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Quei giorni di febbraio del 1921. Un tentativo di resistenza al fascismo alle porte di Firenze.

di Marco Ottanelli

 

Quando ancora il fascismo non si era impadronito del potere, ma quando il Potere già si era completamente asservito al fascismo, in quel lungo ma, alla fine, non risolutivo periodo che va dal 1921 alle leggi fascistissime del 1925, molte e di ogni genere furono le resistenze alle violenze squadriste ed al regime montante, annullate però, anzi, soverchiate dalle molte, e di ogni genere, complicità e compromessi con Mussolini e il suo partito.

Ricorre in questi giorni l'anniversario di uno di quegli episodi un po' eroici, un po' ingenui, ma molto tristi e sicuramente tragici di tentativo popolare di fermare l'onda fascista, che tenteremo di raccontare senza retorica, come fosse un fatto di cronaca. Ma un fatto che merita tutto il nostro rispetto.

Tutto inizia con un omicidio.

E' il 27 febbraio 1921. Nel pieno centro di Firenze, nell'operaio quartiere di San Lorenzo, nella sede sindacale dei ferrovieri e dei reduci e mutilato di guerra di ispirazione socialista, si sta preparando per la stampa l'ultimo numero della rivista “L'Azione comunista”, foglio locale che si ispira al neonato partito massimalista, e che ha trovato, in Toscana e specie tra i ferrotranvieri, molte adesioni.

Fondatore dell'Azione, così come uno dei più combattivi sindacalisti, era stato Spartaco Lavagnini.

Lavagnini, cortonese di nascita, aveva sempre fatto parte dell'ala più estremista ed intransigente del Partito Socialista, e aveva visto la scissione di Livorno come una necessaria conseguenza della Storia, che all'epoca era ancora intrisa del sangue della Grande Guerra e che vedeva ancora in pieno divenire le rivoluzioni russe, ungheresi, e le rivolte “rosse” in molte parti d'Europa. Spartaco (omen nomen) a quelle rivolte, a quegli ideali, a quelle rivoluzioni, ci credeva. Fermamente. Ci aveva sempre creduto. Nel 1919 era stato uno dei fautori dei “bocci-bocci” come, con una bella storpiatura tutta fiorentina, vennero chiamati i tumulti dei “bolscevichi che spaccano i cocci”, scioperi e manifestazioni che scossero la Toscana, e tentò di far aderire (senza successo) il sindacato ferrovieri italiano al grande sciopero “comunista” internazionale, sempre del 1919.

Quella sera, la piccola tipografia in via Taddea (stradina popolare famosa per aver ospitato a suo tempo Carlo Lorenzini, in arte Collodi) era in preallarme: gli scontri, anche violenti, con le squadracce fasciste, si erano susseguiti per mesi, in città, e qualcuno ci aveva rimesso la pelle.

E proprio il 27 febbraio era accaduto un fatto gravissimo: una manifestazione “patriottica” di liberali era stata assalita, in vicolo Antinori, da un non meglio identificato attentatore che scagliò una bomba sul corteo, ferendo a morte un manifestante ed un carabiniere. Un collega di questi, nella confusione e nel fuggi fuggi che seguì l'esplosione, uccise con un colpo alla testa un passante, tale Gino Mugnai.

Spartaco Lavagnini quindi venne invitato dai suoi compagni a nascondersi finchè le cose non si fossero calmate, ma, come detto poco sopra, egli decide di recarsi lo stesso in via Taddea. Quasi come previsto, all'imbrunire un gruppo di fascisti (pare fossero addirittura una trentina) irrompe in tipografia, individua il sindacalista, e lo uccide.

Su suo corpo vengono trovati quattro colpi di arma da fuoco. Per disprezzo, i fascisti lasciano il cadavere con una sigaretta in bocca. La notizia si propaga immediatamente, e la situazione, già esasperata dall'attentato pomeridiano, precipita.

Gli amici e colleghi di Lavagnini, i ferrovieri, bloccano treni e stazioni. Viene proclamato uno sciopero generale provinciale. E si tirano su le prime barricate. Cominciano gli scontri, in particolare nel quartiere di San Frediano, dove la solidarietà tra operai è fortissima. Si blocca il ponte Sospeso (oggi ponte alla Vittoria), si blocca piazza del Carmine, si bloccano le strette stradine dell'Oltrarno. Gli scontri con i fascisti si fanno feroci. La barricata sul ponte resiste ad un attacco, ma un giovane fascista, Gianni Berta, alla testa del manipolo di squadristi (secondo la versione del foglio comunista Prometeo) o casualmente nei paraggi (secondo la versione fascista), viene circondato da insorti, bastonato, e gettato nell'Arno in piena, dove affogherà. (Berta, oggi dimenticato, diventerà un eroe celebratissimo nel ventennio).

Dopo un paio di giorni interviene, con colpevole ritardo, la Forza Pubblica. Camionette e truppe di polizia, carabinieri ed esercito si muovono verso le zone in rivolta. Portano con sé mitragliatori e piccoli cannoni. Sparano.

La resistenza dura poco, con qualche episodio tragicomico: mentre gli uomini sono impegnati per le strade, da tetti e balconi le donne gettano acqua bollente e tegole. Da una finestra viene lanciato unlavandino di marmo (!), che colpisce e mette fuori uso un'autoblindo.

Ma è fuori città che avvengono gli episodi più clamorosi, e drammatici, in particolare a Scandicci ed Empoli.

Scandicci, che all'epoca era il comune di “Casellina e Torri”, aveva una giunta socialista, con a capo il vivacissimo sindaco Silvio Cicianesi. Il 28 febbraio, quando anche in quelle zone agricole giunge notizia della morte di Spartaco Lavagnini e dei moti di Firenze, egli convoca la popolazione in piazza. Si teme una vera e propria occupazione fascista del borgo, e si delibera una sorta di mobilitazione generale. Assessori e consiglieri comunali si mettono a capo di squadre di cittadini, che presidiano tutto il territorio. Viene bloccata, con tronchi d'albero e materiale vario, la via Roma (che porta dritto a Firenze), la strada verso Casellina, e, soprattutto, viene costruito quello che viene chiamato “il trincerone” sul ponte a Greve, altro collegamento con Firenze. Mentre i pochi carabinieri locali si chiudono in caserma, centinaia di cittadini passano la giornata e la notte a presidiare le barricate. Vengono rifocillati dal vino dei casali vicini e dalla pastasciutta cucinata in un cucinone da campo dal parroco, don Giulio Cioppi.

La sera del 30, una camionetta di carabinieri tenta di attraversare il ponte, ma viene fatta oggetto di colpi da fuoco. I militi scappano abbandonando il mezzo. Ma la mattina dopo arriva l'esercito. Un reparto di artiglieria, sorprendendo i rivoltosi, che si aspettavano il giungere dei fascisti, si attesta lungo il fiume Greve, e, con una batteria di cannoni da 75, spazza via il blocco. Contemporaneamente altri reparti aprono le barricate negli altri nodi, e, mentre i cittadini scandiccesi si danno alla macchia, occupano la cittadina. È solo a quel punto che arrivano, con calma, i fascisti.

A loro viene concesso tutto: assalgono il municipio, le sedi di sindacati e cooperative, e rastrellano i dintorni casa per casa. Si consumano vendette. Uno degli assessori, Vittorio Michelassi, viene catturato, legato ad un albero, picchiato, e lasciato lì, oggetto di scherno, per tutta la giornata. Decine di persone vengono bastonate, o “arrestate” e portate via. (L'anno seguente, a marcia su Roma avvenuta, sia Michelassi che il sindaco Cicianesi verranno processati e condannati, rispettivamente, a 10 e 15 anni di carcere).

Nel frattempo, a Empoli, città ben più popolosa di Scandicci, le cose vanno ancora peggio. Se nei giorni 28-30 una forte presenza operaia e social-comunista aveva tenuto il centro abitato ed i suoi dintorni in una specie di irreale calma armata, il 1° marzo accadde la tragedia.

In Empoli e nei paesi vicini si vive ormai da giorni in un clima sospeso: le notizie degli scontri a Firenze e la “rioccupazione” di Scandicci scuotono gli animi, ma gli antifascisti sono sicuri di poter resistere, complice la natura “di sinistra” della popolazione. Si organizzano vere e proprie compagnie di difesa, che si pongono a presidio di strade, incroci, piazze. Il traffico ferroviario è, ricordiamolo, interrotto, ed essendo Empoli snodo principale per i treni tra Firenze e la costa, è naturalmente un obiettivo strategico. La attesa dell'attacco si fa spasmodica, quando da Livorno, dove i dirigenti sindacali si trovavano in presidio permanente, giunge una notizia: due camionette di fascisti, scortate dai carabinieri, stanno per dare l'assalto.

L'unico punto di ingresso alla città, via Chiarugi, viene circondato da centinaia di operai e cittadini in armi in attesa del momento dello scontro.

La notizia frettolosamente inviata da Livorno però è solo parzialmente vera, e quella parzialità porterà ad uno dei peggiori equivoci del “biennio rosso”: sì, due camion carichi di uomini si muovono verso Empoli; sì, sono scortati dai Carabinieri; sì, devono raggiungere quanto prima i loro obiettivi.

Ma non si tratta di fascisti. I “civili” trasportati altro non sono che giovani marinai in borghese ai quali è stato comandato di ripristinare i collegamenti ferroviari visto il perdurare degli scioperi e delle violenze. Ma questo ad Empoli nessuno lo sa, se non forse il comandante locale dell'Arma che, comunque, tace la informazione. L'errore pare essere dovuto alla concitazione dei sindacalisti che, vedendo partire dal porto di Livorno, tra militari e divise varia, un gruppo di civili, li ha scambiati proprio per squadristi.

Nel pomeriggio del 1° marzo, dunque, i camion entrano in via Chiarugi. Qua le fonti si fanno confuse, pare che da una delle vetture parta un colpo di fucile, ma non vi è alcuna certezza a riguardo. Di sicuro parte l'assalto degli empolesi che scaricano le loro armi sugli ignari marinai.

Il primo camion sbanda, conta due morti, ma riesce a rimmettersi sulla carreggiata e si allontana correndo. Il secondo invece si blocca, e da esso scendono, confusi spaventati e feriti i marinai ed i carabinieri di scorta. La folla si accanisce sui presunti fascisti, li cattura uno dopo l'altro, e li lincia sul posto. Qualche fuggitivo viene nascosto dai contadini della zona, ma un carabiniere viene raggiunto presso una fattoria, bastonato a morte, ed il suo corpo viene gettato nell'Arno.

Prima che qualcuno riesca a spiegare la effettiva natura della “spedizione”, si contano ben nove morti ed altrettanti feriti.

Inevitabilmente, il giorno dopo, giunge l'esercito da Firenze, che occupa e rastrella Empoli ed il circondario. Circa mille persone vengono arrestate, mentre molte altre decine si daranno alla fuga, rifugiandosi in parte nella Repubblica di San Marino. Saranno poi tutte estradate nel 1924, quando saranno processati, con altri coimputati, per quello che passò alla storia come l'eccidio di Empoli.

E, come da copione, dopo l'esercito arrivarono i fascisti, quelli veri, che non si risparmiarono nessuna violenza e saccheggio. Per conquistare la vicina Fucecchio, le squadracce devono richiedere la collaborazione dell'esercito e sostenere una vera e propria battaglia, che costerà ancora morti.

Nel territorio, scontri, scaramucce, omicidi si susseguono fino a tutto giugno. Le repressioni si faranno sentire, come scritto, anche negli anni futuri.

Comincia così, un anno e mezzo prima della Marcia su Roma, la fascitizzazione della Toscana e d'Italia.

26 febbraio 2010

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