testa)”. Neanche a farlo apposta, confermano esattamente quanto da noi detto sui rapporti tra Nato e UEtra USA e GB, e confermano l’esistenza, manifestatesi fragorosamente proprio negli anni ’90-2000, di un “partito americano”, che scavalca ogni maggioranza parlamentare. Mandano anche un messaggio, rivolto sia alla destra che alla (residuale) sinistra : “È giunto il momento di interrogarci a fondo sui rapporti con la Russia dell’Italia e delle istituzioni – Nato e Ue in testa – di cui l’Italia fa parte”.

Insomma, l’invito è chiaro: torniamo ad essere più realisti del re, come prima. In nome di un appiattimento fatto di affari, coperture, connivenze politiche utili a tutti, o forse solo a qualcuno.

Che dietro a tutto questo possa esserci anche Prodi, o una parte del suo gruppo, non è escluso, visto che il professore sta cercando di minare il partito che ha creato e dal quale è stato estromesso (ma con scarsi risultati, vista la fine immediata della provocazione di Parisi alla festa del PD di Firenze). Che ci sia un tentativo dell’UDC di rilanciarsi sul piatto con tutto il peso del suo sottobosco, è invece innegabile, poiché dopo questa uscita è cominciato il corteggiamento nei confronti del partito di Cesa per le prossime elezioni in Abruzzo. Il più disposto a fare concessioni è ovviamente il PD, che ha fatto intuire che il suo partito potrebbe anche offrire la presidenza di quella regione ai compagni di Cuffaro.

Ma a lettera filo americana, risponde lettera filo americana. L’autore stavolta è Silvio Berlusconi, che, in tempo di rafforzamento delle basi USA in Europa, trova assai simbolico e significativo stoppare ogni possibile opposizione alla costruzione della Dal Molin. Il Presidente del Consiglio scrive al sindaco di Vicenza, chiedendogli (intimandogli) di annullare il referendum cittadino che si dovrebbe svolgere sull’allargamento della base militare. “Le ricordo ancora una volta” – scrive con durezza il capo del Governo – “che la consultazione popolare da lei indetta si manifesta ancora più gravemente inopportuna”. E ancora: “L’area è demaniale, ed è stata consegnata agli Usa. La consultazione si porrebbe in netto contrasto con l’azione del governo e le valutazioni della magistratura”. Insomma, quel pezzo di terra non è più italiano, è stato consegnato agli USA. Un omaggio dovuto alla superpotenza in cambio della mancata sconfessione per le vicende georgiane.

Il recupero di gradimento nei confronti di Washington, e la sua benevolenza sono assicurati: una letteraccia così non la si manda senza previa approvazione del grande alleato.

Ricomincia la rincorsa a chi è più bravo, e anche questa è una conferma. Rimane da attendersi adesso la prossima mossa del PD, che non vorrà certo restare fuori gara. Rimane da capire quale sia il trofeo assegnato al vincitore.

(clicca qui per leggere il primo capitolo)

  1. La KFOR dispiega oggi circa 16.000 militari, tra i quali 3.000 statunitensi, 3.000 italiani, 3.000 tedeschi e così via. Fanno parte della KFOR anche Paesi che non appartengono alla Nato. []
  2. ad oggi fanno parte della NATO ben 26 Paesi, tutti europei, compresi quelli dell’ex patto di Varsavia, più la Turchia, gli USA e il Canada. []
  3. la famosa rivoluzione arancione, salutata dalla propaganda occidentale come la panacea di tutti i mali di quell’enorme Paese e che è seminaufragata in un susseguirsi di crisi politiche, scandali, episodi di corruzione, e forti tensioni tra filo russi e filo americani. []
  4. Il FMI e le potenze occidentali avevano concesso a Gorbaciov e alle sue coraggiose e sensate riforme aiuti con il contagoccie. Quando andò al potere il suo acerrimo nemico, Boris Elstin, fautore di una politica ultraliberista e senza alcun ammortizzatore sociale, nell’aprile 1992, il G7, non casualmente riunito a Washington, accordò un prestito enorme, di 24 miliardi di dollari ed ammise Mosca sia nel FMI sia nella Banca Mondiale (le cui politiche sono tecnicamente controllate dagli USA). []
  5. le cifre e la loro ripartizione sono state tratte dal testo della Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 4, recante proroga della partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali” (Legge n. 38 del 29 Marzo 2007, G.U. n. 76 del 31 Marzo 2007. Testo coordinato G.U. n. 76 del 31 Marzo 2007).
    Una sua consultazione sui siti istituzionali permette di visionare nel dettaglio le missioni e i loro costi esatti. []
  6. ecco cosa scrive nel febbraio 2008 Pino Arlacchi, ex incaricato dell’ONU per la lotta alle droghe e alla criminalità organizzata: “Alcuni tra i capi più noti di questi clan [dell’UCK, la formazione indipendentista kosovara alleata dell’ONU, nda] contro la Serbia sono stati messi formalmente sotto accusa dalla Corte Penale dell’Aia sui crimini commessi nella ex Jugoslavia. Sono personaggi che provengono dalle fila della criminalità, nella quale sono rimasti durante e dopo la guerra contro il regime di Belgrado. La quasi identificazione dell’Uck e dei suoi capi con la mafia kosovaro-albanese, che è la più aggressiva formazione criminale organizzata dell’Europa odierna, fa del problema del Kosovo una delle più serie minacce alla sicurezza del continente. E dell’Italia in modo particolare.” []
  7. D’altronde la stessa Russia aveva irriso alle minacce europee, perfettamente conscio di avere nelle mani i rubinetti dei nostri rifornimenti. Il rappresentate russo presso la NATO ha usato queste significative parole il 1° settembre 2008: “Come possono i 27 della UE imporci sanzioni? E’ come se afferrassero il loro fegato, lo strappassero e lo gettassero nel bidone dell’immondizia.” []
  8. il titolo leggibile sul Corriere recitava: “PD timido con Berlusconi e Putin”. Il testo completo della lettera è reperibile a questo link []
  9. il giro d’affari di Finmeccanica è aumentato considerevolmente, dal 2005 al 2008, grazie a varie commissioni e contratti che in misura superiore al 55% sono riferibili al comparto militare: da notarsi che uno dei consiglieri di Finmeccanica, Giovanni Castellaneta, è, incidentalmente, anche ambasciatore italiano negli Stati Uniti. []
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