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Il ritiro russo dalla Siria.
Propaganda, ma anche fatti.

Marco Ottanelli

 

Sarebbe ingenuo pensare che l'annuncio – improvviso e dirompente – del ritiro delle truppe russe dallo scenario siriano non abbia grandi elementi di propaganda. È una mossa tanto propagandistica quanto esplicitamente tale, in un quadro internazionale che vede avviarsi i colloqui per la pace (una nuova sessione dei quali si concluderà il 24 marzo 2016) verso una possibile soluzione . Non a caso l'inviato ONU Steffan de Mistura ha lodato proprio la Russia per il suo “ruolo per la pace”, ed è sulla fine del conflitto, sui suoi strascichi nel breve, e le sue conseguenze nel lungo periodo che si gioca la vera partita tra le potenze.

La Russia ha avuto un ruolo essenziale in ben tre occasioni, in questa vicenda: la prima, nel 2012, col suo veto all'ONU all'intervento Usa-Francia-GB-Nato contro Assad, accusato di aver usato i gas nel conflitto. Ricordiamo che approfondite indagini internazionali non solo hanno poi appurato che il regime non aveva fatto ricorso ai gas, ma che i responsabili del lancio di ordigni al cloro fossero alcuni gruppi ribelli, ed ha portato alla distruzione pacifica e controllata dell'arsenale chimico siriano.

La seconda, quando, a dispetto di presunte zone di influenza e della crisi di Crimea, che parevano averla isolata, è intervenuta massicciamente contro l'Isis ed altri estremisti islamici, ribaltando letteralmente le sorti della guerra e costringendo paesi arabi e occidentali a fare [finalmente] la loro parte contro il Daesh dopo anni di vuoti proclami e tante complicità, scoprendo ad esempio il doppio gioco della Turchia ed i traffici di petrolio (che nessuno ha potuto smentire).

La terza, con questa inaspettata ritirata, che ha due fondamentali e determinanti aspetti: mettere l'occidente ed i suoi alleati nella condizione di “cavarsela da soli”, di dimostrare che senza la Russia continueranno seriamente a combattere i tagliagole islamisti, e che non boicotteranno il processo di pace con una fuga indietro o una empasse di comodo che permetta al Daesh di riconquistare le posizioni, e mettere sul piatto della bilancia gli obiettivi raggiunti in pochi mesi di azioni, a dimostrazione che volendo...si può. E quindi, ci dice Vladimir Putin, si deve.

Il presidente della federazione ha molto insistito su una frase, che ha proprio il buon sapore della propaganda di una volta: “obiettivo raggiunto”, che ha però anche il sentore della rivincita morale nei confronti di quegli USA obamiani (ormai alla svolta elettorale) che non solo non hanno saputo uscire dalle sabbie mobili di Afghanistan, Iraq e dintorni, ma che pare si siano impantanati in alte disavventure, Libia e appunto Siria per prime, per periodi che appaiono decennali, e dalle quali non possono trarsene senza la collaborazione, l'aiuto, il supporto degli (ex?) nemici Mosca e Teheran. Come non sentir risuonare beffardamente il Veni, Vidi, Vici, che oltretutto fu pronunciato da Cesare proprio in una campagna militare tra Siria ed Anatolia?

Quali sono, dunque, i risultati, gli obiettivi raggiunti in (soli) sei mesi? Li sciorinano, senza troppa retorica, un paio di articoli della Pravda – che esiste ancora! - e della Isvetzija – che esiste ancora – citando il ministro della difesa Sergei Shoigu. Riportiamo:

«La Russia è riuscita a bloccare le forniture ai terroristi. Ha eliminato migliaia di miliziani, tra i quali 17 “signori della guerra” e molti nativi della Russia stessa. Le truppe governative siriane, con l'appoggio dell'aviazione russa, hanno ripreso il controllo di 400 insediamenti e di 10mila km2 di territorio. Gli aerei russi hanno effettuato 9000 missioni, e hanno distrutto più di 200 strutture di estrazione e raffinazione di petrolio e a fermare il commercio di idrocarburi. Le principali vie di fornitura di carburante, armi e equipaggiamento per i terroristi sono state interrotte. È stato ripristinato il controllo sui tre grandi campi petroliferi di Palmira, che hanno ricominciato a lavorare come prima. È stato inoltre distrutto con un bombardamento specifico il bunker caduto in possesso del Daesh nel quale era installato un sistema di controllo e lancio di missili terra-aria, sistema” ha aggiunto Shoigu con una certa ironia “di ideazione e fabbricazione sovietica”.

Non c'è dubbio: questi sono fatti. Fatti concreti, importanti, che nessuno, neanche il più scettico od ostile, è stato in grado di smentire. Ed è un fatto che il Daesh sia in rotta, non solo in Siria, ma anche, parzialmente, in Iraq, grazie alla pressione militare.

Ed i fatti pesano, tantissimo. Le truppe di Putin hanno già cominciato il ritiro (fermo restando che le basi russe sul territorio siriano non saranno smantellate), e i colloqui di pace partono da una nuova prospettiva. Il ministro degli esteri Lavrov ha fatto notare come “le operazioni della Air Force russa in Siria hanno creato le condizioni per regolare la crisi siriana in modo politico”, mentre altri esponenti politici, il portavoce del Cremlino e il presidente del comitato esteri della Duma, hanno ricordato rispettivamente che “voi tutti sapete come l'operazione è stata effettuata in stretto accordo con le leggi internazionali” e che “Il nostro compito principale è stato quello di aiutare il popolo siriano ad uscire da una situazione difficile, quando il collasso del paese era una minaccia attuale”

Sono parole-proclami che indicano una strategia di presenza e di presenza potente e risoluta. Sulla home page della Pravda on line, sotto una foto del presidente statunitense, viene riportato un virgolettato di Barak Obama: “Putin è scrupolosamente educato, molto franco e niente affatto stupido”. E “pravda”, in russo, per i russi, vuol dire “verità”. Speriamo lo sia per tutto il resto del mondo.

 

15 marzo 2016

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