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Le reazioni possibili (e coraggiose) che l'Europa dovrebbe avere sul terrorismo

Gli atteggiamenti mentali e sociali che dovrebbero e potrebbero motivarne il coraggio.

di Roberta Anguillesi Marco Ottanelli Gabriele Pazzaglia


Premettendo che, il terrorismo di matrice islamica è una cosa completamente diversa da quello politico degli anni '70 e da quello avente interessi economici della criminalità organizzata, premessa importante al fine di valorizzare e focalizzare l'oggi senza indulgere in paralleli fuorvianti e rassicuranti per un continente afflitto da autoreferenzialità culturale perniciosa, la proposta di Renzi di seguire il modello italiano che ha sconfitto “il nazismo, le brigate rosse e la mafia” (citazione semplificata del suo discorso urbi et orbi del giorno delle stragi di Bruxelles) non pare adeguata, diciamo, anzi, dimostra come Renzi, ma tanta della 'politica' europea non abbia capacità, volontà e interesse a mettersi in gioco tentando un analisi inedita, coraggiosa, e soprattuto complessa e destabilizzante per delle politiche prive di propulsione e progetto.

Dunque, noi pensiamo che per reagire, incisivamente e con la libertà mentale e che abbisognano i fenomeni inediti o comunque peculiari che coinvolgono la politica, le religioni , e i portati culturale dei popoli e delle aggregazioni che essi si sono dati, la UE deve perseguire sentieri nuovi. Nuovi quanto è nuova l'Unione stessa, nuovi quanto è in costruzione come ente superiore che rappresenta e unifica un continente, al cui interno, per secoli e secoli hanno regnato guerre di conquista, sanguinose battaglie fratricide, persecuzioni e trame e che, dopo aver raggiunto la catastrofe suprema della seconda guerra mondiale, momento di rigurgito feroce come solo i rigurgiti sanno essere, si è voluta unire per darsi una identità frutto e seme, per andare oltre e rappresentare valori che condivisi, semi frutti del passato migliore e delle migliori conquiste che le ideologie nel loro eruttare tentarono di fermare. Un'Europa, dunque, liberale, laica, sicuramente fallibile ma certamente necessaria in un mondo dove tempo e spazio si riducono, con le nuove tecnologie, ma che paradossalmente si fa immenso, al punto di generare l'horror vacui che tutti stiamo rischiando di vivere, al quale solo l'unità di intenti, politica economia e socio-culturale può, con l'orgoglio delle origini del progetto dare risposta. Allora, partendo da questo, rifacendosi alla ormai irrinunciabile puntualizzazione del sentire e del progettare, occidentale, laico e pragmatico al punto di imporci la rinuncia a ogni tentazione da psicodramma, soluzioni salvifiche, autoflagellazioni ideologiche e religiose, tutta roba che finisce per essere un suicida peccato di orgoglio, proviamo a ipotizzare, e non oziosamente ma con cognizione ma con estrema sobrietà intellettuale alcune condotte che ci parrebbero spendibili e augurabili.


╚ necessaria una collaborazione, condivisione ed univocitÓ di intenti.

Ogni volta che un attentato insanguina una capitale europea, si invoca unità e solidarietà. Dopo la prima settimana, ognuno va per la sua strada. Dopo la strage del Bataclan, la Francia chiese immediata cooperazione, ma il suo intervento contro le basi dell'Isis in Siria hanno avuto il supporto solo del Regno Unito, e parzialissimo. Nessun altro paese UE è intervenuto, e l'Italia ha addirittura condannato l'azione, definendola “uno spot”.

Quale che sia la strategia che si ritenga utile seguire, essa deve essere una, ed una sola. Non è tollerabile, ed è anzi pericoloso, che alcuni paesi intervengano militarmente, altri con solo supporto a locali parti in causa, altri, come l'Italia, proclamando una sorta di non belligeranza per evitare danni interni.


╚ necessaria una ferma e crescente unitÓ ed integrazione giuridico-politica.

Non è più possibile pensare che la polizia belga o i servizi francesi riescano a controllare e contenere una entità che, chiamala Al Qaida, chiamala Isis, chiamala Daesh, ha una dimensione ed una capacità di coordinamento globale. Ci vuole una decisa e definitiva cessione di sovranità onde creare una sovranazionalità europea in tema di intelligence, indagine, polizia, repressione, magistratura. Non è assurdo che Salah sia in attesa di una estradizione a Parigi, quando ha commesso anche una infinita serie di crimini in Belgio? Dovrebbe essere immediatamente processato per la globalità delle sue azioni, invece. Quindi ci vuole una procura antiterrorismo europea con ampi poteri

In una Europa divisa su tutto, dove intere nazioni quali la Polonia, il Regno Unito ed altri esercitano forze centripete che tutto indeboliscono, in una Europa dove intere aree politiche (la destra estrema, la sinistra postcomunista, i populisti 5 stelle e di Podemos, certe frange conservatrici e forziste, una notevole parte del PD renziano) contestano ogni giorno, ogni ora, ogni momento la capacità organizzativa e decisionale delle istituzioni comunitarie ( additando con disprezzo i “burocrati”, i “banchieri”, i “funzionari”) in favore di una presunta superiorità nazionale, è urgente cambiare rotta, e, nella solita condizione di reciprocità, cedere anche le informazioni dei servizi, anche l'organizzazione di polizia, anche la capacità repressiva militare e giuridica ad una unica sovranità più potente, efficiente, efficace. Chi è anti europeo, oggi, con le sue bandierine sventolanti di un bieco nazionalismo egoista e povero, è oggettivamente partecipe della debolezza che ci espone agli attentati. [1]


╚ necessario rivedere Schengen

I giornali italiani hanno riempito di lacrimosa propaganda le loro pagine inveendo contro Danimarca, Austria, Croazia, Slovenia, anche Francia, che, di volta in volta, sospendevano le procedure di Schengen (per un approfondimento leggi questo nostro articolo). Ma chi protesta contro questi paesi dimentica cosa è il sistema di Shengen: non l'eliminazione delle frontiere, che invece esistono ancora, ma l'eliminazione dei controlli alle frontiere interne. Questo sistema è stato ed è un elemento cardine del mercato comune, poter andare da Roma a Parigi, da Berlino a Madrid, da Amsterdam a Varsavia con gli stessi controlli con i quali si va da Milano a Firenze, cioè senza controlli alla frontiera ma solo con i normali controlli delle forze dell'ordine all'interno del territorio. Un'opportunità economica epocale. Ma affinché questo meccanismo funzioni è necessario, imprescindibile, che il controllo delle frontiere esterne sia effettivo, ferreo, drastico. Il controllo della popolazione di uno Stato è presupposto essenziale affinché quello stato possa esistere. E uno Stato può rinunciarvi, in accordo con altri Stati, solo se è sicuro che tutti insieme proteggano le frontiere esterne. Se ciò non avviene, le conseguenze non possono che essere ripensamenti, retromarce, sospensioni dei diritti. Se si vuole che Schengen funzioni bisogna potenziarlo, anche qui, prendendo sul serio i propri doveri – al netto dell'emergenza delle richieste d'asilo – è necessario identificare ogni soggetto e controllare in modo capillare le linee ferroviarie e autostradali e controllare e segnalare in una banca dati condivisa chi si reca o chi arriva da determinate destinazioni (Medio Oriente, Pakistan, Turchia, per non parlare di Siria e Iraq).



╚ necessaria una rigorosa e severa legislazione sulla immigrazione

Senza arrivare agli eccessi ungheresi, è necessario ed urgente fissare regole assolute, inderogabili e -ancora una volta - comuni e sovranazionali, sottraendo ai singoli stati la sovranità in tema di immigrazione, affermando con precisione inequivocabile che a) l'irregolarità non è tollerabile, perché è disumanizzate, è aberrante e rende le persone non altro che fantasmi alla mercé di ogni miseria, bruttura, sfruttamento, disperazione b) senza documenti alla mano o identificazione con impronte e altre misurazioni antropometriche volontarie, non si passa c) distinguere nettamente e senza nessuna possibilità di osmosi i rifugiati dagli immigrati “normali”, assicurando ai primi ogni assistenza e accettando i secondi solo se hanno mezzi e strumenti per mantenersi. Norme che in Italia sono rimaste sulla carta un po' per disorganizzazione, un po' nella speranza che gli irregolari fossero attratti dai paesi nordici scaricando su di essi il problema, un po' perché non si è voluto investire i soldi essenziali per un piano organico in tal senso.


╚ necessaria una legislazione di emergenza repressivo-preventiva

Diciamolo chiaramente: siamo in una sorta di guerra, e vanno applicate regole capaci di contenerne la devastante ferocia. Le regole esistenti (in Italia) permettono già un buon grado di repressione e prevenzione: non è necessario che una bomba sia fatta esplodere, ma colui che viene sospettato di voler fare esplodere un ordigno può essere fermato prima. Abbiamo infatti già due reati. Il primo è l'associazione con finalità di terrorismo (art. 270bis codice penale). Sono puniti fino a 15 anni chi le dirige o finanzia e fino a 10 chi vi partecipa. Non è necessario che il terrorismo sia realizzato ma basta che sia progettato, pianificato, cioè che vi sia un nucleo di organizzazione e la banda può essere fermata anche se le operazioni non sono ancora iniziate.

Il secondo è l'attentato per finalità terroristiche (art. 280) punito con una pena non inferiore ad anni 20. Reato punibile a prescindere dall'esistenza di un organizzazione, anche se commesso da un singolo. Ma da che momento si può punire per un attentato? La giurisprudenza italiana è ferma nel punire gli atti idonei e diretti in modo univoco alla commissione del reato[2]. Può bastare purché si tenga presente che un atto del genere è idoneo ben prima dell'innesco della bomba.

E sarebbe bene anche alzare le pene: abbiamo detto che siamo in guerra. Allora a chi progetta un attentato si dia, senza ipocrite titubanze, quello che si merita: fino all'ergastolo.

E si pensi anche ad una modifica delle misure di prevenzione: oggi pensate per la criminalità comune, mafiosa e al più sportiva. Si impedisca a chi è sospettato di fare propaganda estremista di frequentare le relative comunità e di comunicare con i suoi appartenenti. Lo si controlli e lo si mandi in carcere se non rispetta gli obblighi.

Questo deve essere applicato con normativa globale europea e con regole tali da impedire sconti e scappatoie da azzeccagarbugli.

Allo stesso modo, non possono essere più tollerate manifestazioni di solidarietà, simpatia, vicinanza, collateralità culturale con i terroristi. Le scene dei musulmani bruxellini che inveiscono contro la polizia o che accorrono in massa al funerale di un militante ucciso in un blizt non possono e non devono ripetersi. Chi solidarizza, è complice. Va come minimo messo sotto osservazione, prima, e punito, dopo.



╚ necessario un controllo costante sui sospetti, a cerchi concentrici, senza remore

Sì, comincino pure i soliti assolutisti ad urlare “razzismo”, ma la buona pratica investigativa prevede, da sempre, l'individuazione del sospettato-tipo affinché le indagini (attenzione: le indagini, non le punizioni) siano dirette in modo efficace. Oggi, in tempi di criminologi in TV, si direbbe che ci vuole un profiler universale.

Controllare tutti sempre non è possibile, si deve scegliere di farlo a concentricità, ad allarme crescente. Chi indaga sulla 'ndrangheta, anche se non lo proclama ufficialmente, sa benissimo di dover controllare le comunità calabresi, ovunque si trovino. Chi indaga sulle bande di latinos che si combattono nelle periferie, pur senza raccontarlo, si concentra su peruviani e salvadoregni. La comunità marocchina, tunisina, algerina, siriana, cecena, kosovara, albanese anche se di seconda o terza generazione, deve avere (spiacenti: è necessario) un livello di attenzione maggiore di quella autoctona italiana, o belga, o francese, anche per poter procedere, verifica dopo verifica, per esclusione. In tali comunità, un livello ancor maggiore di attenzione devono avere non solo i frequentatori assidui delle moschee, ma chiunque assuma atteggiamenti anti occidentali o di radicalizzazione islamica (imposizioni e divieti alle donne, ai figli, alla propria vita personale, odio manifesto per sport, musica, divertimento). Chi frequenta ambienti salafiti o waabiti o chi esprime, in parole, opere o omissioni, simpatia o adesione alla sharia, deve essere messo sotto controllo in modo efficace. Chi viene in contatto con queste persone, pure. Lo schema è quello di un bersaglio circolare che vede indirizzate le forze verso il centro e via via degradando verso l'esterno. Razzismo? No, prevenzione. Razzismo è il sunnita che vuole la morte dello sciita e viceversa. Noi vogliamo che siano protetti tanto i cittadini che vogliono vivere in serenità la propria vita tanto quegli immigrati che regolarmente, e animati delle migliori intenzioni, vivano sul territorio italiano ed europeo, che cioè hanno l'obiettivo di integrarsi; devono essere protetti dai loro stessi connazionali.


╚ necessario evitare il costituirsi di tante Mobeleenk

Non è tollerabile in uno stato di diritto, e nella civiltà occidentale, che si creino serbatoi di islamismo radicale anti-occidentale, anti-statale, anti-europeo nel proprio ventre. Alcuni abitanti marocchini, tunisini, algerini, somali di tanti quartieri europei, anche se nati e cresciuti qua, non si sentono né belgi, né francesi, né britannici, né italiani. Anzi, essi odiano quelle patrie che hanno dato loro casa, scuola, assistenza sanitaria, lavoro, sussidi. Le odiano a morte, letteralmente.

Se non ha senso invocare anacronistici immobilismi sociali, si deve anche evitare che le nostre città vedano crearsi quartieri-ghetto che si svuotino degli abitanti originari, espulsi da una massa crescente di “estranei” che non hanno alcuna intenzione di integrarsi, mai. Come farlo?

Si deve iniziare, ad esempio, con l'eliminare la mobilità finalizzata all'ottenimento di case popolari. Queste potrebbero essere date prima ai cittadini nazionali (o, in condizione di perfetta reciprocità ai cittadini dell'Unione); solo ed in ultima ed eventuale istanza assegnarle agli immigrati extracomunitari, a prescindere dalle condizioni economiche e dal numero dei figli o dei parenti a carico, vero grimaldello per impossessarsi delle graduatorie abitative e dei sussidi economici . Si deve porre termine alla immigrazione fatta di sfruttamento egoistico che va distinta da quella di necessità personale. L'incentivo a trasferirsi in paesi dal welfare avanzato e generosissimo è troppo alto. Si deve stroncare il flusso di persone che vogliono solo mungere gli stati sociali europei, odiandone poi la cultura, le libertà, la cittadinanza. Chi viene deve guadagnarsi il posto, mettendosi ordinatamente in fila, non superandola trascinando con sé miseria e prole ad hoc. Bisogna riconoscere che le proposte di introduzione dello ius soli puro, cioè la concessione della cittadinanza al momento stesso della nascita in Italia, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori (proposte avanzate, tra gli altri, da Ignazio Marino e Giorgio Napolitano) erano azzardate e irrealistiche. Una regola del genere non può che finire per essere un incentivo a chi non può legalmente ottenere un permesso di soggiorno a far nascere figli in Italia al fine di sfruttarne la cittadinanza e, insieme al minore, rendere impossibile anche il loro rimpatrio. Il decreto Turco-Napolitano del 1998, infatti, prevede precisamente che al genitore straniero di un minorenne italiano sia rilasciato il permesso di soggiorno per motivi familiari a prescindere dall'avere o no i requisiti previsti in generale, cioè documenti e mezzi di sussistenza[3]. Lo ius soli sarebbe un premio agli irregolari, dunque, uno schiaffo in faccia a chi rispetta la legge italiana e le sue procedure. Una comoda scappatoia alle norme sull'immigrazione che potrebbe ingenerare conseguenze difficilmente gestibili. Mentre questo Paese lacerato di tutto ha bisogno tranne che di scappatoie. Si dovrebbe puntare invece su percorsi sì di inclusione e di diritti, ma anche di doveri: di responsabilità, di riconoscimento del primato delle leggi civili su quelle religiose, di libertà e di eguaglianza [4].

╚ necessario parimenti evitare la costituzione di quartieri di pura razza europea, o di provata fede cristiana, di esclusività etnico-religiosa qualsiasi essa sia. In pochissime parole: no ai ghetti.



╚ necessario che l'islam europeo sia una religione normale e non uno specifico culturale ostile

Cittadini islamici italiani, tedeschi, spagnoli, svedesi… che siano normali cittadini tra altri cittadini. Rispettosi non solo delle leggi, senza invocarne di specifiche per sé, ma anche delle tradizioni locali e dei principi generali di laicità, rispetto dei diritti individuali e collettivi. Le manifestazioni di questa adesione devono essere pubbliche e ufficiali. Con la partecipazione alla vita scolastica, cittadina, nazionale. Estremisti, tradizionalisti, fondamentalisti devono essere isolati in primo luogo dai musulmani, dalle comunità musulmane, che solo così dimostreranno di essere cittadini europei e non del Daesh. Nessuna tolleranza di alcun genere, neanche per il “rispetto delle differenze” per infibulazione, segregazione femminile, burqua, sharia o simili. La legislazione laica francese può essere un ottimo punto di partenza.


╚ necessario qualche sacrificio in termini di riservatezza.

Se non vogliamo lasciare un universo a disposizione dei terroristi, è necessario capire che per almeno un periodo (lungo, temiamo, ma limitato) un monitoraggio su telefonia ed internet è irrinunciabile. D'altronde, abbiamo subito lo spionaggio americano della NSA (dal semplice cittadino su su fino ai primi ministri ed i commissari UE) senza particolari reazioni e senza particolari conseguenze; possiamo sopportare un po' di controllo mirato da parte delle nostre autorità per salvare la nostra vita e quella dei nostri figli. Attualmente oltre alle note intercettazioni per provare un reato già commesso, vi è la possibilità di intercettazioni preventive, per evitare che un reato sia commesso. Ecco, è su questo che si deve insistere, è questo ambito che deve essere potenziato, quanto possibile rafforzato. Ma ancora oggi spesso l'attività viene affidata a ditte esterne che ricevono l'incarico per mancanza di strutture, mentre lo Stato dovrebbe dotarsi della possibilità concreta di utilizzare questo mezzo essenziale per la conoscenza. Lo stesso per la gestione delle informazioni che se disperse in mille rivoli non servono a niente: è importante che sia prevista una autorità centrale, prima nazionale e poi comunitaria, in grado di gestire, confrontare, valutare la massa di informazioni raccolte.


╚ necessario finirla con il giustificazionismo ideologico.

Comici, cantanti, politici, blogghisti e fanfaroni sempre alla ricerca di una giustificazione, di una scusa, di una legittimazione morale degli atti terroristici, alla schiera dei “è colpa nostra”, dei “gli abbiamo preso le materie prime” dei “la guerra la abbiamo portata noi da loro, che sono di natura pacifici”, una preghiera: smettetela. La vostra posizione è antistorica (per fare un esempio: il Belgio ha saccheggiato una colonia, ma era il Congo, nazione cristiana,e non risultano kamikaze congolesi in azione), antilogica, antioccidentale e, sinceramente, antipatica. Rischiate di fare un danno enorme. Smettetela.


╚ necessario che l'Europa faccia i suoi propri interessi.

Errori clamorosi di politica estera americana (comprovati dalle ormai periodiche scuse da parte del presidente di turno, che non sapeva, era stato mal informato, aveva equivocato) non devono essere seguiti da servili errori di politica estera europea. Non sempre gli interessi americani coincidono con quelli europei. E non sempre coincidono con i nostri gli interessi israeliani. Per decenni abbiamo seguito la loro politica fanaticamente anti-iraniana e pro-turca foraggiando le frange estremiste sunnite e waabite, tanto in Afghanistan come in Iraq come in Siria. Proprio in Siria, gli USA stavano per scatenare l'inferno su Assad accusandolo di aver usato le armi chimiche, uso che invece era responsabilità degli islamisti. Israele non solo non combatte l'Isis, ma combatte e bombarda Hezbollah in Siria e Libano, formazione che è in trincea contro il Daesh. Il problema curdo non può essere appannaggio della Nato. Le relazioni (con le sanzioni ed i gasdotti) Europa-Russia-Iran-Turchia-Medio Oriente devono essere regolate da noi stessi, non da Washington e non da Tel Aviv. A volte gli interessi saranno comuni, e saremo tutti più forti, a volte divergenti, e non possiamo più essere il vaso di coccio tra quelli di acciaio.


╚ necessario combattere i fondamentalismi nostrani, le brutalitÓ ideologiche, ed avanzare senza remore nel percorso della laicitÓ dell'affermazione dei diritti per tutti, e del progresso.

Certi toni adinolfini, radiomariani, sentilleninpiedini hanno una identità perfetta con le dottrine dell'Isis. L'Europa deve crescere e avanzare le sue politiche di apertura e democrazia, di ampi e riconosciuti ed affermati e gatantiti diritti per donne, bambini, lavoratori, sul divorzio, la famiglia, gli omosessuali, la assoluta libertà di pensiero, di stampa, di parola, il diritto di critica e di dissenso, anche e forse soprattutto nei confronti della religione, delle religioni. Charlie Hebdo è stato preso a modello da commentatori che poi non hanno tollerato la critica alla Chiesa, ipocritamente. Troppe forze oscure minacciano la civiltà laica, secolare, libera, liberale dell'Occidente e dell'Europa dei diritti, troppi dubbi si addensano su quello che è il senso proprio della nostra cultura, l'essere padroni di sé stessi, del proprio corpo, della propria vita, del proprio destino, senza il controllo di intolleranti, ed intollerabili, dettami e precetti che niente- niente! - hanno di diverso di quelli che intendono espandersi nel mondo con le bombe e gli attentati. Noi siamo, dobbiamo, essere diversi. Migliori.

 

[1] Paradossalmente il nostro Governo che tante volte ha criticato i “burocrati” europei e il coordinamento europeo di politiche comuni affermando il suo «no ai compiti a casa», questa volta ha perorato l'istituzione della Procura europea con gli ampi poteri.

[2]Questa, dell'attentato, oltre che termine comunemente usato, è anche una categoria giuridica. Da sempre il diritto penale è percorso da due opposte esigenze: da una parte quella di punire solo i fatti effettivamente dannosi per tutelare la libertà del singolo, dall'altra quella di anticipare la sanzione per tutelare la società. Il nostro codice (anni '30) ha scelto una via di mezzo: il tentativo è punito quando sono compiuti atti idonei e univoci (cioè che manifestano proprio la volontà di compiere il reato). Ma accanto a questa regola generale sono stati mantenuti tutta una serie di reati di attentato, appunto, che anticipavano ancora la tutela, anche agli atti inidonei o equivoci. Col passare degli anni la giurisprudenza ha però ricondotto tutti questi reati alla regola generale del tentativo, annullando la differenza con essi. E questo è stato riaffermato anche sul reato di attentato con finalità di terrorismo dalla Cassazione 28009/2014 (per l'attentato ai cantieri della TAV)

[4] Visto che oggi la cittadinanza ai nati in Italia è automaticamente riconosciuta al 18° anno di età (dietro semplice richiesta dell'interessato) si stabilisca invece che ciò avverrà al compimento della scuola dell'obbligo. Così anticipando il riconoscimento e incentivando alla frequenza scolastica.

 

29 marzo 2016

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