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Il TFR in busta paga
di Marco Ottanelli


Il governo non governa: fa la rivoluzione. Un ruolo interessante quel che Renzi s'è scelto ed ha imposto ai suoi ministri. Renzi non governa, appunto, ma fa l'anti-sistema dal centro del centro del sistema. Questo comporta una serie di scelte bomba, anche se poi molte si rivelano fuochi d'artificio. Insomma, l'importante è che facciano tanto rumore, e che siano all'insegna dell'adesso e possibilmente contro qualcuno. E, ça va sans dire, senza mediazione o condivisione alcuna.

Tra le varie, ecco quella sul TFR in busta paga. Con una qualche abbondante ambiguità, Renzi ha presentato il provvedimento quasi come fosse un regalo ai lavoratori dipendenti, una sorta di extra elargito dal governo (non dallo Stato: dal governo, da lui). Ci son volute molte precisazioni e molti puntini sulle i per chiarire che quelli sono soldi dei lavoratori stessi, che li pagano (tramite le trattenute in busta paga) ogni mese, e che oggi vanno in un fondo particolare, mentre secondo il progetto, dovrebbero essere consegnati al lavoratore stesso, quindi essere semplicemente.... non più trattenuti.

Conseguentemente, dunque, si tratterebbe solo di una sorta di partita di giro, son sempre soldi tuoi, che invece di esser messi via via in un “conto vincolato”, vengono messi nel tuo portafogli, liberi.

“Liberi”: non a caso questa annunciata riforma piace moltissimo ai liberisti (quindi non certo agli industriali italiani che sono i più stretti conservatori del mondo occidentale e che concepiscono il liberismo solo come libertà da qualsiasi vincolo, di pagare poche tasse e di licenziare), che accusano il sistema attuale di essere paternalista. Cosa sostengono, costoro? Che evitare di dare al lavoratore il suo denaro e trattenerlo per il futuro è considerarlo come un bambino sciocco e togliergli la libertà di farne quel che vuole.

Le cose non sono così semplici, i fattori da considerare sono un po' di più, e vanno soppesati con attenzione. Peccato che, ancora una volta, l'annuncio di Renzi lasci un po' a desiderare sul piano dei dettagli, e quindi per adesso non è dato sapere quali e quanti di questi fattori sono stati presi in considerazione, ed in che modo.

Innanzi tutto, la tassazione. La “liquidazione” viene tassata quando viene erogata. Nel suo essere spalmata sullo stipendio mensile, viene tassata invece immediatamente. È un po' come pagare oggi tasse che avremmo pagato domani. Si capisce l'interesse di un governo che vede il debito aumentare spaventosamente e senza freno apparente nel riscuotere subito quel che potrebbe incassare solo tra molti anni.

Ma non è solo questione di tempi, è questione di quante tasse si paghino: il TFR gode di una sua imposizione fiscale particolare e di una pari agevolata rivalutazione annua. La prima garantisce l'accumulo senza massacrarlo via via che cresce, la seconda garantisce il capitale accumulato dall'inflazione.

Aumentare lo stipendio con il TFR senza provvedimenti contabili precisi e forse complessi (per la disperazione di commercialisti e consulenti del lavoro), farlo senza attenti e preventivi paracadute fiscali, significherebbe da un lato tassare secondo i normali scaglioni Irpef anche la parte del TFR (con possibilità di passare da uno scaglione inferiore ad uno superiore, ovvero di pagare in totale molte più tasse), e dall'altra azzerare la rivalutazione, lasciando così anche quella parte del reddito in balia dell'inflazione. O comunque, non garantirne affatto la attuale rivalutazione, che è pari ad oltre l' 1,2 %, cioè molto molto più di un qualsiasi conto corrente bancario.

Come se non bastasse, il reddito mensile così artificiosamente aumentato, anche se non calcolato come cumulo, sposterebbe molto in alto l'assicella dell'ISEE di ogni dipendente beneficiario, dato che dal 2015 per determinare l'ISEE stesso devono essere conteggiati tutti i proventi a tassazione separata, con il concreto rischio di ripercussioni su rette, ticket sanitari, eventuali esenzioni ed agevolazioni statali, regionali e comunali. Qualcuno ci ha pensato? È stato previsto? Per ora non si sa.

Tra i contrari al provvedimento, si son sentiti, curiosamente dalla stessa parte della barricata, industriali e sindacati. I primi lamentavano la “sottrazione” dei capitali del TFR che essi custodiscono fino alla pensione dei lavoratori, capitali che costituiscono spesso una buona riserva di liquidità. Da quel che si è capito finora, questo aspetto risulterebbe superato, perché si parla di un progetto di Poletti e Padoan che in definitiva farebbe anticipare i soldi dalle banche (comprese la Cassa Depositi e Prestiti, quindi lo Stato). Molto schematicamente, funzionerebbe così: il lavoratore continuerebbe a versare il TFR alla sua azienda, che lo tesaurizzerebbe, mentre banche e Stato, tramite accordi generali o particolari con le imprese, verserebbero la stessa cifra nelle buste paga. Alla fine del rapporto di lavoro, l'azienda a sua volta verserebbe la liquidazione non più al dipendente (che mese per mese se l'è già presa), ma alla banca anticipatrice. Confindustria tranquilla, quindi, un po' meno tutti noi, perché pare difficile se non impossibile immaginare che le banche offrano un anticipo ultradecennale senza volerci guadagnare qualcosa. Chissà mai chi pagherà. E per assicurarle da eventuali bancarotte e fallimenti, garantirebbe il fondo dell'Inps (quindi ancora una volta lo Stato, ancora tutti noi).

I sindacati invece, oltre a nutrire dubbi sulla natura benefica del provvedimento, temono anche per i loro fondi di investimento pensionistici, e qua si apre il sipario un panorama vastissimo, i fondi e le pensioni integrative. Dal momento in cui anche in Italia fu possibile scegliere dove accantonare il TFR, cioè se presso le imprese, presso l'Inps o presso fondo di investimento privati, molti miliardi sono stati investiti proprio in questi ultimi, ed i sindacati, accanto ad assicurazioni, società nazionali ed internazionali, banche, sono stati tra i primi a provvedersi di un loro strumento finanziario proprio. Questo, tanto per fare un esempio, è il fondo pensione della Cisl. Questi fondi pensionistici, basati in definitiva sull'acquisto di titoli di stato (nel qual caso sono uno straordinario, potentissimo, violentissimo e talvolta devastante strumento di speculazione e di accrescimento del Debito Pubblico, come nel mai troppo citato caso islandese) o sull'acquisto di azioni, possono rendere bene, più della remunerazione fissa del TFR normale, o andare talvolta pure in perdita.

Sia come sia, la sottrazione di questi immensi capitali dal mercato finanziario è stata calcolata? Si è valutato come reagirebbero le borse e gli investitori a tale misura? Perché ben pochi sarebbero i lavoratori che, una volta ottenuta la quota di liquidazione in busta, andrebbero a ricollocarla immediatamente e per intero nello stesso fondo dove veniva versata in automatico fino al mese precedente. E, in un sistema fiscale come il nostro, privo di quelle deducibilità e monte-assicurazioni che caratterizzano ad esempio quello statunitense, nessuno ha calcolato l'effetto di questa smobilitazione.

I lavoratori, infatti, si presume, ed è questo il principale obiettivo dell'idea di Renzi, la spenderebbero.

La idea, dicevamo, è quella di aumentare la spesa ed i consumi, e di dar fiato alla economia che, secondo i dati di sistema, sta andando sempre peggio. Perché, checché ne dicano gli anti-euro, la crisi italiana non è né una crisi della nostra attuale moneta, né una crisi di esportazioni che anzi vanno alla grande. Essa è una gravissima crisi di consumo interno, un consumo interno bloccato e depresso da un calo vertiginoso del potere d'acquisto, soffocato da perdita di lavoro, aumento continuo delle tasse, blocco degli stipendi. Si era pensato di dar un po' di pepe ai consumi con gli 80 €, ma i dati sono implacabili: quei magnifici ottanta sono finiti tutti in tasse, bollette, debiti. Ecco dunque la mossa liberista-espansionista: prenditi 100 euro al mese liquidi in più, e comprati quel che vuoi!

Detta così può sembrare una cosa semplice, ed invece è una misura che muove molto più di quel che non appaia: si spostano i consumi e le spese da grandi investimenti (uno su tutti: la casa, per sé per i figli), tipici di chi riceve una grossa somma, a piccoli consumi e spese parcellizzati sul lungo periodo. Si tratta di un qualcosa che non smuove necessariamente l'economia verso l'alto, ma la distribuisce in modo diverso. Non necessariamente peggiore o migliore, ma diverso. Più consumi voluttuari, più spese per piccoli oggetti, più spese per necessità rimandate, ma meno investimenti sul futuro, meno predisposizione all'acquisto pesante, meno piccolo boom economico famigliare al momento della pensione.

Se in termini assoluti, come appena detto, questo potrebbe non essere un male, è necessario però configurare esattamente il dove ed il come una misura viene adottata. Per motivi sistemici, sui quali sarebbe peraltro utile ed urgente intervenire, comprare una casa, in Italia, è spaventosamente più caro che comprarla all'estero. Si trovano molti dati e molte tabelle on line, ma un articolo riassuntivo può essere questo, che mette in luce come il rapporto prezzi degli immobili/redditi nel nostro paese sia il più sproporzionato di tutti. Se a questo si aggiungono le note difficoltà di erogazione ed i costi dei mutui italiani, si capisce come ad oggi una forte liquidazione finale sia stata, per milioni di lavoratori, l'unica possibilità di acquisto di un appartamento, o di estinzione della ipoteca.

Lo spostamento di consumo ovviamente appare come un momentaneo incremento, ma rischia di diventare un decremento grave dopo, nella vecchiaia, quella vecchiaia che si prospetta sempre più lunga e con pensioni sempre più povere. Da quali risparmi trarranno sostentamento i nuovi anziani per le loro crescenti necessità, visto che già da oggi si parla di povertà per milioni di persone?

In paesi dove il TFR non viene trattenuto, o non esiste affatto, si riscontrano sistemi fiscali completamente diversi dal nostro, basati su un liberismo avanzato vero, che quindi esclude monopoli, oligopoli, favoritismi di categoria, o su forti protezioni sociali tipiche del welfare di stile anglo-scandinavo; oppure ancora le imposizioni dirette ed indirette sono decisamente più basse che in Italia (classifica facile: da noi sono le più alte...). Ci sono pensioni private, che più che integrative sono le uniche, non basandosi certo su apparati come l'Inps. Insomma, ripetiamo: sistemi estremamente diversi, complessamente diversi. Spostare solo un tassello del mosaico potrebbe non aver alcun effetto, averne di positivi, ma anche farlo cadere tutto a terra. Qualcuno ha uno studio serio ed affidabile da consultare prima che la proposta sia approvata alla ricerca di un fuoco di paglia dei consumi privati?

Ultimo punto: come per gli 80€, questo rivoluzionario provvedimento non interesserà tutti gli italiani, ma solo una parte. Il che, per essere una rivoluzione, è strano. Infatti ne sarebbero esclusi tutti i lavoratori in proprio (che pure versano i loro contributi), gli autonomi, gli artigiani, i commercianti ecc. ecc., tutti i lavoratori che per semplicità chiameremo precari (quelli che non hanno neanche ferie, malattia, straordinari....figuriamoci la liquidazione), che sono tanti, e che si può dire già lo ricevano via via, e i dipendenti pubblici, sui quali non si sa perché, si prevede un trattamento diverso che per i dipendenti privati e sui quali da anni si abbatte la scure del mancato aumento degli stipendi.

In definitiva, quello presentato, ad oggi, appare come un annuncio piuttosto vuoto e con molte incognite, e soprattutto appare come una mossa un po' ingenua di scuotere una economia ufficialmente in recessione senza attaccare i gravi e poderosi motivi che l'hanno portata a questo punto.

Aspettando chiarimenti e nuovi dettagli, per adesso, diffidiamo.

 

12 ottobre 2014

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