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L’incredibile destino di Heinz Brandt.

Ci sono persone che hanno un ruolo fondamentale nella Storia senza esserne assolutamente consapevoli, e che cavalcano e determinano il destino del mondo loro malgrado. È quello che capitò al colonnello dell’esercito tedesco Heinz Brandt.

Uomo di successo (aveva vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino, ed aveva fatto una rapida carriera di ufficiale) Brandt era entrato nel circolo più ristretto dei consiglieri militari di Hitler. Di lui non risulta un particolare fervore nazista, ma, piuttosto, un fermo senso di disciplina prussiana.

Il 13 marzo del 1943 il destino lo coinvolse per la prima, ma non ultima volta, in un gigantesco vortice di coincidenze.

Il primo scherzo del destino

Un gruppo di congiurati di altissimo livello delle forze armate tedesche aveva deciso di por fine alla dittatura nazista e alla rovina della guerra. Le disastrose sconfitte in Africa e a Stalingrado, i feroci bombardamenti (Amburgo era stata completamente distrutta) ed il vago senso di orrore per le stragi delle SS avevano portato, dopo anni di esitazioni e scrupoli, alla decisione che Hitler dovesse essere ucciso, per compiere di conseguenza un colpo di stato e chiedere la pace agli alleati. Furono studiate varie opzioni e alla fine i congiurati convennero che il modo migliore per eliminare il Furher fosse piazzare un ordigno sull’aereo che lo avrebbe riportato alla sua residenza di Rastenburg dopo un vertice strategico nei pressi di Smolensk, base delle operazioni germaniche in Russia.

Quel 13 marzo del ‘43, dopo aver cenato con gli alti ufficiali, Hitler si diresse verso il suo aereo. I congiurati presenti entrarono in azione: il generale  von Tresckow chiese al suo vecchio amico Heinz Brandt , che avrebbe preso posto su quell’aereo, di portare con sé a Rastenburg due bottiglie di cognac da consegnare ad un altro ufficiale, bottiglie che  von Tresckow avrebbe dovuto pagare come pegno di una scommessa. Fu l’aiutante del generale, Fabian von Schlabrendorff  , a dare le bottiglie a Brandt. Ma nel pacchetto si celavano due bombe, che dovevano deflagrare, grazie ad un complesso meccanismo, dopo circa mezz’ora di volo. Brandt prese le bottiglie, promise di consegnarle al destinatario, e le posò accanto a sé, non sapendo che avrebbero dovuto ucciderlo assieme al dittatore.

Tresckow e Schlabrendorff , in attesa della fatidica notizia, cominciarono a contare i minuti: dieci, venti, venticinque… Poi finalmente trenta, poi trentacinque, quaranta… Ma le radio tacevano. Dopo un’ora di spasmodica tensione, giunse invece il comunicato del regolare arrivo del Furher a destinazione. I due congiurati sconvolti chiamarono immediatamente i loro complici a Berlino per fermare ogni iniziativa, avvertendoli del fallimento dell’attentato. Nonostante tale fallimento, la situazione era sotto controllo.

Tranne che per un dettaglio: la bomba!

Era evidente che il pacchetto sarebbe stato aperto e con questo si sarebbe immediatamente scoperto il ruolo dei due responsabili. Li attendevano gli arresti, torture, e la scoperta di tutti gli altri congiurati.

Si doveva fare il possibile per recuperare la bomba, subito. La sera stessa Tresckow telefonò all’amico Brandt. Gli chiese se avesse già consegnato il cognac al destinatario, e quando Brandt rispose che non aveva avuto ancora tempo, Tresckow lo pregò di soprassedere: aveva sbagliato marca di cognac, l’indomani il suo aiutante Schlabrendorff sarebbe dovuto passare a scambiare le bottiglie con quelle giuste. Brandt acconsentì senza sospettare niente, neanche stavolta.

La mattina dopo, un incredibilmente freddo Schlabrendorff si presentò con due cognac eper ritirare il vecchio pacco. Brandt lo salutò cordialmente, e gli passò la confezione da lui conservata. E nel farlo, scherzosamente ma vigorosamente, la scosse.

Ecco, la freddezza di Schlabrendorff in quel momento vacillò. Ma la bomba non esplose (si scoprì in seguito che c’era un difetto nel detonatore) e per il momento niente trapelò. I due ufficuali si separarono. A Brandt sarebbe toccato in futuro un nuovo incredibile ruolo.


Il secondo scherzo del destino

Un anno e quatto mesi dopo, a sbarco in Normandia avvenuto e sotto terribili bombardamenti, la situazione della Germania era ancora più tragica. I membri della congiura (che annoverava i massimi capi dell’esercito e della marina, ai quali si era unito il leggendario Rommel), che avevano già fallito un’altra mezza dozzina di occasioni per uccidere Hitler, individuarono un luogo ed un momento favorevole: la riunione strategica presso la Wolfsschanze a Rastenburg, la “Tana del Lupo”, ovvero il quartier generale, isolato nei boschi della Prussia Orientale e protetto da schiere di fanatiche SS, dal quale Hitler dirigeva la guerra. Il metodo doveva essere sempre quello della bomba ad innesco, ma da far esplodere stavolta nella stanza delle riunioni, per poter, possibilmente, colpire ed eliminare anche Himmler e Goering.

Quando una conferenza generale sullo stato del conflitto venne indetta per il 20 luglio del 1944, si decise di inviare il colonnello Stauffenberg, eroico combattente, gravemente mutilato e vice capo dell’esercito di riserva, a compiere l’attentato. La bomba che portò con sé era nella sua valigetta, nascosta dai documenti e dai rapporti, e stavolta avrebbe dovuto esplodere dopo 10 minuti dall’innesco.

Giunto in aereo sul luogo del vertice, Stauffenberg si fece accompagnare dal feldmaresciallo Keitel, col quale si doveva recare alla baracca sede della riunione. Keitel aveva molta fretta (fare aspettare il Furher era segno di altissima scortesia!) e si innervosì non poco quando Stauffemberg si attardò in una stanzetta con la scusa di rimettersi cappello e cintura d’ordinanza: in realtà stava innescando la bomba. Da quel momento, aveva solo dieci minuti per compiere la sua missione. Keitel sbuffando (tollerò il ritardo solo per via delle menomazioni del colonnello) lo introdusse nella sala. Il vertice era iniziato. C’era la maggior parte dei fedelissimi di Hitler, ma non i due vice, Himmler e Goering. Però era presente Heinz Brandt. Stauffenberg comunque doveva agire. Mentre un generale spiegava la disperata situazione sul fronte russo, egli posò la sua fatale borsa di pelle sotto il tavolo, vicino alle gambe di Hitler. Poi, mentre nessuno lo notava, sgattaiolò fuori dalla sala. Nessuno tranne Keitel che si domandò cosa diavolo facesse quel giovanotto, come si permettesse di mancare di rispetto all’alto comando, e lo seguì nel corridoio. Il piantone presente non seppe dirgli dove il colonnello fosse andato. Keitel rientrò, scuotendo il capo, per seguire la riunione. Ora tutti si stavano concentrando su una mappa posta al centro del grande tavolo. Per meglio vedere e capire quanto illustrato dai comandanti dei reparti al fronte, sia Hitler che gli altri ufficiali si alzarono e si sporsero verso la mappa, chi appoggiandosi sui gomiti, chi allungando il collo, chi tenendo le mani sul tavolo. Anche Heinz Brandt voleva vedere meglio, e anche lui si avvicinò. Solo che, sotto il piano di quella enorme e pesantissima scrivania, si trovò tra i piedi una borsa inopportuna. La allontanò con lo stivale, la spinse da una parte, ma niente, continuava ad impicciarlo.

Quindi la prese, la sollevò, la spostò dal lato di Hitler verso il suo, oltre la spessa asse di legno che sosteneva il tavolo.

Fu così che, quando pochi istanti dopo, la bomba esplose distruggendo la baracca, Heinz Brandt ebbe il tempo di comprendere di aver inconsapevolmente salvato la vita al Cancelliere (che rimase solo lievemente ferito, protetto come fu proprio dal tavolo), e di aver messo fine alla sua: avendo perduto una gamba, Brandt perì due giorni dopo.

Due volte in meno di due anni il destino aveva letteralmente consegnato fisicamente a Brandt la bomba che avrebbe potuto cambiare il corso della Storia, e due volte egli la aveva maneggiata, la prima con molta fortuna, la seconda con molta sfortuna.

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Ai due autori materiali degli attentati, invece, il destino riservò sorte diversa: Stauffenberg venne catturato e fucilato la notte stessa del 20 luglio del 1994, assieme a decine di altri coinvolti, mentre Schlabrendorff, a sua volta arrestato e torturato, riuscì a sopravvivere in campi di concentramento fino alla fine della guerra, e divenne un giurista apprezzato, giudice della Corte Costituzionale dal 1967 al 1975. È deceduto nel 1980.

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