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La riunione del Gran Consiglio del fascismo del 24 luglio 1943 e la caduta di Mussolini.
di Gabriele Pazzaglia

 

Il 24 luglio 1943 (75 anni fa) il Gran Consiglio del Fascismo votò l'ordine del giorno (19 voti contro 9) che di fatto sfiduciava Mussolini, chiedendo al Re di "assumere, con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5° dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre Istituzioni a lui attribuiscono".


L'art. 5 dello statuto del 1848, prima Statuto del Regno di Sardegna, poi diventato d'Italia, attribuiva al Re tale potere. Era infatti uno degli articoli che maggiormente esprimeva l'anima conservatrice dello Statuto del Regno: l'articolo infatti attribuiva "al Re solo" il potere esecutivo, e il diritto di fare accordi internazionali dando alle Camere solo il diritto di essere informati "tosto che l’interesse e la sicurezza dello Stato il permettano". Oltre, come abbiamo detto, attribuire al Re il comando dello forze armate.

Ma allora, se questo comando era a lui affidato per norma costituzionale, come è possibile che gli dovesse essere riconsegnato?

Perché lo Statuto del Regno (cosiddetto Albertino, dal Re Carlo Alberto che nel 1848 lo concesse) fu subito considerato una legge al quale sì fare riferimento, contenente principi importanti, ma che potesse essere cambiata come una qualsiasi altra legge, cioè con il voto della maggioranza dei presenti nel Parlamento (e l'assenso del Re stesso, che aveva il diritto di veto).

Si creò dunque sin da subito, prima nel Regno di Sardegna, poi in quello d'Italia, una situazione ambigua di rispetto formale dello Statuto, che non subì mai alcuna modifica espressa, ma una miriade di deroghe tacite. Non esiste, non è mai stata approGran Consiglio del Fascismovata, nei 100 anni di vigenza dello Statuto una legge che dicesse: "l'art. x è abrogato o modificato” ma si procedeva a fare un'altra legge, che semplicemente dicesse il contrario di una o più disposizioni dello Statuto. Ciò probabilmente per ossequio alla formula contenuta nel preambolo dello Statuto stesso di "legge perpetua ed irrevocabile della Monarchia". È immaginabile, anche se non vi sono precisi documenti che lo confermino, che Carlo Alberto e il Consiglio che lo aiutò, ritenessero l'atto addirittura immodificabile.

Ma come poi la storia ha dimostrato, nessun atto giuridico iper-rigido può resistere immutabile al cambiare dei tempi, e senza la valvola di sfogo della modifica costituzionale, finisce per diventare, come fosse una reazione naturale, estremamente fragile, tecnicamente “flessibile”. Per questo la nostra Costituzione repubblicana prevede un procedimento per modificare sé stessa (art. 138) con doppia votazione, la seconda delle quali a maggioranza dei 2/3, o in alternativa la consultazione referendaria. La maggioranza non può più, da sola, cambiare le norme fondamentali della società.

Invece molte parti dello Statuto Albertino furono da subito modificate: ad esempio l'art. 1 che prevedeva che la religione cattolica fosse la sola dello Stato venne svuotato dalle leggi di laicizzazione (eliminazione del ruolo della Chiesa nell'istruzione e nel matrimonio, pesanti limiti al patrimonio ecclesiastico e suo esproprio, eliminazione delle immunità ecclesiastiche e del diritto di tassare come se fosse uno Stato nello Stato etc.).

Oppure l'introduzione in via consuetudinaria della fiducia parlamentare che impediva l'esistenza di Governi sgraditi alla Camera (e rafforzava quindi il Presidente del Consiglio nei confronti della Corona). E tante altre deroghe, quali la legge elettorale proporzionale in luogo dei collegi previsti dallo Statuto, l'introduzione del decreto-legge, la libertà di parola e così via.

Si realizzo quindi quello che Cavour aveva immediatamente intuito: in suo famoso articolo apparso su Il Risorgimento il 10 marzo 1848, spiegò che ciò che era veramente “perpetuo ed irrevocabile” fosse il “patto” tra la monarchia e la borghesia le quali, solo insieme, potevano esercitare il potere.

La novità del fascismo dunque non fu la deroga allo Statuto, cosa già pesantemente avvenuta. La novità fu che esso progressivamente cancellò il “patto” che prevedeva che il Re fosse un monarca parlamentare, patto in cui l'Assemblea potesse esprimersi genuinamente nella libera concorrenza delle opinioni e dei partiti. [1]

Le principali tappe furono dell'instaurazione della dittatura furono: l'assegnazione al Governo del potere di decidere l'ordine del giorno delle Camere (legge 2263 del 1925), l'attribuzione allo stesso del potere di emanare decreti con forza di legge, vere e proprie leggi provvisorie, della durata di due anni (legge 100 del 1926), lo scioglimento partiti di opposizione (5 nel novembre 1926) e la decadenza di quei deputati, circa un terzo, che dopo l'omicidio di Matteotti avevano rifiutato di partecipare ai lavori della Camera (9 novembre 1926).

Infine, a suggello dell'opera di distruzione della democrazia, fu approvata la riforma elettorale che dava il diritto di nomina dei deputati proprio al Gran Consiglio del fascismo. Ad esso fu attribuito il potere di scegliere i candidati dell'unica lista presentabile: quella fascista.

I nomi erano in prima battuta proposti dai sindacati fascisti, e da alcune associazioni ed enti collaterali al regime. Ma il Gran Consiglio aveva mano libera nella decisione finale,potendo anche inserire soggetti diversi. Esso era il soggetto determinante (legge 1019 del 1928). E il voto popolare era ridotto ad una ratifica, una mera formalità, visto che i mezzi di comunicazione erano oramai in mano al Governo il quale grazie ai nuovi poteri dei prefetti poteva impedire qualunque manifestazione contraria.

Mussolini e Rocco, così decidendo, trovarono una mediazione alle richieste di alcuni fascisti di procedere ad elezione tramite i sindacati e le corporazioni fascisti. Il Gran Consiglio permetteva invece di evitare la «rappresentanza di interessi di categorie» e di scegliere invece «nelle varie categorie» uomini considerati «degni di realizzare i fini storici della Nazione». O più semplicemente lacchè del regime, visto che nella relazione alla legge si scriveva a chiare lettere che il simulacro di Assemblea parlamentare che sarebbe stata formata, sarebbe stata ridotta ad «utilissima collaboratrice del Governo».

Un compito così determinante per la formazione della nuova Camera veniva affidato a quello che era ancora un organo di partito. Esso esisteva dal 1923 ma non era altro che un organo di direzione di una associazione privata, il PNF. E solo alla fine della legislatura 1924-28, la cosiddetta costituente fascista, si trasformò il Gran Consiglio in una vera e propria istituzione compiendo quindi la definitiva sovrapposizione delle strutture di partito a quelle statali (legge n. 2693 del 1928).

Gli fu assegnato il potere consultivo sulle materie di “carattere costituzionale” (le leggi di successione al Trono, le attribuzioni del Capo del Governo e i poteri normativi dell'Esecutivo, l'ordinamento sindacale e i rapporti con la Chiesa). Ed aveva anche il roboante compito di tenere aggiornata «la lista dei nomi da presentare alla Corona, in caso di vacanza, per la nomina del Capo del Governo». Un potere sulla carta notevole ma di fatto sgonfiato perché lista doveva essere proposta dallo stesso Capo del Governo e Mussolini, si guardò bene dall'indicare possibili successori-concorrenti.

Anzi, dopo la sua trasformazione in istituzione statale, il Gran Consiglio sarà progressivamente marginalizzato, sottraendogli con la legge n. 2099 del 1929 ogni ruolo sulla scelta dei vertici del partito. Sarà sempre più strumento in mano a Mussolini che, più il suo potere diventava solido sempre meno se ne servirà. A lui era infatti attribuito il potere di convocare il Gran Consiglio «quando lo ritiene necessario» e di fissarne l'ordine del giorno. Dal 1923 al '29 sì riunì 107, volte, solo 57 nei sei anni successivi, solo 23 fino alla caduta del regime [2].

E Mussolini non lo convocò dal 1939, dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Ma dopo il disastro militare, l'occupazione della Sicilia da parte degli alleati e il bombardamento su Roma, il regime si stava sfaldando. Gli altri gerarchi ottennero così una riunione, sperando di salvare il salvabile. Grandi elaborò l'ordine del giorno che abbiamo riportato in apertura di questo scritto, che nei fatti sfiduciava Mussolini. Questi dichiarò lucidamente che se il Re avesse ripreso le deleghe «io considererei finito il mio compito» e si difese scaricando le responsabilità sui comandi militari, nonostante per 14 anni fosse stato anche Ministro della Guerra. Tentò di far aggiornare la riunione alla mattina successiva. Grandi si oppose per paura che Mussolini, riorganizzatosi, avrebbe fatto arrestare tutti gli oppositori.

Non bastarono, quella notte, i consueti artifici retorici elaborati in venti anni di dittatura. I nodi erano giunti al pettine, la guerra era persa, e l'ordine del giorno passò.

La mattina successiva il Re approfittò della decisione per revocare Mussolini e nominare Badoglio al suo posto. Formalmente era un suo potere, così prevedevano ancora lo Statuto e la legge fascistissima 2263 del 1925: “il Capo del Governo è revocato dal Re” e verso di lui, e non del Gran Consiglio, “è responsabile dell'indirizzo generale politico del Governo”. Un potere che la Corona non ha mai esercitato, che anzi ha cooperato con il fascismo, ma che nella precarietà del momento decise di utilizzare, senza curare che il Gran Consiglio non avesse presentato “la lista dei nomi” del successore.

Mussolini venne arrestato e il Re tentò di sbarazzarsi del fascismo e dello stesso Gran Consiglio, sopprimendolo insieme al Partito i primi di agosto. Il fascismo si sgretolò fino ad essere riesumato come fantoccio al servizio della Germania nazista che occuperà il Paese.





[1] Giovanni Tarli Barbieri, Appunti sulle fonti del diritto italiano p. 159ss

[2] Giuseppe Volpe, Storia costituzionale degli italiani: Il popolo delle scimmie (1915-1945), p. 115


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