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La timorosa "decisione irrevocabile" della guerra fascista.
di Marco Ottanelli

Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiarava la guerra di aggressione a Francia e Regno Unito (ed indirettamente alle già sconfitte nazioni di Polonia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), con il celebre discorso di Mussolini a piazza Venezia. Un giorno doloroso e sciaguratissimo, che comporterà lutti e distruzioni a non finire.

Ma come era giunta l'Italia a quella data fatale? Perché aveva atteso quei lunghi mesi, essendo il conflitto in atto fin dal 1° settembre precedente? Ricordiamo che il 22 maggio 1939, Germania nazista e Italia fascista avevano sottoscritto il Patto d'Acciaio, una brutale alleanza militare che le impegnava ad assistersi reciprocamente in guerra col fine (esplicitato nell'accordo) di spartirsi il mondo. Gli articoli 3 e 5 in particolare vincolavano i due contraenti a scendere al fianco l'uno dell'altro in caso di “complicazioni belliche” contro un altro stato qualsiasi, e di impegnarsi con la totalità delle risorse per la comune vittoria. Ma, e attenzione a questo passaggio, nei mesi precedenti, i due dittatori avevano anche convenuto sulla necessità di prepararsi per alcuni anni al fine di scatenare l'attacco non prima del 1942.

Questa convenzione, solenne, ampiamente documentata in memorie, testimonianze, resoconti, ma puramente informale, ha un doppio e decisivo significato: in primo luogo, conferma che Mussolini ed Hitler avevano intenzionalmente cinicamente pianificato, premeditato, una guerra criminale e ingiustificata ai danni dei popoli della Terra e che si davano tre anni per perpetrarla; in secondo luogo, significa che Mussolini e Ciano presero molto seriamente la parola di Hitler sulla data fissata, e rimasero sconcertati, si sentirono traditi, quando si resero conto che tutto sarebbe accaduto con tre anni di anticipo.

Nell'agosto del '39, si assiste ad una accelerazione drammatica degli avvenimenti. A Roma, pur senza avere notizie ufficiali, si intuisce la volontà di Hitler di scatenare il conflitto entro poche settimane. Mussolini e Ciano, in una serie di incontri che nel loro insieme concitato diventano grotteschi, cercano di mettersi d'accordo sul da farsi. Mentre il ministro degli esteri (sdegnato dal trappolone nel quale, a suo dire, è stato spinto dai dirigenti nazisti) spinge per la rottura con la Germania, il Duce, combattuto dalla voglia di partecipare alla gloria militare futura ed il timore di un disastro totale dovuto alla completa disorganizzazione del Bel Paese e del suo regime, oscilla schizofreneticamente nell'arco delle ventiquatt'ore tra la volontà di denuncia del Patto d'Acciaio e l'adesione ad ogni iniziativa dell'alleato.

È il 25 agosto che i due hanno certezza della imminenza immediata della guerra, quando l'ambasciatore tedesco Mackensen consegna loro una lettera personale del Führer che li avvisa della firma del patto segreto Molotov-Ribbentrop che la Germania nazista aveva appena firmato con l'Unione sovietica e che Hitler intende mettere fine alle "provocazioni" che, con piglio di attore consumato, rimproverava alla Polonia. Si trattava però di accuse inventate a tavolino, meschini pretesti del Cancelliere per legittimare una guerra a freddo, convinto che Francia e Gran Bretagna non sarebbero intervenute, così come non difesero la Cecoslovacchia l'anno precedente. Mussolini, certo del contrario, ha provato più volte a convincerlo, senza successo. Ma il dado è dunque tratto. Il Duce e suo genero sono presi dal panico: come cavarsela, adesso? Svincolarsi ignominosamente dal Patto d'Acciaio, accusando di “tradimento” la Germania ma passando per ometti senza spina dorsale, dando dell'Italia la sempiterna immagine di una nazione vile e codarda? O gettarsi fieramente nella mischia, con virile orgoglio ma rischiando di prendere fin da subito una sonora legnata dalle plutocrazie occidentali?

Ed ecco l'idea: dichiararsi pronti col cuore ma impediti con la spada. Coadiuvato da Ciano, Mussolini scrive quel giorno stesso una lunga lettera che trasmette al conte Bernardo Attolico, ambasciatore italiano a Berlino, con la consegna di portarla immediatamente a Hitler.

Il quale Hitler è in fibrillazione, in quelle ore: ha dato ordini precisi sulla invasione della Polonia, ed attende la risposta della sua missiva a Mussolini. Vuol sapere se il suo alleato, per il quale oltretutto nutre una ammirazione filiale, è pronto a scendere al suo fianco così come sottoscritto nel Patto d'Acciaio. No, il Führer non pretende che l'esercito italiano si metta in marcia in poche ore: vuole una dichiarazione ufficiale di assistenza e comunanza di intenti con la Germania, cosa che, a suo parere, dovrebbe far desistere Francia ed Inghilterra dall'intervenire. Ma mentre le truppe tedesche si ammassano al confine orientale e i dettagli strategici prendono forma, la dichiarazione dell'Italia non arriva. Hitler freme, chiama Ribbentrop, gli ordina di telefonare a Ciano, di sapere se la sua lettera del mattino ha avuto riscontri... La notizia che l'Inghilterra ha stretto accordi militari con la Polonia giunge nella Cancelleria come una bomba, e ancora da Roma niente...

Poi, finalmente, si presenta Attolico. L'ambasciatore, un diplomatico vecchio stampo, antitedesco per formazione e antinazista per cultura, è tenuto in questa vicenda a giocare un ruolo chiave. Con tutta l'arte della sua professione consegna al ministro Von Ribbentrop il testo che ha da poco ricevuto.

Führer!” esordisce Mussolini, che poi prosegue: “Per quanto riguarda l'accordo con la Russia, lo approvo che completamente. Sua Eccellenza il maresciallo Goring Vi dirà che nella discussione che ho avuto con lui lo scorso aprile ho affermato che un riavvicinamento tra la Germania e la Russia era necessario per prevenire l'accerchiamento delle democrazie. Per quanto riguarda la Polonia ho completa comprensione per la posizione tedesca. Per quanto riguarda la pratica posizione d'Italia, in caso di guerra, il mio punto di vista è il seguente: Se la Germania attacca la Polonia e il conflitto rimane localizzato, l'Italia permetterà alla Germania ogni forma di politica economica e di assistenza che vengano richieste.

 


Tutto a posto, pare, dunque. Ma ecco che, con abile dialettica, il Duce si lamenta dell'anticipo dell'azione, e prepara il terreno allo sganciamento morbido dai suoi impegni:

Se all'attacco della Germania, la Polonia e alleati contrattaccano la Germania, voglio farle sapere in anticipo che sarebbe meglio che io non prenda l'iniziativa in attività militari in vista della situazione attuale dei preparativi di guerra italiani, che abbiamo ripetutamente illustrato in precedenza a voi, Fuhrer, e al Signor von Ribbentrop. Il nostro intervento può, pertanto svolgersi sola una volta che la Germania offra a noi, nell'immediatezza, le forniture militari e le materie prime per resistere l'attacco che i francesi e gli inglesi in particolare, dirigerebbero contro di noi. Ai nostri incontri la guerra era stata prevista per dopo il 1942 e in quel momento saremmo stati pronti sulla terra, sul mare, e in aria secondo i piani che erano stati disposti.”

Von Ribbentrop e Hitler ingoiano il rospo: l'Italia non è pronta alla guerra, e chiede forniture per impegnarsi militarmente. Ebbene, chiedono entrambi ad Attolico, fateci sapere esattamente di cosa avete bisogno, e scopriamo le carte completamente. Attolico riferisce a Roma.

Il giorno successivo, 26 agosto, di mattina a Palazzo Venezia, convocati con urgenza, si ritrovano i capi di Stato Maggiore e più alti ufficiali di Marina, Esercito e Aeronautica. Devo stilare con Sua Eccellenza il Capo del Governo la lista di forniture da presentare alla Germania. È una occasione perfetta per chiedere l'impossibile, ed avere dunque una scusa più o meno credibile per evitare di gettarsi nello scontro bellico. Non volendo perdere il senso dell'onore, l'Italia fascista punta tutto sullo sprezzo del ridicolo. Ciano sprona i generali e gli esperti che dovranno illustrare al Duce situazione e richieste di ogni loro comparto ad andar giù pesante, li invita ad evitare ogni “criminoso ottimismo”, e, assieme ad un soddisfatto Mussolini, che anzi aggiunge, aumenta, raddoppia cifre e quantità, stila l'elenco, il conto da presentare a Hitler, che diventerà noto col nome di Lista del Molibdeno.

Il giorno stesso il tutto viene inviato, nella forma di messaggio personale di Mussolini, ad Attolico, che, fedelmente, la riporta a Von Ribbentrop. La lettera, la Lista del Molibdeno , è un patetico capolavoro della commedia all'italiana.

Furher!”, comincia il testo, “ecco il minimo che occorre alle Forze Armate italiane per sostenere una guerra di dodici mesi... Senza la certezza di questi rifornimenti, ho il dovere di dirVi che i sacrifici ai quali io chiamerei il popolo italiano - sicuro di essere ubbidito - potrebbero essere vani e comprometterebbero con la mia anche la Vostra causa!

Segue l'elenco delle richieste. L'Italia pretendeva:

600 pezzi di artiglieria antiaerea
6 milioni di tonnellate di carbone
2 milioni di tonnellate di acciaio
7 milioni di tonnellate di petrolio
1 milione di tonnellate di legname
150 mila tonnellate di rame
220 mila tonnellate di nitrato di sodio
70 mila tonnellate di sali potassici
25 mila tonnellate di resina colofonia
22 mila tonnellate di gomma
18 mila tonnellate di toluolo
6 mila tonnellate di trementina
10 mila tonnellate di piombo
7 mila tonnellate di stagno
5 mila tonnellate di nikelio
600 tonnellate di tungsteno
20 tonnellate di zirconio
400 tonnellate di titanio
e, naturalmente, le famose 600 tonnellate di molibdeno.

Von Ribbentrop strabuzza gli occhi, legge attonito, appunta stupefatto. Poi, cercando di mantenere la calma, chiede all'ambasciatore quando, quando questo materiale dovrebbe essere consegnato? Il conte Attolico, non avendo ricevuto in realtà alcuna istruzione al riguardo, ci mette del suo e, sparata per sparata, risponde: “Subito!

Al ministro tedesco non rimane che riferire tutto al suo Capo. Hitler ha uno dei suoi terribili scoppi d'ira, inveisce contro Mussolini e l'Italia, rievoca il voltafaccia del 1914, ma poi si contiene, riflette, e risponde mostrando comprensione e volontà di collaborazione al suo omologo a Roma. Invia un dispaccio nel quale si duole di non poter ovviare alle richieste italiane, essendo materialmente impossibile organizzare e trasportare tutto quanto previsto, per il quale ci sarebbero voluti decine di migliaia di treni viaggianti per mesi. Dichiara di riconoscere lo stato di necessità delle nostre forze armate, e che per adesso si accontenterà di un sostegno politico e commerciale. Al di là delle frasi di circostanza, da questo momento in poi, in Germania si sviluppa un senso di diffidenza crescente nei confronti dell'Italia che, nel corso della guerra, alla disastrosa prova dei fatti, si trasformerà in disprezzo.

Ma in Italia, intanto, si celebra romanamente lo scampato pericolo. Mussolini confida a Ciano che intende stare prudentemente alla finestra, perché  “se gli inglesi e i francesi reggono il colpo ci faranno pagare non una, ma venti volte, Etiopia, Spagna e Albania; ci faranno restituire tutto con gli interessi”. Nel caldo di quell'agosto del '39 il fascismo pensa di essersela cavata. Il primo settembre i tedeschi invadono la Polonia, poi aggrediranno l'Europa intera. Per l'Italia inizia il periodo della “non belligeranza”, che non è guerra e non è neutralità: è ipocrita e comoda sospensione dell'azione, in attesa che qualche frutto maturo cada nelle nostre mani da solo. Così, lo sappiamo, purtroppo non continuerà. Ma l'impressione che tutto finisisse in pochi mesi stuzzicò l'avidità sadica di Mussolini, desideroso di avere “qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace” per coronare le sue manie di grandezza, avvicinando così il nostro paese a quel 10 giugno di ottanta anni fa.



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