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Crisi e euro. Un'opinione dalla Francia. Intervista al prof. Giuseppe Diana
di Marco Ottanelli e Gabriele Pazzaglia

Giuseppe Diana è professore di Scienze economiche all'Università di Strasburgo. È autore di varie pubblicazioni nei sui ambiti di specializzazione : la macroeconomia monetaria e l'economia europea.

Dieci anni dopo l'introduzione dell'euro, quale è il bilancio degli effetti della moneta unica? Si è rivelata un strumento utile essere per le economie dei paesi europei? Ha aggravato o attenuato le conseguenze della crisi? Come giudica l'azione delle istituzioni europee?
L'euro è stato un incontestabile successo. Senza la moneta unica, avremmo assistito molto probabilmente a delle importanti crisi di cambio in Europa durante l'ultimo decennio.
Se l'euro è giudicato severamente da molti dei nostri concittadini europei, ciò è dovuto al fatto che esso che è stata accompagnata da prestazioni macroeconomiche piuttosto mediocri. Ancora oggi, l'euro è spesso paragonato, ad una gogna che impedisce le economie europee di gestire la crisi che attraversiamo. Ma ciò vuol dire dimenticare che l'euro è solamente una moneta e che la gogna che conosciamo è essenzialmente istituzionale.

Il 6 settembre 2012, il BCE ha approvato un programma di acquisto dei titoli di Stato, il cosiddetto "programma Draghi". È d'accordo con questa scelta o pensa che la Germania abbia ragione ad opporsi? Quale è la differenza tra queste acquisizioni di debito e altre misure proposte da certi politici europei come l'emissione di moneta o il prestito di denaro, dalla BCE, direttamente agli Stati?
La BCE, in effetti, ha appena annunciato che potrebbe acquistare grandi quantità di titoli di Stato dei paesi in pericolo della zona euro, per ridurne il tasso di rendimento. Sono assolutamente d'accordo con questa scelta. La BCE comincia finalmente, sebbene parzialmente, a giocare il ruolo di creditore di ultima istanza che ogni banca centrale assume. Bisogna precisare tuttavia che questi requisiti siano sottoposti a delle rigorose condizioni di politiche economiche.
Questa misura non consiste tuttavia nel prestare direttamente del denaro gli Stati poiché ciò è vietato dall'articolo 123 del trattato il quale recita che: "Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alleamministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.” La BCE si difende dalla violazione di questo articolo poiché questi eventuali interventi consisterebbero negli acquisti di titoli di Stato sul mercato secondario, ciò che è autorizzato dall'articolo 18 degli statuti della BCE. Tuttavia il presidente della BCE omette di considerare il regolamento del Consiglio (CE) 3603/93, del 13 dicembre 1993, che precisa le definizioni necessarie all'applicazione dei divieti enunciati all'articolo 123 del trattato, stipula che "gli acquisti effettuati sul mercato secondario non devono servire ad aggirare l'obiettivo inseguito da questo articolo."

In quale misura la crisi ha interessato l'economia francese? Il Paese ha paura di ritrovarsi in una spirale di aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico, che ha colpito l'Italia e la Spagna, o crede egli avere delle basi abbastanza solide affinché questa spirale possa essere evitata?
La crisi ha naturalmente colpito anche l'economia francese, ma, in un primo periodo, in misura minore che gli altri principali partner europei. Così, al picco della crisi, nel 2009, il PIL francese è arretrato solamente del 3% contro una diminuzione superiore al 5% in Germania ed in Italia. Tuttavia, la situazione delle finanze pubbliche francesi resta molto preoccupante. Difatti, dal 2008, il deficit francese è sistematicamente superiore a quello della Germania e dell'Italia. In 2013, l'OCSE prevede così un deficit del 3% sul PIL contro lo 0,6% del PIL in Germania ed in Italia. La conseguenza è un aumento del rapporto debito pubblico/PIL più significativo. Questo aumento del peso del debito fa temere un rialzo dei tassi di interesse francesi. Tuttavia, la Francia potrebbe sfuggirvi per parecchie ragioni. Innanzi tutto, la politica fiscale del governo francese diventa nettamente restrittiva, e pragmatisme oblige
, le prese di posizione del candidato socialista si allontanano da quelle del presidente eletto. Questo ultimo punto è dimostrato anche dal fatto che la Francia si prepara a ratificare il patto fiscale che il candidato Hollande voleva rinegoziare. Inoltre, la Francia, (proprio come la Germania d'altronde), beneficia dei timori che pesano sulla situazione di certi dei suoi partner, come la Spagna e l'Italia, per chiedere in prestito ai tassi ancora estremamente bassi ,apparendo ancora come luogo di investimento relativamente sicuro.

Numerosi politici ed intellettuali chiedono un'unione politica più ampia e più intensa. Secondo lei, ciò può essere un remedio/antidoto alla crisi economica ?
Un'unione politica più intensa permetterebbe all'Europa di gestire questa crisi in modo più efficace. Ma un maggior coordinamento di bilancio, addirittura un federalismo di bilancio, necessita di maggior coesione e solidarietà in Europa. Questa solidarietà non può che manifestarsi se emerge il sentimento di un'identità europea. L'euro può, certo, essere considerato come un vettore di identità europea, ma non è sufficiente. L'Europa si è costruita con l'idea che vi eravamo tutti interessati. Adesso che certi (vecchi) dirigenti europei si chiedono se abbiamo interesse ad andare ancora più lontano nell'integrazione, sta alla gioventù europea di mostrare che ha voglia di farlo.

 

L'intervista è stata svolta via email in francese:
clicca qui per la versione orginale - cliquez ici pour la traduction en français.

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