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Troppi soldi ai partiti. Conseguenze inevitabili

Qualche premessa:

  1. Non è vero che i partiti godono di trasferimenti da parte dello Stato in barba ad un referendum, quello del 1993, “scippato” ai bravi e onesti e sempre impegnati cittadini: lo abbiamo spiegato chiaramente qua. Ci son partiti che parlano di referendum del 1993 scippato, e che, nel 2000, fecero campagna astensionista.

  2. Per quando possa fare rabbia, visto come li usano, i soldi dei partiti, quelli gestiti dai tesorieri e che sono al centro di questa travagliata incerta copia di Mani Pulite, non sono affatto “soldi nostri”, “soldi dei cittadini”, “soldi pubblici di tutti noi”, ma sono proprio soldi dei partiti. Un partito ci compra terreni, o ci stampa manifesti, ci compra titoli di stato (italiani e stranieri...) o ci affitta palasport per una manifestazione, o ci paga cene e alberghi ai suoi dirigenti... Quindi, quando qualcuno usa i soldi della cassa di una associazione (ed i partiti sono persino “associazioni non riconosciute”), deve risponderne ai soci, ai dirigenti, agli iscritti. Uno che rubi 100€ (o 20 milioni di euro) dalla cassa di una bocciofila o di un partito, li ruba alla bocciofila stessa, o al partito, non “a noi”, “ai cittadini”, “allo stato”.

  3. Di conseguenza, non si capisce perchè alcuni esponenti di partito parlino di “restituire quei soldi ai cittadini”. Oltre alla facile e pelosissima demagogia...che fanno? li ri-sottraggono dalle casse del partito, l'unico soggetto legittimato a vederseli restituire, e li gettano da un biplano in volo sulla capitale? Su, siamo seri...

  4. è necessario distinguere il grano dal loglio: non c'è nulla di male nel fatto che un politico abbia potuto usare i fondi del suo partito per fare iniziative, campagne elettorali, coprire spese di rappresentanza o di qualunque altra attività politica, generale o riferita alla sua propria persona in quanto eletto o candidato. Anzi: quei soldi, a quello servono. Negare con sdegno è sciocco e ipocrita. Tutt'altra cosa è l'uso di quei fondi per benefici propriamente personali, privati, famigliari, insomma, in parole brutali: tutt'altra cosa è se qualcuno se li è messi direttamente in tasca.

Quel che sta accadendo in questi mesi, tra Lega e Margherita è oggetto di indagini, inchieste e perizie, quindi non intendiamo trarre nessuna conclusione. Ci limiteremo a fare qualche considerazione e a ragionare sui fatti finora noti, tenendo ben fermo il principio della presunzione di innocenza per tutti.

I fatti paragrafo 1: troppi dannatissimi soldi

I partiti hanno così tanti soldi, versati loro sotto forma di “rimborsi elettorali”, che non sanno neanche come spenderli, non sanno neanche che fine facciano, non sanno neanche dove sono, non si accorgono di ammanchi di milioni di euro. Non è una mera questione di bilanci falsificati o imprecisi (quelli sono da sempre sotto osservazione dei revisori dei conti del Parlamento e dovrebbero essere scansionati dalla Corte dei Conti. Le incongruenze che vi trovano sono tantissime, ma mai ne è seguita una indagine che fosse una, anche per via della piena sovranità delle Camere), è questione che qualsiasi ente, organizzazione, associazione, azienda si renderebbe facilmente conto di ammanchi e voragini milionarie, se non altro perchè, nel flusso infinito di danaro che giunge elezione dopo elezione nelle casse dei partiti, essi avrebbero tutto l'interesse a spenderlo fino all'ultimo, e non a tesaurizzarlo inutilmente.

Per noi non è assolutamente scandaloso, poi, che un tesoriere o chi per lui investa il denaro del partito in titoli tanzaniani, in immobili o in diamanti: se questi investimenti rendono, anzi, egli ha gestito il patrimonio in modo ottimale, nell'interesse della sua associazione, quasi essa fosse una spa avente come azionisti gli iscritti, ai quali farà certo piacere se alla fine dell'anno ci sono ricavi sostanziosi. Quello che è eticamente e penalmente sanzionabile è l'appropriazione indebita, lo storno fuori bilancio per usi personali, il peculato.

Che i soldi siano troppi (lo ammettono gli stessi partiti: hanno fatto una proposta di legge per dimezzare i rimborsi elettorali, ammettendo che possono sopravvivere nella abbondanza e nel lusso anche con la metà di quanto hanno incamerato fino ad adesso...che poi la approvino, è un altro paio di maniche...) pare essere un po' l'origine di ogni male, in questo caso: solo una dieta rigorosa e supercontrollata, ad esempio fissando massimi di spesa e rimborsando effettivamente solo le spese documentate può essere un freno all'ingordigia che viene, quasi naturalmente, davanti ad una fonte di denaro che “butta” di continuo e senza alcuna supervisione. La sovrabbondanza aumenta gli appetiti, induce allo spreco, e rende superfluo ogni controllo. L'austerità costringe al rigore.

I fatti paragrafo 2: la Lega e the family, ma che sorpresa.

Quel che è trapelato finora è qualcosa di seriamente imbarazzante. Imbarazzante in quanto completamente in linea con la storia. Bossi e famiglia, travolti da documenti e pezze d'appoggio, farfugliano, ammettono e si dimettono, si dibattono tra una piena confessione ed una sorta di patetica autoassoluzione fatta di sì ma però che li rende ancora più indifendibili. Multe, lauree, case, auto, viaggi, donne, cavalier, armi ed onori...tutto, si son pagati, con i soldi che dovevano essere destinati alla vita politica della Lega. Proprio una cosa vergognosa. Questa spocchia del piccolo feudatario con la sua ridicola plenitudo potestatis arbitrii. I padani confermano la tendenza allo spadone, all'elmo con le cornona, e alla borsona di talleri appesa alla cintura. Bassezze. E quel Belsito, così servile, così imbarazzato, così umiliato, senza mai un brivido di personale dignità che silente assiste, conosce, sa, accetta.

Eppure non è questo quello che ci soprende, ma è, come al solito, la corta memoria di un popolo, la cancellazione di un passato con l'affastellarsi dell'attualità.

Umberto Bossi, con Renzo ancora bambino, aveva già abbondantemente dato, in una questione quasi identica alla attuale, anzi, abbondantemente preso. Infatti il capo della Lega è stato condannato in via definitiva, con sentenza della Cassazione del 13 giugno 1998, per un bel tangentone al suo partito, tangentone versato da Carlo Sama e da Raul Gardini, gli ormai storici e proverbiali fondi neri Enimont, fondi con cui l'azienda si comprò quasi tutti i partiti d'Italia. Quelli della prima repubblica, chè la Lega lo è, essendo la dazione a nero statagli versata per la campagna elettorale del 1992. Si trattava, pare, di 200 milioni di lire, che oggi fanno ridere, ma che possono comunque fare la differenza, a livello locale. E la fecero, eccome. Bossi dichiarò, in quell'incredibile melodramma catartico che fu il processo Enimont, che quei danè lui li voleva restituire, ma, guarda caso per colpa di un tesoriere distratto, Patelli, erano spariti, erano “stati rubati”. Però poi la Lega si frugò, e li restititì lo stesso, e non ha chiuso i battenti, anzi, confermando che i partiti avevano fin da allora troppi soldi. Troppi.

Giusto, Patelli....Alessandro Patelli, il predecessore, anzi, il precursore di Francesco Belsito. Anch'egli, nel suo ruolo di tesoriere, condannato e reo confesso, intascò la busta[rella] al bar Doney, così, dopo il caffè. Lo facevano praticamente tutti gli altri tesorieri, quindi... perchè no, perchè no.

E allora, ricordiamolo, nel 1992 avevamo una Lega con un segretario ed un tesoriere che gestivano in modo illegale del denaro che poi spariva e ricompariva, e quindi che il partito fosse quello lo sapevano loro, lo sapevamo noi, lo sapevano gli elettori, e poi però Bossi è andato in maggioranza con Berlusconi e Forza Italia, e poi con Dini ed il Pds e poi ancora con Berlusconi, e Bossi è stato ministro, e questo partito ed il suo capo e la sua famiglia ed i suoi tesorieri sono stati l'Italia, per tanto tempo, e la storia si ripete, anzi si affastella. E che noia, però. Che noia. E se ora sono “colpevoli”, Bossi, i figli, il partito, di qualcosa, saranno le indagini ed i processi ad accertarlo, mentre l'elettorato, per una volta, ha saputo reagire, dando loro una epocale mazzata.

E speriamo che le cose cambino, almeno stavolta, in quel partito.

I fatti paragrafo 3: La Margherita ed i boys scouts

Lusi è fantastico. Non ha negato più, dopo un po'. Ha ammesso molto, ma non tutto. Restituisce pure soldi indietro al partito che non c'è più, e che neanche li rivuole, dato che Rutelli straparla di “restituirli ai cittadini”. E poi, ha cominciato ad accusare, a fiume.

Un curriculum impressionante, il suo, che partendo dalla carica di Segretario del Comitato Centrale Scout Cattolici Italiani (AGESCI), di consulente giuridico del Comune di Roma guidato dal Sindaco Francesco Rutelli, di Consulente dell'Associazione Cattolica dei Lavoratori Italiani (ACLI) di tesoriere del Comitato Rutelli 2001, arriva alle cariche di Senatore nella XV legislatura per L'Ulivo e nella XVI legislatura per il Partito Democratico. Nel 2009 rimane nel PD e non segue Rutelli nell'API. Dal 2002 al gennaio 2012 è stato Tesoriere del La Margherita. Dal 2004 è stato Co-Tesoriere degli Uniti nell'Ulivo e Tesoriere europeo dello European Democratic Party. Dal 2005 è stato Co-Tesoriere dell'Unione.

I suoi guai sono cominciati nell'ottobre 2011, quando una segnalazione per strani ed eccessivi movimenti del conto corrente di Democrazia e Libertà-La Margherita giunge alla Banca d'Italia, che vi ravvisa irregolarità e passa tutto alla procura. Quindi, almeno per una volta, le indagini si basano su documenti non smentibili, e oltremodo chiari, chiarissimi, anzi, tanto è vero che Lusi è costretto ad ammettere di essersi autobonificato, in una novantina di operazioni, almeno un 20-25 milioni di euro. 25 milioni di euro. Circa 250 volte la cifra della mazzetta di Enimont alla Lega del 1992. L'inflazione, la crisi, lo spread, sapete...

Il conto dal quale son stati sottratti tutti quei quattrini era gestito da Lusi e da Rutelli, nel senso che erano loro i due soli ad avere “la firma”, come si sul dire, per prelevare e per comunque effettuare qualsiasi operazione. Questo particolare non significa nulla, ovviamente, dal punto di vista penale, ma dal punto di vista politico gestionale, sinceramente, sì, significa eccome: significa che uno, l'on. Rutelli, dispone di circa 30 milioni di euro, se ne disinteressa, passa attraverso tre partiti (Margherita, Partito Democratico e Alleanza Per l'Italia), e non si cura mai né di usarli, né di verificarne le sorti, né di farsi domande sul loro progressivo prosciugarsi, né di riferire mai alcunchè ai suoi compagni di partiti, tutti ignari o dimentichi di quella cifra così consistente.

Nessuno ha chiesto conto, nessuno ha chiesto una lira, nessuno tranne Matteo Renzi, che è andato a reclamare parte di quei rimborsi elettorali per fare appunto campagna elettorale; ma è successa una cosa buffa: gli sono stati negati. Quindi, se Renzi sapeva della disponibilità del conto corrente, forse, diciamo forse, qualcun altro l'avrebbe potuto per lo meno immaginare.

Lusi, dopo aver confermato (confessato) l'uso personale di quel patrimonio, ed averne addirittura restituita una parte, è passato al contrattacco, stretto tra le compromettenti evidenze e le impellenti urgenze (assieme a lui sono stati inquisiti, e rischiano molto, la moglie, Giovanna Petricone, il cognato Francesco Giuseppe, e la nipote acquisita Micol D’Andrea). Prima davanti ai PM, poi davanti alla apposita commissione del Senato, ha cercato di coinvolgere nella responsabilità alcuni esponenti nazionali della Margherita.

Le sue due testimonianze, da quanto si è saputo, non sono perfettamente collimanti. Ai magistrati, Lusi ha detto molte cose, ai commissari della giunta per le autorizzazioni, che esaminava la domanda per il suo arresto (leggetela qua ) pare (poi parleremo del “pare”) abbia detto qualcosa in più.

Infatti, oltre a Rutelli, che aveva coinvolto fin da subito in quanto cointestatario del conto, Lusi ha snocciolato un elenco di nomi e circostanze tali da far teoricamente incriminare tutta la dirigenza nazionale del suo ex partito, raccontando di come egli avesse dato soldi più o meno di nascosto, tra gli altri, a Rosi Bindi, a Enzo Bianco, a Enrico Letta, a Beppe Fioroni, a Dario Franceschini, a Ermete Realacci, a Paolo Gentiloni e a Matteo Renzi.

Tutti costoro hanno negato con veemenza e son partite le prime querele: Rutelli ne ha fatta una direttamente a Lusi, e un'altra (perlomeno annunciata) all'Espresso che aveva pubblicato una inchiesta, arrivando forse prematuramente a conclusioni.

Rosi Bindi invece ha un'altra strategia: non querela Lusi, ma querela Il Giornale ed altri mezzi di informazione che hanno riportato le sue dichiarazioni. Noi non abbiamo motivi per dubitare che la Bindi sia “pulita”, l'onere della prova spetta a Lusi, ma la sua mossa ci sembra discutibile.

Enzo Bianco prima nega tutto, poi avverte minaccioso che non si farà scrupoli di partito e voterà per l'arresto del suo accusatore. Poi però zakkete! ammette che invece sì, i soldi che riceveva mensilmente da Lusi li prendeva, è vero, ma, dice lui, per attività politica, come è normale che sia con i rimborsi elettorali, e conferma quasi tutte le circostanze. Vedremo, la magistratura sta indagando, vedremo. Ma intanto leggetevi questo articolo.

Peculiare invece è la questione che riguarda il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Peculiare perchè egli è l'unico che non fa parte della direzione nazionale del partito, peculiare perchè verso di lui Lusi dimostrò in precedenza di avere stima, al punto tale da firmare una lettera pubblicare di apprezzamento e appoggio alle iniziative politiche di Renzi stesso, in particolare quella denominata “Big Bang” (che insomma, poi fu più un “pow!”) che ha avuto luogo presso la ex stazione Lepolda. Sorprende quindi che Lusi tenti di trascinare con sé un personaggio che voleva favorire. Il sospetto che si tratto di una strategia “Sansone-filistei” appare decisamente fondato e concreto.

Perchè la peculiarità non finisce qui: infatti, a differenza dei suoi colleghi di partito, Renzi ha esplicitamente dichiarato, anzi, ha rivendicato, ed in tempi non sospetti, di averglieli apertamente chiesti, quei soldi, a Lusi, per usi politici, e di essersi invece trovato davanti ad un deciso diniego, cosa della quale si è ufficialmente lamentato: "non ho ricevuto un centesimo né dal PD, né dalla Margherita, né dai DS. Vorrei essere chiaro, come ho già detto tante volte: se me li avessero dati li avrei presi volentieri. Perché i soldi del finanziamento pubblico servono (o dovrebbero servire) alle campagne elettorali, non alle case dei tesorieri. Ma non me li hanno dati. Anzi. I soldi li ho dati io – come tutti gli amministratori – alla Margherita, finché ero iscritto a quel partito (circa 5.000 euro di contributo) e al PD, subito dopo (circa 6.000 euro di contributo)".

Questa circostanza ci porta quindi a conoscere una interessante verità: né la Margherita né il PD hanno finanziato, né dalle sedi nazionali, né da quelle locali, la candidatura di un loro esponente alla guida di una città importante come Firenze. Renzi si è dovuto pagare tutto da solo, con il contributo di amici e sostenitori, il cui elenco sta oltretutto pubblicando, sia le spese per le primarie (e fin qua, la cosa è accettabile...solo che poi il partito si è incamerato i due euro ad elettore delle primarie stesse), sia, incredibilmente, la corsa a sindaco contro i partiti avversari del PD.

Visto che i rimborsi elettorali vengono versati ai partiti esattamente per pagare campagne elettorali e candidature, ora il PD e la Margherita hanno il dovere di spiegare ai propri elettori quali usi alternativi ne hanno fatto, e perchè hanno pagato la campagna elettorale del candiato sindaco, per dire, di Torino, di Pisa, di Palermo, di Lucca, di Verona e non quella del sindaco di Firenze. Non lo amavano? Comprensibile a livello personale, visto che la battaglia contro il gruppo dirigente era cominciata fin da quando Renzi era Presidente della Provincia (“dobbiamo mettere i bastoni tra le ruote a quel rompicoglioni”: è così che un testimone riferisce veniva detto nell'ambiente, al processo “Castello”, dove sono imputati Ligresti e due ex assessori diessini), ma ingiustificabile a livello politico-gestionale. Su questo, e su che fine hanno fatto i soldi di tutte le primarie, dovrebbero concentrarsi le polemiche nel PD, non sulle illazioni, forse calunnie, di Lusi.

Renzi ha minacciato di querelare Lusi, e pare sia pronto ma intanto è stato Lusi a querelare Renzi, per le parole che ha usato contro di lui in trasmissioni televisive. A questo punto solo il mostrare le carte, tutte le carte, potrà mettere fine alla querelle.

Illazioni che si affastellano, però a rivelazioni parziali. Non passa giorno che, con il contagocce, Lusi o la sua segretaria Francesca Fiore non forniscano nuovi dati e nuove prove documentali su pagamenti “strani” e non propriamente per spese “politiche”: fatture per fotocopiatrici, vini, giornali, multe, benzina...esce di tutto, dalle ricevute conservate con cura dalla attenta impiegata. E allora qualcono è costretto ad ammettere che i soldi, sì, li ha ricevuti, ma non per uso personale, ma solo per il bene del partito. Confusioni contabili che si mischiano con confusioni lessicali e funzionali: quale litro di benzina sarà stato usato per motivi di partito, e quale per l'auto di famiglia? E delle bollette stratosferiche pagate a deputati e senatori (ma il bonus che gli passa il parlamento, non gli basta?), sappiamo la percentuale di chiamate per missione politica e quella per un saluto agli amici?

Ci vuole chiarezza, trasparenza, precisione matematica.

La quale però pare essere lontanissima da venire: gli inquirenti hanno chiesto, infatti, lo stenografico della audizione di Lusi al Senato, ma il presidente della Giunta per le autorizzazioni, Marco Follini, PD, avrà ben poco da consegnare. Infatti, nonostante la serietà, la gravità e la portata che tutti immaginavano potesse avere la autodifesa di Lusi, non esiste registrazione né trascrizione stenografica delle sue parole poiché in Giunta i senatori del PD hanno votato contro questa eventualità. Di quel pomeriggio, di quella sera, di quelle accuse e di quelle dichiarazioni rimane poco più che un mucchietto di appunti, senza nessun valore probatorio sensibile. E non è solo questo che è poco chiaro, ma anche la sequenza procedurale. Tutto da leggere questo articolo...

Speriamo adesso che la Guardia di Finanza non trovi più alcun ostacolo nell'accesso ai conti e alle carte della Margherita, così tutto sarà chiaro. Speriamo, ma la prima volta che si è presentata alla Camera per avere le carte, queste gli sono state negate.

Rimangono, dopo le elezioni che hanno significato per Lega ed API (e non solo, non solo!) una vera fuga di voti, poche certezze. La nostre, di certezze, sono queste: i partiti navigano nell'oro. Hanno una eccedenza di bilancio inimmaginabile e forse finora inimmaginata, per la quale lo spreco, lo sperpero ed il tornaconto personale sono, come minimo, un rischio costante, se non una prevedibilissima realtà.

27 maggio 2012

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