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Le elezioni turche consolidano l'autocrazia di Erdogan.
Un messaggio dall'Europa, per l'Europa.

di Marco Ottanelli e Gabriele Pazzaglia


Le elezioni in Turchia si sono svolte in una situazione di democrazia limitata.

Il fatto che le operazioni ai seggi e lo spoglio dei voti possano essere stati regolari, regolarissimi, non cambia il fatto che il paese sia andato alle urne con migliaia e migliaia di oppositori, o sospetti oppositori, internati e incarcerati, con decine di migliaia di cittadini ritenuti scomodi sottoposti a pesanti sanzioni (licenziamenti, allontanamenti da incarichi pubblici, esilio forzato), con le università e le scuole di ogni ordine e grado epurate e assoggettate al pensiero unico governativo, con i professori dissidenti controllati a vista da polizia e servizi segreti, e con giornali, radio, televisioni censurate e monitorate, quando non direttamente chiusi manu militari, e con direttori e giornalisti portati in prigione senza processo. 1.

Il risultato che ne scaturisce deve necessariamente essere letto sotto la lente dei tre passati anni di repressione e rappresaglia poliziesca.

Mentre le diplomazie occidentali (salvo rare eccezioni: Austria, Paesi Bassi) tacciono e consentono, Erdogan vince col 52,6% per le presidenziali, mentre la coalizione che lo sostiene prende il 53,7 al parlamento. Anche se ottine qualche punto in meno della tornata passata, il suo potere da oggi sarà immenso, grazie alla riforma ultrapresidenzialista del referendum costituzionale dell'anno passato.

voto turchia elezioni presidenziali 2018

Il diretto avversario di Erdogan, era il socialdemocratico Ince del Partito Popolare Repubblicano, la principale formazione laica del paese, che cerca di porre un argine alla deriva del fanatismo religioso nel quale la Turchia sta progressivamente scivolando. Ince, che ha ottenuto il 30,6% dei voti, riesce a vincere in tutta la Turchia Europea e lungo le occidentalizzate coste dell’Egeo. Ma perde nelle due grandi metropoli, Ankara (Erdogan nella capitale ha preso 1 milione e 760 mila voti su 3 milioni e 200 mila) e Istanbul (dove a Erdogan vanno 4 milioni 579 mila voti su 9 milioni e 500 mila). E questo, nel computo finale, fa la differenza, e annulla la leggenda del “voto rurale filo islamista”: il consenso, o la paura, o il controllo erdoganiano sono vivi e forti anche nelle grandi città.

Nel Kurdistan i candidati localisti riescono a vincere in molte circoscrizioni, e questo però è più un ulteriore fattore di radicalizzazione e tensione che un rafforzamento di un fronte comune nazionale democratico. È la dimostrazione di una divisione etnica, più che di una volontà civile di convivenza: proprio il giorno dello spoglio delle schede, un altro attentato del PKK ha provocato un morto e due feriti nel villaggio di Bitis, appunto in Kurdistan. Il fronte democratico appare comunque disperdersi in più rivoli, tutto a vantaggio di Erdogan.

Ma in questo articolo vogliamo sottolineare un elemento in particolare: il voto all’estero. I turchi residenti all’estero, così come gli italiani, hanno diritto di voto per la madrepatria. E, proprio all’estero, dove la repressione non c’è, dove i giornali sono liberi, dove la libertà di parola e di critica è garantita, il voto è stato molto più favorevole ad Erdogan, raggiungendo il 59,4% dei consensi (con un'affluenza del 50%, che non è affatto bassa per essere un bacino elettorale estero).

Preoccupanti i dati dei paesi dove la presenza turca è maggiore, cioè quelli del nord Europa.
In Francia ha votato circa la metà dei 300 mila aventi diritto: Erdogan ha raccolto il 63,7%
In Svezia Erdogan con il 44,6 è comunque il primo candidato.
in Norvegia, il 56, 2
in Danimarca il 57,6
in Belgio, il 74,9 (!)
nei Paesi Bassi,dove i turchi sono ben 250.000, il 73% (!!)
in Austria il 72,3

ed in Germania, dove gli aventi diritto erano quasi la metà di tutti gli elettori turchi all’estero, Erdogan ha trionfato con il 68,4% (con un'affluenza del 45%)

(a titolo di cronaca, i turchi residenti in Italia hanno invece votato Ince al 42% ed Erdogan al 31, con un'affluenza del 45% sui circa 15 mila aventi diritto) 2

Proprio laddove libertà e diritti civili sono maggiormente garantiti e tutelati, gli elettori, che magari colà vivono da decenni, hanno premiato chi diritti civili e libertà opprime, limita, reprime.

Perché, è bene ricordarlo, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (PKA) di Erdogan si è presentato in colazione con il Partito del Movimento Nazionalista (l’MHP, che ha raccolto più di 5 milioni e mezzo di voti totali, 11,1%), cioè con quel gruppo neo-fascista, ultranazionalista, di estrema destra panturca, anti curdo, anti armeno, anti occidentale, anti comunista, anti liberale e legato ai Lupi Grigi, la formazione terroristica fascista che negli anni '70-'90 si macchiò di gravi attentati in Turchia e all’estero (faceva parte de Lupi anche Alì Agca, l’attentatore di papa Giovanni Paolo II).

Il dato tedesco è ancora più significativo alla luce di un recente avvenimento che ha molto condizionato il dibattito pubblico in Germania. A metà maggio, due famosi calciatori tedeschi ma di origine turca, (giocano nella nazionale tedesca), Gundogan e Ozil, hanno incontrato proprio Erdogan, in Gran Bretagna, dove militano in squadre locali. Si sono fatti scattare qualche foto insieme, sorridenti, e Gundogan ha firmato una maglietta dedicata “al mio Presidente, rispettosamente".

Erdogan non ci ha pensato due volte a sfruttare politicamente la manifestazione di affetto dei due giocatori, molto popolari anche in Turchia. Ma in Germania molti li hanno criticati per quello che Erdogan notoriamente rappresenta. E poi, il mio presidente... Non sono forse i due calciatori cittadini tedeschi? Tra le critiche anche quelle del capo della federcalcio germanica, Grindel.

Nonostante il tentativo dei giocatori di correre ai ripari (incontrando il Presidente della Germania, ed escludendo qualunque volontà “politica” del gesto, animato da semplice cortesia), il dibattito non si è placato. La cancelliera Merkel ha cercato di stemperare i toni: dopo aver stigmatizzato in un primo tempi l'incontro, ha parlato con i due ed ha concluso affermando che non si erano resi conto del significato della foto [3].

Possibile che sia stata solo un'ingenuità. Ma l'episodio ha lasciato il segno, ed il clamore nella comunità turca è stato fortissimo.

Sembra quasi incredibile che milioni di persone che vivono una vita nei sistemi sociali, economici, culturali, relazionali ed umani come quelli olandesi, tedeschi, francesi ed austriaci, sistemi che sono all’avanguardia nel mondo civile, possano guardare con simpatia a politiche autocratiche e liberticide. Come è possibile tutto questo?

La spiegazione è difficile da trovare senza una precisa analisi delle comunità turche (a volte aperte e modernissime, a volte chiuse ed autoreferenziali, tutte in impetuoso cambiamento) e senza una coraggiosa disamina delle dinamiche che scuotono le seconde e terze generazioni di immigrati dal mondo islamico nella sua complessità di nazionalità e origini, ma anche nella sua univocità di fede e tradizioni. Si deve affrontare la problematica di un processo culturale spiacevole e pericolosamente identitario che si nutre del rigetto e della ostilità verso l’Europa e le sue innegabili virtù di progresso, laicità, libertà individuale e collettiva.

Quel che è successo alla comunità marocchina, tunisina, algerina e mediorentale in Belgio, Germania, Francia e Olanda, oltre che in Spagna, Gran Bretagna e Svezia, è un fenomeno generale e in drammatico progredire. La comunità turca sembra, dopo un primo momento di differenziazione o indifferenza, cominciare a vivere la stessa sindrome. Anche la antica ostilità turco-araba sta trovando una tregua islamista proprio nel cuore del nostro continente (alcuni attentatori dell’Isis erano di ceppo turco – centro asiatico, e l’Isis stesso ha colpito in Turchia grazie ad una rete di complicità e appoggi). Per non parlare degli intrecci con fazioni islamiste che proprio la politica di Erdogan ha sviluppato in Siria. E questo non può essere sottovalutato.

E nel farlo non si possono ignorare inquietanti segnali che di tanto in tanto vengono inviati agli immigrati in Europa. Come la dichiarazione pubblica di Erdogan nel marzo del 2017, rivolta ai turchi in Europa, come risposta alle decisioni di Olanda e Germania di impedire comizi politici sul loro territorio di ministri turchi, in occasione del referendum di quell'anno; egli così parlò: "Da qui [in Anatolia] faccio un appello ai miei fratelli in Europa. Vivete in quartieri migliori. Comprate le auto migliori. Vivete nelle case migliori. Non fate tre figli, ma cinque. Perché voi siete il futuro dell'Europa. Questa sarà la migliore risposta all'ingiustizia che vi è stata fatta". Una sorta di sollecitazione genetico-razziale, una sorta di chiamata alla nazione intesa come figli della Patria, anche se all'estero da diverse generazioni, generazioni – anche future – mai tedesche, mai svedesi, mai olandesi, ma sempre, per sempre, unicamente turche.

Tutti questi segnali devono essere recepiti, e i vertici dell'Europa, i politici ed intellettuali, dovrebbero elaborare una strategia complessiva e di lungo periodo che permetta di integrare gli stranieri senza per questo abdicare alla nostra identità. Creare tante Molenbeek e tante Rosengard in nome di un multicultarismo ormai per sempre in crisi non può essere la strada giusta. Gli immigrati, e le loro seconde e terze generazioni devono essere accolti e integrati senza limitarsi a permettere loro di costruire reti sociali interetniche, ma condizionando l'accesso alla nostra società all'accettazione dei valori espressi dalla Costituzione: eguaglianza libertà, laicità, democrazia, e stato di diritto.




1 Il rapporto di della missione internazionale di osservazione delle elezioni dell'OSCEè impietoso nel rimarcare le molte storture della campagna elettorale. Dal 2016 Più di 100 mila persone sono state incriminate o arrestate (tra queste almeno 155 giornalisti) e circa 150 mila dipendenti pubblici sono stati esautorati (tra cui circa un terzo della magistratura). Uno dei candidati, Selahattin Demirtaş, ha affrontato la campagna elettorale direttamente dal carcere nel quale era richiuso. In 5 province turche è ancora in vigore il divieto assoluto di riunioni e manifestazioni pubbliche dal 2016 e in altre 14 è necessario ottenere il permesso del governatore locale. Un giornale è stato chiuso, ed il suo direttore arrestato, per “complicità con i golpisti” il 26 giugno 2018, ultimo in ordine di tempo. Evidentemente al presidente rieletto non era piaciuta la sua linea editoriale durante la campagna elettorale.

2 Dati completi http://www.hurriyet.com.tr/secim/24-haziran-2018-secimleri/yurtdisi-cumhurbaskanligi-secim-sonuclari

3Qui le dichiarazioni della Cancelliera Markel https://sport.sky.de/fussball/artikel/dfb-team-drei-probleme-gefaehrden-loews-wm-mission/11399418/34130

Il fatto che un terzo giocatore, Emre Can, anch'egli tedesco di origine turca, fosse stato inviato alla stessa conferenza da Erdogan, ma abbia intelligentemente declinato l'invito dimostra chiaramente che era ben possibile – anzi, facile – comprendere il significato del gesto.

 

26 giugno 2018

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