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L'Europa di fronte alla crisi e la posizione della Francia di Hollande.
Intervista al professor Gilbert Koenig.

di Marco Ottanelli e Gabriele Pazzaglia

 

Gilbert Koenig è professore di scienze economiche all'Università di Strasburgo. È membro del Dipartimento di economia Teorica e applicata (BETA) che è una unità di ricerca associata al CNRS. È co-direttore de l'Osservatorio delle Politiche Economiche in Europa (OPEE). Ha prodotto diverse opere e articoli nel campo della macroeconomia internazionale e dell'economia europea.

1) La crisi di solvibilità di alcuni paesi europei sono state affrontate nella UE con politiche di stretti rigore. Lei crede che queste conseguiranno l'obiettivo del consolidamento dei conti pubblici? E questo consolidamento, è compatibile con la crescita?

Le istituzioni europee e l'FMI si sforzano di evitare che la crisi di liquidità in alcuni paesi europei si trasformi in una crisi di solvibilità, che si tradurrebbe in una incapacità degli Stati di rimborsare i loro debiti a medio e lungo termine. Per questo, essi impongono misure di rigore di bilancio ai beneficiari dei prestiti che accordano, affinché sia assicurato un finanziamento a condizioni migliori di quelle imposte dai mercati. Tali misure devono garantire risanamento delle finanze pubbliche senza mettere troppo a rischio la crescita economica e incoraggiare le agenzie di rating a correggere le loro valutazioni delle strategie pubbliche in prospettiva di un ribasso dei tassi di interesse sul mercato. Tali misure sarebbero inutili, anzi controproducenti se si applicassero in un paese che è già di fronte a una crisi di solvibilità come la Grecia. Infatti, una crisi del genere non può essere risolta che con delle misure strutturali, pertinenti, ad esempio, alla politica industriale o alla riforma fiscale.
Per i paesi che, allo stato attuale, non sono ancora davanti ad una crisi di liquidità, il risanamento delle finanze pubbliche difficilmente può essere raggiunto nel breve periodo che gli è imposto. Infatti, secondo recenti stime empiriche (P. Artus (2011), Economia Natixis Flash, No. 685), con una riduzione iniziale del deficit di bilancio pari ad un punto percentuale del PIL, in un paese europeo si determina una riduzione finale solo di mezzo punto percentuale. Ciò è dovuto all'impatto negativo che la riduzione del deficit di bilancio di un paese ha sul suo PIL e alla riduzione del gettito fiscale che ne consegue. Questi effetti sono accentuati da quelli determinati dalle politiche di austerità dei partner commerciali europei. E per quanto riguarda il debito pubblico, esso continua comunque ad aumentare per un certo tempo prima di ridursi (se le politiche di rigore di bilancio sono mantenute).
Ma tali politiche possono realizzare il risanamento definitivo delle finanze pubbliche a patto che i tassi di interesse sui mercati finanziari internazionali ai quale devono ricorrere i paesi dopo aver ricevuto aiuti europei diventino ragionevoli. Ora, questa evoluzione dipende dalla valutazione della situazione dei paesi effettuata dalle agenzie di rating e fondata, secondo Moody's, sulla solidità finanziaria, economia ed istituzionale. Ma non è certo che gli effetti economici, sociali e politici dei piani di rigore inducano le agenzie a correggere sensibilmente le loro valutazioni. Infatti, sul piano economico, questi programmi possono portare ad una recessione, specialmente se sono generalizzate in Europa. Per per frenare una tale evoluzione delle cose, il Sistema europeo delle banche centrali ha cercato di favorire il credito aumentando la liquidità delle banche di 1000 miliardi di euro. Ma l'effetto di questa misura è deludente a causa della riluttanza delle banche a concedere credito e della debolezza della domanda di credito che risulta dalla cattiva congiuntura economica. Sul piano sociale, l'austerità ha innescato dei movimenti di contestazione importanti in diversi paesi contro la diminuzione del potere d'acquisto e la messa in discussione di una serie di benefici sociali. Infine, sul piano politico, queste misure hanno portato cambi di governo e ad una espansione dei partiti estremisti, alcuni dei quali sono ostili alla costruzione europea. Ora, in mancanza di una diminuzione del tasso di interesse sui mercati e di una crescita sostenuta, sarà impossibile frenare l'aumento del debito pubblico ed evitare l'insolvibilità di alcuni paesi. Una disconnessione dei paesi rispetto ai mercati finanziari internazionali grazie ad una messa in comune dei debiti pubblici in Europa, potrebbe essere ipotizzata come una soluzione a questo problema.
Riassumendo, le attuali politiche di rigore di bilancio, non possono conseguire il risanamento delle finanze pubbliche che progressivamente, in un periodo superiore a quello imposto dall'Europa e solo a condizione di convincere gli operatori finanziari a finanziare il disavanzo pubblico a dei tassi di interesse ragionevoli. In assenza di misure di accompagnamento, sembra poco probabile che queste politiche riescano a conciliare un rapido consolidamento dei bilanci e la crescita economica.

 

2) Per adesso abbiamo assistito ad una serie di tagli ai servizi sociali (pensioni, sanità, assistenza) e, ad una crescita della tassazione diretta e indiretta. Il rigore di bilancio sta cancellando le conquiste del secolo passato, orgogli e peculiarità dell'Europa? Non esiste un altra via?

In uno dei suoi ultimi discorsi, il presidente della BCE ha riconosciuto che i programmi di austerità imposti a taluni paesi in difficoltà possono avere effetti negativi sul piano sociale. Ciò è particolarmente vero per le disposizioni che mettono in discussione certe conquiste sociali, come il diritto ad una pensione decente e l'accesso ai servizi sanitari per tutti i paesi in difficoltà, come la Grecia, la Spagna e Portogallo. Tali misure sembrano necessarie, per il presidente della BCE, al fine di consolidare un "modello sociale sostenibile", tenuto conto del vincolo di finanze pubbliche sane. In quest'ottica, i cittadini dovrebbero rassegnarsi a perdere una parte delle loro conquiste sociali fin quando il risanamento delle finanze pubbliche non è realizzato e probabilmente di accettare il mantenimento di questa perdita per l'avvenire. Questa opinione va in direzione contraria alle ricerche che mostrano che delle buone condizioni sociali sono fattori di crescita economica e non ostacoli ad essa. Converrebbe pertanto mantenere queste condizioni e portare tutti gli sforzi sulla stimolazione della crescita, il che permetterebbe di ripristinare finanze pubbliche sane. Si può osservare che i diritti sociali sono minacciati non solo delle politiche di rigore di bilancio, ma anche dalla concorrenza sociale che esiste nell'ambito europeo.

 

3) Molti governi nazionali sono caduti travolti dalla crisi. Secondo lei hanno fatto degli errori o sarebbero caduti in ogni caso? Le istituzioni europee potevano reagire con maggiore forza e prontezza ai primi segnali della crisi?

L'applicazione delle misure di austerità imposte dalla UE e dal FMI in paesi come la Grecia e la Spagna ha suscitato un malcontento che ha portato al ribaltamento (ribaltamento politico, ndr) dei loro governi. I cittadini speravano probabilmente che un nuovo governo avrebbe potuto ottenere delle condizioni migliori, ma hanno dimenticato che la necessità di fare appello all'aiuto europeo e la difficile situazione finanziaria in cui si trovava il loro paese ha tolto ogni margine di manovra ai decisori nazionali. In base a tale vincolo, gli Stati devono sottomettersi alle esigenze europee o lasciare la zona euro.
Le istituzioni europee hanno reagito in modo lento e confuso ai primi segni della crisi che si sono manifestati in Grecia. Questa strategia esistente ha messo in dubbio la sua credibilità, rivelando la mancanza di solidarietà tra i paesi europei e opponendo ai paesi considerati virtuosi quelli definiti lassisti. Essa è stata perseguita al momento della diffusione della crisi ad altri paesi. Delle procrastinazioni analoghe si sono verificate recentemente in un gran numero di riunioni del consiglio europeo1 allo scopo di conciliare il consolidamento dei bilanci degli Stati e la crescita economica. Infatti, non possiamo aspettarci risposte più veloci da un sistema politico che funziona sulla base del consensus. Solo un governo europeo frutto di elezioni potrebbe reagire rapidamente davanti ad una crisi.

 

4) Nel 2011 sono cambiati sia il direttore del Fondo monetario internazionale (Lagarde al posto di Strauss-Kahn) sia il Presidente della BCE (Draghi al posto di Trichet). Quali sono, se vi sono stati, i cambiamenti nella politica delle due istituzioni?

Il FMI sotto la presidenza di D. Strauss-Kahn ha elaborato una grande riforma dell'istituzione. Ciò vuol dire, principalmente, un aumento della sua capacità di prestito e una modifica dei suoi mezzi di intervento. Ma C. Lagarde non è riuscita, nell'ottobre 2012, a convincere l'assemblea generale del FMI a rendere operativa la riforma decisa nel 2010. A livello europeo, l'aumento della sua capacità di prestito consente al FMI di completare gli aiuti finanziari accordati ai paesi in difficoltà dall'UE. Ma le dure condizioni imposte ai destinatari di questi prestiti restano calcolate su quelle, pretese dal FMI nel resto del mondo.
Nel corso di questa crisi, la BCE si è mostrata abbastanza flessibile pur rispettando i termini dei trattati. Infatti, ha fornito molta liquidità alle banche per rilanciare il credito senza mettere in causa obiettivo riguardo l'inflazione. Infatti, tale liquidità supplementare non genera direttamente inflazione poiché alimenta il circuito bancario e se genera dei crediti avrà come contropartita i beni acquistati con questi crediti. Inoltre, la BCE ha deciso di intervenire sul mercato finanziario secondario per acquistare titoli dei paesi in difficoltà, ma si è rifiutata di intervenire direttamente nel mercato primario in conformità con i termini dei trattati. Questo ammorbidimento della politica della BCE non sembra essere dovuta all'avvento di un nuovo presidente, ma piuttosto dalla necessità di sostituire l'azione "non convenzionale" della BCE all'inerzia delle altre istituzioni europee per evitare un eccessivo deterioramento della situazione europea. Le decisioni politiche non sono d'altronde prese esclusivamente dal Presidente della BCE, ma dal consiglio di amministrazione che egli presiede.

 

5) L'influenza che Francia e Germania hanno esercitato negli ultimi due anni sulla UE ha comportato una cessione de facto di poteri decisionali che dovrebbero appartenere alle istituzioni europee?

Il miglioramento della governance (la metodologia di governo, ndr), che è raccomandata dai responsabili politici dall'Unione sembra essere concepita come limitata a un rafforzamento della disciplina di bilancio degli Stati e ad un controllo severo delle decisioni nazionali in materia di bilancio. Ciò si è tradotto nelle misure del "6 pack” che rinforza il già esistente patto di stabilità, e in quelle del “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria” (c.d. fiscal compact o patto di bilancio)2. Quanto alle decisioni riguardanti la zona euro, esse sono prese, in campo monetario, dalla BCE, che è incaricata della gestione dell'euro per conto dei membri della zona. Invece, le decisioni negli altri settori sono sempre più assunte, nel Consiglio europeo, dai capi di Stato e di governo sotto l'impulso della Francia e della Germania. Così esse si situano in una prospettiva intergovernativa ben lontana dallo spirito di un governo unico europeo che gestisca una federazione di Stati membri dell'UE.

 

6) Hollande, in campagna elettorale, si era mostrato contrario al patto di bilancio europeo. Qualche giorno fa, però, è stato comunque ratificato. Si può dunque parlare di un reale cambiamento della politica economica francese ed europea dopo le elezioni?

In effetti, il Presidente F. Hollande, si è dichiarato contrario alla patto di bilancio come era stato redatto dal l'ex presidente della repubblica e la cancelliera della Germania e quindi contava di rinegoziare il trattato aggiungendoci la componente di crescita. Dopo la sua elezione, ha fatto ratificare il testo originale, considerando che il suo impegno elettorale sia stato rispettato con l'adozione del patto di crescita che prevede spese di 120 miliardi di euro suscettibili di compensare il rallentamento della crescita causato delle misure di risanamento delle finanze pubbliche.
La politica di bilancio del nuovo governo si inserisce nella scia di quella precedente. Infatti, persegue gli sforzi di aggiustamento tramite l'aumento delle imposte (65 miliardi di euro per il periodo 2011-2013 secondo
les Echos), il declino della spesa pubblica intrapreso da due anni e, come la politica precedente, fissa come obiettivo essenziale di ricondurre il deficit di bilancio nel brevissimo periodo entro i limiti stabiliti dal patto di stabilità. Inoltre, mantiene alcune misure prese nel quadro dei bilanci precedenti, come la non rivalutazione (di un valore pari all'inflazione) delle soglie previsti per gli scaglioni delle imposte dirette3. Però, diversamente dalla precedente, la nuova politica mette fine alla diminuzione indifferenziata del numero di lavoratori pubblici, privilegiando i settori fonte di crescita come l'istruzione e la sanità. Inoltre, riflette un'importante preoccupazione: quella di trattare fiscalmente i lavori più svantaggiati con un occhio di riguardo e di non imporre troppo alle classi medie, ciò permette di sperare che i consumi non siano colpiti troppo da queste misure di rigore. Sarà comunque difficile risparmiare le classi medie se la crescita si rivelerà inferiore alle anticipazioni sulle quali si fonda il bilancio del 2013. Infine qualche misura strutturale è prevista per sostenere la crescita economica, come la creazione della Banca pubblica d'investimento per finanziare le PME (piccole medie imprese).

 

1 Il Consiglio europeo (o Consiglio dell'Unione europea) è l'organo composto dai capi di Stato o di Governo o dai ministri competenti rispetto alla materia che viene discussa. Insieme al Parlamento europeo è titolare (in modo quasi sempre paritetico) della funzione legislativa espressa tramite Regolamenti (atti direttamente applicabili nei paesi membri) o direttive (atti applicabili solo dopo essere stati recepiti dai singoli paesi membri che hanno l'obbligo di creare le norme per conseguire i risultati previsti nell'atto di origine europea)

2 Il “six pack” (pacchetto dei sei) è un gruppo di 6 atti dell'Unione europea, 5 regolamenti e una direttiva. Il “fiscal compact” invece è un trattato esterno all'Unione (dato che il Regno Unito e la Repubblica Ceca non hanno voluto sottoscriverlo) che, come indicato dall'art. 3 dello stesso Trattato, si applica ai firmatari «in aggiunta e fatti salvi i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione europea».

3 Il che si traduce in un aggravio fiscale. Per capire il motivo è necessario sapere che le imposte dirette in questione, quelle cioè che colpiscono il reddito quando questo viene prodotto (come la nostra IRPEF), e non quando questo si manifesta (come l'IVA), negli stati moderni sono progressive e non semplicemente proporzionali. Questo vuol dire che all'aumentare del reddito imponibile aumenta anche l'aliquota secondo degli scaglioni fissati dalla legge. Ecco, non aggiornare questi scaglioni in base alla perdita di valore della moneta (cioè l'inflazione), cioè tenere fermi i valori nominali, equivale, in termini reali, ad alzare le imposte.

L'intervista è stata svolta via email in francese:
clicca qui per la versione originale - cliquez ici pour la traduction en français

 

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17 octobre 2012

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