Una guerra sbagliata. Il bilancio disastroso del conflitto USA-Iran

di Marco Ottanelli e Gabriele Pazzaglia

“È più divertente affondare le navi iraniane che catturare quelli a bordo”. Chissà se l’11 marzo 2026 Donald Trump, interrotto dalle fragorose risate del pubblico in sala stampa, era consapevole di aver appena citato, parafrasandolo solo un pochino, il celebre ammiraglio britannico Horatio Nelson. Dubitiamo fortemente che lui e la sua cinica audience se ne rendessero conto, o si facessero alcuno scrupolo o domanda etica mentre i soccorsi cingalesi recuperavano i corpi di 80 poveri marinai ammazzati quel giorno 1.

Dubitiamo altresì che qualcuno dell’amministrazione americana si sia accorto del parallelo tra i “14 punti” di Trump e i “14 punti” del suo illustre predecessore, Wilson, che alla fine della prima guerra mondiale propose con essi di dare un assetto stabile all’Europa. E tra i due documenti c’è un’altra similitudine: sono entrambi vane speranze. 

Non sappiamo se questa guerra sia finita, dato che oggi, 20 giugno, l’Iran ha affermato di aver nuovamente chiuso lo stretto di Hormuz, per l’attacco di Israele al Libano, in violazione dell’accordo di pace.

Sappiamo però con certezza che questa è stata una delle guerre più vergognosamente sbagliate della lunga, tragica storia umana. Perché sbagliata? Quando una guerra può definirsi, al contrario, giusta?

Non vogliamo fare né gli ingenui buonisti né gli anacronistici paladini del “poliziotto del Mondo”, ma i realisti sì: pur essendo la guerra sempre orribile, purtroppo essa è ancora oggi un aspetto della politica internazionale, e il suo “uso” va onestamente analizzato.

La guerra, che sarebbe bandita dalla Carta dell’ONU e da innumerevoli Trattati e Convenzioni, e che – ergo – è di fatto illegale, può essere “giusta”, almeno dal punto di vista di uno Stato, quando lo sono le motivazioni, le cause, i fini, i risultati. Questi sono gli elementi che qualsiasi nazione deve valutare quando vuole scatenare un conflitto, e ciò non giustifica le aggressioni, ma almeno mostra se l’aggressore ha le idee chiare! Nel caso in questione, è fuori dubbio che l’aggredito è l’Iran e gli aggressori sono gli USA e Israele, quindi partiamo dalle loro motivazioni.

Per prima cosa, esse sono completamente diverse per i due attori, il che crea immediatamente un’opacità e un drammatico doppio binario. Per Israele si tratta di eliminare il suo più potente nemico e di conquistare la più completa mano libera in Medio Oriente, per potersi poi (lo proclamano orgogliosamente vari ministri e atti di quel Governo) annettere ampi territori 2. Tutto illegale, attenendoci sempre all’ONU.
Per gli USA, le motivazioni confusamente dichiarate erano: la crudeltà del regime islamista; la persistenza del pericolo atomico; la complicità col terrorismo internazionale; “difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano” (D.J. Trump, 28 febbraio 2026):

1. che le sanguinose repressioni in atto da un anno, anzi, da sempre, perpetrate dai nazislamisti ayatollah e pasdaran non fossero un motivo per la guerra, lo dimostra il fatto che l’amministrazione Trump stesse trattando, prima della guerra, con quei carnefici. Se ritieni intollerabile, fino al punto di fargli la guerra, un regime per il modo in cui tratta il suo popolo, non negozi con esso su altre questioni, non ci fai accordi, né prima né dopo;

2. Trump sembra aver dimenticato che è stato lui A) a denunciare il patto sulla limitazione nucleare in precedenza siglato tra Iran e Obama e B) a proclamare distrutta per sempre la capacità atomica iraniana nel giugno 2025, al termine della cosiddetta guerra dei 12 giorni;

3. a parte il caso di Hezbollah, tutto particolare e da analizzare con altri parametri, e nonostante i gridolini in falsetto di molti politici e commentatori di destra (americani ed italiani), non riusciamo a farci venire in mente alcun atto di terrorismo iraniano o sciita, perlomeno fuori dalla secolare faida interislamica tra gli sciiti e i sunniti, e comunque nessun atto terroristico che abbia coinvolto gli USA. Molti sono invece gli episodi criminali, in occidente quanto in oriente, di gruppi filo talebani, Isis, Al Qaida e simili, gruppi che l’Iran ha sempre combattuto;

4. una teoria del tutto fantasiosa che non merita commenti. 

Passiamo alle cause, al casus belli che ha fatto scattare l’attacco: nelle dichiarazioni ufficiali esse sarebbero la preoccupazione per l’imminenza della creazione di un’arma atomica iraniana e i brutali massacri contro gli oppositori. Ma nessuna delle due tesi regge: quanto ai massacri essi sono innegabili ma hanno portato ad un intervento del tutto fuori tempo. L’idea di una sollevazione della popolazione, evocata da Trump nei primi giorni di guerra e sostenuta dai servizi segreti israeliani, si è dimostrata del tutto velleitaria. Quella popolazione aveva appena pagato l’uccisione di almeno 30 mila contestatori nella repressione di inizio anno e non è stata supportata da nessuno, così l’inizio della guerra ha probabilmente scoraggiato molti dall’impegno, dovendo scegliere tra un regime odiato e una nazione spesso vista come conquistatrice. Le recenti parole di Trump che si è augurato persino di stringere la mano alla nuova Guida Suprema, hanno messo la pietra tombale sulla veridicità di questa causa. L’altra, l’imminente attacco, è apparsa sin da subito del tutto non credibile, perché, al di là dei danni riportati negli attacchi della cosiddetta guerra dei 12 giorni dell’anno scorso (che secondo Trump avevano azzerato il programma nucleare iraniano), nessun Paese sarebbe in grado di arricchire l’uranio, allestire una bomba e armare un sistema di lancio in poche settimane.

Quanto ai fini, chi scatena un conflitto deve sapere cosa vuole ottenere. Conoscere gli obiettivi e gli scopi per cui si è disposti a distruggere, spargere sangue e uccidere è un dovere assoluto: se non morale, se non etico, perlomeno storico, politico.

Dopo essersi dipinto come il liberatore del popolo iraniano, l’abbattitore dei tiranni, l’eliminatore degli oppressori e aver propagandato l’obiettivo del “cambiamento di regime” (il regime change), è invece trapelata la notizia che gli USA miravano alla “soluzione venezuelana”, cioè l’accordo con un governo addomesticato capitanato da un esponente dello stesso regime, l’ex presidente Ahmadinejad. E infine, Donald si è sperticato in negazioni ufficiali sulla volontà, sul fine, di abbattere e cambiare il regime islamico.

Falso e bugiardo anche il fine di liberare lo stretto di Hormuz, chiuso proprio dalla guerra e dagli USA stessi, falso lo scopo di stabilizzare economicamente e politicamente la regione (con gli Emirati che hanno lasciato l’Opec!), falso lo scopo di garantire la sicurezza internazionale (crollata completamente sotto le ondivaghe bizze del Presidente).

I risultati, infine. Ebbene, siamo al disastro, e non si riesce a capire come l’autore di questo disastro possa essere stato accolto con onori e manifesto affetto dai suoi omologhi europei al G7 di Evian, dopo che egli li ha ignorati, insultati e minacciati per tre mesi.

La parte più scandalosamente ipocrita dei festeggiamenti di Evian e Versailles si trova proprio nel documento ufficiale pomposamente firmato nella reggia francese, i 14 punti, che sono una clamorosa vittoria del regime degli ayatollah. 

Dal testo ufficiale emerge anzitutto che… non è un accordo di pace! In realtà è un armistizio basato su 14 vaghi impegni, ognuno dei quali da negoziare entro 60 giorni per giungere a quello che dovrebbe finalmente essere l’agognato “accordo”.

Questi 14 punti, non possono essere spacciati per una vittoria, né sul campo, né in politica.

Essi prevedono che l’Iran non cederà la sua attuale capacità nucleare: a fronte del suo impegno di non procurarsi né sviluppare armi nucleari, i due Stati discuteranno “la questione dell’arricchimento, e altre materie concordemente convenute, relative alle esigenze nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran, sulla base di un quadro soddisfacente che sarà concordato” 3, in pratica, nella sua vaghezza, si garantisce all’Iran il mantenimento dell’attuale status quo del suo programma nucleare o almeno l’uso civile dello stesso, come prevedeva l’accordo del 2015, stipulato da Obama, e sempre criticato da Trump, come l’anticamera della bomba nucleare di Teheran.

L’Iran inoltre ottiene il ritiro delle forze americane dal Golfo, pur avendo mantenuto praticamente intatta la sua capacità missilistica e di uso di droni.

Ottiene poi il controllo di fatto sullo stretto di Hormuz, il cui passaggio sarà gratuito solo per i prossimi 60 giorni.  Un mare prima libero, ora soggetto a controlli, pedaggi, rischi perpetui di chiusura e zeppo di mine e droni: paradossalmente la totale libertà di navigazione era proprio il secondo dei 14 punti di Wilson! 

Imbarcazioni nello stretto di Hormuz, lo scorso 15 giugno
Imbarcazioni nello stretto di Hormuz, lo scorso 15 giugno

L’armistizio prevede anche la revoca di tutte le sanzioni petrolifere, di commercio, economiche e finanziarie, comprese quelle imposte a suo tempo dall’ONU; il finanziamento di 300 miliardi di dollari “per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica”, l’assicurazione che gli USA non interferiranno con i suoi affari interni. 

Cosa ottengono gli USA (e noi, che gli stiamo a ruota?): niente, se non un po’ di polvere d’uranio della riserva persiana (il quando come e dove son da definire). In particolare brucia, nell’animo di chiunque abbia avuto la prospettiva, la speranza, l’illusione di un aiuto alle opposizioni iraniane, l’abbandono totale del popolo nelle mani dei suoi massacratori, mani libere adesso di procedere con tranquillità ed impunità – garantita dal trattato – ad una ancor più dura repressione e vendetta, con le forche mai smantellate nelle pubbliche piazze e i pasdaran più inferociti e galvanizzati che mai.

Il movimento popolare iraniano che da anni guarda con favore alle migliori idee storicamente espresse dall’occidente – di libertà, eguaglianza, democrazia e laicità – è stato brutalmente tradito e abbandonato. Per questa delegittimazione e mancanza di supporto, prima ancora che di armi, esso è inevitabilmente destinato a sbandare, a essiccarsi, per poi essere inghiottito dalla macchina repressiva del crudele regime iraniano, oggi alimentato con nuove risorse. Perdiamo così, forse definitivamente, la possibilità di far fiorire un genuino sviluppo democratico dell’Iran e dimostriamo, ancora una volta, il totale e cinico disinteresse rispetto al destino dei popoli e di chi, al loro interno, rema per esserci amico. Abbiamo sostituito l’ipocrita esportazione della democrazia, che in realtà portava solo bombe e caos, con l’ancora peggiore cinico sostegno a chi ci odia. Pensiamo di essere egoisticamente furbi, ma continuiamo a perdere credibilità. Si ripete il dramma della prima guerra del golfo, della guerra in Afghanistan e delle primavere arabe, con la Libia su tutte.

La guerra, oltre a lasciare sul campo migliaia di morti, migliaia di feriti, decine di migliaia di lutti e vite sconvolte, e danni immani dei quali non sapremo mai il totale, viste le censure incrociate, ci obbligherà a fare i conti con un’economia mondiale devastata, con costi, solo per l’Unione Europea, di 15-20 miliardi di euro, e si parla di costi immediati, senza tener conto degli effetti a lungo termine dei crolli delle borse, degli ondeggiamenti dei titoli di Stato, dell’inflazione, del rialzo dei tassi di interesse, della corsa al riarmo generata dalla diffusa insicurezza… 4 

Di questi costi deve essersi evidentemente avveduto anche Trump che con la stessa improvvida inconsapevolezza con la quale ha cominciato la guerra, in modo altrettanto repentino ha cercato di concluderla, a costo di scontentare anche Netanyahu che di quella guerra è stato il principale sostenitore. La delusione e la riottosità nel governo Israeliano rispetto all’amaro calice dell’accordo deve essere grande se il Vice-presidente Vance, con toni insolitamente duri, ha dovuto redarguire l’alleato, ricordandogli che due-terzi delle armi da esso usate sono state pagate dai contribuenti statunitensi e che “se fossi nel gabinetto del governo israeliano, probabilmente non attaccherei l’unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo”.

E come se non bastasse, l’Occidente ne esce distrutto politicamente agli occhi dei suoi competitori, Russia e Cina in primis, che hanno sicuramente fatto tesoro delle divisioni, degli sberleffi, delle minacce dell’amministrazione americana nei confronti del suo stesso mondo occidentale, mentre si beava della collaborazione di Israele, del Pakistan, delle non-democrazie del Golfo, ed auspicavano, come già detto, una virile stretta di mano con quel Mojtaba Khamenei che solo poche settimane prima aveva provato ad assassinare, ferendolo. Un mix ferale di confusione, inaffidabilità, contraddizioni, spocchia e mancanza di prospettive, che avrà un peso sullo scacchiere mondiale per anni, se non decenni.

È una sconfitta dell’Occidente, tutto. Non solo dal punto di vista militare. Come detto il sistema missilistico di Teheran è ancora quasi intatto, e il prezzo della guerra si è dimostrato più insostenibile per gli USA, non solo dal punto di vista dell’ammissione di vulnerabilità energetica, ma anche, e forse soprattutto, dal punto di vista dei principi, quei principi tanto sbandierati di democrazia, liberalismo, libertà, diritti umani, invocati a gran voce come i veri e sacrosanti motivi giustificanti il conflitto, tanto più da quelle destre americane ed europee che meno si rifanno a quei principi nelle loro origini, tradizioni e culture. Loro, in Italia incarnate dai vari Bocchino, Cerno, Capezzone, che tuonavano nelle trasmissioni TV sulla legittimità della “guerra a Hitler”, ora dovranno gentilmente farci sapere come giustificano il patto con Mojtaba, il nuovo Karl Dönitz , di Hitler il successore.

Noi rimaniamo, come lo siamo sempre stati, completamente, assolutamente, convintamente contrari a questa tragica avventura, e pervasi da tristezza per come è iniziata, per come si è svolta e per come è finita. Anche se Trump ci considera invidiosi o cattivi o stupidi, come ha affermato riferendosi ai critici dell’accordo. Mentre Macron lo elogiava a suon di “bravo, bravo”, la Meloni si esibiva in un patetico e garrulo “ricominciamo” salvo poi essere pure sbeffeggiata, mentre Mark Rutte giustificava le offese ai partner europei, noi rimaniamo fermi nei nostri principi di legalità internazionale e di solidarietà nei confronti delle ragazze ed i ragazzi iraniani che sono morti, e moriranno, per quel raggio di luce di libertà che gli abbiamo fatto baluginare davanti agli occhi, e poi subito spento.

 

  1. in totale gli imbarcati erano 180, ma non si sa quanti siano i corpi rimasti in fondo all’Oceano[]
  2. Israele ha avuto ancora una volta la capacità di persuadere l’élite politica statunitense, non solo Trump, ad entrare in guerra, convincendola che questa ulteriore ondata di violenza fosse anche negli interessi USA nella regione, come ricostruito dal professore di Relazioni internazionali di Harvard Stephen Walt. Lo stesso segretario di stato Rubio ha ufficialmente dichiarato che il governo USA sapeva che Israele avrebbe attaccato, prevedeva che l’Iran avrebbe reagito e quindi ha scelto di agire preventivamente[]
  3. Questa la versione originale” The two parties also agreed to discuss the issue of enrichment and other mutually agreed matters related to the Islamic Republic of Iran’s nuclear needs based on a satisfactory framework being agreed upon in the final deal”[]
  4. di tutti questi fattori, secondo la stessa stampa americana, pare abbiano approfittato molte figure vicine a Trump, e forse lui stesso, per speculare ed arricchirsi[]