Città senza popolo

di Carla Bi

Sono una cittadina di Roma, e vivo nell’ormai famoso quartiere Garbatella dal 1996, una delle zone più interessanti della capitale, dal punto di vista sociale, urbanistico e architettonico.

Nasce sui terreni espropriati ai nobili Grazioli nel 1920, il 18 febbraio quando, nientedimeno! Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III posa la prima pietra, in quella che oggi si chiama piazza Brin.

Il quartiere ha origine nell’ottica dell’area industriale che si stava sviluppando nella zona Ostiense, limitrofa alla Garbatella, che diviene il pilastro portante dello sviluppo di Roma sud. Sorge dunque come quartiere operaio, inizialmente col nome di Concordia, come auspicio di una pace sociale, in quelli che erano tempi di duri conflitti nella nostra società.

Nel progetto doveva essere anche un borgo marinaro, nella prospettiva di un porto fluviale che si progettava di fare sempre in zona Ostiense e che doveva collegare Ostia con Roma. Di questo porto poi non se ne fece più nulla. Ne resta solo traccia nella toponomastica della prima Garbatella, dedicata prevalentemente ad armatori, costruttori navali e navigatori.

Al progetto lavora un gruppo di architetti famosi come Gustavo Giovannoni, Marcello Piacentini e altri che inizialmente scelgono per le nuove case lo stile “barocchetto romano”, dunque logge, comignoli, gocciolatoi zoomorfi, giardini sospesi, ecc., adornano questi nuovi fabbricati, con l’intento di riproporre una visione della vita contadina felice e lontana dalle lotte di classe, molto presenti, invece, in quel momento storico, qui in Italia.

Anche i richiami al modello inglese di città giardino sono evidenti nei lotti che compongono il quartiere, ognuno di essi, infatti, comprende oltre all’abitazione, un cospicuo spazio verde coltivabile per dare ai lavoratori che vi abitavano un’ulteriore fonte di sussistenza e creare per loro un habitat più umano e dignitoso.

Tutto questo darà al quartiere un carattere e un aspetto particolare, tuttora studiato da urbanisti e architetti di tutto il mondo, come uno dei migliori esempi di edilizia popolare coniugata armonicamente con ambiente e architettura.

Nel 1926 il quartiere apre le sue porte agli sfollati cacciati dalle loro case/baracche in seguito agli sventramenti di Roma nell’epoca fascista, accrescendo così l’identità di questo rione, basata su alcuni punti che da sempre lo caratterizzano, come l’accoglienza e la solidarietà.

Quando sono venuta a viverci, quasi trent’anni fa, in effetti ho da subito riscontrato questi suoi caratteri salienti, che si erano mantenuti nel tempo. Un’oasi di umanità che in altri quartieri della capitale non esisteva già più.

Ecco, oggi i caratteri fin qui descritti, di questo particolare quartiere di Roma stanno scomparendo del tutto, a una velocità preoccupante sotto i colpi di piccone del bere e del mangiare fuori casa a tutti i costi, e del turismo forsennato, tipico dei nostri tempi. Da anni infatti assisto sgomenta alla trasformazione di quello che era appunto un quartiere popolare, in un mega ristorante a cielo aperto, un mega distributore di tutto ciò che sia commestibile e bevibile, con le ovvie conseguenze drammatiche per chi nel quartiere ci abita, dal problema gigantesco di parcheggio, ai rumori, risse, spaccio di droga; insomma tutto ciò che sappiamo gira intorno alla cosiddetta movida.

E così la sera si torna a casa dopo una giornata di lavoro e si passa mezz’ora e più a cercare parcheggio per la propria macchina; per trovarlo, forse, chissà dove, lontano dalla propria abitazione; e la macchina, sia chiaro, si è costretti ad usarla perché, come è noto, i mezzi pubblici a Roma non funzionano. Quindi diciamo che è un classico esempio di cornuto e mazziato dedicato ai cittadini. Tra l’altro si rammenta che su questi autoveicoli i proprietari ci pagano le tasse, il famoso bollo auto.

Una volta a casa se è estate, devi tenere le finestre ben serrate perché il rumore e gli schiamazzi all’esterno sono tali che non riesci neanche a sentire la TV. Tra l’altro questo ti costringe a tenere l’aria condizionata accesa, se non vuoi morire soffocato. Ovviamente con il rumore costante di chiacchiere, urla di ubriachi, musica all’aperto, clacson di macchine bloccate dalla sosta selvaggia in doppia e tripla fila di altri autoveicoli (che nessuno mai sanziona), è impossibile dormire fino alle 2, le 3 di notte.

Il fine settimana non puoi decidere di uscire perché al ritorno non sapresti dove parcheggiare, né puoi invitare gente a casa, perché neanche loro troverebbero parcheggio. Insomma si fa una vita davvero difficile in quartieri come questo, e a Roma ormai ce ne sono molti, basta leggere le cronache quotidiane dei giornali locali.

Il tutto è diventato oltremodo drammatico con le concessioni temporanee dei dehors fatte a ristoranti, pub, bar, paninerie, birrerie, gelaterie e quant’altro per l’emergenza Covid…

A Roma questa invasione di pedane è stata autorizzata il 25 maggio 2020, e doveva terminare a dicembre dello stesso anno.

Poi di proroga in proroga, siamo arrivati al 2024, l’emergenza sanitaria è finita da un pezzo ma quelle pedane sono tutte ancora lì in bella mostra, piene di ammennicoli, piantine, fiorellini, ombrelloni ad occupare un suolo pubblico che, se è pubblico, al paese mio significa che è di tutti.

Addirittura siamo arrivati al punto che il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha promesso un provvedimento per rendere strutturale questa invasione di tavolini all’aperto, “così che siano un elemento di decoro urbano”…dice lui.

In pratica si agevola fino all’inverosimile una categoria in barba a tutti gli altri cittadini che in questi quartieri ci vivono. Tra l’altro ricordiamo che già con i ristori dello Stato, sempre per l’emergenza Covid, i gestori di queste attività sono stati abbondantemente risarciti per le perdite subite a causa del lockdown, mentre decine di altre categorie sono state allegramente ignorate e non hanno visto una lira; d’altra parte ci ricordiamo tutti che nei telegiornali, durante la pandemia, si parlava solo di ristoratori ed albergatori, evidentemente tutti gli altri si stavano divertendo parecchio, o semplicemente esistono lavoratori di serie A e altri di serie Z.

Addirittura siamo arrivati al paradosso che vengono autorizzate nuove installazioni di dehors ad esercizi commerciali che aprono ora, e che di certo non hanno patito nessuna emergenza Covid!

Lascio immaginare i problemi sopraelencati, con queste nuove installazioni su strada e sui marciapiedi, come possano essere drammaticamente peggiorati:

parcheggio e rumori innanzi tutto; il transito anche a piedi in alcune vie, è divenuto impossibile a causa dei tavolini messi ovunque, selvaggiamente.

Ci sono strade con un’alta densità di locali, ad esempio dalla piazza del teatro Palladium, nel raggio di 100 metri ce ne sono almeno 12! ciascuno con la sua pedana; capirete bene che i residenti hanno ben poche possibilità di trovare un posto per la propria macchina, ad esempio. Non c’è alcun criterio, solo una giungla dove vince il più forte, nel caso specifico i gestori di queste attività commerciali, e che i residenti si arrangino!

Per esempio, si potrebbe istituire una ZTL, tanto per dirne una, ma, sono sicura, i ristoratori alzerebbero le barricate, quindi meglio non disturbarli.

Questo scempio avviene oltre tutto in totale spregio dei disabili, o di genitori con bambini nelle carrozzine. Si parla da anni ipocritamente dell’abbattimento delle barriere architettoniche, quando nella realtà non solo queste non vengono abbattute per niente, ma se ne costruiscono di nuove! (Invito chiunque a farsi un giro nel fine settimana di sera a Garbatella, in piazza Bartolomeo Romano, in piazza Pantera, piazza di S. Eurosia, piazza Damiano Sauli, ecc., ecc., ammesso che troviate parcheggio…).

Il sudiciume poi che i simpatici avventori lasciano per le strade è fuori controllo, ti ritrovi bottiglie di vetro abbandonate ovunque, a volte messe di proposito sotto le macchine, a ridosso delle gomme.

Tutto ciò, sia chiaro, avviene col beneplacito di tutte le forze politiche. Il presidente del Municipio VIII, a cui appartiene la Garbatella, è di centrosinistra, così come il sindaco della città, ad esempio, e dunque ci si sarebbe aspettata un’attenzione maggiore da parte di questa parte politica nei confronti dei cittadini… Invece siamo in molti ad avere la netta sensazione non solo di non contare nulla, ma di essere quasi di troppo. Magari se ce ne andassimo via tutti, possibilmente in qualche periferia sperduta, con le nostre case ci si potrebbero fare un bel po’ di Airbnb e così il luna park sarebbe completo! Sì, perché adesso molte abitazioni vengono adibite a case per vacanzieri. Provate a cercare una casa in affitto in questa zona! Non la troverete, se non a prezzi proibitivi. Una realtà drogata dove tutto è ridotto a merce, a una funzione esclusivamente turistico-albergiera. Come a Venezia.

Si sono consumati negli anni fiumi d’inchiostro sullo scempio compiuto nel capoluogo veneto. Cosa è cambiato? Assolutamente nulla. Anzi, la situazione è decisamente peggiorata e quel modello nefasto è stato esportato in altre città italiane, vedi Roma, vedi Firenze. Città meravigliose cannibalizzate da parte di chi di queste città non ha alcuna considerazione, se non in funzione dei propri guadagni, spalleggiati da una politica miope e scellerata.

Tra l’altro il turismo mordi e fuggi porta soldi solo al singolo ristoratore o albergatore, sia chiaro. I cittadini non solo non hanno alcun beneficio da tutto questo, ma ne subiscono le pesanti conseguenze in termini di affollamenti (provate a prendere la metro che passa per le zone centrali) e di degrado, vedendo la qualità delle loro vite peggiorare drammaticamente.

Nel 2014, il famoso archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis nel suo libro Se Venezia muore scriveva: in tre modi muoiono le città: quando le distrugge un nemico spietato, quando un popolo straniero vi si insedia con la forza, o quando perdono la memoria di sé…

Ecco, quello che mi sgomenta è l’indifferenza da parte degli amministratori locali e dei rappresentanti politici, tutti, davanti a questa distruzione sistematica del tessuto sociale di questi luoghi, della loro memoria di sé. In nome di cosa? Per facilitare i profitti di un paio di categorie? E cosa accadeva ai ristoranti prima del Covid e dunque prima dell’invasione degli spazi pubblici? Morivano di fame?

E sia chiaro che il tessuto sociale una volta distrutto lo è per sempre. Se vanno via i residenti, spariscono i piccoli negozi, le scuole, ecc., sparisce la storia di quel luogo.

E’ davvero scandaloso questo disinteresse totale nei confronti dei cittadini, buoni solo per chiedere loro il voto durante le campagne elettorali, e che, non essendo una lobby, possono solo soccombere, allegramente, tra un apericena, uno spritz e un’amatriciana. Questo è.

Qua e là c’è qualche raro esempio contrario a questo trend, dove si vede un po’ più di riguardo per i residenti da parte degli amministratori locali. Nel quartiere di Roma, Montesacro, in particolare, lo scorso anno è stato approvato un documento che stabilisce lo stop all’apertura di nuovi locali, per arginare la malamovida, proprio per tutelare gli abitanti della zona. Perle rare che comunque dimostrano che è dunque possibile mettere un argine allo scempio che siamo costretti a subire, pertanto chi non lo fa è responsabile di questo sfacelo.

Oltre tutto, in generale, un’economia basata principalmente sulla ristorazione non credo porti così lontano; cosa pensano di fare? Esportare cappuccini?

Tralascio il discorso su come fuori dal nostro Paese, nelle principali capitali europee hanno concepito l’installazione dei dehors, e come siano tenuti i centri storici in generale, ma basta fare una ricerca in rete e vedere con i propri occhi.

Insomma, di quella Concordia con cui è nata l’idea di questo quartiere non sta rimanendo più nulla.

Bisognerebbe fermarsi ora, con estrema urgenza, e restituire gli spazi comuni alla cittadinanza per fermare l’esodo inevitabile di questa gente sopraffatta da questa violenza, costretta a scappare via, e che in zone come Trastevere è già quasi compiuto (sono rimaste infatti solo poco meno di 13 mila persone residenti), e in altre, come a Garbatella, è tristemente iniziato, per non desertificare quartieri che hanno la loro storia e la loro bellezza, di cui la popolazione che li abita è fedele custode.

Garbatella è uno di quei quartieri che ha ancora qualche piccola possibilità di salvezza, forse, ma solo se si agisce ora, senza perdere tempo. Tra poco sarà troppo tardi, e, per quanto sopra detto, sarebbe un vero peccato distruggere la storia di questa che era un’oasi di umanità.

Penso che si possa convivere civilmente cittadini e ristoratori, senza sopraffazioni. Regolare questa convivenza spetta alla politica che non può più ignorare così spudoratamente i cittadini del proprio Paese.

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