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I diritti di libertà dei magistrati tra apparenza e sostanza di imparzialità
di Francesco Moroni

La tutela della credibilità della funzione giudiziaria sollecita una riflessione sul problematico bilanciamento tra i diritti di libertà dei magistrati e i principi di indipendenza e imparzialità, sulla scia di un risalente pronunciamento della Consulta, secondo cui “I magistrati, per dettato costituzionale (artt.101, comma 2 e 104, comma 1 Cost.), debbono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giurisdizionali, ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento, al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza e imparzialità nell’adempimento del loro compito. I principi anzidetti sono quindi volti a tutelare anche la considerazione di cui il magistrato deve godere presso la pubblica opinione; assicurano, nel contempo, quella dignità dell’intero ordine giudiziario, che la norma denunziata (art.18 r.d.lgs. n. 511 del 1946) qualifica prestigio e che si concreta nella fiducia dei cittadini verso la funzione giudiziaria e nella credibilità di essa”1.

Le polemiche sollevate dall’intervento dei giudici nel dibattito pubblico sulla legislazione vigente o su quella in discussione in Parlamento e dalle loro interviste su tutti i problemi di politica giudiziaria ripropongono periodicamente la vexata quaestio dei limiti speciali incombenti sulla libertà di espressione dei magistrati. Nella vulgata corrente, spesso declinata con toni di inutile drammatizzazione, l’assoluta prevalenza dell’interesse pubblico al corretto esercizio della giurisdizione imporrebbe il dovere del più stretto riserbo, giacché in potenza ogni manifestazione delle opinioni del magistrato, sia pure estranea a qualsivoglia res iudicanda, è suscettibile di tradursi in un anomalo esercizio della libertà di pensiero, offrendo pretesti ad accuse di parzialità magari ingiustificate in concreto, ma quasi sempre foriere di una perniciosa diminutio del prestigio dell’ordine giudiziario. Se ne deduce, allora, l’estrema difficoltà di individuare un punto di equilibrio tra più interessi parimenti meritevoli di tutela, nel quadro di un complesso contemperamento che – in ultima analisi – non ridondi a detrimento dei fisiologici diritti di libertà del magistrato, la cui qualifica non deve costituire un impedimento permanente ad ogni forma di partecipazione al dibattito democratico.

Nulla quaestio, ovviamente, sulla assoluta estraneità al principio di imparzialità di qualsiasi indebita manifestazione del convincimento del giudice sui fatti oggetto della causa a lui assegnata, trattandosi non solo di una condotta che integra l’ipotesi dello iudex suspectus, passibile di ricusazione, ma anche di una palese violazione dell’art.6 del codice etico adottato dall’ANM, che vieta ai magistrati di sollecitare la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività di ufficio e di costituire o utilizzare canali informativi personali o privilegiati, auspicando equilibrio e misura nel rilasciare dichiarazioni e interviste ai mezzi di comunicazione di massa. Del resto, anche l’art.10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo dichiara che il diritto alla libertà di espressione può essere sottoposto dalla legge a condizioni, restrizioni o sanzioni, necessarie al fine di garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario.

Certamente il magistrato è un cittadino che, per la delicatezza delle sue funzioni, ha doveri speciali che coinvolgono anche la misura e il contenuto dei suoi interventi pubblici, ma ciò non significa che dalla giusta tutela dell’immagine di imparzialità debba discendere una sorta di mutilazione fonetica che consenta al magistrato di parlare solo con le sue sentenze. Si vuol far credere ai cittadini che gli interventi dei magistrati nei pubblici convegni su temi inerenti l’organizzazione e la politica giudiziaria equivalgano all’impropria assunzione di una posizione di parte, laddove non pare revocabile in dubbio il diritto-dovere dei magistrati di offrire il contributo della loro specifica esperienza professionale al dibattito pubblico sulle questioni gravitanti attorno al pianeta-giustizia, ad esempio nel valutare l’impatto della normativa vigente o in fieri sul delicato rapporto tra diritti di libertà del singolo ed esigenze di sicurezza della collettività: “bisogna spiegare ai cittadini commoda ed incommoda delle norme sulla custodia cautelare, perché è ai più difficile comprendere, e ad alcuni facile nascondere, per quale motivo lo scippatore o il ladro d’auto sia arrestato e rimesso in libertà. Non possono i magistrati consentire, senza aver la forza di replicare, l’accusa loro rivolta di un uso eccessivo della custodia cautelare (…) e poi la contemporanea censura di disinvolte scarcerazioni in episodi di microcriminalità”2.

Se è vero – come insegnano i vecchi maestri – che il self-restraint è il prezzo che il potere giudiziario paga in un sistema democratico in cambio della sua indipendenza, non appare comunque concepibile che esso si trasformi in timidezza equivoca e connivente o, nella peggiore delle ipotesi, nel portato di un’assurda censura degli orientamenti ideologici di cui ciascun magistrato è portatore e che devono poter essere pubblicamente esplicitati, senza per questo inferirne “la sua non-imparzialità rispetto a tipi di controversie o categorie di soggetti; non il coinvolgimento ideologico o politico, ma quello personale possono rendere il giudice ricusabile nell’ambito di un determinato procedimento (…), giacché la semplice esclusione dei giudici culturalmente sospetti di prevenzione, per aver manifestato pubblicamente le loro opinioni politiche, religiose ecc., non avrebbe alcun rilievo rispetto alla eventuale prevenzione interna, non manifestata, della stragrande maggioranza dei giudici, uomini in carne ed ossa con convinzioni religiose, politiche, ideologiche, ecc.3

Non pare che l’immagine esterna del magistrato possa considerarsi appannata dalla circostanza che il suo personale “credo” sia generalmente conosciuto o conoscibile, a condizione che l’inevitabile riferimento alle proprie opzioni ideali non arrivi a distorcere e inquinare un’attività valutativa che deve affondare le sue radici nelle risultanze processuali ed essere verificata esclusivamente sulla scorta delle ragioni poste a fondamento del provvedimento giurisdizionale. Né sembra dignitoso immiserire in termini disciplinari una questione da risolvere attraverso il rispetto di regole di moderazione, equilibrio e prudenza, la cui individuazione è rimessa al libero, ma coscienzioso autocontrollo del magistrato: “non è in discussione il diritto del magistrato ad esprimersi come meglio creda, pur nel rispetto delle altrui prerogative: il piano maggiormente adeguato a discorsi del genere è quello più ‘fine’ dell’opportunità, meno netto e perentorio di quello della legittimità. Il magistrato ha certamente il ‘diritto’ di esprimere le proprie opinioni su qualsiasi argomento, anche strettamente politico: ma, avuto riguardo alla delicatissima funzione di garanzia che svolge (…), è sempre ‘opportuno’ che lo faccia?”4.

Ed è proprio alla luce di considerazioni di opportunità istituzionale che deve valutarsi la compatibilità tra la funzione giudiziaria e l’adesione formale a partiti politici, posto che l’incontestabile diritto dei magistrati (singoli o associati) di partecipare al dibattito pubblico non può arrivare a giustificare un loro pregiudiziale ed organico schieramento con questo o quel soggetto dell’agone politico.

La trasformazione dell’organizzazione partitica da centro di diffusione ideologica in struttura associativa caratterizzata da rigidi vincoli burocratico-gerarchici e finalizzata alla gestione del potere corrobora l’attualità di molte osservazioni formulate nel corso del dibattito costituente in ordine all’inopportunità di una militanza politica attiva del magistrato. Piace almeno ricordare che già Mortati – valutando l’originario progetto di Costituzione ove compariva espressamente il divieto di iscrizione – riteneva che la professione di un credo politico non potesse essere vietata al magistrato, tuttavia aggiungendo che la posizione di indipendenza sarebbe stata “senza dubbio attenuata o compromessa in conseguenza degli speciali vincoli dipendenti dall’iscrizione a partiti”5, mentre il compianto Rosario Livatino, con poche ed incisive parole, scolpiva l’inevitabile ed insostenibile rischio di condizionamento psicologico veicolato dall’esplicita incardinazione del giudice in una struttura politica di parte: “Si dovrebbe ammettere che il giudice, nel momento in cui si iscrive, fosse non solo affatto risoluto a non concedere assolutamente nulla al partito come tale, nei casi in cui il partito ha un interesse, ma che anche i suoi compagni di fede non si aspettassero assolutamente nulla da lui nel momento in cui egli dovesse occuparsi di quei casi. Parrebbe che, sul piano umano, ciò sarebbe troppo pretendere”6. Ci si chiede, infine, quale garanzia di imparzialità possa offrire un giudice che contesti il sistema sulla base di una precisa opzione ideologica, plasticamente evidenziata da una formale appartenenza partitica7.

Un prezioso indicatore della tendenza allo sviluppo di forme di circolazione osmotica tra magistratura e sistema politico è dato dal non trascurabile numero di magistrati che, nel decidere di partecipare a competizioni elettorali, esercitano sì un pacifico diritto costituzionalmente garantito, ma sollevano anche dubbi e problematiche che non sempre trovano puntuale composizione nella normativa vigente.

All’atto dell’accettazione della candidatura e, se eletto, durante tutto il mandato parlamentare, il magistrato ha l’obbligo di mettersi in aspettativa, mentre in caso di insuccesso non può esercitare, per cinque anni, funzioni giudiziarie nella circoscrizione nel cui ambito si sono svolte le elezioni (art.8, d.p.r. n. 361 del 1957). Fin qui, nulla quaestio sulla opportunità di una normativa che, prendendo atto del fisiologico appannamento dell’immagine di imparzialità del giudice candidato, mira a prevenirne – in caso di mancata elezione – ipotetiche ritorsioni contro coloro che non lo hanno appoggiato8.

Il problema, semmai, si pone al termine del mandato elettorale, quando è legittimo chiedersi – in occasione dell’eventuale ritorno nei ranghi della magistratura, non interdetto dall’attuale legislazione – se l’esperienza politica possa irreparabilmente contaminare quell’imparzialità che rappresenta il proprium della giurisdizione, sì da accreditare quelle ragioni di opportunità istituzionale che inducono a ritenere l’istituzione giudiziaria “come quelle da cui si può uscire, ma in cui non si può più ritornare”9, a meno di non prevedere, in alternativa, il transito a funzioni non giudiziarie per un congruo periodo prima della candidatura e dopo la campagna elettorale o la fine del mandato10. Quel che è certo è che – esaurita l’esperienza parlamentare – il magistrato, quand’anche abbia improntato la sua condotta politica al più rigoroso rispetto della legalità, si è giocoforza assoggettato ad una più o meno rigida disciplina di partito potenzialmente lesiva della sua libertà di giudizio, né può facilmente recidere i vincoli di amicizia e cointeressenza instaurati nel gruppo di appartenenza, o agevolmente spogliarsi di ogni animosità contro i vecchi avversari politici. Anche ammettendo che il magistrato sappia riacquistare la propria indipendenza sostanziale nel corretto esercizio erga omnes del controllo di legalità, non può trascurarsi che l’attiva militanza parlamentare potrebbe compromettere irreversibilmente la sua immagine di imparzialità agli occhi dell’opinione pubblica, ingenerando in essa speranze e timori magari privi di fondamento, ma il più delle volte inevitabili: “l’utente della giustizia di uguale militanza politica riterrà, poco importa se erroneamente, di avere valide aspettative ad una decisione favorevole e ad un trattamento di riguardo, mentre chi lo contrasta si crederà battuto in partenza ed addebiterà l’eventuale sentenza sfavorevole non a propria responsabilità, ma agli obblighi politici e alla preordinata malafede del giudice (…). Sarebbe quindi sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l’ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall’ordine giudiziario”11. Mi pare che l’attualità delle acute riflessioni di Rosario Livatino sia più che mai viva.


1 Corte Costituzionale, sentenza n. 100/1981, in www.cortecostituzionale.it.

2 A. SCARPA, Il giudice come “ordigno inanimato”, in www.associazionearticolo3.it

3 G. SILVESTRI, Giustizia e giudici nel sistema costituzionale, Giappichelli, Torino, 1997, p. 171.

4 M. CUSATTI, Indipendenza e libertà di espressione del magistrato: una questione di “apparenza”?, in www.unicost.it

5 C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, II, Cedam, 1967, p. 1276, nota 1.

6 R. LIVATINO, Il ruolo del giudice nella società che cambia, in http://www.solfano.it/canicatti/ruolo_giudice.html

7 Vedi F. CUOCOLO, Principi di diritto costituzionale, Giuffrè, 1996, p. 684.

8 Nella sentenza n. 172/1982 (in www.cortecostituzionale.it), la Corte Costituzionale ha stabilito che “non può ritenersi arbitraria e irrazionale una norma che vieta al magistrato di esercitare le funzioni giurisdizionali nella medesima circoscrizione in cui, avendovi svolto una campagna elettorale, ha verosimilmente potuto contrarre, secondo l’id quod plerumque accidit, rapporti della più diversa natura (di amicizia, di contrapposizione, di riconoscenza, di risentimento, ecc.), rapporti che potrebbero far apparire dubbia la correttezza delle sue decisioni”.

9 G. ZAGREBELSKY, Una questione di opportunità istituzionale, in La Magistratura, 1994, n. 2, p. 14.

10 Come propone G. SILVESTRI, Giustizia e giudici cit., pp. 149-150.

11 R. LIVATINO, op. cit.

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