I bombardamenti di Firenze. Un po' di Storia, qualche testimonianza diretta, una rivelazione, e un omaggio a chi c'era.

di Marco Ottanelli

Una premessa

La storia dei bombardamenti subiti dall’Italia durante la seconda guerra mondiale non è mai stata scritta nel suo necessario dettaglio e con la necessaria lucidità critica perchè, così come l’intero ruolo del nostro Paese nel conflitto, è sempre stata vista sotto due lenti di opposta mistificazione: l’una, quella della retorica filo occidentale, che, nel dare ad ogni azione degli Alleati una patente di bontà e pietà, ha velocemente sepolto, in una sorta di cassetta di sicurezza del pensiero, danni e lutti delle drammatiche azioni militari sulle nostre città; l’altra, quella dei nostalgici irriducibili e officianti del rito della irresponsabilità, è la lente patetica che sa più di martirologio che non di consapevole memoria condivisa.

Cercheremo, attraverso questa narrazione dei bombardamenti che piovvero sulla città di chi scrive, di suscitare ricordi in coloro che vissero quegli anni tragici e di fornire ai più giovani qualche dato, qualche nozione, qualche elemento, con la – forse eccessivamente pretenziosa – speranza che anche questo piccolo lavoro “resti monito alle future generazioni dell’orrore della guerra vera nemica dell’umanità”, oggi che essa batte feroce in terre lontane, dove anche soldati italiani combattono, uccidono, bombardano, muoiono. E, prima che qualche revisionista nostalgico invochi la purezza della italianità, ricordiamo che il primo bombardamento aereo della storia lo hanno “inventato” gli italiani (in Libia, guerra italo-turca, 1911) ed il primo bombardamento a tappeto continuativo (tre giorni) della storia su un centro abitato lo hanno compiuto gli italiani (Barcellona, guerra civile spagnola, 16-17-18 marzo 1938; 670 morti).

 

La guerra dei fiorentini.

È dall’inizio della guerra che sulla città di Firenze compaiono con sempre maggiore frequenza formazioni aeree alleate. Esse sorvolano il centro urbano ormai provenienti da ogni direzione, e dirette principalmente verso le città del Nord Italia e sui paesi posti immediatamente ad est di Firenze, lungo l’Arno e la Sieve, dove passa la ferrovia per Roma. In particolare, Compiobbi, Le Sieci, e soprattutto Pontassieve, sono sottoposti ad un martellamento che si fa quasi quotidiano, e ridotti ad un cumulo di macerie. Per i fiorentini è ormai quasi cinica prassi: quando si ode il rombo dei motori, alzano appena gli occhi al cielo, e si dicono che “tanto vanno a Pontassieve”.

Firenze è una città speciale, gonfia d’arte e di tesori. Sia gli angloamericani che i tedeschi riconosceranno implicitamente tale specificità, e, pur senza dichiararlo mai in termini ufficiali, eviteranno, perlomeno fino a quando possibile, ogni azione bellica sul capoluogo toscano. Questo dà ai fiorentini una certa debole sensazione di intangibilità. D’altronde, tale sensazione pare essersi imprudentemente estesa anche ai comandi militari, che, dimentichi di ogni più elementare nozione di difesa, piazzano le batterie di contraerea a ridosso dell’abitato, sulle colline immediatamente prospicienti case e palazzi, in quella inutile “fascia del troppo tardi” che, testardamente, mai verrà modificata.

Ma nel 1943, le cose cambiano, e cambiano traumaticamente. Dopo l’armistizio, l’atmosfera in città si fa pesante. Non tanto per le repressioni tedesche (anzi, il console germanico Wolff farà di tutto per risparmiare distruzioni e sofferenze, impegno riconosciuto da tutti e certificata da una targa che lo ringrazie per questo, posta sul Ponte Vecchio), ma per la presenza della feroce banda fascista di Mario Carità, un sadico e “raffinato torturatore che ama accanirsi particolarmente sulle donne” (come lo definì lo storico Roberto Roggero).

Iniziano i primi atti di resistenza. Piero Bargellini, nella sua “Splendida storia di Firenze” del 1967, opera parzialissima, omissiva, tendenziosa e faziosamente di destra, lamenta tali azioni e le bolla come vili e controproducenti. Racconta di un binario ferroviario fatto saltare col plastico in zona Varlungo, e si rammarica poiché gli autori del gesto sono rimasti sconosciuti.

Approfondendo.it è oggi in grado di fare una rivelazione storica, di svelare i nomi di coloro che – all’interno della città, non quindi appartenenti a formazioni partigiane- dettero inizio, con tale azione, alla resistenza fiorentina. Essi erano un gruppo di ragazzi di circa 18-20 anni residenti nella zona del torrente Affrico (oggi interrato) e di Piazza Leon Battista Alberti. Tra loro, Marcello Cinganelli, Emilio Dini, Paolo Galimberti ed il carrarese Avio Lucioli, che in seguitò partecipò ad alcune edizioni dei Giochi Olimpici (nel lancio del martello).

Questa ed altre piccole, spontanee formazioni compiono blitz verso obiettivi più o meno facili, mentre i GAP cominciano a compiere vere incursioni, con attentati, uccisioni, assalti a caserme. Ma la guerra appare ancora come qualcosa di lontano. Fino al 25 settembre.

 

Bombe e morte

Era un sabato, c’era il sole, l’apparire della formazione aerea fu improvviso: nonostante il cielo terso, l’allarme non era suonato. Gli abitanti del quartiere Alberti-San Salvi videro chiaramente gli aerei avvicinarsi, da nord ovest, poi virare ad est, poi compiere un cerchio nel cielo. Seguendoli con lo sguardo, pensavano dirigessero su Pontassieve, come al solito. Ma improvvisamente i cani impazzirono dalla paura. Nel silenzio generale, l’abbaiare ed il guaire risuonarono per le strade e nei cortili. E solo allora tutti videro gli arei abbassarsi e le bombe precipitare. Qualcuno fece così in tempo a scappare.

Il fragore della prima esplosione giunse da via Mannelli. Ci fu un fuggire terrorizzato verso i rifugi, o verso gli argini del torrente Affrico, mentre le deflagrazioni si susseguivano tutto attorno. Molti cittadini, impreparati e senza nessuna esperienza precedente, si chiusero imprudentemente in casa.

Gli obiettivi  erano la ferrovia e la stazione di Campo Marte, ma non vennero colpite, nonostante, come detto, ci fosse una perfetta visibilità. Purtroppo furono le abitazioni, in larghissima parte modeste ed abitate da ceti popolari, ad essere centrate. La lunga via Mannelli e le sue traverse vennero devastate, e molte bombe caddero anche nella zona dello stadio, e più a sud, sui viali e su piazza della Libertà. Ampi squarci si aprivano sulle facciate dei palazzi rimasti in piedi, ed in alcuni villini in stile liberty del viale Mazzini. All’altezza della attuale via Capo di Mondo, un tram della linea 6 era stato abbandonato in mezzo alla via da autista e passeggeri in fuga, che avevano cercato rifugio in una casa lì appresso. Purtroppo un ordigno la centrò in pieno, uccidendoli tutti. Si salvò, fortunosamente protetto da una trave, solo un bimbo di pochi anni. In via Giovanni Angelico, venne danneggiato anche il famoso bordello “il Paradisino”: la guerra irruppe in ogni aspetto della vita cittadina.

Firenze lapide bombardamenti campo di marte
Firenze lapide dei bombardamenti al  campo di Marte, via Mannelli

 

Il bilancio di questo primo attacco sulla indifesa Firenze (che era stata dichiarata “città aperta”) fu di 215 morti, e di un numero imprecisato di feriti. 215 persone di ogni ceto, di ogni condizione, che non avevano fatto in tempo a gioire per l’armistizio. Nonostante i trascorsi 3 anni di guerra, fu uno choc. Mentre i feriti venivano portati in ospedali ed in improvvisati centri di soccorso, gli sfollati raggiungevano le case requisite del centro storico, contribuendo a quell’ammassarsi di popolo che avrebbe portato non pochi problemi sanitari.

 

Il tragico 1944 tra resistenza, allarmi aerei e repressioni

I bombardamenti ripresero, ben sei , nel mese di gennaio 1944. il 19 i fiorentini subirono il primo attacco notturno. L’11 marzo due incursioni si abbattono prima sul Campo di Marte e poi tra il torrente Mugnone e il quartiere popolare di Rifredi. Stavolta, è questa seconda zona a patire di più gli effetti: piazza San Jacopino è distrutta, il viale Redi è duramente danneggiato, palazzi crollati, fiamme, una ambulanza è colpita in pieno nel centro della carreggiata. È stato centrato l’obiettivo militare, il deposito ferroviario. Vagoni e locomotive sono sparsi, ridotte in lamiere, tutto attorno; tra operai e ferrovieri si contano molte vittime.

Il gran numero di morti tra i lavoratori sicuramente contribuisce allo svolgersi dello sciopero del 3 marzo, e della tragica deportazione di centinaia di uomini, rastrellati per rappresaglia dai fascisti, e deportati su carri piombati verso la Germania.

22 Marzo 1944: il Tribunale Speciale straordinario, per punire i renitenti alla leva, decide di far fucilare cinque giovani rastrellati a Vicchio, perché sia d’esempio alle reclute, che vengono costrette ad assistere alla fucilazione: così all’alba al Campo di Marte Antonio Raddi, Adriano Santoni, Guido Targetti, Ottorino Quiti e Leandro Corona vengono fucilati alla presenze delle reclute e della autorità fasciste contro il muro di cinta dello Stadio di Firenze.

Il 23 marzo, è sulla già provata piazza Alberti e dintorni che, verso le 11, si abbatte una nuova tempesta di fuoco e orrore. Ventiquattro aerei, americani, dopo aver martellato piazza delle Cure, il viale dei Mille e il ponte del Pino, sorvolano il centro storico (una bomba esplode a fianco della Basilica di Santa Croce) e lanciano il carico sulle abitazioni a ridosso della ferrovia e della via Aretina. Gli abitanti, tra un flusso e l’altro, fuggono impazziti di terrore verso le rive dell’Affrico e verso i rifugi, uno posto in via Lorenzo Di Credi, l’altro, più sicuro, presso la chiesa salesiana, in via Gioberti. Le esplosioni abbattono il ponte sul torrente della piazza, alcuni edifici in via Aretina, molte case in piazza Alberti, e praticamente l’intera via di Credi, dal numero civico 2 al numero civico 16. Il locale rifugio diventa una trappola di morte per le circa quaranta persone che vi avevano cercato scampo, compresi molti bambini delle scuole elementari. I genitori tornati correndo dalle rispettive occupazioni possono solo estrarne i corpi dalle macerie.

I bombardamenti nella zona Piazza Alberti - via di Credi, Firenze
I bombardamenti nella zona Piazza Alberti – via di Credi, Firenze
I bombardamenti nella zona Piazza Alberti - via di Credi, Firenze
I bombardamenti nella zona Piazza Alberti – via di Credi, Firenze

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il rione, devastato, in lutto, dilaniato, comincia a svuotarsi. Una parte degli abitanti si ammassa nel vicino parco dell’ospedale psichiatrico di San Salvi, dormendo sui gradini dei reparti o nei giardini, altri sfollano, o verso il centro, o verso la località periferica della Nave a Rovezzano, lungo l’Arno.

I tedeschi, pur non approntando alcuna specifica difesa antiaerea, pattugliano prudentemente il cielo. Proprio alla Nave, accade un fatto curioso: un ricognitore germanico vola a bassissima quota sul fiume, e, con il carrello, si aggancia ai cavi dell’alta tensione, ribaltandosi nell’acqua bassa. Immediatamente passanti e contadini si gettano al salvataggio dell’imprudente pilota, che, rintontito dalla botta, rischia di annegare, trovandosi legato dalle cinture di sicurezza a testa in giù. Dall’aereo escono pacchi e cassette, alcune rotte. I fiorentini le aprono, e vi trovano centinaia, forse migliaia, di calze da donna! Una rarità assoluta in tempo di guerra, trovata chissà dove, destinata chissà a chi, portata chissà perché così rischiosamente su un piccolo velivolo. Nei giorni successivi, donne e ragazze del contado vissero momenti di piccolo lusso inaspettato.

Il 15 aprile, viene ucciso, al Salviatino, Giovanni Gentile. Il partigiano autore dell’attentato, Bruno Fanciullacci, verrà torturato e troverà la morte nella “villa triste” gestita dalla banda Carità.

Altro grande bombardamento ha luogo il primo maggio, e, oltre alla zona di campo di Marte, viene colpita quella di Porta al Prato. Le officine ferroviarie ed il Teatro Comunale sono in fiamme, perché il carico sganciato era composto da ordigni incendiari al fosforo. Il giorno dopo, un altra incursione, stavolta sul borgo di campagna di Grassina, e ancora su San Jacopino, Rifredi e Campo di Marte, dove infine la ferrovia è colpita. Anche stavolta si tratta di bombe al fosforo, che incendiano tutto quanto è nei dintorni. Al seguito dei bombardieri, un gruppo di “Spitfire” mitraglia i fuggiaschi lungo la via Aretina.

esplosioni sul Campo di Marte, scattata da M. Cinganelli dal Piazzale Michelangiolo
un’eccezionale immagine delle esplosioni sul Campo di Marte, scattata da M. Cinganelli dal Piazzale Michelangiolo

 

Le incursioni si diraderanno un poco con il giungere del fronte. Nel frattempo la repressione si fa più violenta. Il 7 Giugno 1944 i tedeschi arrestano i rappresentanti della commissione radio del Partito d’Azione, “Radio Cora”, al numero 12 di Piazza d’Azeglio: Enrico Bocci, capo del gruppo, la sua segretaria Gilda La Rocca, il capitano Italo Piccagli, Luigi Morandi, Carlo Ballario, la moglie dell’avvocato Maria Bocci, l’ingegnere Guido Focacci e Franco Gilardini. Insieme alla sorella di Morandi Andreina ed i suoi genitori, arrestati poco dopo, vengono portati a Villa Triste e consegnati ai fascisti.

Bocci e Piccagli si accusano di tutti i reati scagionando gli altri: tutti vengono torturati percossi e maltrattai con una violenza indescrivibile, ma nessuno rivela informazioni utili. Il 17 luglio i repubblichini sparano sulla folla in piazza Tasso, uccidendo quattro adulti ed un bambino, e facendo numerosi feriti.

 

Una città spezzata e libera

Alle ore 21 del 3 agosto, dopo aver dato un preavviso di poche ore agli abitanti, i tedeschi fanno saltare i ponti sull’Arno, tranne il Ponte Vecchio, nell’inutile tentativo di fermare l’avanzata angloamericana. Per salvare Ponte Vecchio, e per ostruirne comunque gli accessi, minano e abbattono le aree attorno, sui due lati del fiume. Una folla disperata e piangente, trascinando le poche cose che ha avuto il tempo di raccogliere, ha abbandonato le abitazioni nel pomeriggio, e ha cercato rifugio in Palazzo Pitti, e nella zona del Duomo.

Alla sera, le esplosioni scuotono l’intera città, e la notizia della catastrofe corre di bocca in bocca, fino alle periferie. Sandro Pertini, presente e combattente in quei giorni, assiste allo sconforto dei fiorentini. In una sua intervista racconta: “le donne si chiamavano dai balconi l’una con l’altra: – Hai sentito? Hanno fatto saltare il ponte a Santa Trinita…! – Piangevano, gridavano esasperate”. La città è spezzata in due.

Il ponte di Santa Trinita crolla ridotto in macerie
Il ponte di Santa Trinita crolla ridotto in macerie

La liberazione, avvenuta qualche giorno dopo, è storicamente fissata l’11 agosto, ma nei quartieri e sulle colline a nord di Firenze, dove si attesteranno i tedeschi in procinto di ritirarsi oltre la Linea Gotica, i combattimenti vanno avanti fino alla prima settimana di settembre. In questo mese, mentre continuano le incursioni aeree sulle periferie ed i sobborghi settentrionali (viene bombardata anche Settignano), la zona del Campo di Marte è sotto il fuoco dei cannoneggiamenti, dapprima quelli alleati, che respingono i tedeschi sulle alture di Fiesole, e poi da parte dei germanici, che, dalla zona delle cave di Maiano, sparano colpi di mortaio verso la sottostante pianura. Vengono danneggiati, per la prima volta, i grandi monumenti, come gli Uffizi, il Duomo, il Battistero, la chiesa di San Lorenzo. Si piangono ancora morti e feriti.

Durante una pioggia di proiettili proveniente appunto da Maiano, viene colpita la zona tra San Salvi e via Aretina. Una serie di coincidenze quasi incredibili salvano la vita a due fratelli, uno di 15 e l’altro di 17 anni. Il primo, correndo verso casa, inciampa. Una scheggia si pianta a pochi centimetri dalla sua testa, lasciandolo illeso. Il secondo, nello stesso stesso momento, è in casa, a giocare a carte ad un tavolo. Un botto, uno spostamento, un colpo secco: la scheggia, entrata dalla finestra aperta, si è conficcata (e si è fermata) nel legno del tavolo.

Il padre dei due ragazzi, Enrico, è il silenzioso e modesto muratore che, in un segreto durato più 20 anni, ha custodito gelosamente, senza rivelarlo neanche alla moglie, la bandiera della Casa del Popolo di Rovezzano, dopo che essa fu attaccata, devastata e trasformata in Casa del Fascio dagli squadristi nel ’22. Trattala dal nascondiglio, la riconsegnerà proprio in quei giorni, tra lo stupore e la commozione dei partigiani e dei socialisti giunti a riappropriarsi della struttura.

In totale, dal 1940 alla fine di settembre del 1944, Firenze subirà ben 325 allarmi, 25 attacchi e 7 bombardamenti pesanti. In nessuna di queste occasioni la contraerea riuscì mai –mai – ad abbattere un solo aereo nemico. I morti, in totale, furono più di 700, ma è impossibile stabilire quanti perirono più tardi a seguito delle ferite. Molti, molti di più quelli dovuti a diverse altre cause di guerra.

 

Onori e omaggi.

E ora, i doverosi e più sinceramente commossi omaggi; omaggi che devo:

  • a tutti coloro che vissero, nella mia città, la paura e la sofferenza ma anche il coraggio e la speranza:
  • A chi ha reso possibile questo articolo, raccontandomi, a voce o tramite il suo diario, dettagli, particolari e fatti inediti, che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti;
  • A Marcello Cinganelli che è stato un documentarista eccezionale, nonostante avesse solo 17 anni
  • Alla cagnetta Lady e alla sua cucciola, Zola, che, sentendo il fischio delle bombe prima degli esseri umani, e trasmettendo il loro panico ai cani del rione, tante vite hanno salvato nella zona di San Salvi.
  • Alle famiglie di piazza Alberti e via Lorenzo di Credi, ai morti di quelle strade, e ai sopravvissuti che li hanno pianti, gente che non ho mai conosciuto, ma che sento mia vicina, perché ora io abito in quelle stesse case dove hanno vissuto.
  • A mio nonno Enrico, al suo coraggio, alla sua bandiera, ed al suo segreto lungo 22 anni.
  • A mio padre Lanfranco, e mio zio Eraldo, testimoni di tanti episodi qui narrati, e salvi entrambi per un soffio, per un inciampo ed un tavolo di legno.

 

Dettagli sul bombardamento del 23 marzo 1944

Testimonianza inedita di Carmelo Magro, classe 1924, un “anziano residente nel quartiere di Gavinana” (Firenze sud) come lui stesso si definisce. Il sign. Magro, preso prigioniero in Sicilia durante lo sbarco alleato, venne cooptato nei “reparti collaborativi” dalle truppe USA e trasportato in Tunisia, in una base aerea dalla quale vide partire e rientrare la squadriglia protagonista di questo episodio.

Erano circa le 6 del mattino alla base aerea del dodicesimo reparto della American Air Force, in località Djedeida (Tunisia), da dove decollarono 28 aerei del tipo B26 Martin Marauder, appartententi al 320° bombardment group. Quattro di questi, per ragioni tecniche, furono richiamati alla base, mentre gli altri 24 proseguirono nella missione con l’ordine di bombardare Firenze (e, per la precisione, lo scalo ferroviario di Campo di Marte).

La squadriglia decollò in direzione nord. Giunti all’altezza del Golfo di Olbia in Sardegna si incontrarono con la scorta consistente in una squadriglia di aerei da caccia inglesi del tipo Spitfire, decollati da una base appunto in Sardegna. Dall’isola di Tavolara vi fu una deviazione verso N.N.E. E gli arei si portarono all’altitudine di 2500 mt. Fu sorvolata la costa toscana, e venne osservato il movimento a terra di località come S.Vincenzo, Volterrra, Certaldo, Poggibonsi e S. Giovanni Valdarno.

Giunti gli aerei su Firenze fu eseguito il primo passaggio sull’obiettivo che venne fotografato. Al secondo passaggio ci fu il bombardamento: furono sganciate 173 bombe da 500 lb del tipo Demolition. Erano le ore 8.53 del mattino. Risultarono distrutti circa 120 cari ferroviari. Non ci fu quasi nessuna reazione contraerea. Al rientro dell’azione fu stilato un rapporto circostanziato (ne possediamo una copia) che riportava la sigla di ogni aereo e il nome e il grado di ogni membro degli equipaggi, nei quali figuravano anche tre sottoufficiali di origine italiana (il capitano navigatore Cafarella, il sergente maggiore marconista Turatti e il sergente maggiore bombardiere Saltarelli). Dal rapporto risulta infine che tutti gli aerei rientrarono indenni alla base.

Le foto scattate dagli aerei e pubblicate sulla rivista “Esquire”
Le foto scattate dagli aerei e pubblicate sulla rivista “Esquire”. La qualità dell’immagine, vecchia di 66 anni, e purtroppo parzialmente rovinata dall’alluvione di Firenze del 1966, permette comunque di vedere la drammatica sequenza del bombardamento ed i danni (che la didascalia minimizza alquanto) sulla città.

 

Testimonianza sul bombardamento del 1° maggio
Scrive Riccardo Mazzantini, classe 1937:

Caro Marco, ti faccio i complimenti per questo tuo articolo, non si deve dimenticare quanto successo!

La mattina del primo maggio del ‘44 avevo sette anni, con mia madre e mia sorella, di cinque anni, mi trovavo nel rifugio del Palazzo Corsini in via del Prato. Le sirene avevano dato l’allarme. Dopo molto tempo suonò il cessato allarme. Stavamo uscendo tutti dal rifugio quando sentimmo un rombo fortissimo e dei sibili, alzammo gli occhi e di fronte a noi sbucarono dai tetti alcuni aerei a bassa quota, contemporaneamente, con grosse esplosioni, vedemmo crollare il palazzo che ci stava davanti; un gran polverone, la gente ci calpestava per rientrare nel rifugio, nella strada, come dici tu, il fosforo si attaccava dappertutto: a cose, persone e bruciava tutto.

Tornammo a casa, stavamo in via del Ponte alle Mosse, il dietro di casa mia dava sullo Scalo Merci di Porta al Prato, i capannoni erano incendiati e si sentivano continuamente dei grossi boati; fu una notte tremenda.
La mattina dopo, Il 2 maggio, mia madre ci stava preparando per uscire, e vedevo lo “spettacolo” delle ferrovie era impressionante… Improvvisamente sentimmo delle fortissime esplosioni che ci sballottavano da tutte le parti, ancora bombardamenti sulle ferrovie, la casa tremava, si spalancarono gli sportelli di tutti i mobili e quanto era al loro interno schizzò fuori. Scappammo in strada per raggiungere il solito rifugio, le bombe seguitavano a cadere, facemmo in tempo ad entrare in una piccola porticina sotto Porta al Prato che si scatenò la fine del mondo. Quando uscimmo fuori il piazzale fin verso le Cascine sembrava un groviera formato da grossi crateri. Non ti so dire in quei due giorni quante persone ci rimisero la pelle.