Magistratura e Governo: tensioni e polemiche strumentali

di Massimo Niro

Le recenti dichiarazioni del Ministro della Difesa Crosetto, in un’intervista al Corriere della Sera, hanno aperto un nuovo fronte di polemiche e di contrasti tra l’attuale Governo, presieduto da Giorgia Meloni, e la magistratura nel suo insieme, in particolare nelle sue componenti associative come l’Associazione Nazionale Magistrati. Infatti, il Ministro Crosetto ha parlato della “opposizione giudiziaria” come di una “fazione che si sente antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra”, riferendo dei racconti di “riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni”.

Il dibattito politico seguìto a queste dichiarazioni del Ministro e il successivo chiarimento di quest’ultimo in Parlamento non hanno aggiunto molto alle dichiarazioni iniziali : si è soltanto appurato che la corrente di magistrati a cui si fa riferimento è “Magistratura democratica”, storica corrente di sinistra della magistratura, e che le riunioni evocate non sono riunioni segrete o riservate, bensì riunioni di un congresso ufficiale di una corrente, a cui sono stati invitati anche esponenti del Governo e della maggioranza parlamentare.

Qualcuno ha detto, allora, che tanto rumore si è risolto nel nulla o, comunque, in qualcosa che non era certo sconosciuto al Governo. C’è da chiedersi, però, come mai un esponente del Governo finora attento e misurato, come il Ministro Crosetto, si sia lasciato andare a dichiarazioni di questo tenore, che prevedibilmente non sarebbero passate inosservate, e come mai dichiarazioni in materia di giustizia siano state rilasciate non dal Ministro competente, Carlo Nordio, bensì dal suo collega Guido Crosetto, titolare del Dicastero della Difesa.

Alcuni giorni dopo l’intervento di Crosetto, peraltro, anche Nordio ha rilasciato un’intervista giornalistica, sempre al Corriere della Sera, nella quale ha dichiarato di essere in consonanza con Crosetto “praticamente su tutto” e che quest’ultimo” non ha mai parlato di complotti, ma ha interpretato la preoccupazione della politica per gli atteggiamenti di alcuni magistrati”. Ha aggiunto il Ministro Nordio (il punto appare rilevante ): “Il fatto è che non si sono mai rimarginate le ferite aperte dopo l’emersione dello scandalo Palamara”1.

Il richiamo del Ministro Guardasigilli allo scandalo Palamara riporta in primo piano una vicenda giudiziaria di qualche anno fa, che ha visto come protagonista l’ex-magistrato Luca Palamara, ritenuto responsabile di condotte non adeguate e non corrette che ruotavano intorno al Consiglio Superiore della Magistratura, di cui era stato un componente, quindi sottoposto a procedimento disciplinare conclusosi con la sua rimozione, con l’applicazione della sanzione più grave.

Anche altri magistrati che facevano parte del C.S.M. sono stati sottoposti a procedimento disciplinare e sanzionati, con applicazione di sanzioni meno severe ma comunque abbastanza gravi (sospensione temporanea dalle funzioni, perdita di anzianità). Si deve aggiungere che gli episodi venuti alla luce – tramite intercettazioni telefoniche – coinvolgevano anche personalità politiche, come l’allora deputato del Pd Luca Lotti e l’ex-deputato ( nonché magistrato in aspettativa ) Cosimo Ferri, che partecipavano a riunioni anomale con i consiglieri togati del C.S.M. aventi ad oggetto l’assegnazione di importanti incarichi direttivi della magistratura.

E’ giusto rammentare una vicenda così grave e poco onorevole per la magistratura e il suo organo di auto-governo, ma non pare che essa abbia direttamente a che fare con le dichiarazioni del Ministro Crosetto. Tali dichiarazioni, sopra riassunte, non riguardano comportamenti disinvolti di magistrati nella gestione dell’auto-governo e nell’attività di competenza del CSM ( come è avvenuto nello scandalo Palamara ), bensì affermazioni di magistrati appartenenti alle correnti di sinistra volte a contrastare l’azione politica e legislativa del Governo, con tutti i mezzi a disposizione dei magistrati.

Quindi, il Ministro della Difesa imputa alla magistratura, ad una parte della magistratura, comportamenti direttamente politici, di contrasto al Governo di centro-destra in carica, così da configurarsi alla stregua di una “opposizione giudiziaria”: egli non chiarisce, però, con quali modalità e strumenti questa parte della magistratura intenda perseguire le sue finalità politiche e anti-governative.

Una cosa, infatti, sono gli interventi pronunciati da magistrati nell’ambito di congressi associativi o di convegni giuridici, altra cosa sono gli interventi dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni giudiziarie, nell’ambito processuale, con l’emissione di sentenze o altri provvedimenti che incidono sulla libertà e sulla vita delle persone. E’ ovvio che sono questi ultimi gli interventi giudiziari più rilevanti, che occorre esaminare attentamente e se del caso criticare, qualora presentino criticità sul piano giuridico o istituzionale. L’imparzialità del magistrato e anche la sua professionalità si manifestano, soprattutto, dagli atti e dai provvedimenti che egli redige nell’esercizio delle sue funzioni, “in nome del popolo italiano” ( art.101, primo comma, Cost. : le sentenze recano sempre questa intestazione ).

Certamente, il magistrato deve essere sobrio e misurato anche quando interviene in convegni o congressi associativi, non deve entrare nella contesa politica ma limitarsi ad esprimere le sue valutazioni di carattere tecnico-giuridico o di politica del diritto : per intendersi, può ben criticare con argomenti giuridici un provvedimento del Governo o una legge del Parlamento, ma senza assumere una posizione di “parte” che contraddice la sua natura e il suo ruolo costituzionale.

Le tensioni tra magistratura e governo, in definitiva, sono almeno in parte connaturate al nostro sistema costituzionale, che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura ( art.104, primo comma ) e nel contempo stabilisce che “I giudici sono soggetti soltanto alla legge” ( art.101, secondo comma ). Quest’ultimo principio “esprime l’esigenza che il giudice non riceva se non dalla legge l’indicazione delle regole da applicare nel giudizio, e che nessun’altra autorità possa quindi dare al giudice ordini o suggerimenti circa il modo di giudicare in concreto” ( così la Corte costituzionale nella sentenza n.40 del 1964 ).

Ma questo principio sacrosanto non sempre è stato rispettato dai Governi e dall’autorità politica : anche recentemente, da parte del Governo Meloni, c’è stata un’ingerenza molto forte ed invasiva sull’autonomia interpretativa della magistratura, con riferimento alla materia ormai incandescente dell’immigrazione. Tutti ricorderanno le polemiche nei confronti di una Giudice del Tribunale di Catania, “rea” di aver adottato un provvedimento con il quale non convalidava il provvedimento di trattenimento emesso dal Questore nei confronti di un migrante tunisino. Questa giudice è stata sottoposta a un vero e proprio “linciaggio” politico e mediatico, accusata di essere “nemico della sicurezza nazionale”, “legislatore abusivo”, “scafista in toga”, “toga rossa che rema contro” ( cfr., al riguardo, le pacate argomentazioni del giurista Glauco Giostra su “Domani” del 7 ottobre 2023, ove correttamente si distingue tra la critica, sempre legittima, di un provvedimento giurisdizionale e la lapidazione mediatica, invece inaccettabile, del magistrato che ha emesso il provvedimento).

Il provvedimento in questione non è rimasto isolato, è stato seguìto da altri provvedimenti di analogo tenore emessi da altri giudici di diversi Tribunali italiani, ma soprattutto è un provvedimento corredato da motivazione che, ad una prima lettura, pare adeguata e non anomala : il giudizio definitivo, comunque, sarà espresso dalla Corte di Cassazione, investita del ricorso avverso il provvedimento della giudice catanese.

Una reazione così scomposta, da parte di esponenti politici e del Governo, nei confronti di un provvedimento giudiziario tutt’altro che abnorme non può essere accettata ed è in contrasto con il sistema costituzionale e con la separazione dei poteri : non c’entra nulla la divisione tra “destra” e “sinistra”, qui si tratta di rispettare l’equilibrio dei poteri disegnato dalla nostra Costituzione.

Forse uno dei punti non compresi o fraintesi, in questa polemica Governo-Magistratura, è proprio quello della “soggezione del giudice alla legge” di cui all’art.101, 2° comma, Cost. : forse non si comprende, da parte di esponenti del Governo, che il giudice del ventunesimo secolo non è e non può essere la “la bouche de la loi”, come si teorizzava in Francia nella metà del Settecento, perché la legge dei tempi attuali è sempre più complessa e meno univoca e perché, parallelamente, “l’attività interpretativa è un’attività complessa, diventata ancora più complessa in un’epoca in cui la produzione normativa non è solo nazionale”(( così la giudice del Tribunale di Roma Silvia Albano nell’intervista di Angela Stella su “L’Unità” del 5 dicembre 2023 )). Insomma, la politica non può pretendere dai magistrati che interpretino in modo meccanico e omogeneo un qualunque testo normativo, poiché la pluralità degli orientamenti interpretativi è normale, specialmente in materie regolate anche da fonti sovra-nazionali, che il giudice italiano è tenuto a conoscere e ad applicare (come nel caso della giudice di Catania, che ha disapplicato la normativa interna in quanto ritenuta incompatibile con quella dell’Unione europea ).

D’altra parte, nel nostro ordinamento giuridico c’è la garanzia del doppio grado di giudizio e c’è un giudice superiore, la Corte di Cassazione, incaricata di assicurare “l’uniforme interpretazione della legge” ( la c.d. nomofilachia ). Queste garanzie e previsioni normative sono volte anche a correggere eventuali errori giudiziari, sempre possibili anche a prescindere da responsabilità accertate dei giudici.

Ma la responsabilità del giudice esiste, soprattutto sul piano disciplinare, e la stessa vicenda poco edificante sopra richiamata ( il “caso Palamara”) sta a dimostrare che i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati non sono esempi di “giustizia domestica” e possono concludersi con l’irrogazione di sanzioni serie e talora molto gravi.

Insomma, la magistratura non è una casta, è indipendente ma è anche responsabile, pur se il funzionamento del C.S.M. e della sua Sezione disciplinare può senz’altro migliorare ( si auspica che ciò potrà avvenire con l’approvazione dei decreti legislativi di riforma dell’ordinamento giudiziario, in attuazione della legge delega n.71 del 2022, nota come riforma Cartabia ).

Su questi temi, sulle riforme della giustizia già avviate ma da completare e tradurre in pratica, va indirizzato il confronto pur dialettico tra politica e magistratura, tra governo ( che ormai è titolare di fatto anche del potere legislativo, visto il profluvio di decreti-legge e decreti delegati ) e magistratura ; mentre è sterile continuare ad accendere polemiche pretestuose e strumentali, ad alimentare contrapposizioni di facciata, che non aiutano a risolvere i problemi reali. Occorre il rispetto dei reciproci ruoli e delle reciproche attribuzioni, senza invasioni di campo e senza pretese di predominio che non hanno senso, in un sistema articolato e pluralistico come quello disegnato dalla Costituzione repubblicana del 1948.

  1. l’intervista, a firma di Virginia Piccolillo, è sul Corriere della Sera del 29 novembre 2023 []
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