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La situazione in Spagna. Intervista al professor Vintrò
di Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli

Joan Vintró Castells, barcellonese, professore di diritto costituzionale presso l'Università di Barcellona, autore di testi giuridici su diritto parlamentare e sulle autonomie politiche territoriali, ha fatto parte dei servizi giuridici del Parlamento della Catalogna e della Commissione di Venezia per la consulenza ai paesi del Consiglio d'Europa in materia costituzionale.

Professore, potrebbe darci una sua opinione sul perché la Spagna è passata così rapidamente dalla crescita, ammirata in tutta Europa, alla crisi attuale? Ciò è dovuto a caratteristiche strutturali dell'economia spagnola o ci sono responsabilità ed errori politici precisi?
Ad entrambe le cose. Ci sono caratteristiche strutturali dell’economia spagnola, come per esempio l’importanza enorme che ha avuto il settore immobiliare, e che è proprio uno di quelli che si trova in grave crisi nel momento presente. Tra gli errori politici, possiamo parlare del ritardo con il quale il Governo Zapatero ha reagito davanti alla crisi economica negandola per un lungo periodo. Anche il Governo Rajoy ha reagito con ritardo, perché ha aspettato tre o quattro mesi per adottare qualsiasi provvedimento: inoltre non ha voluto adottare misure impopolari di politica economica fino al mese d’aprile di 2012, cioè dopo le elezioni dell’Andalusia, credendo così di poter conquistare il Governo di questa regione; ma non ha conseguito questo obiettivo, ed, in Andalusia, la sinistra continua ad essere al potere.

La gestione della crisi ha comportato duri sacrifici per i cittadini spagnoli: tagli nell'impiego pubblico, nello stato sociale e, ultimamente, anche nella sanità. Il dibattito politico spagnolo ha manifestato, oltre ai tagli, altre vie per il risanamento? C'è una contrapposizione tra maggioranza e opposizioni o c'è una sorta di accordo su questi provvedimenti?
I tagli sono cominciati con il Governo Zapatero, quindi con i socialisti al potere. Il Governo Rajoy ha approfondito radicalmente la politica di sacrifici e di tagli, e con l’aumento dei tributi come l’IVA, che colpiscono in ugual misura tutti e quindi più gravemente le classi popolari. Secondo me non c’è una grande contrapposizione tra maggioranza e opposizione socialista. Ciononostante sembra che i socialisti siano vicini delle posizioni di F. Hollande, affermano, cioè, che i sacrifici debbono essere compatibili con una politica di stimolo alla crescita economica. È vero che fuori del Parlamento ci sono movimenti cittadini ("gli indignati" nelle piazze delle città, sostanzialmente giovani), manifestazioni sindacali, ed opinioni di diversi intellettuali che protestano contro le misure del Governo e della UE. Le critiche sono importanti, ma secondo me non c'è un progetto alternativo chiaramente articolato.

Da giurista, come giudica il ruolo delle istituzioni comunitarie, in particolare quello della Commissione Europea e del suo Presidente Barroso? Hanno tutelato adeguatamente l'interesse europeo, o hanno lasciato troppo spazio alle decisioni dei governi nazionali?
La Commissione Europea e il suo Presidente fanno quello che possono con gli strumenti che hanno. Non c’è una politica economica né una politica fiscale comune nella UE, e quindi l’UE si trova sotto la direzione del paese più forte economicamente che è la Germania.

La Spagna ha dovuto chiedere aiuti speciali alla UE per riequilibrare i suoi bilanci e soprattutto per ricapitalizzare le sue banche. Quanto questa richiesta potrà influire sulla piena sovranità decisionale del Paese? E l'opinione pubblica come l'ha percepita?
Mi sembra normale che se la Spagna chiede aiuto economico alla UE, l’UE possa fissare delle condizioni che diminuiscano la sovranità nazionale in politica economica. L’opinione pubblica spagnola credo che più o meno condivida questa opinione. Questione diversa è il fatto che i limiti alla sovranità nazionale sono percepiti, e forse più contestati per questo, come imposizioni non dell’UE come ente sopranazionale, ma come imposizioni di un solo paese come la Germania.

Madrid ha imposto severe condizioni alle comunidades autónomas. In Italia ha molto colpito la notizia che la ricca, industrializzata e avanzata Catalogna, simbolo di ampia autonomia, abbia richiesto aiuti al Governo centrale. Le politiche regionaliste spagnole sono forse ad un punto di svolta?
In questa domanda ci sono tre questioni diverse. Prima questione: Le severe condizioni imposte dallo Stato Centrale alle regioni in politica economica sono in buona misura conseguenza normale delle esigenze imposte dalla UE allo Stato Spagnolo. Seconda questione: La Catalogna ha sempre denunciato che il sistema di finanze regionali non è giusto, in particolare per la Catalogna che contribuisce in maniera eccessiva alla solidarietà interregionale spagnola. Tuttavia, questa non è l’unica ragione della situazione attuale nella quale la Catalogna ha il debito pubblico più elevato della Spagna. Sicuramente i Governi catalani che si sono susseguiti ultimamente, hanno fatto una spesa pubblica eccessiva durante gli ultimi dieci o quindici anni. Terza questione: Sembra che il Governo Rajoy voglia sviluppare una svolta centralista nel sistema dello Stato Autonomico Spagnolo1 (è il sistema di forti autonomie ed autogoverno delle diverse regioni, che si è sviluppato fin dagli anni '80, e che ha portato la Spagna ad essere un modello intermedio tra stato regionale e stato federale, ndr), con l’argomento che la centralizzazione sarebbe una soluzione più economica e più efficiente in tempo di crisi. Personalmente non credo che gli elementi essenziali dello Stato Autonomico possano essere modificati in un breve periodo di tempo. L’opposizione di regioni tanto importanti come la Catalogna, il Paese Basco o l’Andalusia potrebbero impedire questa svolta centralista.


L'intervista è stata effettuata via email, in italiano

1In Spagna vige una forma decentrata intermedia tra lo Stato regionale e lo Stato federale, perché, benché nasca con forma regionale, ha acquisito progressivamente tratti e connotazioni di tipo federale e ha dato origine a un modello fortemente decentralizzato tanto che è possibile sostenere che si ha a che fare con uno Stato quasi-federale.
Il diritto all’autonomia è inserito tra i princìpi fondamentali della Costituzione, all’articolo 2: “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”.
Il processo per arrivare all’autonomia è descritto nell’articolo 143 della Costituzione che prevede che “le province limitrofe, con caratteristiche storiche, culturali ed economiche comuni, i territori insulari e le province d’importanza regionale storica potranno accedere all’autogoverno e costituirsi in Comunità Autonome […] ”.
Per quanto riguarda la delimitazione delle competenze legislative, l’articolo 149 della Costituzione elenca le materie che spettano, inderogabilmente, allo Stato (come nella Costituzione italiana all’articolo 117). Però, il federalismo spagnolo è – sotto molti punti di vista – un federalismo differenziato ed asimmetrico a differenza del regionalismo italiano nel quale, escluse le 5 regioni a Statuto speciale, le altre hanno tutte le stesse competenze. Infatti la possibilità di introdurre competenze differenziate, previsto, dopo la riforma del Titolo V, dall'art. 116 della Costituzione non è mai stata attivata .
In sostanza, con questa affermazione, ci si riferisce ad un sistema che prevede forme diversificate di autonomia.

 

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