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A palla ferma

di Roberta Anguillesi

Ci sono due modi per trattare, sentire, analizzare e capire i riti di massa. Il primo, è la banalizzazione, la semplificazione strumentale, la lettura semplice, quella utile, quella tutto sommato più facile.

Il secondo invece è il metodo che parte da ciò che accade, e non da ciò che si pensa, si presume o si desidera che accada. Parte da ciò che accade, come accade, perché proprio in quel momento e come proprio in quel momento, che poi non è mai uguale a quello precedente.

Niente è mai uguale perché, se nelle cose umane così fosse, saremmo estinti da secoli, da millenni. Basta saper cogliere in ciò che è simile ciò che è diverso, perché è in quel diverso che sta il futuro, e accontentarsi del simile lega, àncora, al passato.

È successo che un torneo di calcio intereuropeo sia capitato durante una congiuntura particolarmente complessa e delicata nel processo ormai irrevocabile di unificazione politico-economica europea, un periodo di crisi epocale, in cui si percepisce il mutamento che di solito è diluito dalla percezione prospettica della storia, quasi come quotidianità, ed è successo che i popoli si siano trovati davanti una rappresentazione plastica (e ludica) della situazione , complessa e spesso incomprensibile, che il momento geopolitico vive.

Un assist imperdibile per coloro che ritengono tutto manovrato da chissà quale entità iperumana, identificare, in questo momento, una sorta di: manovra di distrazione di massa, un altro complotto per inoculare nel famoso popolo bue un comportamento di accettazione di chissà quale demoniaca finalità che, l'entità stessa, ordisce e ordiva per fini non meglio identificati o identificati. Si sono sentiti avvertimenti accorati dei soliti mestatori sicuri che mentre voi, imbecilli, guardate il pallone, quelli ordiscono e stabiliscono, e quelli che invece è un modo per distrarre l’operai mentre il padrone segna l’ennesimo gol impunemente e in area di rigore. In pratica l'antico panem et circenses, ipotizzando che, classicamente, il Potere si comprasse, il favore della plebe, con due bandiere, un paio di gol, e qualche tromba.

Un assist imperdibile anche per i piccoli astri tramontanti del giustizialismo da palcoscenico, che in nome della loro missione di fustigatori retti e diretti si sono spinti fino alla rivendicazione tronfia e puerile di fare il tifo contro la squadra italiana per ‘punirla’ o ‘punirici’ o comunque ‘punirsi’ dei traffici loschi e delle porcherie del nostro football, porcherie che però, domenica dopo domenica vengono condonate con qualche ameno pezzo sui rispettivi giornali.

Un assist imperdibile anche per quella parte di politica detta ’pd’ ,bisognosa di identità e di alibi per esistere, ha contrabbandato quello che era un ‘rito’ ludico per una liturgia di investitura a cui partecipare furbescamente, secondo la matematica certezza che al popolo bue basta guardare il pallone che rotola, sventolare una bandiera, suonare la trombetta e non solo non si accorge che non esiste la politica in questo paese, ma ce ne sarà anche grato.

Eppure, un'altra lettura è possibile degli accadimenti calcistici passati ; il gioco è sempre stato sia nel percorso individuale, che collettivo un momento di apprendimento, elaborazione, interiorizzazione e sedimentazione della realtà circostante. Attraverso il gioco, le società imparano, ritualizzano, spostano le tensioni e le violenze, rappresentandole e non agendole. Il gioco a volte è solo gioco e niente è più complesso e importate di questo, nessun complotto e nessuna strumentalizzazione e nessun tentativo di farne altro possono, a volte, contro la forza e la necessità che l’azione ludica sprigiona e risolve.

In un momento in cui la storia ci impone di “cedere sovranità” fosse solo per perpetrare la razza e sopravvivere alle nostre stesse conquiste ed errori, dall'accorciamento delle distanze, al necessario sforzo per uno sviluppo che tenga conto dei diritti e delle nuove sensibilità, in un momento in cui storia ci impone di fare i conti con noi stessi, singolarmente e come società, cedendo una parte dei normali e belluini istinti d'appartenenza e di identità per costruire il futuro, in questo momento credo che i campionati europei 2012, siano stati una sana, sorprendentemente sana, gestione ludica e laicamente rituale non che civile della condivisione della fatica del guado che dobbiamo, volenti o nolenti e con buona pace dei conservatori di tutte le risme, fare.

La militia ideologica conservatrice che ancora scorrazza da destra a manca nel nostro tessuto sociale logorandone l’ordito per assicurarsi ’la trama’ avrebbe voluto ridurre ancora una volta questo evento ad una tetra riproposizione della lamentosa liturgia cui siamo, noi, abituati. Lamentosa e fatale visione di certi fenomeni come ripetizione di banalità e di paure ormai sterili, che uccidono e che non rendono possibili per questo paese, l'uso catartico, liberatorio, sicuramente in movimento di cose come il rito di massa, il gioco, la competitività, e tutte quei modi che le società sul modello degli individui, si sono dati, nel bene e nel male, per crescere, andare avanti, celebrarsi o tormentarsi ma comunque ‘esprimersi’ e compiere il proprio cammino, senza tutori, senza rivelazioni e salvatori-

Ora basterebbe che si rispettasse il sentire della società italiana e si facesse tesoro di questa maturità dimostrata, ascoltandola e rappresentandola, ma non accadrà.

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