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Boicottare? Il caso Omsa- Golden Lady

di Roberta Anguillesi e Marco Ottanelli

Esprimiamo la nostra più forte solidarietà a tutti i licenziati della Omsa. Ci permettiamo di parlare delle loro vite solo perché quello del loro destino è diventato ultimamente un vero caso mediatico. E come tutti i casi mediatici, ha i riflettori puntati su qualche particolare, e non su altri. Per esempio, per macroscopico esempio, tutta l'attenzione è stata concentrata sullo stabilimento Omsa di Faenza, ma quasi nessuno parla dello stabilimento di Gissi, provincia di Teramo, stabilimento più grande e licenziamenti più numerosi ancora. Ma proprio perché dunque Faenza è diventato IL caso, abbiamo scelto di parlare di esso, e delle reazioni, a volte mediatiche, che ha suscitato.

 

Punto primo, Odi et amo: Ricordate il “Movimento Cunegonda”? Il suo sito web, aperto ai tempi dei girotondi, è spirato da molto tempo, quindi ci vuole una rinfrescata alla memoria. Il Movimento nacque (su ispirazione di Umberto Eco) come organizzazione di boicottaggio nei confronti delle ditte che osavano fare pubblicità su Mediaset. Scriveva Eco, sul quotidiano La Repubblica del 20 aprile 2002, in un famoso articolo dal titolo Lo sciopero dei consumatori della pasta Cunegonda: “Proposta: non compriamo più i prodotti che fanno pubblicità sulle reti di Berlusconi"...Siccome “sarebbe un sacrificio troppo forte non guardare la TV”, anche perché, continuava Eco, “anzitutto, è legittimo che voglia guardarmi alla sera un bel film, allora -suggeriva il professore- si doveva agire “rifiutandosi di comprare tutte le merci pubblicizzate su quelle reti”.

In poche parole, Eco ed i suoi seguaci suggerivano di far fallire, o di danneggiare duramente, gli inserzionisti della TV privata, la quale ultima però pretendevano di continuare a vedere, innanzitutto. La proposta ebbe un discreto successo, e si organizzò in quel mondo di girotondi e movimenti, spalleggiata da tutto l'universo antiberlusconiano (giornalisti, giornali, politici ecc ecc). A noi la cosa non convinse per nulla, come scrisse, tre giorni dopo, Roberta Anguillesi.

Tramite siti web, forum, imponenti mailing list ed appelli firmati da decine di migliaia di democratici cittadini italiani, famosi e non, si compilò una lista di proscrizione di prodotti da evitare, da non comprare, da punire, sanzionare, bastonare, portare possibilmente alla bancarotta, così avrebbero imparato a dare soldi a quello lì di Arcore. Dopo qualche azione legale, il linguaggio diventò più raffinato, e ci si espresse in questi termini, pur senza cambiare la sostanza: Il Movimento Cunegonda non invita a non acquistare, ma a pensare che ogni nostro acquisto di prodotti reclamizzati sulle reti Mediaset si traduce in un contributo economico a sostegno del monopolio dell'informazione. Acquistando questi prodotti paghiamo il canone a Mediaset. (Segue elenco).

E leggiamocelo, l'elenco dei prodotti da boicottare, delle ditte da punire, da mettere in difficoltà economica, leggiamolo su un comunicato ufficiale dei Cunegondi: (reperibile qui)

Bene, tra compagnie telefoniche, alimentari, auto, profumi e detersivi, ecco che spuntano anche i prodotti definiti “Per lei e per lui” da non comprare, che sono: "Laura Biagiotti Profumi, Max Factor, Oil of Olaz, Settimanale Donna Moderna, Lacoste Profumi, Golden lady, Omsa, Calzedonia."

Tho, guarda chi c'è! Quindi nel 2002 – 2003 si boicottavano la Golden Lady (casa madre) e la Omsa (marchio derivato della prima) per farle chiudere, e oggi, dieci anni dopo, le si boicottano per non farle chiudere. Viene da chiedersi se chi lancia appelli di questo tipo abbia coscienza delle (possibili?) conseguenze delle sue azioni. E su questo torneremo...

La crisi di una azienda, le implicazioni che comporta, il destino di decine, centinaia di lavoratori e di lavoratrici impongono di trattare la questione “Omsa” con una particolare delicatezza e con grande rispetto. Soprattutto rispetto per la reale e generale situazione, vista in tutta la sua drammatica complessità, che non è mai così semplice come appare a prima vista.

In un mondo ideale, tutti saremmo felici, faremmo il lavoro che più ci piace, guadagneremmo abbastanza per svegliarci sorridenti e ogni ditta di ogni prodotto di ogni città del mondo si espanderebbe all'infinito, senza con questo mai intaccare le concorrenti e le omologhe.

Purtroppo, non è così. Il mondo non ideale -ma reale- nel quale viviamo è fatto di mercati da conquistare, o perduti, rivalità a volte feroci, target da aggredire e da strappare al concorrente, da stipendi mai sufficienti e da utili mai eterni, da avidità, da crisi, crolli, crack. Brutta, la vita.

Punto secondo, Mala tempora: E brutta la vita è stata per le lavoratrici ed i lavoratori della Omsa-Golden Lady fin dal 2008, come d'altronde per le altre ditte del comparto (350 sono gli esuberi dichiarati all’Omsa di Faenza, 335 a La Perla di Bologna, oltre ai 90 dello stabilimento di San Piero in Bagno e gli 82 di Roseto degli Abruzzi, in provincia di Teramo; per Mariella Burani, gli esuberi sono circa 160 alla Arcte di Bologna e circa 200 a Cavriago, nel reggiano. Si tratta quindi di una crisi strutturale di settore) che hanno vissuto una flessione drammatica di produzione, vendita, esportazioni, incassi.

I bilanci cominciano a vacillare, i mercati americani ed europei si chiudono, anche il mercato interno vacilla. La Omsa-Golden Lady si ritrova un calo del fatturato di 66 milioni di euro ed un calo delle vendite totali del 16%. A seguito del perdurare della crisi, si giunge ad una richiesta di messa in cassa integrazione per centinaia di operai.

Sempre nell'ottica del rispetto di questa delicatissima situazione, abbiamo sentito e letto più volte, in generosi ma spesso non informati gruppi di sostegno ai lavoratori, che la Omsa-Golden Lady ha licenziato le sue maestranze pur essendo “florida”, “in attivo”, “solida”: ma, se ha ottenuto la cassa integrazione per centinaia di persone, vuol dire che il gruppo aveva seguito tutti i passaggi di legge e presentato la dovuta attestazione di crisi per ottenere la cassa stessa. Non si tratta dunque di una “azienda che chiude”, ma di una azienda (ufficialmente) in crisi che chiude. In questo senso, tutto assume un altro aspetto. L'annuncio della chiusura era stato fatto fin dal 2009, ma per evitarne l'immediatezza, si sono attivati i cosiddetti ammortizzatori sociali.

Per la cassa integrazione guadagni sono intervenuti, nella trattativa, oltre lo Stato, Regione Emilia Romagna e i sindacati. Tutti, compresa la CGIL, ne hanno sottoscritto i termini. Ed i termini, gli accordi, erano duri, ma risaputi: due anni di cassa integrazione, dall'aprile 2010 alla fine di marzo 2012, e poi, chiusura.

Punto terzo, Apertis verbis: è quindi dal 2010, e con la sottoscrizione, l'accettazione, l'accordo di tutte le parti (proprietà, istituzioni, sindacati) che tutti sapevano perfettamente quale sarebbe stato l'unico destino della Omsa di Faenza: Chiudere. E la fine del rapporto di lavoro per centinaia di persone. Una tragedia, ma non un fulmine a ciel sereno. Un dramma, ma non imposto “con un fax” alle ignare controparti, bensì un percorso firmato e controfirmato da tutti, tutti. A seguito della firma presso il Ministero dello Sviluppo economico, la GCIL e la Filctem-CGIL emanarono un comunicato nel quale si rinunciava esplicitamente a qualsiasi ipotesi di mantenimento della Omsa a Faenza, anzi, si chiedeva di “valutare le proposte di nuovi insediamenti industriali nell'area dello stabilimento Omsa”. Quindi, niente più gruppo Golden Lady, niente più fabbrica di calze e calzini, niente più tessile, ma l'invito a farsi vivo a chiunque volesse usare l'area (nemmeno lo stabilimento: l'area!) della ditta in ritirata.

Riassumiamo fin qua: crisi del tessile, crollo della Omsa, richiesta cassa integrazione, piano di chiusura firmato, controfirmato, noto, arcinoto, concordato.

E se ci fossero ancora dubbi, si prenda la risposta del 2/11/2010 dell'assessorato alle attività produttive della Regione Emilia Romagna, che risponde alla preoccupata interrogazione del consigliere di Rifondazione Comunista Sconciaforni, e che recita: “come Lei ricorda, la cessazione della attività è stata sancita da accordi sindacali”.

In poche parole, nessuno può dire di non sapere cosa stava accadendo, e verso quale inevitabile finale si stava andando. È per questo che ministero, regione, provincia di Ravenna e comune di Faenza, assieme ai sindacati CCIL, CISL, UIL e UGL, hanno sottoscritto il piano di liquidazione dello stabilimento faentino convenendo con la proprietà sugli incentivi per i lavoratori disposti a lasciare l'impiego il prima possibile. I primi ottanta incentivati con 30 mila euro (più la dovuta liquidazione), tutti gli altri con 5mila. (Il testo dell'accordo è leggibile qui )

Punto quarto, Pretium sceleris: Ma dunque, la proprietà della Omsa-Golden Lady è del tutto scevra da responsabilità, errori, colpe, in questa triste vicenda? Ovviamente NO. Quali sono stati, dunque, gli sbagli e le manchevolezze della proprietà?

Non il “trasferimento” in Serbia, che, ci spiace dirlo, è un pieno e legalissimo diritto imprenditoriale e commerciale, e che non è certo un fatto nuovo, avendo la Omsa aperto stabilimenti produttivi nei Balcani almeno dal 2001 (quindi, per circa dieci anni la cosa è stata pacificamente e positivamente accettata da tutti), e che quindi, in questa piccola e sicuramente parziale analisi dei fatti, è una questione che si risolve da sé; perché oggi Omsa non allarga, non ingrandisce, non costruisce niente di nuovo, come ufficialmente comunicato dall'azienda alla Regione Emilia Romagna. Mantiene semplicemente i suoi due stabilimenti, e, dice il comunicato finale, “non trova alcun riscontro con la realtà la notizia apparsa insistentemente sulla stampa nazionale riguardante l’avvenuta sottoscrizione di accordi per la realizzazione di un terzo stabilimento”.

E si risolve da sé, almeno così dovrebbe essere, anche nella dura polemica di queste settimane, perché la Golden Lady aveva precedentemente chiuso i suoi stabilimenti in Francia, Germania e Spagna, Paesi dove dunque aveva investito ed impiantato fabbriche, e che non possono certo essere ascritti a quella categoria di luoghi senza legge né diritto dove i cattivi vanno a lucrare sulla pelle della gente. E non ci pare, ma forse ci sbagliamo, di aver mai sentito, in precedenza, una sola parola di solidarietà per gli operai e le operaie francesi, tedesche e spagnole, visto che la produttività e l'organizzazione, da quelle sedi, era stata trasferita proprio in Italia, a Castiglion delle Stiviere;

Non le lettere di licenziamento, che non sono state mandate, come detto, all'improvviso a Natale per atto di perfidia, ma che sono i regolari avvisi di fine del rapporto di lavoro nei successivi quattro mesi (la scadenza fatale è prevista per la fine di marzo 2012);

Non la mancata nomina di un “advisor”, un consulente, cioè, che, a spese della Omsa stessa, cercasse sul mercato, nazionale ed internazionale, investitori che desiderassero aprire una attività a Faenza, e che fossero disposti ad assumere almeno parte dei licenziati ( è stato nominato, a questi fini, l'ingegner Marco Sogaro, rappresentante della Wollo srl, e pare si stia dando da fare).

La responsabilità della Golden Lady, a nostro avviso, sta in quel gran vizio italiano che è la mancanza di un piano industriale serio, di lunga, lunghissima prospettiva, viziato una mentalità confindustiale che si basa più sui ritmi ed i modi di fare impresa dei periodi di vacche grasse, e non prevede, complice uno Stato passivamente assistenzialista e mai capace di sviluppare un welfare di stampo europeo, non prevede neanche i periodi di vacche magre. Golden Lady ha chiesto, ed ottenuto con entusiasmo degli enti pubblici, finanziamenti, sostegni, facilitazioni fiscali e burocratiche quando, nonostante l'anatema del Movimento Cunegonda, sfondava sui mercati (e mercatini!) con i suoi prodotti. Non ha saputo, o potuto, o voluto, adeguatamente affrontare la crisi, che è stata sì improvvisa e dovuta a motivi globali, ma non per questo non doveva essere messa nel capitolo delle ipotesi, e che, anzi, ogni grande azienda dovrebbe invece ritenere prima o poi inevitabile, con relativi piani di reazione. Che forse non avrebbero evitato il problema, ma ne avrebbero limitato gli effetti. No, questo non c'è stato, e ancora una vota i guai delle imprese italiane li pagano, in buona parte, i lavoratori, lasciati, lo ripetiamo due volte nello stesso capitolo, alla mercé di uno Stato che predilige l'assistenzialismo alla assistenza sociale vera. È terribile, odioso, tremendo, doloroso.

Ma non è il risultato di alcuna perversione, né di un atto di spietata crudeltà. La crisi, non solo finanziaria, ma reale, morde, e fa male. A tutti.

Ci auguriamo adesso che le operaie e gli operai della Omsa e di tutte le altre industrie in crisi siano in grado di trovare presto, prestissimo un lavoro. Incredibile il fatto che la mobilitazione sia arrivata solo ora, a scadenza annunciata e prestabilita, e non due o tre anni fa, quando la crisi ed i suoi morsi si presentarono con tutta la loro virulenza. Ed incredibile che la mobilitazione non sia culturale, politica o sindacale (“come affrontare il momento drammatico”), ma emotiva e svolta con uno strumento, il boicottaggio, che non può che essere o perfettamente inutile ed inconcludente, così come fu quello di Eco, che non poteva funzionare....o che, se dovesse funzionare, affosserebbe ancor di più i già disastrati fatturati del calzetturificio italiano.

Non resta che tornare a dieci anni fa, i tempi in cui la Omsa doveva essere punita per aver scelto di fare pubblicità sulla rete del demonio, i tempi in cui la Omsa era una entità correa col male, e correi erano,evidentemente, anche maestranze e addetti alle pulizie, anche essi da punire nel nome della guerra santa contro Berlusconi.

E in un certo senso era proprio così.

Per quella che D'Alema chiamò 'torbida borghesia', con un eccesso di zelo vagamente stalinista, in effetti, la classe operaia, giudicata 'idiotizzata' dalla propaganda televisiva, era da punire, boicottare, escludere dalla società 'attiva' , da rieducare, nel caso, a guerra finita, con la indulgente ma ferrea pedagogia della 'società civile' composta da professori in odor di baronia, intellettuali confusi, rampanti rivelatori e ambiziosi rappresentati della cosiddetta generazione X che dopo essere invecchiati a gingillarsi con la poesia e i contorcimenti delle 'interiora' videro la possibilità di avere una bella rivoluzione di cartone anche loro.

L'Italia non ha mai avuto una rivoluzione borghese, non abbiamo mai fatto saltare le teste ai re e ai loro servi, siamo passati dalla mezzadria al capitalismo assistito, dal littorio all'operaismo rosso, senza in realtà portarne mai una in fondo, e pensate, quando ci siamo ritrovati smarriti abbiamo eletto un 'commenda arraffone', abbiamo sdoganato il fascismo e, come nulla fosse, eravamo pronti a sacrificare la 'classe operaia' , tutto questo pur di tornare a una oligarchia qualsiasi...Ora che ci siamo tornati, ecco che rispuntano i diritti di quelli di prima, ecco che rispunta l'operaismo e il cerchio pare chiudersi in un continuo ruminare di passato e presente, senza la minima aspirazione al futuro, quello che la Omsa dà, ora, a quei Serbi...

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