Quattro giorni in Pronto Soccorso. Una testimonianza dalla capitale

La barella (già meglio della sedia) dove l'autore ha sofferto per giorni interi

di Maurizio Centi

Roma. Un fastidio in piena notte, poi dolori lancinanti. Dovrò andare dal mio medico di base, penso la mattina dopo non avere chiuso occhio, poi invece capisco che è meglio andare al Pronto Soccorso del grande ospedale qui vicino, rassegnato a passarci l’intera giornata. Mezz’ora dopo sono lì, sono passate da poco le sette del mattino.

1° giorno

“Dobbiamo trattenerla, avvisi a casa che non rientrerà”. La frase – una sentenza – la pronuncia una dottoressa del reparto Otorinolaringoiatria al quale sono destinato, chiamata apposta per me dal Pronto Soccorso – codici bianchi e verdi – dopo tre lunghe ore trascorse in una sala d’attesa risicata e sporca, affollata di persone inferocite dall’attesa e dalla grande varietà dei loro acciacchi.

Intorno è un gran fervore di attività, e tutta questa gente attende una chiamata sperando di essere curata subito e di tornarsene a casa, o di avere un posto letto nel reparto che dovrà occuparsi del suo problema. I due soli bagni sono luridi e manca tutto, specchi, carta igienica, riservatezza, e intanto col passare delle ore il nervosismo collettivo cresce.

Di tanto in tanto, con grande lentezza, dallo stanzone del Pronto Soccorso lì di lato, pieno all’inverosimile di persone sdraiate sui lettini, si affacciano infermieri per chiamare qualcuno dei presenti, che finalmente entra per farsi visitare. Intanto gli altri si scambiano domande sgomente: “Sono due ore che aspetto, e lei?” “Io sono qui dalle sette di stamattina… si figuri” “Ma davvero? E ancora non l’hanno chiamata?” Colgo di sfuggita il dialogo a mezza bocca di due infermieri in cerca di un paziente che non trovano: “Ma come, gli avevo detto di aspettare qui. Peggio per lui, aspetterà altre sei ore” e tornano indietro, non si affannano a cercarlo, non c’è tempo per la gentilezza. Sono ritorsioni e avrò modo di vederne molte altre, l’insofferenza per le condizioni che porta a scontarsela con l’altro, quando si dice una guerra tra poveri.

Nel frattempo ho conosciuto altri disgraziati nelle mie stesse condizioni. Una giovane donna che deve essere operata all’inguine e fa fatica a stare in piedi; un’altra, più grande, che aspetta da tre giorni un nuovo intervento al braccio (quello precedente non è andato bene) ed è stata messa su un lettino in corridoio, la fortunata; un mio coetaneo, Stefano, a cui è stato diagnosticato un tumore e deve fare tutti gli accertamenti necessari prima di salire al reparto di Oncologia. Siamo romani, l’unica salvezza per resistere e far passare il tempo è prenderla quanto possibile con ironia, ed è quello che facciamo.

A chi non ha ancora un posto su cui poggiarsi ma solo una sedia di metallo in sala d’aspetto, e andrà ricoverato, i medici del Pronto Soccorso hanno promesso almeno una barella per la notte, così aspettiamo il cambio turno delle venti per ricordarlo a chi li sostituirà. Ma dopo una giornata interminabile trascorsa a ciondolare lungo i corridoi dell’ospedale è calata già da un po’ la sera e le barelle non si vedono, perciò tiriamo a sorte e uno di noi si affaccia nello stanzone del Pronto Soccorso per avere notizie, ma i medici di turno cadono dalle nuvole: le barelle non ci sono, tutte occupate, “non si vede”?

I pazienti più gravi stanno già dormendo su lettini e postazioni di fortuna lungo i corridoi adiacenti alle due entrate, il Pronto Soccorso è sotto assedio. I pazienti sono tanti, insomma, e i posti terminati: arrangiatevi, ci dicono, rimanete dove state per la notte o tornate domani, anche se perderete la priorità per andare nei reparti. “Bella scelta”, ci diciamo con un sorriso amaro, mentre il dolore continua a mordermi la faccia.

La prima notte va così. A parte la nostra amica dolorante che sarà operata d’urgenza domattina e a cui trovano qualcosa su cui stendersi, noi due maschi dovremo dormire come si può (senza riuscirci) su una sedia nella sala d’attesa, con le luci perennemente accese e senza che per tutta la notte si interrompa il via vai dei disperati in cerca di conforto. Non rimane che passeggiare avanti e indietro, prendendo caffè e fumando sigarette per non crollare. Solo alle quattro del mattino un’anima pia ci procurerà una poltrona reclinabile per sdraiarci almeno un po’, ma non è facile dormire in queste condizioni e alle sei siamo di nuovo in piedi.

2° giorno

Io e Stefano ci diamo un’occhiata, siamo stralunati. Alle otto mi chiamano dal Pronto Soccorso per la terapia che mi è stata assegnata, bombe di cortisone e antibiotici come se piovesse.

Trascorro i primi venti minuti seduto su una sedia, quanto basta per farmi un’idea di come vanno le cose lì dentro. Lo stanzone è un vero e proprio girone infernale, un unico lamentatoio stipato con le più diverse sofferenze. Ovunque grida, lamenti, richieste di assistenza, necessità di cure, con un evidente e chiassosa presenza di pazienti affetti da demenza senile ad aggravare la situazione.

I pochi medici presenti, forse un paio per turno e alcuni davvero troppo giovani per sostenere quel carico, asserragliati in quelle quattro mura faticano non poco a governare questa nave che si muove con fatica in un mare in tempesta. Qualcosa sfugge sempre, qualcuno si farà certamente male, perché non si può star dietro a questo enorme e variegato materiale umano. Io stesso nel pomeriggio dovrò ricordargli la mia terapia passatagli di mente e poi dovrò trasportare la flebo nella sala d’attesa perché lì dentro non entra più neanche una sedia, proprio mentre molti pazienti partono all’assalto a ondate ed entrano gridando nel Pronto Soccorso, protestando per l’eccessiva attesa.

Fanno fatica gli assediati a respingere i colpi degli assalitori e a volte mostrano i segni della stanchezza o diventano a loro volta aggressivi, grevi. Corrono continuamente il rischio dello scontro fisico oltre che verbale, minacciano di ricorrere alla sorveglianza. Intorno si ripetono come ogni giorno i soliti rituali: gli OS che trasportano un lettino per pescare i loro pazienti nel mucchio dei dannati e trasportarli alla TAC, gli infermieri dell’Ortopedia che fanno altrettanto, l’inserviente coi carrelli carichi di cibo da ospedale, roba da brividi, scotta, insapore e tutti i santi giorni uguale.

Ma almeno abbiamo saputo che stasera dormiremo su un lettino in uno dei corridoi adiacenti il Pronto Soccorso, e con questa stanchezza che ci fa chiudere gli occhi e addormentarci ovunque, è già qualcosa. Quando però di sera io e Stefano ci spostiamo dove ci è stato indicato, ci rendiamo conto che non è affatto tutto rose e fiori. Di fronte a noi, a pochi metri, c’è l’immenso stanzone dei codici rossi. Un posto che faticherò a dimenticare!

Da dove mi trovo, attraverso uno dei due accessi, posso vedere uno spazio immenso illuminato a giorno dalle luci al led, dove lunghe file di letti si fronteggiano lungo almeno tre corridoi della disperazione, un mucchio di persone. Da lì provengono a qualsiasi ora del giorno e della notte lamenti e grida scomposte, sono perlopiù casi di varia gravità e anziani con gravi problemi cognitivi. Alcuni di loro, quelli che strillano di più, sono legati alle sbarre dei letti ai polsi e alle caviglie con lacci di stoffa, evidentemente sono pericolosi anche per se stessi, e si dimenano come forsennati, urlano e ripetono per ore frasi senza senso o chiamano i nomi dei loro familiari sperando che prima o poi qualcuno venga a riportarli a casa o a dargli soccorso.

Una luce impietosa li mostra, spesso sono nudi, coperti a stento da un lenzuolo che nel loro contorcersi finisce per cadere a terra. Sono uomini e donne a pochissima distanza, leggo chiaramente nello sguardo di una donna non più giovane il disagio e lo sgomento per quella situazione, per un uomo che lì accanto si sta dimenando nudo già da un po’. Ogni tanto un allarme e la corsa a perdifiato dal Pronto Soccorso di quei pochi che devono occuparsi anche di loro.

Ma è mezzanotte adesso, forse potremo finalmente riposare. Nascondiamo quanto possibile le nostre cose dietro i letti, si dice che qui di notte spariscano gli oggetti, mi avvolgo una sciarpa intorno alla testa per difendermi dalla luce e mi metto giù.

3° giorno

Mi sveglio in mezzo a un gran trambusto, sulla barella alle mie spalle Stefano prosegue a dormire, beato lui; finalmente è mattina, penso. Tutto il tempo che ho tentato invano di riposare è stato un andirivieni di persone in quel maledetto corridoio, chi ride e chi scherza, momenti di agitazione, e nessuno che si sia curato della nostra presenza. Un bel po’ rintronato guardo il cellulare e vedo l’ora: mezzanotte e 55, non è passata neanche un’ora ed è impossibile riprendere a dormire.

Ci alziamo, non ha alcun senso rimanere lì in mezzo a quel chiasso e tanto vale andare a prendere un caffè alle macchinette distributrici nel corridoio in fondo. Ciondoliamo avanti e indietro disperati, morti di sonno, avevamo sperato tanto di poter dormire e invece questa giornata sarà ancora più lunga ed estenuante di quella precedente.

Intanto nel corso della mattinata quando chiediamo al Pronto Soccorso se per caso si è liberato un posto per noi nei reparti, riceviamo dai medici di turno risposte tanto brusche e seccate (ma è da capire in mezzo a quel parapiglia) quanto sconsolanti. Morale della favola: un altro giorno in questo inferno, non se ne esce ancora. Un incubo.

A quel punto Stefano decide di giocare le sue carte per trovare soluzioni e prova a contattare per vie traverse l’oncologo che gli ha detto di ricoverarsi per accelerare il tutto, fare accertamenti e guadagnare tempo una volta che riuscirà a salire nel reparto, ma i suoi tentativi non hanno l’esito sperato. Nel frattempo una delle nostre amiche, la più giovane, è stata operata e l’altra ha finalmente trovato un letto a Ortopedia dopo quattro o cinque giorni di attesa e di disagi.

Lentamente si fa sera, ma dopo cena comincio a non sentirmi bene, perché i problemi fisici, come i terremoti e un po’ tutte le catastrofi naturali, ti sorprendono sempre col buio: mi sale un febbrone, i dolori si fanno insopportabili e a parte la solita terapia (scoprirò al reparto che quegli antibiotici ad ampio spettro hanno fatto poco o niente nel mio caso) non sono oggetto di attenzioni in quel corridoio, ci sono casi ben più gravi che necessitano assistenza. Allora capisco che devo fare qualcosa per smuovere la mia situazione, perché da profano, avvertendo tutto quel dolore, non so cosa potrebbe capitarmi nell’attesa di un letto che non so ancora quanto durerà.

Devo far capire quanto sto male e che sto sempre peggio, avere una nuova consulenza di un Otorino del reparto che mi rassicuri sul mio stato di salute e mi dia almeno un orientamento sui tempi di ricovero. Entro deciso a farmi sentire nel Pronto Soccorso, non mi interessa se saranno bruschi perché hanno altre emergenze, io sto male.

Peccato però che capito nel momento sbagliato, proprio quando c’è in corso un’emergenza. Una giovane donna è nel suo letto non distante da me, ed è in grave difficoltà, la vedo affrontare con grande dignità una situazione terribile che mi spezza il cuore prima che qualcuno gridi: “Di corsa in sala operatoria!” In questa situazione l’unico medico presente non mi dà neppure ascolto, sono tutti trafelati, non c’è da perdere neanche un minuto: “Parli con una delle infermiere, io sto sola non lo vede!” Non mi lasciano neanche dire qual è il mio problema e non mi resta che uscire e tornarmene sulla mia barella, quella donna sta molto peggio di me e il mio dolore non può che aspettare. Quando arriva il marito trafelato, chiamato di corsa dal Pronto Soccorso, la donna è stata già portata via in una specie di baldacchino chiuso con la plastica, dev’essere davvero grave. Ho ancora oggi negli occhi il suo sguardo smarrito.

Scende la notte, Stefano si è addormentato. Rimango un’altra ora in quello stato ad aspettare che qualcuno si affacci, ma ormai nessuno si ricorda di me, poi vedo arrivare un portantino con una custodia per gli occhiali rossa a pois da donna in una mano e il caricabatteria di un cellulare nell’altra, ha un’aria sconsolata. Si affaccia alla porta del Pronto Soccorso, sussurra: “È morta”. Mi si spacca il cuore.

Un quarto d’ora dopo torno a chiedere aiuto a un’infermiera, ottenendo finalmente una flebo di antinfiammatorio che lentamente mi riporta al mondo. È l’occasione per chiedere la visita di un Otorino per domani, ma il medico di turno a cui viene riferito mi fa sapere di non avere alcuna intenzione di farlo, l’Otorino mi ha già visitato due giorni fa e mi ha dato una terapia che stanno seguendo, non c’è bisogno d’altro. Rispondo che sto male, che non è affatto in discussione come mi stanno trattando ma che ho paura di cosa può accadermi nell’attesa di un letto che non vuole liberarsi e faccio sapere al medico che se non vuole farlo se ne assume tutte le responsabilità. Dev’essere stata la parolina magica, perché un minuto dopo l’infermiera viene a dirmi che il medico ha ceduto e ha richiesto la visita specialistica per domani.

Ora posso dormire, ma nel dormiveglia faccio in tempo ad assistere a una scena che dimostra che anche giù all’inferno esistono gli angeli.

Di fronte a me, su una barella, c’è un clochard ridotto male, probabilmente è stato picchiato duramente. Dal dialogo sommesso tra lui e un’infermiera che gli si avvicina capisco che tempo fa qualcuno tra il personale sanitario si è dato da fare per trovargli un posto in una casa famiglia dove è rimasto per tre mesi, fino a quando ha ripreso a vivere in strada attratto da compagnie balorde. L’infermiera mi colpisce per i suoi modi e per il suo comportamento, impiega oltre mezz’ora a ripulire l’uomo da cima a fondo e intanto gli parla con estrema dolcezza e se ne prende cura, nonostante almeno due colleghi le si avvicinano a più riprese per invitarla a desistere: “Ma che ti frega, tanto domani sarà di nuovo qui…” E un altro: “Lascialo stare, tanto tra mezz’ora si sarà cacato addosso un’altra volta…” Ma lei prosegue ostinata e dolce, cercando nel contempo di non andare in urto coi colleghi: “Ma non mi costa niente…”. Tutta la mia ammirazione.

Intanto adesso, dopo che l’antinfiammatorio ha fatto effetto, i miei occhi si chiudono.

4° giorno

Qualche ora dopo Stefano viene spostato di punto in bianco col suo lettino chissà dove, e io rimango lì. Capirò più tardi perché quando in piena notte arriva un’ondata di ricoveri, tutti lasciati sulle barelle nei corridoi esterni del Pronto Soccorso, come me.

Mi sveglio alle quattro e mezza, l’antinfiammatorio mi ha dato un po’ di sollievo ma adesso non ho più una spalla lì con me, e qui dentro non è facile da soli. La mattinata trascorre a fatica fino a quando si palesa il mio Otorino dal reparto, una dottoressa dai modi garbati che prima mi visita e poi mi rassicura che probabilmente in giornata si libererà un posto, e mi riapre il cuore.

Intanto però la mia terapia è stata interrotta, perché l’antibiotico che prendo da tre giorni non si trova più, va riordinato: meraviglie della programmazione in tempi di emergenza, l’ho sempre preso alle 8 del mattino e ricomparirà poco prima delle 18 quando non ci speravo più.

Il resto è la cronaca delle mie ultime ore nel Pronto Soccorso, forse la stessa di tante altre persone tutti i santi giorni. I soliti rituali, il sonno, il tempo che non passa, la ricerca di un posto per fumare un’altra sigaretta. Un’anziana donna peruviana che sanguina dal naso e che aiuto ad avere attenzione da parte del personale, la discussione accesa tra un paziente (in verità assai poco paziente) e un’infermiera piuttosto scarsa di complimenti, che finirà per trattarlo a male parole di fronte a un imperturbabile medico del Pronto Soccorso (“Mi sono spiegata male? E sticazzi!”): che selezione passa questo personale, mi domando, e quale etica è tenuta a osservare chi dovrebbe coordinarlo? Per finire, poco prima di avere con sollievo la conferma del mio agognato posto letto, faccio in tempo ad assistere a una situazione sconcertante.

Due donne, forse madre e figlia, insieme a un avvocato stanno gridando a più non posso lungo il corridoio di fronte all’ingresso dello stanzone dei codici rossi. Lamentano di aver trovato un loro familiare affetto da demenza caduto dal letto e con la testa rotta e sono arrabbiatissime perché ieri stava bene; la vigilanza del reparto non deve avere funzionato, visti i risultati. Qualcuno cerca di calmarle, cominciano a fioccare scuse improbabili, col risultato che il gruppo dei parenti va parecchio su di giri e si sfiora la rissa.

Sto ancora osservando la scena per capire come andrà a finire quando alle 18 in punto due OS vengono a prendere me e una ragazza in lacrime distesa su una barella per portarci in ambulanza su al reparto: vado via dal Pronto Soccorso dopo quattro lunghi giorni di attesa: che liberazione!

Al reparto la prima cosa che noto è un albero di natale coi suoi addobbi e le lucine azzurre, che mi scalda il cuore.



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