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Una domanda seria a Matteo Renzi. Ma seria.
di redazione

C'è un aspetto da chiarire, nella corsa alle primarie del centrosinistra, un aspetto non secondario e anzi determinante: da quale posizione di partenza il vincitore delle stesse concorrerà alle elezioni nazionali?

Bersani, se dovesse vincere le primarie, manterrà la carica di segretario del PD? E se le perde, potrà permettersi di non lasciare la segreteria? E Vendola, presidente della Regione Puglia, nel caso trionfasse nella competizione della coalizione, intende concorrere alla carica di presidente del consiglio senza lasciare il suo ufficio di Bari? E Matteo Renzi? Cosa vuol fare, Renzi, e come vuol gestire la sua eventuale corsa a Palazzo Chigi, essendo attualmente sindaco di Firenze?

Il caso di Renzi appare indubbiamente il più interessante, il più dubbio, e, in un certo senso, il più ambiguo. Spieghiamo il perché.

Partiamo però da una considerazione generale: in Italia la carica di “candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri” non esiste. Essa è stata surrettiziamente introdotta nella nostra prassi (ma non nelle nostre norme!) dalle riforme maggioritariste degli anni 90-2000. Ricordiamo che, ai sensi dell'art. 92 della Costituzione Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.

È solo al Capo dello Stato, valutata la situazione parlamentare, che spetta il compito di scegliere il presidente del consiglio; non spetta al popolo, non spetta al corpo elettorale, non spetta, formalmente, neanche ai partiti. È solo il Presidente della Repubblica colui al quale spetta individuare la persona giusta per quella carica, e questa persona può essere chiunque il Presidente ritenga in grado di riscuotere la fiducia delle Camere. Primarie o non primarie, è al Quirinale che si da l'incarico a un Berlusconi, un Prodi, un D'Alema, un Amato o, infine, un Monti.

Nonostante questa evidenza plateale, le leggi elettorali degli ultimi anni hanno addirittura previsto che sulla scheda elettorale sia indicato il nome del candidato presidente del consiglio, senza la quale indicazione un partito o una coalizione non possono concorrere alle votazioni. E questo nome, dunque, nel centrosinistra, se lo scelgono con le primarie.

Attenzione: il nome di costui risulterà scritto per esteso sulla scheda. È pensabile che chi miri a palazzo Chigi possa evitare di candidarsi in una qualche circoscrizione anche, anzi, precedentemente, al Parlamento? Per quanto la carica di Presidente del Consiglio non sia necessariamente derivante da una elezione come deputato o senatore, è indubbio che, nel nostro sistema, la legittimazione popolare attraverso il voto è profondamente sentita come legittimazione politica generale. Persino Mario Monti è stato nominato senatore (e a vita...) prima di essere incaricato di formare il governo.

Sarebbe alquanto sconveniente, se non completamente intollerabile, dunque, che chi aspiri alla presidenza del consiglio non si candidi al parlamento, per così dire evitando il voto popolare, nel momento in cui il suo nome appare sulla scheda elettorale stessa. Non farlo, non presentarsi alle elezioni, sarebbe, a nostro avviso, una aberrazione.

Bersani e Tabacci sono già deputati, e per loro, dunque, non ci sono né esitazioni, né dubbi, né problemi. Rimane da vedere cosa devono e possono fare gli altri concorrenti. Per Bersani, come abbiamo scritto, rimane aperta la questione del suo ruolo in quanto segretario del PD. Forse sarebbe bene ricordare che nei paesi dove le primarie sono una cosa seria, dove sono regolate per legge con normativa vincolante, i candidati premier non sono mai i segretari del partito, e se un segretario partecipa alle primarie e le vince, si dimette immediatamente dall'incarico di partito, dato che la direzione politica dello stesso è ritenuta del tutto incompatibile con la direzione dell'esecutivo di un intero Paese. Così è negli USA, così è in Spagna, così è in Francia, così è in Germania. Solo nelle strampalate e fumosissime primarie italiane i capi dei partiti giocano anche al candidato premier.1

Capo del suo partito è pure Vendola, ma Vendola è soprattutto anche il presidente della Puglia. Domanda: può un Presidente di Regione candidarsi al parlamento? Per rispondere alla domanda, si deve esaminare la casistica delle incompatibilità e delle ineleggibilità previste delle norme italiane.

Si intende per incompatibilità il divieto di ricoprire due specifiche cariche elettive contemporaneamente. Ad esempio, è possibile (anche se eticamente discutibilissimo) essere deputato e consigliere comunale allo stesso tempo, mentre è espressamente vietato essere deputato ed insieme senatore. Per quanto riguarda i presidenti di regione, ci si deve riferire alla Costituzione, che, all'art. 122, comma 2, recita:

Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento

Nessun dubbio, quindi: Vendola dovrà scegliere, nel 2013, tra la carica di Presidente regionale e quella di parlamentare. Le due cariche sono incompatibili.

Nulla vieta infatti allo stesso Vendola di candidarsi e partecipare alle elezioni. Il suo non sarebbe un caso di ineleggibilità, che nel linguaggio giuridico italiano è sinonimo di incandidabilità. In sostanza, per certe categorie di persone, vige il divieto di candidarsi a certe cariche. Se nonostante questo esse si candidano lo stesso, la loro eventuale elezione dovrà dirsi nulla.

La Costituzione, al suddetto art. 122, non vieta la candidabilità dei Presidenti di Regione. Sulle loro eventuali dimissioni per partecipare alle elezioni presso altri organi dello Stato, rimanda alle normative regionali. Sia lo Statuto della Regione Puglia (deliberazione n. 165 del 2004) sia la legge elettorale pugliese (la n. 2/2005) tacciono completamente in proposito.

Si evince pertanto che Nichi Vendola non ha alcun obbligo di dimettersi per concorrere alle elezioni, e che può rimanere il carica come Presidente fin dopo la sua eventuale proclamazione come deputato. In tale eventualità scatterebbe la clausola della incompatibilità, ed egli potrà liberamente scegliere cosa continuare a fare.

Stesso discorso vale per Laura Puppato, attualmente consigliera regionale del Veneto: anche per i componenti dei consigli regionali vige il doppio criterio della legittima eleggibilità-candidadibilità e della successiva incompatibilità. L'articolo della legge elettorale che vietava ai consiglieri regionali il potersi presentare candidati al Parlamento è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta con la sentenza 344 del 1993.

Rimane da capire cosa voglia fare Matteo Renzi. Renzi, da un lato, giustamente si richiama alla legittimazione popolare elettorale dei presidenti del consiglio (“se vogliamo il Monti bis bisogna che lo votino i cittadini. Altrimenti è inutile fare le elezioni” intervista al Messaggero 24 settembre 2012; “Chi vince le elezioni va a Palazzo Chigi. Non è pensabile fare le elezioni come se fossimo su Scherzi a parte” intervista a Repubblica, 1 ottobre 2012) dall'altro, ha più volte dichiarato che, se non vince le primarie, rimane sindaco di Firenze. (“Se perdo le primarie resterò sindaco, quello che i fiorentini mi hanno chiesto di fare. Di solito quando uno perde le primarie si accomoda con qualche premio di consolazione in Parlamento, con uno stipendio tre volte tanto. Io no”. Intervista a Radio24, 9 settembre 2012).

Ecco, il punto è questo: se Renzi vuol restare sindaco di Firenze dopo le primarie deve contestualmente dichiarare di non volersi candidare al parlamento e di volersi invece “candidare” come presidente del Consiglio da privato cittadino, sconfessando quanto da lui affermato e giocando al piccolo chimico con le alchimie degli equilibri elettorali. Se invece vuol competere istituzionalmente alla guida di Palazzo Chigi, così come egli stesso chiede anche a Monti, che pur parlamentare è già, allora deve dimettersi da sindaco di Firenze entro e non oltre la fine di ottobre, questo ottobre 2012, cioè circa un mese prima delle primarie.

Questo perchè Renzi, nella sua qualità di sindaco del capoluogo toscano, è tanto incompatibile quanto ineleggibilile, e quindi incandidabile, alle Camere.

La legge parla chiaro: si parla del Testo Unico delle Leggi Elettorali D.P.R. 30 marzo 1957, n 361 e successive modifiche. Esso, all'art. 7, comma 1, recita testualmente:

Non sono eleggibili i sindaci dei Comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti; 2

Quindi, non è eleggibile, non è candidabile, neanche il sindaco di Firenze, comune che ha una popolazione superiore ai 377 mila abitanti.

Se Renzi vuole candidarsi, deve dimettersi. E quando deve farlo? Anche questo è precisato dal T.U., art. 7 comma 2: almeno 180 giorni prima della data di scadenza del quinquennio di durata della Camera dei deputati. Visto che la data di scadenza è calcolata tendendo contro che Il quinquennio decorre dalla data della prima riunione dell'Assemblea, e che la prima riunione della attuale Camera dei Deputati si è svolta il 29 aprile 2008 (alle ore 10, per chi fosse interessato), questo significa, fatti due calcoli, che, scadendo il quinquennio il 29 aprile 2013, Renzi deve lasciare Palazzo Vecchio entro almeno il 30 ottobre 2012. Non un giorno più tardi, o non potrà candidarsi mai alle prossime elezioni.

Abbiamo chiesto, in data 26 settembre, con due email a due delle tre componenti del suo comitato per le primarie, se Renzi intendesse dimettersi subito da sindaco di Firenze o se intendesse puntare alla presidenza del consiglio3 dribblando l'impegno elettorale (pur avendo il nome sulla scheda). Non ci è giunta alcuna risposta. Ripetiamo pubblicamente, e direttamente a Renzi stesso, la questione. E speriamo in definitivo chiarimento.

 

 

1Le primarie in Italia, si sa, sono alla mercè di chiunque, nel senso che non essendo mai state regolate per legge, sono affidate ad un accordo tra le parti che cambia ogni volta che qualcuno le indìce, con regole sempre diverse, e sempre pronte, di conseguenza, ad essere sconfessate da chiunque non ne riconosca o appezzi il risultato.
Non si sa chi ci possa partecipare, non si chi possa candidarsi e chi no, non si sa chi possa votare, non si sa neanche quali formazioni politiche possano concorrervi (attenzione: stiamo parlando di primarie di coalizione! Non di primarie di un partito).
Non si sa neppure se le primarie prossime venture saranno ad un turno (come tutte le precedenti) o a doppio turno, o se saranno introdotte altre diavolerie.
Non si sa quanto dovranno pagare i votanti per partecipare, e non si sa dove e chi andranno i milioni di euro così raccolti (dei milioni di euro delle precedenti primarie si è perduta ogni traccia, nonostante le richieste ufficiali di molti esponenti di punta del centrosinistra, Parisi in primis)

2L'articolo del Testo Unico in questione si riferisce alla Camera dei Deputati. Per il Senato, comunque, la regola è esattamente la stessa, disciplinata dalla legge 533 del 1993. In ogni modo, Renzi non potrebbe candidarsi al Senato della Repubblica poiché non ha ancora compiuto i prescritti 40 anni di età.

3La conseguenza delle dimissioni da sindaco di Renzi, sarà comunque la stessa, sia che avvengano adesso, sia che siano presentate dopo la sua eventuale vittoria alle primarie: il commissariamento della città e poi nuove elezioni.

 

 

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