Il solito pollaio: riduciamo il numero dei parlamentari! Questo ed altri folli regali dei nemici del “regime” al loro odiato “dittatore”

di Marco Ottanelli

 

NB: questo articolo fu scritto nel maggio del 2009; nel frattempo, al coro, si sono aggiunti altri galli canterini: Renzi (che l’ha rivendicata come idea sua…anni e anni dopo…mah…), e poi Gasparri, Alfano, e poi quasi l’intero PD, che ha fatto un accordo con la Lega in tal senso, e poi, ultimo arrivato, Mario Monti (che tanto è senatore a vita)… Addirittura nel giugno 2012, il Senato ha votato una prima proposta in tal senso

 

Nel suo intenso e vibrante sproloquio alla assemblea di Confindustria del maggio 2009, Silvio Berlusconi ha, ancora una volta, recepito con furbizia non comune una serie di istanze nazional-popolari che i suoi veri o presunti nemici e avversari vanno predicando da tempo, o alle quali sono prontissimi ad aderire con felice entusiasmo. Lui, tali istanze, le fa sue, nei metodi, nei linguaggi e nella sostanza, dimostrando ai suoi veri e presunti nemici e avversari che a fare gli apprendisti stregoni con le alchimie politico-costituzionali si producono sempre allucinanti scenari dove tutto finisce per essere fuori controllo.

Un esempio per capirsi: mettiamo un bello sbarramento!

Tutti a favore dello sbarramento al 4% esteso anche alle elezioni europee. Non c’è alcuna giustificazione di “governabilità” per modificare la legge che manda a Bruxelles 72 rappresentati di tutti gli italiani a confrontarsi con i partners dell’Unione. Persino la ultramaggioritarista e uninominalista Gran Bretagna, in occasione delle elezioni europee, adotta il proporzionale, a dimostrazione di quanto la rappresentatività estesa sia considerata necessaria!

Ma da noi, patria di apprendisti stregoni del costituzionalismo e del riformismo elettorale, si è ben pensato di modificare l’esistente apportando, appunto, uno sbarramento che “brucia” tutti i voti ed i partiti sotto il fatidico 4%. Proposta della maggioranza, di Berlusconi, alla quale i partiti rappresentati in Parlamento non hanno saputo dire di no. Così che, salvo il caso dell’MPA, tutti, ma tutti, ma tutti gli oppositori del regime, hanno votato secondo i dettami del regime stesso. D’altronde la torta di 72 deputati e (soprattutto) dei relativi rimborsi elettorali miliardari è bene spartirsela in pochi. E così, il PD all’epoca retto ancora dal compagno Veltroni, l’UDC di Casini, la Lega e l’IDV, ultimo arrivato nel club del 4%, votano felici e contenti per la proposta dell’odiato capo del Governo. Incredibili, ben oltre il limite del ridicolo, le giravolte di Di Pietro nello spazio di sole 11 ore (prima sì, poi no, poi sì al provvedimento)

L’ultima sparata populista, la riduzione dei parlamentari. “C’ero prima io!”

La Casta, la Casta, la Casta… tutti a cianare sulla Casta, sognando dannatamente di appartenervi… e tutti a far propri gli slogan e le soluzioni facili facili per “risparmiare” e “rendere lo Stato efficiente”. Quale miglior rimedio ai mali dell’Italia se non quello di ridurre il numero dei deprecabili parlamentari di palazzo?

“Ora che Berlusconi ha fatto sua la [stupida] battaglia di tutti, vogliamo vedere come gli daranno torto!”, dicevamo in redazione, nei giorni scorsi. Ma quelli che avevano torto eravamo noi: nessuno ha contraddetto il Presidente del Consiglio, anzi, tutti si sono affrettati a rivendicare la primogenitura della proposta, in un gioco al ribasso del numero di eletti che assume il suono del patetico affanno del bimbo grasso pantofolaio che corre in discesa e non riesce a star dietro agli scattanti coetanei di campagna.

Drastica ed immediata riduzione del numero dei parlamentari!” tuonava Grillo dal suo blog nel 2006. “Ridurremo i parlamentari a 400” prometteva Prodi, sempre nel 2006. Di Pietro, sempre a caccia di proclami di facile appiglio demagogico, ha spesso promosso questa riduzione, e oggi, ben oltre il limite del ridicolo, si atteggia a sfidante di Berlusconi proponendosi di raccogliere le firme perché egli non si scordi di realizzare la sua (evidentemente ottima) idea. Avrebbe potuto ricordare la brutale contraddizione del Signore di Arcore, facendo presente che nel 2007 la commissione Affari costituzionali della Camera aveva approvato la riduzione del numero dei deputati da 630 a 512: 500 eletti in Italia e 12 nella Circoscrizione Estero. La norma fu approvata a larga maggioranza con la convergenza di centrosinistra e centrodestra, a eccezione di Forza Italia; no, Di Pietro preferisce aderire, magari alzando il sopracciglio, all’ultima sparata di Berlusconi, e vedere sulla gente l’effetto che fa. Nelle elezioni del 2008, poi, il compagno Veltroni dava lezioni di costituzionalismo comparato: “una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due Camere, 470 deputati e 100 senatori porterebbero l’Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre più dobbiamo guardare”. Veltroni aveva però guardato male, dato che in Francia i deputati sono 557 ed i senatori 331, per un totale di 908, ma un margine di errore di 338, a lui, che era solamente il segretario del PD, mica Pico de Paperis, glielo concediamo.

Dimezza, sottrai, riduci, diminuisci… ma quanti devono essere ‘sti deputati? 600? 500? 400 come diceva Prodi? 300 come ha detto il 25 maggio Berlusconi? O solo 100, come lo stesso aveva proposto a braccio dal palco di Confindustria solo pochi giorni addietro? Solo 100? Ma non saranno pochini, non sa di pseudo-parlamento, un gruppetto così risicato che dovrebbe contenere maggioranza e opposizioni, partiti e gruppi linguistici regionali, che dovrebbe rappresentare 60 milioni di italiani e tutte le sfumature della loro complessa società? Non è che questa berlusconata è maledettamente vicina alla sua provocatoria proposta di far votare solo i capogruppo? Parrebbe di no, e parrebbe che ancora una volta a Berlusconi venga riconosciuto di aver avuto una splendida idea, se leggiamo la rivendicazione della proposta “100” fatta addirittura da Micromega, addirittura formulata nel 1986, prima di tangentopoli, prima della scesa in campo, prima della caduta del muro, all’origine dei tempi, insomma. Flores D’Arcais interviene e dice: Berlusconi copia MicromegaE, accusandolo di ogni nefandezza demagogica, ne riconosce in fondo la genialità.

Insomma, non c’è una sola idea di Berlusconi che non piaccia tanto, ma proprio tanto ai suoi avversari, i quali non si capisce più perché siano tali. Quel che ci preme sapere, adesso che son tutti felici e d’accordo su tutto, è se queste idee hanno una base logica o siano l’ennesima pagliacciata populista. Perché, nel secondo caso, dovremmo chiedere conto a tutti, dico a tutti, della loro capacità politica e delle loro responsabilità istituzionali.

Il numero dei parlamentari. Il perché ed il cosa.

Berlusconi, Grillo, Veltroni, Prodi, Di Pietro, Fini, Casini, Franceschini, Calderoli, tutti quanti, dunque, sostengono e sostenevano che si deve ridurre il numero dei parlamentari perché “siamo il Paese con il più alto numero di eletti” e perché “negli USA hanno solo 100 senatori e vanno che è una meraviglia!” (ritornello frequentissimo, esempio–base immancabile per i riduzionisti). Siccome ogni cosa ha il suo perché, ed ogni perché ha una sua storia, proviamo a dare una occhiata comparativa ai Paesi europei più vicini al nostro per dimensioni o cultura democratica, ed aggiungiamoci gli Stati Uniti d’America. Controlliamo quanti senatori e deputati hanno, e quale sia il rapporto tra numeri di eletti e numero di cittadini, rapporto, quest’ultimo, che calcoleremo solo rispetto alle “camere basse”, essendo i senati troppo diversi l’un l’altro per funzione, elezione e composizione, e non essendo spesso rappresentativi dell’intero corpo elettorale. Si pensi ad esempio al nostro Senato della Repubblica, per il quale non si vota fino ai 25 anni, o alla Camera dei Lords britannica, composta ancora in gran parte da membri ereditari, o ai senati federali, i cui componenti sono in numero relativo agli Stati delle federazioni, e non alla loro popolazione (e già questo spiegherebbe un 50% della questione).

Tot. parlamentari

Numero dei senatori

Numero dei deputati

popolazione

Rapporto deputati/popolazione

Regno Unito

1383

737

646

61.213.964

1 : 94.758

Spagna

609

259

350

46.083.259

1 : 131.666

Francia

908

331

557

64.025.805

1 : 115.750

Polonia

560

100

460

38.125.479

1 : 82.881

Paesi Bassi

226

75

151

16.714.287

1 : 110.690

Belgio

221

71

150

10.584.534

1 : 70.563

Germania

667

69

598

82.599.470

1 : 138.126

Svezia

349

349

9.196.227

1 : 26.350

Romania

469

137

332

21.537.563

1 : 64.872

USA

535

100

435

305.826.244

1 : 703.050

Italia

952

315+ 7 a vita

630

60.054.511

1 : 95.325

Come si può ben vedere dalla tabella, l’Italia non è affatto il Paese che ha più deputati rispetto alla popolazione. Noi abbiamo un deputato ogni 95 mila abitanti, ma il Regno Unito ne ha uno ogni 94 mila, e non per questo il suo sistema funziona male. La Polonia elegge un deputato ogni 82 mila persone, il Belgio (sul quale caso particolare torneremo) uno ogni 70 mila, la Romania uno ogni 64 mila, l’efficientissima Svezia uno ogni 26 mila! Francia, Spagna, Germania e Paesi Bassi hanno un rapporto maggiore, ma tutto, tutto ha una spiegazione. E la spiegazione coincide con l’essenza stessa dei parlamenti: rappresentare il corpo elettorale.

Nelle democrazie rappresentative ed elettive, i parlamenti sono l’espressione della volontà popolare. Sono infatti costituiti dai deputati (ovvero, dai preposti ad un ruolo; deputare: Incaricare qualcuno di svolgere un mandato) del corpo elettorale. La nostra Costituzione, all’art. 67 dice di più: Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione

Infatti l’essenza stessa del rapporto eletti-elettori è la rappresentanza, e la rappresentatività. Tanti più sono i rappresentanti, tanto più, e tanto meglio (almeno teoricamente) sarà rappresentata una società. Pensiamo ai due (paradossali) estremi possibili: ad una assemblea costituita da TUTTI i cittadini, e da una che sia costituita da UNA SOLA persona. In ambedue i casi, la rappresentatività sarebbe annullata, nel primo perché quando il corpo elettorale coincide con l’assemblea, non c’è più nessuno che sia lì per delega e in rappresentanza di altri (è la democrazia diretta, l’arengo, il consiglio tribale…), nella seconda perché una sola persona che possa e voglia incarnare tutte le istanze di un popolo coincide con la dittatura. Quindi la rappresentanza sta fra questi due estremi. Tanti più saranno i rappresentanti, tanto più alta sarà la possibilità che un gruppo minoritario trovi la sua rappresentanza. Diminuire i posti da assegnare equivale ad elevare matematicamente una soglia di sbarramento, perché vuol dire che per ogni seggio il “costo” in termini di voti sale. E sale in modo inversamente proporzionale alle dimensioni del partito. Come ampiamente spiegato in questo nostro articolo, per fare un esempio, si pensi che per avere un senatore in Liguria, nelle elezioni proporzionali del 1979, alla DC bastarono 87 mila voti; il PCI ebbe bisogno di 90.500 voti, mentre il PRI ne dovette raccogliere 206.000 ed il Partito Liberale ben 345.700; se il senato avesse avuto la metà dei seggi, i voti necessari per ognuno dei competitori avrebbero dovuto essere più o meno il doppio, il che avrebbe sicuramente escluso dalla ripartizione quantomeno i più piccoli. Quindi: minor numero di seggi = sbarramento più alto = minore rappresentatività per cittadino e per gruppi parlamentari. Diminuire i posti disponibili è come alzare barriere sempre più alte, il che equivale a quanto detto in occasione dello sbarramento al 4% per le europee: saranno in meno, e saranno i più forti, a spartirsi la torta del potere.

Ma dunque, perché esistono Paesi apparentemente sovra rappresentati, come la Svezia, ed altri sotto rappresentati, come l’Olanda, o la Germania? E perché Spagna e Francia hanno più elettori per deputato di noi? E perché gli immensi Stati Uniti d’America hanno un Congresso di così ridotte dimensioni?

Innanzi tutto, dobbiamo distinguere tra Paesi federali e Paesi unitari. I primi, come la Germania, o gli USA, hanno un parlamento federale (Bundestag significa esattamente questo) e un numero di altri parlamenti locali stato per stato. Tanto maggiore sarà l’importanza e tanto più ampie saranno le competenze di tali parlamenti statali, tanto minore sarà il numero dei deputati nazionali rispetto alla popolazione totale.

In Germania ci vogliono quasi 140 mila cittadini per avere un deputato, ma non è possibile dimenticare che i Lander hanno assemblee rappresentative e legislative. La popolosa Baviera, 12 milioni di cittadini, ha 187 deputati, ed un rapporto di 1: a 67.000. Il Parlamento dell’Assia ha ben 110 seggi per poco più di 6 milioni di abitanti. Il rapporto diventa di 1: 55.000. Ricordiamolo: non si tratta di meri consigli regionali, ma di Parlamenti, con tanto di ampi e forti poteri legislativi in ogni campo. Con i suoi sedici Stati Federati, la Germania ha un rapporto cittadini/eletti molto ma molto più intenso dell’Italia!

Il caso degli USA

Non c’è politico italiano che non spacci il “piccolo” Congresso americano come la prova che con pochi deputati e senatori si possa governare una grande potenza. Questa affermazione è dimostrazione o di profonda ignoranza, o di profonda malafede. In ogni caso, dovrebbe indurre a diffidare dei nostri politicanti.

Una ripassata al sistema costituzionale statunitense, che oltretutto è in vigore dal 1788, servirebbe a ricordare le funzioni ed il ruolo del Senate e della House of Rapresentatives. Il primo è espressione paritaria degli Stati della Federazione, che, dalla California (36 milioni di abitanti) allo spopolato Wyoming (500 mila persone appena) mandano 2 senatori ciascuno a Washington, per un totale, appunto, di 100. Senatori che hanno competenze puramente federali, con particolare attenzione alla politica estera e ai vari compiti dell’Unione. Proporzionali alla popolazione ma pur sempre delegati alla vita della Federazione, sono i rappresentanti della seconda camera, che si occupa più direttamente dei bills , i progetti di legge, spesso di emanazione presidenziale, comunque limitati al campo di competenza federale.

Tutte le altre normative sono di esclusiva e assoluta competenza dei singoli Stati, che eleggono Parlamenti bicamerali di grande rappresentanza e di grandissimi poteri. La camera bassa della California è composta di 80 membri, con una relazione molto alta di 1:450 mila, ma il parlamento del piccolo Wyoming ha 30 senatori e 60 deputati (con un rapporto di addirittura 1: 8300! Si votano tra parenti!), e similmente questo vale per tutti i rimanenti 48 stati. In poche parole, gli Stati Uniti non hanno un parlamento di 100 senatori e 535 deputati, ma hanno 50 camere e 50 senati (più i due federali), per un totale generale di migliaia di onorevoli eletti dal popolo a rappresentarli. Migliaia. Le cui competenze sono legislative e costituzionali, e determinano la vita dei cittadini statunitensi spesso assai più di quelle dei loro colleghi della capitale.

Gli Stati hanno esclusiva ed autonoma competenza su temi come: le tasse (le tasse!!! Tanto è vero che, approfittando della diversa “IVA”, cittadini di stati limitrofi vanno a fare il pieno di benzina o a comprare le sigarette o strumenti elettronici oltre confine, come noi facciamo con Svizzera o Slovenia); il codice civile; la legislazione energetica ed ambientale; la legislazione su lavoro, previdenza, pensioni, disoccupazione; hanno esclusiva ed autonoma competenza sui codici penali (la Luisiana, di tradizioni francesi, ha un codice di modello “civil law”, mentre tutti gli altri stati applicano la “common law” anglosassone). Questo comporta immani differenze nella definizione e nella punizione dei reati. Ciò che è reato in uno Stato può non esserlo in quello accanto.

Ma si pensi al macroscopico caso della pena di morte. Essa è in vigore in ben 34 Stati, mentre non è prevista in altri 14. Due altri Stati, Nebraska e New York, la hanno addirittura dichiarata incostituzionale. Questo da solo rende esplicito come i Parlamenti locali siano determinanti. Il Presidente e il Congresso, con tutto il loro potere, non possono né abrogare né introdurre una normativa nel codice penale: possono solo configurare “reati federali”, ma non è il caso di addentrarsi in tale argomento. Di stretta competenza locale sono anche le questioni dei diritti civili. Come non ricordarsi della diversa condizione dei cittadini di colore negli anni ’60, tra Stato e Stato? Ed oggi, come non ricordare che 5 Stati ammettono il matrimonio omosessuale, altri lo riconoscono, ed alcuni invece esplicitamente lo vietano?

Lo stesso accade insomma per quasi tutte le materie delle quali si occupa solitamente il nostro Parlamento. Sostenere che gli USA sono amministrati da poche decine di persone su 300 milioni è una fandonia senza senso. E se un senso gli viene dato, è truffaldino.

In Europa il numero dipende dal sistema, non dagli anti-sistema.

Un altro Stato federale presente nella nostra tabella è il Belgio. Esso è una eccezione alle eccezioni. Non solo ha un rapporto di appena 1: 70 mila, ma, nelle sue recenti riforme costituzionali, si è suddiviso in zone geografiche (Fiandre, Vallonia, Bruxelles) e in comunità linguistiche (fiamminga, francofona, germanofona) ognuna delle quali ha un suo proprio parlamento, per un totale (compreso quello centrale) di ben 7 (sette!) assemblee legislative per una popolazione di poco superiore ai 10 milioni.

Spagna, Paesi Bassi e Francia sono casi particolari che vale la pena analizzare. Tutti e tre hanno un rapporto relativamente alto tra eletti ed elettori. Il che potrebbe dire che per governare bene, non sono necessari così tanti deputati come in Italia (il che non è escluso). Ciononostante per questi numeri c’è una spiegazione.

La Spagna, pur non essendo una federazione, è composta di comunità territoriali estremamente caratterizzate. In cinque di esse (Catalogna, Galizia, Paesi Baschi, Valenza, Baleari), oltre al castigliano, c’è una lingua ufficiale in più. Ogni Comunidad ha poteri paragonabili o ben superiori alle nostre regioni a statuto speciale portando la Spagna ad essere uno stato riconosciuto come semifederale. A maggiori poteri della periferia, quindi, corrisponde minore rappresentanza al centro.

I Paesi Bassi hanno un sistema elettorale proporzionale a collegio unico nazionale che è in vigore, sostanzialmente, dal 1900. L’ovvia conseguenza è che, all’aumento della popolazione, è aumentato anche il rapporto tra elettori ed eletti.

In Francia, invece, si è assistito ad una trasformazione opposta rispetto alla Spagna: il Parlamento della V Repubblica ha nella pratica molti meno poteri del nostro, essendo la Francia semi-presidenzialista, e trasferendo quindi il potere dalla assemblea (che, come organo elettivo popolare, è nato proprio in questa nazione) alla figura del Governo (con le “leggi quadro”) e soprattutto a quella del Presidente della Repubblica, che, ricordiamolo, viene eletto direttamente dal popolo.

Interessante anche la situazione svedese: il Rikstag ha un deputato per ogni 26 mila abitanti. Pochissimi, si direbbe! Questo è comprensibile, oltre che dalla grande democraticità di quel Paese, anche dal fatto che il parlamento di Svezia è monocamerale, non ha quindi un Senato, e deve quindi rappresentare in una sola camera tutta la Nazione nelle sue più diverse sfumature.

E l’Italia?

Abbiamo dunque visto che il numero dei parlamentari italiani non è per nulla eccessivo, né in rapporto con la popolazione, né in relazione agli altri Stati.

Il numero degli stessi è stato immaginato dalla Costituente dopo un lungo ed interessante dibattito cominciato il 4 settembre 1946 e conclusosi solamente nel settembre del 1947. In esso, e ciò ci riconduce a quanto detto all’interno di questo articolo, si sottolineò con vigore la funzione di rappresentanza e rappresentatività che la Camera doveva assumere: rappresentare gli italiani e rappresentarne le esigenze, le richieste, i bisogni, le necessità. Perché ciò fosse possibile, dissero i Padri Costituenti, era ovvio che non si potesse avere un numero eccessivamente basso di deputati, i quali, immaginati allora come i migliori uomini del Paese, dovevano poter espletare la loro funzione di collegamento diretto tra le istituzioni ed i cittadini che li avevano eletti. Si crearono due fronti trasversali contrapposti: da una parte, conservatori e destre che volevano 1 deputato ogni molti elettori (si propose uno ogni 150.000), dall’altra progressisti e sinistre che spingevano per un rapporto diretto tra eletti e cittadini, chiedendo che si scendesse ben al disotto dei 100 mila per ogni deputato.

Principali esponenti del primo fronte furono il relatore Giovanni Conti, repubblicano (che esternò così le sue ragioni: “Non occorre che i legislatori siano tanti: è necessario che siano buoni. Non ritengo che il numero significhi rappresentanza esatta, autentica, genuina della volontà popolare; la volontà popolare la interpretano uomini onesti, sinceri. Molte sono le ragioni di questa mia persuasione; ve n’è persino una finanziaria: si tratta infatti anche di disporre del pubblico denaro”), Luigi Einaudi, dell’Unione Democratica (“quanto più è grande il numero dei componenti un’Assemblea, tanto più essa diventa incapace ad attendere all’opera legislativa che le è demandata”) e l’attivissimo Cappi , DC, assieme ad un grande vecchio come il liberale Nitti.

Sull’altro fronte, innanzi tutto il democristiano Giuseppe Fuschini (che ricordò come in Italia il numero dei Deputati è stato calcolato sulla cifra che non era mai salita al disopra di 60.000 abitanti. Tale cifra fu elevata a 75.000, in considerazione del fatto che avrebbero partecipato alla vita politica anche le donne. La Costituente ha avuto 556 deputati: ma anche le Camere normali non sono state mai inferiori ai 500 Deputati e si arrivò a 535, numero massimo cui, si è pervenuti in periodo normale. Propongo, quindi, di portare ad 80.000 il numero degli abitanti per ogni Deputato, così da avere all’incirca una rappresentanza popolare di 500 Deputati.” ) Sulle sue posizioni si schierarono il socialista Targetti, il comunista Terracini, e, infine, lo stesso Togliatti ( “il nostro Gruppo parlamentare voterà per la cifra più bassa. E questo per due motivi. In primo luogo perché una cifra troppo alta distacca troppo l’eletto dall’elettore; in secondo luogo perché l’eletto, distaccandosi dall’elettore, acquista la figura soltanto di rappresentante di un partito e non più di rappresentante di una massa vivente, che egli in qualche modo deve conoscere e con la quale deve avere rapporti personali e diretti. Avremo una Camera che oscillerà intorno ai 550 deputati. Mi pare che sia poco male.”)

Emilio Lussu, ed altri azionisisti, volevano un Parlamento “leggero”, ma a patto che si fosse presto data vita alle autonomie regionali. “Qualora, però, il principio delle larghe autonomie regionali non dovesse essere adottato,” (ed in effetti, l’ostruzionismo democristiano le avrebbe istituite solo nel 1970!) “occorrerebbe elevare al massimo il numero dei Deputati.”

Nonostante il gran numero di proposte ed emendamenti, alla fine la idea Fuschini-Togliatti venne accolta ed approvata, divenendo l’art. 56 della Costituzione, che recitava:

La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila.

Questo sistema rendeva dunque flessibile e variabile il numero dei deputati, e lo legava alla crescita della popolazione. Se esso fosse rimasto in vigore, oggi avremmo circa 750 deputati. Destinati a diventare progressivamente sempre di più. Per ovviare a tale effetto, nel 1963 la legge costituzionale del 9 febbraio ha fissato definitivamente l’ammontare dei componenti della Camera (per il Senato il discorso è complessivamente assai diverso) in 630, gli stessi che abbiamo appunto ora, un po’ più di quanti erano nella II legislatura (586), meno di quanti sarebbero altrimenti diventati nei decenni a seguire.

Quel che è avvenuto dal 1963 ad oggi è un po’ una “sindrome olandese”, ovvero un aumento degli elettori necessari per ogni deputato, tanto più che si può parlare di una riduzione dei parlamentari già in atto, non in assoluto, ma rispetto alla popolazione.

La breve storia di questo misterioso numero (630) ci spiega sostanzialmente tre cose: che non è un numero particolarmente eccessivo, che corrisponde ad una volontà di rappresentatività derivata dalla discussione del ’46-’47, e che, soprattutto, modificarlo vuol dire non fare una legge ordinaria, ma affrontare una riforma costituzionale vera e propria, con i tempi, i modi, le maggioranze e le doppie letture previste in tal senso dall’art. 138.

Una procedura lunga e complessa che è impossibile percorrere a colpi di decreto o promesse di far tutto nello spazio di poche settimane. Se una riforma in tal senso fosse realmente calendarizzata alle Camere, impiegherebbe minimo quattro mesi di intensi lavori per giungere a termine, e, se non approvata dai due terzi dei componenti delle Camere stesse, dovrebbe essere sottoposta a referendum confermativo popolare.

Tutto ciò getta anche un’ombra di dubbio sul sistema per stimolare i capponi ad anticipare la cena di Natale (come ha elegantemente metaforizzato il Presidente del Consiglio), ovvero la raccolta di firme (ne bastano 50 mila appena!) per una legge di iniziativa popolare, strumento ben strano ed inadeguato per le procedure di revisione costituzionale, le quali sono comunque saldamente competenza dei capponi. Anche in questo, pare ormai ovvio, Berlusconi si è ispirato a quanto fatto da Grillo con le leggi “operazione parlamento pulito” e ai referendari, nuovi e vecchi, che, nella mobilitazione del popolo hanno inteso combattere la Casta. Ecco, dunque, Berlusconi, che il capo assoluto ed intoccabile di una casta di intoccabili, promettere alle folle di “raccogliere le firme” per far fuori la casta stessa. Sembra Mao Zedong e la rivoluzione culturale. Peccato che nessuno colga questo aspetto di pericolosissimo caudillismo antisistema e pro-impero e si affanni a ripresentare, sempre però al traino, le proprie proposte di riduzione dei parlamentari e, come già detto, si offra pure di raccogliere quelle inutili e ridondanti firme della gggente.

Un falso problema.

Insomma, quello del numero dei parlamentari, è, ovviamente, un falso problema. Se si vuole risparmiare denaro, se la questione è meramente economica, si taglino tutte quelle oscene e fin troppo documentate spese, e i fin troppo documentati privilegi, e i fin troppo documentati sprechi, e le fin troppo documentate esagerate guarentigie.

Se si vuole aumentare l’efficienza e la capacità di legiferare, si incominci a candidare persone capaci, e professionali, si lasci maggior libertà di coscienza ai deputati, invece di tenerli ingabbiati alle ferree regole dell’interesse di partito (ricordiamolo: Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione , non gli interessi della sua cricca e dei suoi padrini); si modifichino i regolamenti parlamentari in modo che chi guadagna quasi 20.000 euro al mese lavori almeno quanto un operaio in fabbrica (populismo? No, è quel che fanno per esempio nel già citato parlamento belga, e sotto gli occhi dei cittadini, che possono assistere di persona, direi sedendogli a fianco, l’operare di ogni singolo deputato, anche nelle commissioni); si impedisca l’assenteismo e si punisca severamente, invece di premiarlo con cariche e vicepresidenze, il voltagabbana di turno (qualunquismo? No, è quel che prevedono con puntiglio poco mediterraneo le Cortes spagnole).

Se si vuole invece puntare sulla qualità, sulla effettiva qualità del Parlamento e del suo lavoro, allora si gettino a mare tutti i condannati, gli inquisiti, i servi, i figliocci, i parenti, i collusi, i mentecatti, le amanti e gli amanti, i figli e le figlie di papà e di mamma, si taglino dignitosamente i ponti con le lobbies finanziarie, si recuperi l’indipendenza dal Vaticano e dal collegio dei Cardinali, si studi, si legga, ci si informi. Si faccia insomma un corpo di deputati e senatori che, nel numero di 100, o di 600, o di 1000, si possa sempre meritare, nei limiti della fallacità umana, il titolo di Onorevole.

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