La porta d’Europa. Incontro con Lampedusa ed i suoi abitanti

di Carla Barducci*

Avrete sicuramente notato come gli innumerevoli servizi dei TG e i vari reportage sugli sbarchi a Lampedusa, ci facciano vedere esclusivamente le immagini di migranti che sbarcano dalle navi, in cui si intravede sì e no un pezzetto di molo e mezza banchina, o spicchi di immagini concitate dell’hotspot nelle quali riusciamo a scorgere una moltitudine di teste more ammassate le une sulle altre. Vediamo anche primi piani di barelle, ambulanze, personale addetto ai soccorsi, resti di barchini…e basta.  Nient’altro.  Navi, molo, teste, ambulanze.

Non sappiamo al di qua di quel molo cosa ci sia. Strade? Negozi? Alberghi? Prati? Il nulla?

Mai una ripresa con un’ampia prospettiva che ci lasci intuire almeno lo spazio fisico che circonda questo fenomeno epocale di un’immigrazione di massa, come mai avvenuto nella nostra storia, che si riversa su una minuscola isola spersa nel Mediterraneo. Al massimo, di quest’isola conosciamo le immagini da cartolina ad uso e consumo dei turisti.

Ma soprattutto, ed è quello che mi colpisce di più, i lampedusani è come se non esistessero.

Quanti ne avete visti nei lunghi reportage sugli sbarchi? E quanti nei servizi del telegiornale? Pochissimi e raramente. Giusto qualche inquadratura in occasione di sporadiche proteste avvenute nel corso degli anni, ora per un motivo, ora per un altro. Si riprendono i due o tre più arrabbiati che urlano, e via. Di loro, come cittadini, non si sa nulla, né di come su quest’isola si viva.

Premetto che da sempre soffro molto le modalità dell’informazione italiana, così parziale e superficiale, concentrata più che altro sulle banalità, spesso sul gossip vero e proprio, quello da quattro soldi, e molto poco sulla sostanza degli accadimenti; per lo più focalizzata sul nostro piccolo ombelico e quasi per niente interessata al resto del mondo, che pure sarebbe molto grande e interconnesso. Un’informazione fondamentalmente provinciale.

E così ho iniziato ad avvertire una forte insofferenza per questa rappresentazione così limitata della storia degli sbarchi a Lampedusa, e un certo sconcerto nel constatare che gli abitanti di quest’isola che, per motivi geografici, si sono ritrovati sulle loro spalle il peso di un evento epocale, venissero così bellamente ignorati.

Non è che non capisca la logica di volere e dovere mettere a fuoco la vicenda centrale degli sbarchi, ci mancherebbe! Ma penso anche che non dovrebbero essere così cinicamente ignorati quelli che, in prima persona, da anni, vivono un vero e proprio tsunami che ha cambiato le loro vite, la loro isola, la loro percezione del mondo e di loro stessi; anche solo per dovere di cronaca qualche parola su di loro si sarebbe dovuta spendere. Invece, silenzio totale. A volte mi sono sorpresa a chiedermi “ma i lampedusani esistono?”

Avete notato come in questo mondo ci si occupi solo dei primi e degli ultimi?

Che cosa decida chi sono I Primi, per quanto mi sia scervellata a cercare un criterio, un filo conduttore, ahimè, non l’ho trovato. Non è una questione di singoli, ma di categorie di esseri umani. Di loro veniamo a sapere tutto.

Per Gli Ultimi, dipende. Anche qui, non so esattamente da cosa. Ma so per certo che per alcuni di essi la ribalta è sempre accesa, di loro si parla, vi si dedicano fiumi d’inchiostro, servizi speciali e quant’altro; per altri la scena resta tristemente spenta, è come se di loro non si dovesse sapere nulla, o talmente poco che, ahiloro, finiscono nella categoria dei Penultimi.

I Penultimi, e qui viene il bello, sono i milioni di cittadini di questo strano pianeta che, semplicemente, non esistono. Non c’è un tipo di persone specifico, che so, una nazionalità, una religione, una qualsiasi appartenenza a qualsivoglia specie. Per loro la stampa tace, le televisioni restano cinicamente spente, sempre. Possono soffrire e persino morire, noi di sicuro non ne avremo contezza.

I Penultimi devono restare invisibili.

Mi viene in mente la pandemia, per fare un esempio. A seguire i TG durante il lockdown sembrava che gli unici a patirne le conseguenze fossero gli albergatori, i ristoratori e tutto ciò che ruotava attorno al turismo. Gli altri? Nulla, non esistevano. Milioni di persone sull’orlo del lastrico, intere categorie di lavoratori, piccoli imprenditori e piccoli commercianti. Molti di loro poi lo avrebbero varcato l’orlo del lastrico, finendoci dentro con tutte le scarpe. E il tutto è avvenuto nel silenzio assoluto della nostra informazione.

Un mondo di Penultimi invisibili, di cui vieni forse a conoscenza per caso: un amico, un parente, il negozietto sotto casa. I media per loro non hanno spazio.

Ecco, ho pensato, i lampedusani sono finiti nel calderone dei Penultimi in questa tragedia delle migrazioni. Loro per forza di cose vengono dopo e quindi sono spariti dai radar della comunicazione. Un’isola minuscola spersa nel Mediterraneo che, probabilmente, tutto il mondo ha sentito nominare almeno una volta, ma che nessuno, o quasi, conosce, e tanto meno conosce i suoi abitanti. E siccome invece io ho sempre avuto una forte attrattiva verso i Penultimi ho pensato fosse giunto il momento di procurarmi da sola le informazioni che per anni ho atteso, invano, dai media nazionali. Dunque, inviata di me stessa, non mi restava che prendere un aereo e volare alla volta della Porta d’Europa.

Ciò detto, in questo scritto non parlerò né del mare stupendo di questa isola (le notizie al riguardo si trovano comodamente nelle agenzie di viaggi), né di migranti, anche perché non ne ho incontrato neanche uno durante la mia settimana di permanenza, sebbene abbia girato la piccola isola in lungo e in largo, forse perché, in realtà, non li stavo cercando. Darò solo voce a questi invisibili isolani.

L’arrivo a Lampedusa

Giunta in aeroporto mi accoglie un uomo piccolo di statura, la pelle annerita dal sole e dall’aria un po’ scontrosa, che fa salire me e altri turisti su uno sgangherato pulmino che ci condurrà nei vari alberghi di questa improvvisata comitiva appena atterrata su un’isola spersa nel Mediterraneo.

È sera, e ai primi di ottobre qui è già buio, d’altra parte siamo nel punto più a sud d’Europa. Noto subito le strade malconce, strette e poco illuminate. Gli ammortizzatori del pulmino ormai sono un lontano ricordo e la mia schiena inizia a preoccuparsi, ma con dignità faccio finta di niente.

Una turista chiede all’omino quanti abitanti ci siano a Lampedusa e lui risponde “Siamo cinquemila, di cui quattromila sono forze dell’ordine”, e aggiunge secco “Qui state tranquilli”.

Nessuno replica e io penso tra me e me che sia un numero esagerato e che probabilmente lo ha detto pensando di doverci rassicurare…

L’odore forte dei gas di scarico di macchine e motorini mi prende la gola e mi procura un immediato mal di testa. Questo in un’isola non me lo aspetterei e ancora non so che sarà l’odore che mi accompagnerà per quasi tutto il tempo di permanenza sul posto, e che mi obbligherà allo studio di percorsi alternativi per evitare le strade trafficate da questi autoveicoli che non so con quali carburanti vengano alimentati.

Non appena arrivo all’hotel, nel piazzale antistante trovo parcheggiati quattro, cinque blindati e cinque macchine della polizia, due furgoni della Guardia di Finanza e tre macchine dei carabinieri. Capisco subito che il signore del pulmino deve aver detto il vero.

Prima scoperta: l’isola è davvero piena di forze dell’ordine, una cosa mai vista in vita mia, e dire che sono stata ragazza negli anni ’70, ma una roba così, giuro, non l’ho mai vista, neanche durante gli anni di piombo per le strade di Roma. Sono ovunque. Per strada, negli alberghi, nei bar, al mare. Nelle vie è uno scorrere continuo dei loro mezzi. A piedi, per le vie. Se non avessero tutti un’aria tranquilla e serena, confesso che mi sentirei fortemente a disagio.

È così da anni, mi dirà un isolano. E, guarda un po’, non ne sapevo nulla…
Sicuramente questo deve aver dato una mano all’economia di Lampedusa: tutta questa gente dovrà pur dormire e mangiare in quest’isola!

In albergo vengo accolta con un calore familiare fuori dal comune, è un po’ come se fossi arrivata a casa degli zii, e anche la cena che mi viene servita è fuori dal comune, buonissima ed estremamente abbondante! La sala da pranzo principale è interamente occupata da poliziotti e simili; io e una tavolata di giovani donne ceniamo in una saletta attigua.

Le prime impressioni sono decisamente positive nei riguardi di questi isolani. Li sento da subito aperti, disponibili e generosi. Mi sento da subito a casa.
Osservo queste donne sedute accanto a me che stanno festeggiando il compleanno di una di loro; sono tutte belle e piene di vita e, gustando una parmigiana divina, mi viene di fare un pensiero: non chiederò mai a nessuno di loro della situazione migranti, questa gente, secondo me, ha voglia di pensare anche ad altro e avrà pur diritto alla propria identità, al di là di questa contingenza che è piovuta sulle loro teste. Protagonisti, non per scelta, di una tragedia sicuramente più grande di loro e nella quale tuttavia hanno messo in campo la loro generosità, quella sì, a volte raccontata dai giornali, ma come uno sfondo sbiadito al tema principale degli sbarchi. Come un coro da tragedia greca, sfocato, messo alle spalle degli attori principali, e al quale però è stata tolta la voce: persino i lamenti non si devono udire. La loro storia sarà iniziata ben prima di tutto questo, e questa storia deve essere rispettata, penso. Con loro ho voglia di parlare del più e del meno; di cibo, di mare, di capperi e di origano, e poi quello che verrà, penso, lo vedrò nel rapporto diretto con questa gente.

Il fermo proposito non durerà che qualche minuto.

L’impatto.

Mi alzo dal tavolo per uscire fuori in giardino a fumare una sigaretta e lì trovo, a fumare anche lei, una delle donne della tavolata accanto a

I gatti a Lampedusa sono anche loro Penultimi, infatti l’isola è piena di questi felini, per lo più abbandonati a loro stessi. L’associazione del posto “Il cuore ha quattro zampe” si occupa principalmente dei cani randagi….che i gatti si arrangino!”

me, e un gatto. Entrambe accarezziamo il felino che è intento a guardare l’interno del ristorante, con la chiara intenzione di farvi irruzione appena possibile. La donna, che chiamerò Maria, inizia a raccontarmi che anche lei ha una gatta che è arrivata con un barcone, mi dice, insieme a un ragazzo tunisino. Quando il ragazzo doveva essere trasferito in Italia  proprio così, “trasferito in Italia”, come se lì fossimo chissà dove siccome la gatta non gliela facevano portare, lei ha deciso di prenderla con sé.

Da lì in poi diventa come un fiume in piena, ha una voglia estrema di parlare, con me che sono una sconosciuta… e mi racconta del suo periodo di lavoro al centro di accoglienza. Le chiedo subito come mai non ci stia più. “C’era troppa sofferenza, e io me la portavo a casa, non riuscivo a lasciarla fuori della porta. Mi stavo esaurendo. Stavo malissimo, vedevo cose orribili”. Mi parla dei segni di tortura sui corpi dei migranti e di quella volta che, senza volerlo, ha messo a rischio la vita di uno di loro; lo aveva visto timido e sempre in disparte; le aveva fatto particolarmente pena, e così decise di preparargli uno zaino con varie cose utili; ma non appena glielo consegnò gli altri migranti gli saltarono addosso per accaparrarselo, e per poco non lo ammazzarono. Lì ha capito definitivamente che quel lavoro non era per lei: non si perdonava il fatto di aver messo a rischio la vita di quel ragazzo.

E poi è arrivata quella notte.

È arrivato il racconto della notte del 3 ottobre 2013, quando un’imbarcazione proveniente dalla Libia carica di migranti, affondò a pochi passi da Lampedusa, provocando la morte di 368 persone, e un numero imprecisato di dispersi.

Qui lo sguardo le si stravolge e la voce nel parlare si rompe di continuo. Sono passati dieci anni e la sua emozione, che mi sembra di toccare con mano, parla di una ferita profonda che non si rimarginerà mai. Mi racconta particolari agghiaccianti che a me, che non li ho vissuti, provocano un profondo sgomento. Figuriamoci a loro! Il via vai incessante di camion-frigo che trasportavano cadaveri, l’odore di morte per tutta l’isola…

Capisco che non potrò mai immaginare fino in fondo cosa ha provocato a questa gente una tragedia di quelle dimensioni. Nessuno avrebbe potuto uscirne indenne da un’esperienza come quella; Maria di sicuro non lo ha fatto. Sono certa che per questa gente quella data sia una cesura: prima di quel 3 ottobre e dopo. Le loro vite sono cambiate, non può essere altrimenti. Persino Carmine, l’ottico di Lampedusa, ci ha scritto un libro, su quella storia. Quella notte era uscito in mare a pescare con i suoi amici, “a godersi il mare in autunno”…

Quando le dico che con tutto quello che devono viversi e a cui devono far fronte, da anni, mi stupisce il fatto che di loro nei TG non si parli mai… sgrana gli occhi e mi guarda con un misto di stupore e di riconoscenza ed esclama “Ma allora è vero!”. Mi trattengo, purtroppo, dall’abbracciarla forte.

Era come se fino a quel momento il pensiero di essere ignorati da tutti fosse frutto della sua fantasia, ma se anche una sconosciuta di Roma se n’è accorta, “allora è vero!”. Sì, Maria, è vero. E’ vero come questo gatto impaziente, è vero come quella caprese che mi attende a tavola, è vero come te, che sei qui col tuo dolore, che il mondo intero ignora.

Con il cuore rotto torno al mio pasto. Adesso ho la certezza che le loro vite e quelle dei migranti si sono intrecciate. La storia, d’altra parte, non si decide a tavolino, la storia succede, e il più delle volte possiamo farci ben poco, tanto meno può deciderla una manciata di pescatori spersi su un’isola del Mediterraneo, e la loro storia adesso è anche questa, forse soprattutto questa.

Ho l’opportunità in una giornata calda e assolata, come solo questo clima bizzarro può dare in pieno ottobre, di fare insieme con altri turisti, una gita in barca con tre ragazzi lampedusani. Sarà per me una tra le giornate più piacevoli e divertenti dell’anno. I tre isolani li chiamerò Dario, Giuseppe e Angelo, tutti figli o nipoti di pescatori.

Da subito siamo tutti accolti con quello che è ormai assodato essere lo spirito di questa gente: generosità, accoglienza, calore umano. La loro esuberanza e simpatia ci coinvolge senza scampo in un clima scherzoso e pieno di vit

L’abusivismo di cui parla Dario non riguarda, ahimè, solo le utenze, purtroppo sono presenti su tutta l’isola costruzioni improbabili, a ridosso di spiagge stupende!

a. Specialmente Dario più che un barcaiolo sembra un giullare, un bravissimo teatrante.  Ed è proprio così che mi sento: in mezzo a uno spettacolo divertente e carico di affetto, e nonostante la mia ritrosia a essere in mezzo a gente che non conosco mi sento subito disponibile a farmi trascinare in questa piccola avventura, su un trabiccolo galleggiante che spara a tutto volume musica latino-americana e “Questa non è Ibiza…”  (non proprio i miei generi preferiti…), attraversando questo mare stupendo.

 

Dario a un certo punto parte, tra il serio e il faceto, con l’elogio dell’abusivismo, e ci spiega per filo e per segno che per loro, i lampedusani, questo escamotage è una questione di sopravvivenza. Ci fa l’esempio delle bollette da pagare. Gas e luce sull’isola costano uno sproposito! È presente, infatti, sul posto una centrale termoelettrica alimentata a gasolio (sic!) e la società che fornisce gas e luce se li fa pagare a peso d’oro. Ci parlano di 400, 500 euro a bolletta e qualcuno di loro è costretto ad attaccarsi alle utenze pubbliche se vogliono che gli resti in tasca qualche soldo per fare la spesa…

Il discorso va avanti e inizia a farsi serio, come seri sono diventati ora questi ragazzi. Specialmente Giuseppe cambia atteggiamento e con tono carico di risentimento ci parla della sanità.

A Lampedusa non esiste un ospedale!

A Lampedusa non esiste un ospedale. C’è solo un ambulatorio e l’ospedale di riferimento si trova a Palermo. Anche per partorire devi prendere l’aereo e pagarti l’albergo, per giorni, per te e i tuoi familiari. Puoi spendere anche 10 mila euro.

A Lampedusa, dunque, non puoi partorire.

Gli chiedo in caso di parto prematuro cosa succede, mi risponde serissimo “succede come a mia cugina: ha perso il bambino”.

Restiamo tutti a bocca aperta.

Prosegue Giuseppe, per chi muore in ospedale, dunque fuori Lampedusa, i parenti devono fare un mutuo per far rientrare la salma, tant’è che, se qualcuno è nella fase terminale di una malattia, spesso sceglie di non andare a farsi curare fuori dall’isola…

Stesso discorso per la scuola. A Lampedusa esiste solo un liceo scientifico, quindi o trovi i soldi per far studiare i figli fuori casa, o semplicemente non li fai studiare.

Sgomenta, penso a come sia possibile tutto questo. Un posto che è sulla bocca di tutto il mondo, con l’altisonante nome di Porta d’Europa, trattata in questo modo? Nel corso degli anni ci sono state celebrazioni e manifestazioni in quantità industriali; quanti Mattarella, Salvini, Letta, Prestigiacomo, Meloni, von der Layen, Barroso hanno sfilato su quest’isola spersa nel Mediterraneo? Quanti giornalisti, associazioni, ONG, sindacalisti? Il Papa! E a nessuno è venuta voglia di alzare lo sguardo al di là di quel molo e chiedersi cosa ci fosse oltre?

Giuseppe continua il suo sfogo, e il suo tono è sempre più risentito. Per le urgenze sanitarie c’è, o meglio, ci sarebbe l’elisoccorso, “se non è stato già occupato da un tunisino”. Anche per le visite specialistiche, esami diagnostici, le chemioterapie, ecc. devi andare negli ospedali siciliani, ma spesso non si trova posto sugli aerei perché occupati dai militari che fanno servizio sull’isola (questa presenza massiccia di forze dell’ordine Dario la definirà “il turismo di Stato”).

Addirittura, capita che i medici che dovrebbero raggiungere l’unico ambulatorio di Lampedusa non trovino il volo, lasciando così sguarnito il servizio sull’isola.

Penso che questa sia la perfetta rappresentazione di cosa significhi trovarsi tra i Primi, le forze dell’ordine, e gli Ultimi, i migranti. I lampedusani sono Penultimi e dunque possono non curarsi, non partorire, e all’occorrenza morire. Noi non lo verremo mai a sapere.

Aggiunge Giuseppe: “noi non chiediamo il Sant’Eugenio((Un importante ospedale di Roma)), ma solo un reparto cardiologia e un reparto maternità”. Non vogliamo chissà che.

Il cuore mi si fa piccolo, piccolo. Lo guardo, è un ragazzone alto e possente, e ora con tutta la sua rabbia mista a rassegnazione mi fa una pena infinita; vorrei abbracciare forte anche lui.

E mi chiedo: perché trattare questa gente così? Dovrebbero far loro un monumento per tutto quello che fanno e la contingenza difficile che sono costretti a vivere, invece… Invece sono Penultimi e possono essere ignorati, dallo Stato e dai giornalisti.

Noi turisti ci guardiamo increduli e qualcuno giustamente si chiede quanti ospedali si sarebbero potuti costruire con tutti i soldi dell’elisoccorso…già…perché non farlo? “Non il Sant’Eugenio”, un piccolo ospedale con maternità e cardiologia…

A proposito di tutto quello che i lampedusani hanno dovuto sopportare nel corso degli anni, il discorso va sulla villa acquistata da Berlusconi nel 2011…già, me ne ero dimenticata! Una pagliacciata indegna, alla faccia di queste brave persone, così tanto per fare ammuina, quasi uno sberleffo alla faccia loro. I ragazzi ritrovano la loro allegria e ci raccontano al riguardo aneddoti spassosissimi. Fortunatamente, almeno questa, l’hanno presa a ridere.

La giornata riprende così il suo filo spensierato, per quanto possibile, e questi fantastici isolani ci servono un pranzo da ristorante stellato, a base di pesce rigorosamente pescato dai loro padri, cantando e scherzando, perché la voglia di vivere che qui hanno tutti, nonostante tutto, è forte, la vedi e la senti in ogni angolo di quest’isola spersa nel Mediterraneo.

La mia “vacanza” continua e dopo qualche giorno scopro anche che i prezzi dei carburanti (che puzzano da morire) sono alle stelle: a ottobre scorso il diesel costava 2 euro e 39 e la benzina 2 euro e 42. Molto più che in Italia!

E ancora un’altra: non arrivano i quotidiani qui, si trovano solo ad agosto…

In effetti non hanno tutti i torti queste persone a non collocarsi nella nostra Penisola, perché dovrebbero farlo?

In questo posto, come in tanti altri luoghi d’Italia, non c’è nulla di degno di un Paese civile, a parte i suoi abitanti, e mi torna alla mente un video trovato in rete di recente, in cui durante una manifestazione di protesta le parole concitate di un lampedusano ci parlano di “migranti che non devono soffrire; neanche noi però. I migranti sono nostri fratelli, però qui non c’è un popolo di deficienti. Sono 30 anni che subiamo, abbiamo sempre cercato di capire i migranti, di capire lo Stato, a noi non ha mai capito nessuno.”

È vero, li trattano da deficienti e non li ha mai capiti nessuno. Loro e tutti gli invisibili del mondo.

Insomma, una Porta d’Europa1 u

 

n bel po’ sgangherata, in barba alle celebrazioni, ai fiori gettati in mare ogni 3 ottobre, e alle migliaia di parole spese per un’inutile retorica che va avanti da anni e che non hanno saputo dare risposte a nessuno, men che meno ai lampedusani.

Con queste righe ho solo voluto dare voce a questa gente, perché se lo merita. Accendere una piccola luce oltre quel molo. Ho voluto cercare cosa ci fosse al di là di quelle immagini fredde, parziali e ripetitive dei telegiornali, e che nessuno mi raccontava.

* Carla Barducci, storica,  specializzata, esperta, dell’aspetto sociale della Storia, e da sempre interessata ai risvolti umani dei fenomeni e delle vicende storiche.

 



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  1. c’è un monumento-simbolo, a Lampedusa, che si chiama proprio così, “La Porta d’Europa”, una porta, appunto, aperta sul mare a rappresentare l’accoglienza per chi arriva []
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