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Il rastrellamento degli ebrei in Olanda

nell'aprile del 1961, quindi 58 anni fa, iniziava a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili della deportazione e dello sterminio degli ebrei, uno dei pianificatori della "soluzione finale", e colui che, aiutato da autorità civili e religiose vicine alla chiesa cattolica, era riuscito ad evitare la cattura ed il processo di Norimberga. Eichmann sarà condannato ed impiccato, ma la "pillola di storia" che vogliamo proporvi oggi, riguarda un aspetto specifico dell'Olocausto, quello della deportazione della quasi totalità degli ebrei dei Paesi Bassi.
Quello che colpì gli storici e gli analisti fu la sproporzione tra le perdite tra gli ebrei olandesi (quasi l'80% di loro venne massacrato dai nazisti) e quelle registrate negli altri paesi occidentali (nel vicino Belgio, la percentuale non raggiunse il 30%). Cosa aggiunse orrore all'orrore, vergogna a vergogna, brutalità a brutalità, sofferenza a sofferenza, in questo caso?

La risposta può essere trovata in tre elementi:

Il primo, la perfetta, organizzatissima, efficientissima burocrazia olandese. Quando, nel maggio del 1940, la Germania aggredì e occupò in pochi giorni i Paesi Bassi, trovò anagrafi, registri, documentazioni intatte riguardo ai residenti, ai loro parenti, ai loro spostamenti e trasferimenti, alle scuole frequentate, ai sussidi ricevuti, al lavoro svolto e alle appartenenze religiose. Una macchina statale avanzatissima, quasi perfetta, che si rivelò un tragico tesoro per i nazisti assetati di sangue ebraico. Tutti erano già stati schedati, individuati, e rintracciati dalle autorità democratiche locale. Trovarli fu uno scherzo.

Il secondo, conseguente al primo, è che, a causa della invasione, il governo e la Regina Guglielmina fuggirono nel Regno Unito, da dove costituirono il Governo in Esilio, e coordinarono la resistenza. Ma questo fatto, celebrato come eroico, lasciò completamente mano libera agli occupanti, senza alcuna mediazione tra tedeschi-nazisti e popolo neerlandese. Nel vicino Belgio, il governo ed il Re rimasero al loro posto (e le polemiche sul collaborazionismo si spensero solo con la definitiva abdicazione di Leopoldo III nel 1951, dopo che era stato tenuto in esilio forzato dal 1945 al 1950), e questo permise una sorta di filtro, non sempre efficace e non sempre ugualmente solido, che rallentò e spesso sabotò le operazioni di rastrellamento. Ancor maggiore forza ed efficacia ebbe la dura resistenza del monarca danese Cristiano X, ad esempio, che sostanzialmente impedì l'olocausto nel suo paese.

Il terzo, conseguente dal secondo, è che il ruolo di dominatore e governatore assoluto (rispondeva solo a Hitler) dei Paesi Bassi venne affidato ad uno dei più fanatici, spietati e, come dire, disinvolti e cinici uomini mai apparso nella storia, l'austro-boemo Arthur Seyss-Inquart, un ultra-hitleriano, prima che nazista, traditore della sua patria e strumento vile ma indispensabile dell' Anschluss nel 1938.
La sua politica di Reichskommissar provocò immense sofferenze e distruzioni e perdite per gli olandesi, ed ovviamente in particolare per gli ebrei. Il suo rapporto privilegiato col Furher, la sua cultura e il suo cieco antisemitismo gli consentirono di perseguire i suoi mostruosi propositi con una rara determinazione e capacità. Seyss-Inquart venne catturato dagli inglesi nel 1945, processato a Norimberga, ed impiccato.

Nella foto, da noi scattata, vediamo il monumento che ricorda la deportazione e la morte dei quasi 500 cittadini ebraici della piccola città di Winschoten, nel nord dei Paesi Bassi. Quella di Winschoten era la seconda comunità ebraica dopo quella di Amsterdam, e non a caso vi furono fatti transitare tutti i deportati olandesi per essere ammassati nel non lontano campo di smistamento di Westerbork, per poi finire nei campi di sterminio dell'Est. Tra di loro, molti ebrei tedeschi che erano fuggiti dalla Germania prima della guerra e, quindi, anche la giovanissima Anna Frank.

 

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