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Massimo Ciancimino, ma che faceva da giovane?

Di Marco Ottanelli

«Massimo Ciancimino che l’eredità del padre ha senza riserve accettato, custodendone (all’estero) l’archivio e godendo di una quantità di denaro tanto enorme e sospetta dal consigliarlo di tenerla nascosta, non può (neppure nel nostro disastrato paese) pretendere che lo si consideri estraneo alle colpe paterne. Delle due l’una: o accetta di essere valutato anche in base alla sua eredità o questa (anche se tardivamente) rifiuti in toto consegnandoci tutta la verità senza trucchi né ammiccamenti e soprattutto restituisca il maltolto»

Michele Costa (figlio del procuratore Gaetano Costa, ucciso dalla mafia)


"L'incontestabile progressione accusatoria che caratterizza con ogni evidenza le dichiarazioni sul conto dell'imputato non può che irrimediabilmente influire in maniera oltremodo negativa sull'attendibilità e sulla credibilità di Massimo Ciancimino. La corte dubita fortemente della credibilità ed affidabilità di un soggetto come Massimo Ciancimino finora rivelatosi, sulla base degli atti esaminati dalla Corte e con riferimento a quanto riferito sul conto dell' imputato, autore di altalenanti dichiarazioni che non ha esitato a rettificare o ribaltare nel tempo con estrema disinvoltura

Corte d'Appello di Palermo (dalla sentenza di condanna di Marcello Dell'Utri)


«Massimo Ciancimino? Ho come l'impressione che stia coltivando un pensiero di Provenzano»

sen. Luigi Li Gotti, (IDV, ex avvocato di Buscetta, 4 dicembre 2010)

 

«Comprendo il disagio di qualsiasi cittadino rispetto alla disinvoltura con la quale Massimo Ciancimino utilizza le sue dichiarazioni, ma quel che appare come una guerra tra le procure di Palermo e Caltanissetta può in realtà essere segno del limite della giustizia stessa. La giustizia si trova nella condizione di dover valutare le parole di chi non fornisce prove ma elementi, mentre dietro tali elementi si svolge un lavoro a tutela di propri interessi»

Raffaele Cantone, (noto magistrato anticamorra)


«Quando mi senti in televisione, tu fottitene»

Massimo Ciancimino (intercettato mentre tratta l'acquisto di assegni sporchi, novembre 2010)


Un figlio modello 

Massimo Ciancimino è il figlio del noto boss mafioso Vito. Sì, possiamo chiamarlo così, in fondo: un boss, uno che contava, che riceveva e distribuiva potere, denaro, controllo del territorio. Il grande cementificatore di Palermo e della conca d'oro, lo speculatore per eccellenza, quello che ha guidato il “sacco di Palermo” da Palazzo delle Aquile, quello che è andato, tardivamente, in prigione, a danno fatto, nel 1984 e che la Cassazione ha condannato definitivamente per associazione mafiosa: era un mafioso, a tutti gli effetti. Un delinquente, dunque, che era contemporaneamente la Mafia e lo Stato, essendo sia un appartenente a Cosa Nostra, sia un alto esponente della DC (partito di governo per 60 anni) e sindaco di Palermo. Altro che trattativa: Vito Ciancimino era la sintesi di Mafia e Stato.

Massimo Ciancimino, è lui stesso che lo racconta, è stato accanto a suo padre mentre questi faceva affari con tutti i più feroci padrini. Mentre gestiva la cosa pubblica e la cosa mafiosa. Lui era presente, era sempre lì. In altre parole, andava a pranzo e cena con Provenzano e tutto il clan dei corleonesi. Era con loro, parlava con loro, cresceva con loro. Era uno di loro.

Per le strane leggi del popolo italiano, mentre i figli di Riina sono additati come appestati (il figlio è stato in carcere, la figlia vive in semiclausura, tutti i loro beni sono stati confiscati, come d'altronde quelli dei parenti di Provenzano), il nostro Massimo, anche dopo l'arresto e le condanne di suo padre, ha continuato a godere degli immensi proventi del malaffare criminale di don Vito, ci si è comprato case principesche in Italia e all'estero (delle quali dispone liberamente ancor oggi, e presso le quali alloggia a suo piacimento), auto di lusso, e tutto quanto fa spettacolo.

Però da bravo caruso, si era pure trovato un lavoro, a suo tempo. E che lavoro faceva, Massimo Ciancimino, figlio del potente politico e potente mafioso? Strano a dirsi: nessuno pare saperlo.

 

L'omino del gas.

Nessuno, nelle trasmissioni televisive alle quali viene amabilmente invitato come ospite, o presso i giornali che gli offrono spazi cartacei amplissimi e spazi virtuali pressochè infiniti tramite interviste e blog, nessuno insomma ha mai chiesto a Massimo Ciancimino quale sia la sua occupazione. Dice: va bhe, ora di lavoro fa lo scrittore di libri che trasudano verità. Ok, ma prima? Che diavolo faceva, prima?

Nessuno lo sa, ma la cosa è pubblica, lo ha raccontato lui in una sua intervista del 2006 a Rainews 24. Lui, signori, era l'omino del gas. Quello con la chiavetta del contatore, che apre e chiude i tubi, che ci fa pagare la bolletta, quello che, nonostante non sia mai citato nei files di Wikileaks, che parlano solo di Berlusconi e di Putin, reggeva i destini dei gasdotti europei.

Per riassumere in poche righe: Junior era il mediatore tra il gigante russo dell'energia Gazprom e le compagnie di distribuzione del metano in Europa. ENI compresa, ovviamente.

Il figlio del mafioso don Vito, il figlio di quel boss arrestato e condannato in via definitiva, l'erede dell'immane patrimonio immobiliare e mobiliare accumulato in tanti decenni di malaffare, è stato per molto tempo, portato a quel ruolo chissà da chi e chissà come e chissà perché, il tramite tra tutte le nostre necessità energetiche ed i produttori di gas siberiano.

Quando suo padre era ancora in vita (siamo nei primi mesi del 2002) avendo “sempre avuto il pallino del metano”, assieme ad un amico, il professor Lapis (avvocato di don Vito), si mette in contatto con la Gazprom. Gianni Lapis ha una piccola rete di distribuzione metanifera in Sicilia (terra dove le attività altrove pubbliche spessissimo sono di proprietà strettamente privata), è quindi il socio giusto. L'aggangio con Russia e Kazakistan avviene prima grazie a comuni frequentazioni con ricconi ex sovietici in vacanza all'Hotel Cristallo di Cortina (dove il Ciancimino passa le meritate vacanze), poi tramite Ottavio Angotti, oggi scomparso, ma che era il vicepresidente della Bank of America, responsabile delle Università del Caucaso, e , incidentalmente, compagno della figlia dell'ex Presidente della Cina comunista, Deng Xiao Ping.

Insomma, i contatti ci sono e l'affare comincia a girare bene. Lapis, Ciancimino, Angotti, più Romano Tronci, altro imprenditore dai mille contatti, riescono ad intrufolarsi nei salotti buoni moscoviti e nella macchina dell'ENI, e poi ancora in quelli delle società metanifere ucraine, e in quelli di mezza Europa. Ciancimino tratta partite di milioni di metri cubi di gas metano, senza sborsare una sola lira, come si vanta nella suddetta intervista, ma scommettendo e lucrando sulla differenza di prezzo del gas comprato in Kazakistan e Siberia e rivenduto, tramite le compagnie nazionali, a noi europei, che pagavamo la differenza in bolletta.

Un affare tutto basato su triangolazioni bancarie in Svizzera, Francia, Hong Kong, e tutto costruito sulla rendita futura scaturita dai differenti prezzi di partenza e di arrivo, e che quindi non necessitava alcun capitale sostanziale: “ il gas si paga coi soldi dei clienti. Non si paga coi propri. Perché ce ne vogliono troppi”.

Hanno guadagnato l'inverosimile, in quel periodo, Ciancimino e soci. Per una sola fornitura di metano alla British Gas, fornitura di 1 miliardo di metri cubi, hanno incassato, nel 2004, ben 10 miliardi di dollari.

Come e perchè le compagnie europee si affidassero ad un personaggio come lui come unico tramite per i contatti con la Gazprom di Putin, sarebbe bello saperlo. Ma non lo sapremo mai, se nessuno glielo chiede.

Tutto andava bene per Massimino, finchè un bel giorno lui ed il suo socio, amico e commercialista, il dott. Lapis, non vollero “far gli splendidi”, investendo una grossissima somma di denaro in un ente benefico. E quale era questo ente? Incredibilmente, il Centro Paolo Borsellino, voluto dalla famiglia del giudice ucciso in via D'Amelio e "gestito", però, praticamente, da un sacerdote, Giuseppe Bucaro, che pare si occupasse di tutta l'amministrazione.

Lapis e Ciancimino mandano quindi quattrini, tanti quattrini, al Centro Borsellino, per acquisti di banchi per asili infantili e cose così, dice, e insieme a quel prete gestiscono, di fatto, il Centro.

Troppi soldi, troppi movimenti, troppi passaggi, troppi conti correnti. Su richiesta dei pm dalla Dda, Roberta Buzzolani, Lia Sava e Michele Prestipino, coordinati dai procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone e Sergio Lari, Ciancimino, il suo avvocato Ghiron e Gianni Lapis vengono indagati e rinviati a giudizio.

Nel frattempo, a causa di tutto questo, il Centro Borsellino viene sciolto, messo in liquidazione, smantellato.

Si apre il processo per riciclaggio di denaro sporco a carico di Junior. Processo nel quale salta fuori la misura pariziale, ma non l'ammontare esatto, del suo capitale illecito: infatti gli vengono sequestrati beni per 50 milioni di euro. È un processo che, parlando del patrimonio di Vito Ciancimino, potrebbe ricostruire una buona parte della storia della commistione politico-economica tra Cosa Nostra, ambienti imprenditoriali e affaristici siciliani, e la DC.

Ma questo non è un caso che è destinato ad attrarre il circo mediatico, non è un processo-spettacolo, la DC non interessa più nessuno dei grandi giornali e dei grandi giornalisti, anzi, si tende a farla dimenticare, o a ridarle una verginità storica improbabile ma non del tutto irraggiungibile. Il dibattimento si svolge sobriamente, quasi sommessamente, e si incentra unicamente non sull'origine ma sull'uso che Massimo fa di quei soldi di provenienza illecita. Il processo si conclude con una sentenza di colpevolezza, ed una condanna a cinque anni e otto mesi di reclusione. Assieme a lui, condannati anche la madre, Lapis, e Ghion.

Da quel momento, siamo nel marzo 2007, per Massimo inizia una corsa contro il tempo per raggiungere un solo obiettivo: salvarsi dalla galera.

Attende qualche mese, poi comincia a far trapelare indiscrezioni, dice di voler parlare di fatti importanti, fa sapere che gli rimorde la coscienza.

Ciancimino insomma “collabora”, racconta, dice perlomeno di essere in grado di farlo. Viene ascoltato. La mossa ha successo, perché nel processo d'appello gli vengono riconosciute le attenuanti generiche proprio in virtù della sua collaborazione, e la pena è ridotta a tre anni e quatto mesi. È la fine del 2009. Più o meno da allora, Ciancimino è un fiume in piena: non c'è fatto o circostanza criminale, politica o investigativa accaduto negli ultimi trenta anni sul quale egli non abbia qualcosa da dire, da rivelare, da far scoprire. Accusa, indica, allude, fa capire di sapere, lancia segnali, centellina dati e nomi, con studiatissima pazienza.

E così comincia la sua inusitata ed originalissima nuova vita di "testimone protetto" (una figura giudiziaria che pare essere stata ideata apposta per lui. Forse ha dei precedenti, ma non riusciamo a ricordare quali), di coimputato (coimputato! Non collaboratore!!) in vari processi a carico di presunti mafiosi, e di guest stardell'apparato mediatico-politico rappresentato da Anno Zero, il Fatto Quotidiano, nonché di numerose iniziative elettorali (elettorali!!!) e feste di partito di IDV, PD, persino della SEL.

In queste vesti, assolutamente libero, nonostante le condanne penali, di circolare sul territorio nazionale e persino all'estero, e, essendo imputato, non avendo l'obbligo di dire la verità (lo riscrivo: essendo imputato, quando parla nei processi, non ha l'obbligo di dire la verità, può impunemente mentire), ha cominciato a sfornare, a puntate, in un crescendo di colpi di scena, fotocopie (non originali: mere fotocopie) di [presunti] documenti bomba, e a svelare, a singhiozzo e come e quando pare a lui, [presunte] clamorose verità, trovando ampia diffusione delle sue esternazioni, quasi fossero assolute ed indiscutibili verità. Non essendo un collaboratore di giustizia, non ha neanchel'obbligo di dire tutto quel che sa in 180 giorni, come stabilisce la legge; e può disporre, come detto, dei suoi beni: se al contrario fosse un vero e riconosciuto collaboratore, un cosiddetto “pentito”, quei beni gli sarebbero stati tutti sequestrati.

Non perde occasione per piagnucolare di essere in pericolo di vita, di essere nel mirino per quanto “svela”. Viaggia con la scorta, a spese nostre, e veleggia da uno studio televisivo e una presentazione del suo libro. Anche se ha combinato quel che ha combinato al Centro Borsellino, gode della incredibile amicizia di Salvatore Borsellino, amicizia che suscita in effetti qualche scandalo.

Le storie che racconta, per adesso del tutto senza prove, del "signor Franco", di "Faccia da Mostro", di politici vecchi e nuovi si intrecciano, nelle parole di Junior, con la vicenda della “trattativa”, una vicenda però piena di incongruenze, di contraddizioni, di assurdità spazio-temporali. Non è questo il luogo per parlarne approfonditamente. Ma una prossima volta lo faremo.

Tra una fotocopia e l'altra, tra un pezzo di memoria ritrovata e l'altro, Ciancimino Massimo comincia a non essere considerato più tanto attendibile, perlomeno presso alcune procure. Ultime in ordine di tempo, quella di Caltanissetta, e quella di Firenze. La prima lo ha pure indagato per calunnia nei confronti di De Gennaro. La seconda ha respinto la richiesta di ascoltarlo nel nuovo processo sulle stragi del '93 con la seguente motivazione: "le dichiarazioni rese da Ciancimino in sede giudiziale, appaiono come dilatate e spazianti su un panorama criminoso assai ampio, generiche, declinate de relato e in gran parte attinenti a fatti diversi o che allo stato non appaiono riconottersi con quelli giudicabili".

Insomma, a credere al nostro omino del gas rimane solo Ingroia, e parte della procura di Palermo, nonostante la forte affermazione della Corte d'Appello di quella città contenuta nella sentenza Dell'Utri, e riportata in capo a questo articolo. Ma forse questo si può spiegare, ci verrà spiegato, con una abile strategia investigativa. Rimane inspiegabile invece la totale fiducia di certi organi di stampa ed opionion makers nei confronti di un personaggio il cui bruciante passato sembra non contare, mentre quello assai più neutro di altri, magari intesi però come avversari politici, li fa additare come “muffe e lombrichi” al pubblico ludibrio.

Recentemente, si parla dell'ottobre scorso, gli stessi PM di Palermo hanno dovuto, a seguito proprio delle parole del loro testimone, che raccontava di frequentazioni strette e continuate con Riina e Provenzano, procedere nei suoi confronti , e lo hanno indagato per "concorso esterno", il più blando dei reati relativi alla criminalità organizzata.

E ancor più recentemente, a Massimo Ciancimino è stata tolta la scorta, visto che ha dimostrato di poterne fare comodamente a meno, quando ha intenzione di andare a sbrigare affari poco chiari.

Tutto questo lo ridisegna come una figura un po' diversa rispetto a quanti hanno voluto e vogliono ancora farcelo passare per il Salvatore della Patria.

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