Per chi e cosa votiamo alle Europee Gli obiettivi dei partiti e dei loro candidati.

di Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli

In Italia la campagna elettorale ha ignorato scopi, temi, argomenti e significato delle elezioni del Parlamento Europeo, concentrandosi invece su questioni tutte italiane, tutte interne, tutte nostre e spesso squallidamente nostre: scontri, battibecchi, accuse reciproche, risse verbali tra rivali e tra alleati, sparate dei candidati più coloriti, polemiche stizzite tra leader e colonnelli vari…

Del Parlamento Europeo che si formerà, della conseguente adesione ai gruppi parlamentari dei nostri eletti, e del candidato che ciascuno schieramento europeo ha presentato per coprire la carica di Presidente della Commissione (una sorta di “capo del governo” della UE) per i prossimi 5 anni, non si parla.
Malissimo, perché sarebbe necessario essere informati su quanto il nostro voto determinerà a quel livello.

Approfondendo.it ha seguito il dibattito tra i candidati alla presidenza della Commissione Europea che si è svolto a Bruxelles (in collegamento con tutti gli stati membri) e ne fornisce una sintesi.

I partiti ed i gruppi parlamentari europei

I vari partiti nazionali possono aderire ai partiti europei, entità sovranazionali che si sono evolute nel corso dei decenni da meri ambiti di collaborazione tra formazioni ideologicamente simili a enti strutturati, regolamentati, con dirigenti, finanziamenti e bilanci propri, che godono del riconoscimento ufficiale della UE. A tali partiti corrispondono – in linea di massima – i gruppi parlamentari che accoglieranno i relativi deputati eletti in tutte le 27 nazioni. In questa tornata elettorale si confronteranno:

Partito Popolare, che comprende le varie Democrazie Cristiane, i centristi, i moderati. Vi aderiscono Forza Italia, Südtiroler Volkspartei, l’UDC, Alternativa Pop., Popolari per l’Italia;

Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici, che comprende le forze di ispirazione socialista, socialdemocratica, laburista e di centrosinistra. Ne fanno parte il PD e il PSI;

Renew Europe, che comprende i liberali, i liberaldemocratici, alcuni centristi non democristiani, forze radicali. Ne fanno parte Italia Viva e Azione;

Verdi/Alleanza libera europea, che comprende ecologisti, ambientalisti, radicali di sinistra e (curiosamente) una costellazione di formazioni localiste ed autonomiste. Ne fanno parte i Verdi, l’Union Valdotaine e il Patto per l’Autonomia;

La Sinistra che comprende sinistra radicale, post comunisti, progressisti laici e anticapitalisti. Ne fanno parte Rifondazione Com. e Sinistra Italiana;

Conservatori e Riformisti, comprende partiti di destra, nazionalisti, euroscettici. Ne fa parte Fratelli d’Italia;

Il gruppo Identità e Democrazia, che comprende localisti, nazionalisti, euroscettici e anti-immigrazionisti. Ne fa parte la Lega.

In Parlamento i deputati che non trovano alcuna collocazione nei gruppi suddetti, siede tra i Non Iscritti, una specie di gruppo misto, e nel quale troviamo, per l’Italia, il Movimento 5 Stelle.

Ebbene, gli elettori europei andranno alle urne e voteranno, Paese per Paese, i vari partiti nazionali presenti sulla scheda, ma al momento della proclamazione, gli eletti saranno tenuti ad aderire ad uno dei gruppi europei, che quindi si caratterizzeranno per appartenenza a famiglie politico-ideologiche e non per nazionalità. È proprio questo che forma, o dovrebbe formare, il dibattito e le politiche europee, che non sono, o non dovrebbero essere, quelli della semplice somma di egoismi nazionali, ma volti ad una visione ed un interesse comune.

Una delle prime e più significative azioni del nuovo Parlamento sarà quella di eleggere il nuovo Presidente della Commissione Europea, la carica più importante dell’Unione. Abbiamo scritto eleggere in corsivo perché il Parlamento non può scegliere liberamente chi votare, ma deve esprimersi a favore o contro quello che sarà il nome proposto dal Consiglio Europeo, ovvero dai governi nazionali. Si tratta quindi tecnicamente di una ratifica, ma per dare peso all’espressione di volontà democratica dei popoli, neanche il Consiglio può proporre una personalità a caso, ma deve “tenere conto” del risultato delle elezioni1.

È per questo che i partiti e i gruppi europei presentano ognuno un proprio candidato Presidente di Commissione, con un suo programma, Tale sistema, detto alla tedesca dello “Spitzenkandidaten” traducibile con “candidato di punta”, non previsto ufficialmente dai trattati, dovrebbe servire come elemento di chiarezza per gli elettori, ma non è così semplice.

In questa tornata, infatti, troviamo sette candidati per soli cinque gruppi: mentre le destre di “Conservatori e Riformisti” e di “Identità e Democrazia” non presentano nessuno, motivando in vari modi la scelta, gli altri hanno in alcuni casi presentato candidati diversi che esprimono le diverse sensibilità delle loro componenti. I sette rappresentanti sono:

– per La Sinistra, di cui è leader, Walter Baier. Austriaco, 70 anni, è un esponente del Partito Comunista. Non è parlamentare e non si presenta alle elezioni. Ateo e anticapitalista, è per un cambio di passo sostanziale nelle politiche estera, economica e sociale europee. I suoi punti fermi sono: integrazione, pace negoziata in Ucraina e Gaza, limiti ai costi degli affitti e delle abitazioni.

– Per Renew Europe, Sandro Gozi e Marie-Agnes Strack-Zimmermann: il primo, italiano, già Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, con delega agli affari europei, nei governi Renzi e Gentiloni, è un deputato europeo dal 2020, ma eletto in Francia, nelle liste di Macron La République En Marche!, oggi Renaissance. É segretario generale del Partito Democratico Europeo (da non confondere con quello italiano), al quale tuttavia il partito di Macron non aderisce (non avendo questo alcuna adesione a partiti europei), mentre vi è Italia Viva. I punti fondamentali del programma sono: la difesa europea comune, l’Ucraina in UE e l’elezione diretta del Presidente della Commissione. La seconda, Marie-Agnes Strack-Zimmermann del Partito liberal-democratico tedesco, è Presidente della commissione difesa del Bundestag (la Camera dei deputati della Germania); non ha partecipato al dibattito con gli altri candidati: dal suo programma emerge che condivide con Gozi la proposta di aumento delle spese militari e l’atteggiamento intransigente nei confronti della Russia, ma a differenza di questi sostiene una politica migratoria più restrittiva ed è contraria a nuovo debito pubblico europeo, differenze che sono probabilmente alla base della nomina di due diversi candidati. Entrambi sono cattolici.

– per i Popolari, Ursula von der Leyen, 65 anni, presidente della Commissione uscente, che ha “governato” con la grande coalizione di Popolari, Socialisti, Verdi e Liberali detta appunto Maggioranza Ursula. Importante esponente della DC tedesca (fu ministra con la Cancelliera Merkel), ha affrontato le crisi degli ultimi anni (covid, emergenza energetica, guerre) e gestito il rilancio economico del PNRR, non senza critiche. I suoi punti fermi sono: intransigenza nei confronti della Russia e netto appoggio all’Ucraina; transizione ambientale, difesa dello stato di diritto e rafforzamento dell’Unione. È luterana.

– per i Verdi Terry Reintke e Bas Eickhout . La Reintke, 37 anni, è tedesca, parlamentare a Bruxelles e da sempre impegnata per i diritti civili di donne, minoranze, LGBT. I punti principali del suo programma sono: opposizione netta all’estrema destra, lotta al cambiamento climatico, sostegno ad un’economia ecologica che crei occupazione. Eickhout (non presente al dibattito), 48 anni, olandese, deputato europeo, esperto in biocarburanti, crede fermamente nella transizione ecologica. Propone un piano industriale basato su un fondo europeo reperito attraverso nuovo debito o imposizioni finanziarie pari all’1% del bilancio per sostenere l’industria ma solo quella necessaria, come l’acciaio. Altri settori dovranno essere sacrificati. Sostiene l’ipotesi di un Von der Leyen bis.

– per i Socialisti, Nicolas Schmit. 70 anni, lussemburghese, attuale Commissario Europeo per il lavoro ed i diritti sociali. Esperto del settore (è stato anche ministro del lavoro nei governi del Lussemburgo) ha come obiettivi principali garantire la qualità del lavoro, lottare contro il precariato, assicurare ai lavoratori uno stipendio degno, con misure contro l’inflazione e per il salario minimo.

Il dibattito

Condotto da due giornalisti e basato su rigido contingentamento dei tempi (45’’ ogni risposta, con tre diritti di replica di 30’’, più una mini-intervista per ciascuno), e aperto ad alcune domande formulate da cittadini europei in sala o in collegamento dalle varie capitali, il dibattito è stato molto pacato e lineare; né poteva essere diversamente, dato che, in mancanza delle destre, l’unica opposizione era rappresentata da Walter Baier, come detto, leader de La Sinistra. Il limite di dibattiti così strutturati è l’estrema sintesi cui sono obbligati i candidati che hanno dovuto parlare di temi di enorme complessità contingentati in modo draconiano con tempi strettissimi finendo così, inevitabilmente, per affermare cosa vogliono senza poter spiegare il perché di ogni obiettivo.

Sono stati affrontati cinque macroargomenti: economia e lavoro; difesa e sicurezza; clima e ambiente; ; migrazione e frontiere; innovazione e tecnologia.

Si è cominciato parlando di economia e lavoro.

Schmit ha proposto investimenti nella formazione e nella specializzazione, per avere lavoro qualitativamente alto e ben remunerato; Reintke ha insistito sulle opportunità del green deal di creare impiego e si è opposta a qualunque ipotesi di austerity; Baier ha sottolineato la necessità di combattere la povertà, il caro-alloggi e ha proposto un blocco degli sfratti. Alla domanda di un ragazzo francese sull’impatto sulla economia dell’allargamento a nuovi Paesi,  Gozi ha risposto che è la Storia che lo vuole, che si devono ammettere nella UE i Balcani e l’Ucraina, incrementando i fondi e ripensando il patto di coesione e la politica agricola europea. Intervento di Baier che ha ribadito come la Sinistra sia a favore degli allargamenti ma solo se i Paesi candidati garantiscono i diritti, in particolare quelli dei lavoratori. Sollecitata dal conduttore sulla previdenza e le pensione, Von der Leyen ha ricordato come quelli siano ambiti nazionali ma che, durante il suo mandato, siano stati stanziate decine di miliardi per sostegno alle politiche sociali, per le abitazioni, e si sia affermato il principio del salario minimo.
In realtà le varie posizioni non sono parse poi così diverse: welfare ed investimenti sono stati proposti da tutti; meno chiare le idee sul come e dove trovare i soldi.

Si è passati poi ai temi della difesa e sicurezza.

Rispondendo ad un giovane lituano, Gozi ha affermato che la difesa militare è necessaria davanti all’aggressività della Russia e così il suo gruppo proporrà un piano da 100 miliardi di euro per incrementare il riarmo europeo. Contemporaneamente, però. si dovrà investire in cultura e propone che per ogni euro speso nel settore della difesa se ne dovrà spendere uno in cultura, uno slogan che non ci è nuovo. Kelly Reintke ha un’analoga posizione e considera che l’aggressione di Putin costringe a finanziare e a costruire un’efficiente difesa comune per la quale sarà necessario eliminare la regola dell’unanimità, che rende l’Europa ostaggio dei veti di personaggi tipo Orban. Alla domanda di una cittadina Polacca che chiedeva di reindirizzare nella politica militare dei Paesi europei i finanziamenti oggi concessi all’Ucraina, l’esponente socialista Schmit ha considerato necessari sia l’aiuto concreto all’Ucraina sia investire nell’apparato militare per garantire le nostre libertà. Anche Von der Leyen vuole mantenere fermo l’aiuto all’Ucraina e, quanto alla difesa dei singoli Stati propone un piano industriale di riarmo e di ridurre le frammentazioni con un piano comune come uno scudo antiaereo che protegga tutto il continente. Riprende la parola la Reintke per dire che la sicurezza può essere garantita solo se terremo l’estrema destra, la “lunga mano di Putin” fuori dai centri decisionali. Baier polemizza un po’ con gli altri candidati: per lui la vera emergenza dalla quale difendersi è il disastro ecologico verso il quale stiamo correndo e per quanto riguarda le spese militari, ricorda che già la NATO spende in armamenti molto più di Russia e Cina messe insieme; non è forse abbastanza? Abbiamo bisogno di pace e disarmo, e di una soluzione politica del conflitto. La sua è l’unica posizione fuori dal coro. Gozi “accusa” Von der Leyen di timidezza sulla predisposizione di un piano di difesa comune che è attualmente di appena un miliardo e che secondo lui andrebbe finanziato per almeno 100 miliardi con massicce risorse proprie dell’UE (tassazione o debito condivisi) a favore di una industria bellica comune2. Baier esprime sorpresa che in discorso sulla sicurezza nessuno menzioni la guerra in Medio Oriente e propone sanzioni ad Israele

Terzo tema: clima e ambiente

Un premessa è d’obbligo: non si tratta solo di un argomento importante in sé, per il suo impatto sull’economia e sulla sicurezza di ognuno messa a repentaglio da alluvioni e siccità. L’ambiente è anche un tema su cui è consumato un cortocircuito del nostro sistema democratico. Nonostante esso non sia stato al centro del dibattito delle scorse elezioni europee (almeno nell’ambito italiano), il famoso Green Deal è stato inserito addirittura come primo punto nel documento programmatico della Commissione guidata da Ursula Von der Leyen, in base al quale essa ha ottenuto la fiducia del Parlamento europeo. Eppure, nonostante la centralità nell’azione comunitaria di questa politica, contro di essa si è consumata l’unica vera manifestazione trans europea, lo scorso gennaio e febbraio 2024, che è riuscita a mettere insieme cittadini dalla Spagna alla Polonia, dall’Olanda all’Italia. La Von der Leyen ha tuttavia minimizzato, sostenendo che gli agricoltori non vogliono fermare la lotta al cambiamento climatico ma non sono d’accordo sul come lo si è fatto fino ad ora, e pretendono meno vincoli e più incentivi, meno controlli e più tecnologia (è da sottolineare come nell’ultimo anno maggioranze volanti PPE-Renew-Destre abbiano parzialmente soppresso una parte del Green Deal, ndr). Smith si concentra molto sul problema della difficoltà di “mobilizzare” le ingenti risorse che servono per la transizione ecologica che, gli altri tre candidati, sembrano sapere dove trovare: il candidato de La Sinistra indica nelle politiche di austerity l’origine del malcontento degli agricoltori, e quello del liberali afferma che “non sono i cittadini e gli agricoltori a dover pagare la transizione” mentre è preferibile che l’Europa punti su “risorse proprie”: in pratica concordano che serve nuovo debito pubblico. Anche la candidata dei verdi sembra sulla stessa lunghezza d’onda, proponendo addirittura di aumentare i sussidi della PAC, la politica agricola comune che attualmente è la prima voce di spesa dell’UE, coinvolgendo circa un terzo del suo bilancio (cioè 400 miliardi ogni 7 anni)

Sul tema immigrazione e frontiere si è sentita molto la mancanza al confronto delle destre, perché su questo argomento molti partiti di quell’area hanno basato parte della campagna elettorale e, dopo il voto, faranno sentire il loro peso specifico. Il tema è delicatissimo, e lo ha ricordato Schmit ammettendo che sul nuovo piano UE sui migranti il suo gruppo è andato in ordine sparso (Gozi gli ha ricordato/rimproverato che i deputati del Partito Socialista Francese e quelle dei PD italiano hanno votato contro il regolamento) . Ha poi duramente criticato l’accordo con la Tunisia (e quindi la Von der Leyen, che l’ha firmato e la stessa commissione… di cui il PSE fa parte!) definendolo un sistema crudele per i migranti “respinti nel deserto” e lucroso per “il dittatore” tunisino. Baier ha paragonato (un po’ forzatamente) il diniego del visto agli ebrei tedeschi e austriaci negli anni ‘30 da parte di alcune nazioni  alla odierna chiusura delle frontiere europee3. I Verdi concordano e auspicano maggiore accoglienza e una politica di porte aperte, fine delle stragi nel mediterraneo e contemporaneamente, fine del caos alle frontiere.  Gozi ha ricordato, con una certa veemenza, che quando ci fu una delle maggiori ondate migratorie del decennio, lui era al governo e quindi sa “meglio di chiunque altro su questo palco” che furono le divisioni e la mancata collaborazione tra Paesi Europei a trasformare “il mare in un cimitero”, e che è necessario aprire canali legali e sicuri alla migrazione economica. Anche la Von der Leyen ha auspicato che le morti abbiano fine, ma ha anche affermato che a decidere chi entra e chi non entra in Europa dobbiamo essere noi europei, e non i trafficanti e gli scafisti.

Interessante notare che alla domanda di una ragazza greca su cosa fare per aiutare i Paesi di frontiera e di accesso alle migrazioni,  e ridurre le tensioni che il fenomeno in essi provocano, tutti i relatori hanno glissato e non hanno data alcuna risposta.

Altro tema Innovazione e tecnologia.

Alla puntuale domanda: L’UE ha già regolamentato il settore tecnologico, quindi, un’ulteriore regolamentazione sarebbe un aiuto o un peso per le aziende europee? Il candidato socialista risponde da un’altra prospettiva: il problema non è la regolazione ma il ritardo dell’UE nello sviluppo tecnologico, che può essere recuperato solo con gli investimenti, e quindi occorre finirla con l’era dell’austerity e procedere con il completamento del mercato unico dei capitali. La Von der Leyen rivendica l’approvazione del Regolamento sui dati, che ha permesso alla Commissione di investigare su Tik Tok per il sospetto di essere un pericolo per la salute mentale dei più giovani. I successivi interventi di tutti i candidati a riguardo delle nuove tecnologie e dei rischi che comportano (deep fake, fake news, raccolta ed uso dei dati degli utenti) sono stati a favore di regole più severe, maggiori controlli, limiti allo strapotere delle grandi aziende digitali e informatiche e dei socialnetwork.

Democrazia e leadership

Da un punto di vista prettamente politico, la discussione ha avuto i momenti di massimo interesse nell’atteggiamento verso le (assenti) destre. A Gozi, in qualità di candidato e rappresentante dei liberali, è stato da più parti chiesto come fosse possibile che uno dei partiti che fanno parte di Renew Europe, cioè il partito liberale di Rutte, nei Paesi Bassi, abbia accettato di costituire un governo proprio con una formazione di quella “destra estremista e populista che mina l’Europa dall’interno”, ovvero il Partito della Libertà di Geert Wilders (vincitore delle ultime elezioni) e con il Partito dei Contadini che contesta l’UE fino ad ipotizzare una exit. Verdi, Socialisti e Sinistra hanno chiesto che Renew espella i liberali olandesi, ma Gozi ha cercato di evitare la polemica, dicendo che la situazione andava studiata anche perché il governo, nei Paesi Bassi, era solo a livello di ipotesi. (NB: a distanza di una settimana , quel governo si è fatto. Cosa succederà ora?). In compenso, ha sostenuto che la risposta democratica al populismo è l’elezione diretta del Presidente della Commissione da parte del/dei popolo/i europeo/i.

Nessuno però ha rinfacciato ai Popolari di essere in coalizione al governo con due partiti di destra in un altro Paese: l’Italia! Forse perché FdI e Lega appaiono più… Moderati? Eppure proprio Fratelli d’Italia e Meloni sono stati evocati come pericolosi per la democrazia sia da Schmit che dalla Reintke, ma non hanno chiesto misure contro Forza Italia

Però hanno chiesto conto alla Von der Leyen del suo buon rapporto con la Meloni e sulla intenzione della Presidente di costituire la nuova Commissione con l’apporto di una fetta di quella destra oggi bandita. Schmit ha menzionato l’intervento della Meloni al congresso degli ultraconservatori spagnoli di Vox, e ha chiesto come sia possibile una convergenza con lei…E Ursula ha nicchiato, ha evitato di prendere impegni, ha lasciato intendere e non intendere… Fin quando ha ammesso di aver sempre lavorato bene e in concordia con Giorgia, e ha affermato che la nostra Capo di Governo rispetti le tre linee rosse che lei, la Von der Leyen, ritiene essenziali per accettare qualcuno come alleato: fedeltà atlantica e forte appoggio all’Ucraina; filo-europeismo; rispetto dello Stato di Diritto. I suoi colleghi candidati non ci sono sembrati del tutto persuasi.

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In sintesi estrema, la nostra analisi di questo dibattito è che la prossima Commissione sarà pesantemente influenzata dal tema della guerra, del riarmo e dei rapporti con la NATO, e soprattutto  dal convitato di pietra rappresentato dalle destre, che – siano più o meno sovraniste, più o meno laiche o clericali, più o meno convinte dell’appoggio alla Ucraina- secondo i sondaggi avranno un exploit in quasi tutti i paesi d’Europa; e ricordiamoci che in molti di questi già sono al governo, e saranno proprio i governi a scegliere il Presidente della Commissione stressa: difficile se non impossibile, quindi, che scelgano un candidato a loro ostile. Ci sarà dunque uno spostamento dell’asse europeo da sinistra a destra, e su questa prospettiva sta manovrando il PPE e la Von der Leyen spera in un secondo mandato: sarebbe un mix tra nuovo corso e continuità; vedremo se riuscirà nel suo intento.

 

  1. Così  Art. 17, comma 7, del Trattato dell’Unione Europea: Tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento europeo un candidato alla carica di presidente della Commissione. Tale candidato è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono. Se il candidato non ottiene la maggioranza, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone entro un mese un nuovo candidato, che è eletto dal Parlamento europeo secondo la stessa procedura []
  2. non avevamo mai sentito niente del genere, nemmeno per le industrie farmaceutiche o informatiche, ad esempio []
  3. che in realtà sono un colabrodo: il filmatino di introduzione a questo tema mostrava tutte immagini di barchini, sbarchi e hub sovraffollati a Lampedusa []
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