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La caduta del regime salazarista in Portogallo

"Signore e signori, per cortesia, non accalcatevi, lasciate spazio ai nostri soldati , e presto arriveremo alla vittoria"
Con queste parole il capitano Fernando José Salgueiro Maia, usando lo stesso megafono col quale intimava la resa ai capi del fascismo portoghese ancora asserragliati nella più centrale delle caserme lisbonesi, cercava di tenere a bada le migliaia e migliaia di cittadini che da ore sostenevano la Rivoluzione dei Garofani, il 25 aprile del 1974, 45 anni fa.
Il Largo del Carmine, oggi meta turistica obbligata per via degli imponenti resti di una chiesa gotica semicrollata nel Grande Terremoto di duecento anni fa, era infatti colmo all'inverosimile, quel 25 aprile. Ogni centimetro quadrato, ogni panchina, ogni balcone, ogni albero, ogni ringhiera era occupato dai cittadini della capitale scesi in strada a fianco dei militari "golpisti". il Quartel (caserma) del Carmo si era tramutata nel rifugio estremo del capo del governo, Marcello Caetano, deciso a resistere nonostante le defezioni di massa dell'esercito e dell'apparato.
Proprio Salguierio Maia aveva guidato le truppe ribelli, quel mattino, ed aveva dato il colpo di grazia al Estado Novo, il regime fascista al potere dagli anni '30, il cui autocratico leader era stato Antonio Salazar, la cui incapacità fisica (1968) e la cui morte (1970) non posero fine alla dittatura: essa terminò per la decennale e crudelissima guerra nelle colonie, per la crisi economica, e per la presa di coscienza della popolazione e di militari illuminati, stanchi di mezzo secolo di oppressione, deportazioni, torture, imprigionamenti, e, in Africa, stragi. Il ventinovenne Salgueiro Maia fu uno di coloro che si presero la responsabilità e l'onere dell'azione, e, coraggiosamente, agirono, mettendosi in prima linea ed esponendosi ad ogni pericolo. Ma, per fortuna, la temuta guerra civile non ci fu. Caserma dopo caserma, comando dopo comando, le truppe e la polizia governativa si arresero. Rimaneva solo il Carmo, e Caetano con i suoi (pochi) uomini chiuso dentro.


A sera, dopo alcune ore dall'intimazione di resa, e mentre la folla aumentava fino all'inverosimile, tra studenti, televisioni che trasmettevano in diretta, giornalisti di mezzo mondo, operai, professionisti, tutti accomunati da una passionale calma, Maina ricevette, da ufficiali superiori, l'ordine di aprire il fuoco contro le finestre della caserma ed il monastero a fianco. Testimoniando la sua ferma convinzione che sparare non fosse necessario, così si espresse al microfono della radio da campo : "va bene, spariamo, ma poi le vetrate chi le ripaga?".
Bastarono poche fucilate, e Caetano si arrese. Volle però passare le consegne non al semplice capitano, ma al generale, non del tutto estraneo al passato del regime, Antonio de Spínola, che diventò il capo provvisorio dello stato.
Il Portogallo fascista e salazarista, mantenuto in essere dopo la II Guerra Mondiale solo grazie alla sua partecipazione alla Nato (di cui era uno stato fondatore), finiva in una sera d'aprile, quasi senza spargimento di sangue (quattro persone furono uccise da agenti della polizia segreta in un patetico tentativo di resistenza).

 

NELLA FOTO (da noi scattata al Museo della Libertà di Lisbona): una gigantografia del regime raffigura una adunata celebrativa per un anniversario dell'Estado Novo. Tra le centinaa di braccia tese nel saluto romano (Salazar era un fervente ammiratore di Mussolini, del quale teneva una foto con dedica sulla scrivania), due bambini rompono la rigida compostezza e l'apparente fanatismo: il più piccolo, distratto, pare ridere, il più grande guarda nell'obiettivo con quella che ci è sembrata una intensissima, malinconica, matura consapevolezza

 

Estado Novo, manifestazione

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