La rivolta della Wagner: guerra civile in Russia? Non tifiamo per i neonazisti per favore

di Marco Ottanelli

Il 24 giugno 2023, 485° giorno di guerra russo-ucraina, è successo cio che fino a poco temp fa era imprevedibile; imprevedibile nonostante i mille violenti segnali dei mesi scorsi: la compagnia di ventura Wagner, il gruppo russo di combattimento semi-privato, ha occupato Rostov, porto sulla foce del Don nel mare d’Azov, e  si appresta a marciare con tutta la sua potenza verso Mosca. Poi, la svolta in serata: la crisi pare essere rientrata, e le truppe in marcia verso la capitale si sono fermate. il loro comandate ha dichiarato che la ribellione è finita. Un colpo di scena che deve avere una spiegazione.

Cosa è il gruppo Wagner: in estrema sintesi, Wagner non è un’entità unica e compatta, è più una sorta di consorzio di sottogruppi, sparsi per il mondo e comandati da diversi leaders, ma gestiti da un -come chiamarlo?- consiglio di amministrazione del quale fanno parte sia i comandanti più potenti sia il ministero della difesa russo. L’autonomia ed indipendenza delle singole armate da questo consiglio, e del consiglio stesso dallo stato centrale, non sono una costante, influenzate e decise da una serie di variabili piuttosto difficili da inquadrare nel loro complesso da noi occidentali. Fra le tante: andamento delle operazioni militari, entusiasmo delle singole unità mercenarie, capacità di pagamento e di forniture alle suddette unità da parte dei vertici, livello di autorevolezza e/o di corruzione di comandanti, funzionari e ministri, rapporti con Putin e con i reparti della immensa burocrazia moscovita.

I capi dei mercenari: il fondatore e ispiratore di questo sistema di armate mercenarie, e colui che, si dice, gli avrebbe dato il nome di Wagner in quanto ammiratore dell’ideologia nazista (che volle collocare il compositore di Lipsia nel suo Pantheon), si presume sia il colonnello Dmitrij Valer’evič Utkin. Utkin ha combattuto in Cecenia,  Siria e Donbass, ed è sicuramente una figura di riferimento molto importante; però oggi il capo riconosciuto (almeno nello scacchiere ucraino e nella madrepatria russa) è Evgenij Viktorovič Prigožin, un cosiddetto oligarca, che non è stato militare di carriera, bensì uno spregiudicato uomo d’affari dal passato torbido (ha subito condanne per rapina e sfruttamento della prostituzione minorile) che è diventato stra-ricco con una famosa catena di ristoranti, forniture catering a scuole ed esercito e imprese dell’ambito informatico e internet (indicate dagli Usa come fabbriche di fake news). Prigozhin ha condotto i soldati di ventura (le cui fila sono state largamente integrate da galeotti, delinquenti comuni di ogni risma, ai quali è stata abolita la pena in cambio del loro arruolamento)  nella guerra ucraina in corso, e la sua iniziale assoluta adesione all’avventura putiniana si è via via trasformata in critiche, accuse, attacchi sempre più espliciti e violenti, fino alla insurrezione.

Perché la ribellione?: tra le molte spiegazioni e le tante analisi diffuse in queste ore, noi ci permettiamo di fornirne una nostra. Crediamo che, nella spirale di tensione tanto pubblicamente esplicitata da comunicati e dirette via Telegram, il due punti cruciali, quelli di non ritorno, siano stati i video, terribili anzi atroci, delle brutali e inumane esecuzioni di prigionieri ucraini e di disertori di mercenari russi da parte dei miliziani della Wagner, esecuzioni commentate con spietata ferocia da Prigozhin in persona; in tali immagini si mostrava a chi fosse in grado di capire il messaggio, quanto e cosa fosse capace di fare il gruppo di mercenario;  e poi quello in cui lo stesso comandante mostrava i corpi, i cadaveri ammassati degli uomini della sua brigata a Bakhmut. Bakhmut (o Bachmut)1 è quella disgraziata cittadina di 71mila abitanti che, diventata uno dei luoghi chiave dello scontro russo-ucraino fin dal 2013, è stata completamente distrutta ed è stata sede dello scontro senza pietà tra le truppe di Zelensky da una parte e l’esercito regolare russo e, soprattutto, il gruppo Wagner dall’altra. Quando i morti, da centinaia, sono stati migliaia e poi decine di migliaia, Prigozhin si è infine reso conto che stava per fare la fine del suo omologo e antagonista Denys Prokopenko, il comandante del Battaglione Azov, la milizia di estrema destra (diciamolo pure: neonazista) ucraina che si è fatta massacrare e distruggere nell’assedio di Mariupol e della acciaieria Azovstal.  Prigozhin ha capito quello che in occidente tutti sapevano, sanno, ma che nessuno ha voluto mai ammettere: la disperata, strategicamente inutile, difesa a oltranza dell’Azovstal è stata un tanto cinico quanto compresibilissimo (ahinoi, quante cose diventano comprensibili, in guerra!) modo per Zelensky di conseguire tre straordinari risultati in un sol colpo: bloccare l’avanzata russa e costringere il nemico a sprecare una immensa quantità di materiale; creare un’epica della resistenza e dell’eroico sacrificio da offrire al popolo ucraino e propagandare al mondo intero; liberarsi, fisicamente, del più imbarazzante, scomodo, scabroso elemento dei suoi eserciti. E così, mentre i mass media euro americani incensavano il Battaglione Azov unanimemente dimentichi della sua ideologia nazistoide e dei suoi eccessi, esso si lasciva annichilire negli scantinati industriali di Mariupol, togliendo a Kyiv le castagne, quella castagna, dal fuoco. Ma c’era un quarto risultato: l’Azov era un reale pericolo per il governo ucraino, nel senso che, in un qualunque momento, avrebbe potuto imporre il suo controllo e la sua virulenta azione a Zelensky e a tutto il paese. Insomma, se la guerra avesse preso una brutta piega, o se la prospettiva di pace non fosse stata gradita a Prokopenko, si temeva, l’Azov avrebbe potuto volgere le spalle al fronte marciare sulla propria capitale.

Evitare l’annichilimento.  Quando, circondato dalla fama di invincibilità, forza e coraggio, ha cominciato a far la voce grossa, a criticare prima i panciafichisti moscoviti, poi i vertici militari, poi il ministro della difesa (al quale formalmente rispondeva) e poi financo il presidente Putin (dal quale apparentemente dipendeva),  Prigozhin è diventato sempre più un rischio, lo stesso incontrollabile  e potentissimo rivale e concorrente del Cremlino. Non sappiamo cosa sia successo, sotto le cupole di quella cittadella, ma qualcuno deve aver temuto che la fanatica armata della Wagner potesse spodestare, o quantomeno mettere in ombra, il Potere costituito e metterne a rischio la sua tenuta, e tutti i suoi intrallazzi.
Quando, circondato dai mucchi di cadaveri dei suoi uomini, ha constatato come fosse stato sospinto nel mattatoio di Bakhmut e fosse stato gradualmente lasciato sempre più solo dall’esercito, sempre meno rifornito di rimpiazzi e munizioni, sempre più ignorato dai politici e dallo stesso Putin, Prigozhin ha realizzato come su di lui si fosse chiuso lo stesso cappio che avevano messo al collo di Prokopenko. Ed ha agito prima che lo stringessero completamente. La sua è stata una mossa per la vita o per la morte.

Quali rassicurazioni? Nel tardo pomeriggio, la clamorosa novità: Prigozhin ordinac ai suoi di fermarsi e tornare in Ucraina, a  combattere (e morire). Perché questa concitata decisione? Non azzardiamo ipotesi se non quella che la Wagner, ritenuta forse troppo forte o perlomeno in grado di simpatie in ampi settori dell’esercito e anche della cittadinanza, abbia ricevuto   importanti rassicurazioni e convincenti impegni. Solo quanto verremo a sapere da qui a qualche settimana potrà darci una qualche risposta. Siamo tutti in attesa di vedere gli effetti di un accordo che sicuramente sarà oneroso.

La NATO non sbagli (di nuovo)! E noi, cioè la NATO, l’Europa, gli Usa, l’Occidente… cosa dobbiamo fare? Ci limitiamo a goderci lo spettacolo mangiando pop corn, come fa un militare ucraino in un indovinato quanto beffardo e sprezzante video di propaganda, o dobbiamo prendere una qualche iniziativa? Difficile per qualsiasi governo, per chiunque, decidere come muoversi adesso, ma una cosa almeno è da auspicare: che la NATO, il civile Occidente, non appoggi, non sostenga, non aiuti o addirittura affianchi le milizie in rivolta solo perché improvvisamente le vediamo come un’arma anti-Putin a basso costo (per noi). Non si sia tentati di elevare allo status di eroici e ammirevoli patrioti i tagliagole della Wagner così come si è fatto, con tragici e destabilizzanti errori, con i tagliagole dell’Isis in Siria, o con i tagliagole islamisti cirenaici in Libia, o con i tagliagole dei Fratelli Musulmani in Egitto, o come precedentemente si era fatto nei confronti dei tagliagole in Algeria e, ai tempi dell’Urss, con i tagliagole talebani in Afghanistan. Bande di ossessi presentate come candidi salvatori della libertà e della democrazia, che poi le gole hanno velocemente cominciato a tagliarle anche a noi e che tengono nella morse del terrore vaste aree del mondo da decenni. Stavolta si sia in grado di guardare con lucidità e fermezza chi e cosa sta marciando su Mosca, e si sia in grado di ricordare che fino a ieri la Wagner era quella accozzaglia di assassini che ha commesso un numero spropositato di crimini di guerra e di spietate crudeltà in Ucraina. E quando diciamo fino a ieri, lo diciamo in senso letterale. Non si sbagli, si rifletta e si ponderino conseguenze e ricadute di ogni scelta.


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  1. comunque la città si chiamava Artemivs’k fino al 2016; il suo nome è stato cambiato nell’ambito della campagna di “decomunistizzazione” dei governi ucraini []