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Spagna ed Europa, per parlar d'Italia.

di Marco Ottanelli

Dopo aver analizzato sul campo la situazione della crisi spagnola prima delle elezioni, ci è parso doveroso fare il punto su come la Spagna, ed il nuovo governo, stiano affrontando questa seconda fase di instabilità economica. Approfitteremo di questa circostanza per analizzare anche quel è accaduto e che sta accadendo nella Unione Europea.

Come sappiamo, le elezioni spagnole del 20 novembre scorso hanno portato ad una vittoria del Partito Popolare, che ha prevalso praticamente ovunque, tranne che in Catalogna e Paesi Baschi, dove è stato di poco superato dai locali nazionalisti. Le uniche due province nelle quali il PSOE ha mantenuto la maggioranza sono state quella di Siviglia, all'estremo sud, e quella di Girona, all'estremo nord. Insomma, una batosta, per Zapatero, per il candidato socialista Rubalcaba, e per la storia stessa del loro Partito.Un vero trionfo invece per i Popolari e per il nuovo premier Mariano Rajoy, che si assicurano la maggioranza assoluta nelle Cortes ed il 44% dei voti. Tutto, comunque, largamente previsto.

La campagna elettorale del PPE era stata estremamente facile, viste le circostanze: puntando tutto sui temi economici, i popolari avevano accusato Zapatero di non aver saputo reagire alla crisi e alla speculazione internazionale, e di aver “messo le mani nelle tasche degli spagnoli” con aumenti di imposte e tagli pesantissimi. Nel puro stile populista che è una cifra costante nelle destre occidentali, Rajoy aveva promesso che non avrebbe ulteriormente gravato con nuove tasse i suoi concittadini. Non avrebbe alzato le tasse. Non avrebbe aumentanto le imposte.

Come è finita? Per sintetizzare, basta questa frase del quotidiano El Pais: José Luis Rodriguez Zapatero ci ha messo sei anni per fare una svolta a 180 gradi e fare il contrario di quanto aveva sempre promesso. Mariano Rajoy, ci ha messo sei giorni.

Quello che infatti ha fatto, ha dovuto fare il nuovo esecutivo è stata una ulteriore manovra a suon di restrizioni e balzelli, anche se il pretesto politico è stato quello di aver trovato i conti in disordine per colpa dei socialisti (che rigettano l'accusa).

Molto più seria è invece la spiegazione tecnica che ha dato indirettamente il ministro dell'economia, Luis de Guindos Jurado, che ha sostanzialmente fatto capire di voler, con una cura choc, anticipare i dictat della Unione Europea.

Facciamo molta attenzione a questa decisione, perchè ci riguarda da vicino, come europei, e perchè aiuta a mettere in chiaro quel che in Europa è accaduto in questo ultimo anno e mezzo:

nonostante la martellante campagna antiberlusconiana di certa stampa italiana, non era certo stato il solo Berlusconi a ricevere una lettera dalla BCE, lettera che suggeriva, anzi, dettava con la forza della imposizione, i provvedimenti e le strategie da prendere per salvare, diciamola finalmente, non solo la economia di quei Paesi in crisi, ma sia l'Europa stessa, intesa come “Germania & altri”, sia come “Euro”. Portogallo, Grecia, Spagna, Italia, Irlanda: a tutti è stata consegnata la richiesta, ferma e inemendabile, di un piano economico-finanziario severo. Zapatero la ricevette, e, a differenza del nostro governo, non l'ha mai resa completamente nota al pubblico.

Nonostante la martellante campagna problerlusconiana di certa stampa italiana, quel che è accaduto in Italia non è un isolato e contingente golpe contro il povero Silvio: è parte di una strategia generale volta a raggiungere ed assicurare determinati obiettivi a livello comunitario e mondiale, strategia alla quale non sono estranee le altre potenze economiche del globo.

La eccezionalità del caso italiano è stata la sostituzione di un governo con un altro tramite un passaggio quirinalizio senza elezioni; a differenza di Grecia, (dove seconde elezioni in un anno sono state evitate con il bluff della proposta del referendum sugli aiuti europei), Portogallo, Irlanda e Spagna, da noi non si è votato, non si è legittimato il nuovo esecutivo, né si è bocciato il vecchio attraverso le consultazioni democratiche. Perchè?

Due, a nostro avviso, le possibili risposte, che non necessariamente si escludono a vicenda: la prima, è che le tensioni sociali, l'odio tra le parti, la violenza verbale e non solo verbale tra gli opposti schieramenti, sempre volti a demonizzare l'avversario in una perversa spirale di aggressioni, menzogne, minacce, anatemi e reciproche accuse di compiere quotidianamente un “golpe”, avrebbero reso intollerabile, per il quadro europeo, lo svolgersi di elezioni che dovevano necessariamente chiarire, definire e legittimare, e non intorbidire, oscurare, confondere il risultato in un mare di campagne mediatiche de-leggittimanti; la seconda, è che fosse opionione diffusa, in Europa, che nessuno degli eventuali vincitori fosse minimamente in grado di affrontare, sia politicamente, sia a livello di consenso, sia, soprattutto, tecnicamente, il grave momento. Inutile mettere dei populisti incapaci al posto di altri populisti incapaci. Meglio degli esperti, fuori dalle logiche clientelari dei partiti e dai doppi, triplici, quadruplici ricatti intrecciati della nostra classe politica.

E così, ecco il governo dei tecnici, e dei banchieri. Conflitti di interesse? A bizzeffe, ma, a vedere la situazione, forse persino voluti. Noi abbiamo Passera e un'altra bella fetta di Intesa- San Paolo, al governo; Monti è stato (fino al novembre scorso!) nel comitato direttivo del gruppo Bildelberg, e international advisor per la controversa banca d'affari Goldman Sachs. Ma che dire dei partners europei sottoposti alla “cura Trichet- Draghi”? I governi greco e portoghese sono infarciti di uomini di fiducia della BCE, e quello spagnolo...bhe....che dire del ministro Guindos Jurados, che non solo è consigliere della Endesa (la Enel locale, potentissima) e della casa che edita El Mundo, il principale giornale moderato del Paese, ma che è stato anche responsabile esecutivo per Spagna e Portogallo della Lehman Brothers (protagonista del più clamoroso e disastroso fallimento della storia moderna, fallimento che ha generato la crisi del 2008, e, indirettamente, la attuale)?

È evidente, e non entriamo nel merito della discussione se ciò sia un bene o un male, che la conessione politica-finanza, (e l'apparato industrial-bancario, il cui perno è la Germania), in Europa, difronte ad una crisi senza precedenti, si fida solo di sé stessa, e che per uscire da una situazione che spaventa, anzi, terrorizza (sono ormai molti i commentatori europei che hanno evocato, più o meno a sproposito, la guerra, in caso di crollo dell'Euro e della UE, compreso un ministro, il polacco Rostowski, e, in una dichiarazione indiretta, persino la Merkel), questa “connessione” ha deciso di appaltare i governi delle economie nazionali ad una sorta di mega comitato continentale di personaggi di estrazione, come dire... definita. Nulla di complottista, comunque, tutto alla luce del sole.

Se non siamo certo arrivati alla guerra, tutto questo però non ha portato alla pace definitiva: la rottura con il Regno Unito guidato da Cameron, rottura che ha il peso di una secessione, i dubbi della Polonia, la nuova falla dell'economia ungherese, stanno mettendo a durissima prova la solidarietà comunitaria. Persino Francia e Germania si distinguono in strategie, accelerazioni, frenate, iniziative, progetti e finalità.

I Paesi in difficoltà non possono che scegliere con chi schierarsi. Monti ha esplicitamente detto di voler costruire una intesa perfetta con la Francia; Rajoy, immediatamente, ha dichiarato che la Spagna non intende più andare di pari passo con l'Italia, anzi, ha manifestato apertamente irritazione per il tentativo del nostro Paese di formare un ipoterico “terzetto dei grandi” Roma- Berlino-Parigi, con l'esclusione, appunto, di Madrid, ed ha annunciato una forte collaborazione con la Germania, che a sua volta non ha atteso molto per ricambiare il favore, esprimendo un apprezzamento piuttosto clamoroso per le misure appena annunciate dagli iberici. E Monti non ha mancato di rimarcare le differenze con la Merkel, attraverso una dichiarazione insolitamente dura, per la diplomazia italiana, agli stessi giornali tedeschi.

Ma di quali misure, tornando alla Spagna, si tratta? Il governo Rajoy ha, come abbiamo detto all'inizio, fatto una campagna elettorale bastata sulla promessa che nessuna tassa sarebbe stata aggiunta alle pesanti manovre di Zapatero degli ultimi anni. Però, in una settimana, è stato reso noto un dato estremamente preoccupante: il deficit della Spagna, nel 2011, avrebbe raggiunto l'8%. Una enormità, se si pensa che il nostro deficit è attorno al 4,5% (il deficit è relativo all'anno fiscale, il debito pubblico è la somma di tutti i deficit nel tempo).

A quel punto, i Popolari hanno annunciato agli spagnoli non solo una sfilza di aumenti su servizi e tariffe, non solo un poderoso piano di riassetto dei servizi pubblici, non solo una severissima politica di blocco del turn over in tutti i settori, compresi l'istruzione e la sanità, ma, in contemporanea, la più grande riduzione della spesa pubblica della storia dal ritorno della democrazia (8 miliardi e 900 milioni di tagli spietati in tutti i settori) ed un provvedimento che era finora stato tabù: l'innalzamento di tutte le aliquote dell'Irper, aliquote che saliranno dallo 0,75% sui redditi più bassi (che pagheranno quindi il 24,75%) fino al 7% dei redditi superiori ai 300 mila euro, che passeranno quindi a pagare dal precendente 45 fino al 52% di irpef. Se si calcola che a dette maggiorazioni si devono aggiungere le addizionali regionali, il reddito netto ed il potere d'acquisto dei cittadini spagnoli subiscono un colpo durissimo, al quale nessuno era preparato.

Come se non bastasse, si paventano nuovi aumenti dell'IVA (già salita di due punti nell'anno passato), il blocco dei trasferimenti a progetti internazionali (compresi gli aiuti ai Paesi del Terzo Mondo), ed un rigido e severo controllo sui bilanci e le spese delle Comunità Autonome (le grandi regioni spagnole), cosa che ha reso furibondi in particolare baschi e catalani, le cui spinte indipendentiste non sono mai state un mistero, e che in una simile misura vedono un inaccettabile centralismo e dirigismo.

La batosta è stata forte, ed i media spagnoli non lo nascondono. In compenso, il famigerato spread dei bonos spagnoli con i bund tedeschi sembra aver preso definitivamente la via della discesa a livelli accettabili (siamo poco oltre i 300 punti, mentre, ricordiamolo, lo spread btp- bund viaggia ormai inarrestabile sopra i 510-520). Questo ha permesso una discreta riduzione degli interessi da pagare alle prossime scadenze.

È notevole una circostanza: lo spread spagnolo è sceso nonostante gli interessi dei bund siano in caduta libera. Ricordiamo che spread altro non vuol dire che “forbice, differenziale, differenza percentuale” tra i titoli di riferimento (quelli della Germania) e gli equivalenti degli altri Paesi. Dire che “aumenta lo spread” significa che un titolo di una certa nazione pagherà interessi maggiorati rispetto a quanto non paghi la Germania ai suoi sottoscrittori. Quindi la differenza tra i due limiti può aumentare sia quando sale l'interesse di un titolo di un Paese, sia quando scende quello sui titoli tedeschi.

Ebbene, in questi giorni si è verificato un fenomeno non sconosciuto, ai mercati, ma comunque singolare: i titoli tedeschi a sei mesi hanno dato un rendimento negativo, il – 0,1. Questo significa che chi compra bot tedeschi, chi, insomma, presta soldi alla Germania, non solo non avrà un centesimo di guadagno, ma perderà di fatto parte del suo capitale, che resterà nelle casse di Berlino. Lo stato germanico quindi si fa pagare per permettere agli investitori di impiegare i suoi soldi nei bund.

Ma chi sarebbe così matto da fare un investimento che comporta una sicura perdita? Bhe, a quanto pare, milioni di persone, se è vero, come è vero, che l'asta di quei titoli a tasso negativo ha avuto il doppio delle richieste rispetto ai bund disponibili. Per comprarli, c'è stata la fila, e la metà degli aspiranti non li ha potuti aquistare!!

Tutto questo mentre i nostri Bpt offrivano succosi interessi oltre il 7%! Cosa significa, tutto ciò? Che i mercati considerano così rischiosa la situazione italiana ed europea in generale da non cedere alle sirene dei facili guadagni, e che preferiscono mettere il denaro sotto la mattonella dell'economia tedesca, in un'ottica che sostanzialmente è quella del “meglio rimetterci lo 0,1 e garantirsi il capitale che rischiare con la lotteria Italia e perdere tutto!”.

Un quadro paradossale e per noi preoccupante, che vede i titoli spagnoli, con il loro 6, 5% di rendimento, sottoposti sì a tensioni ma rientrati in una fascia di sostenibilità.

A questo punto, la ottava potenza economica mondiale, l'Italia, si trova in concorrenza di credibilità ed affidabilità con Paesi strutturalmente meno ricchi, meno potenti, con meno risorse, ma con, evidentemente, maggiori capacità.

La lezione di quanto è avvenuto e quanto sta avvenendo in Spagna, Paese che spesso si usa come paragone con il nostro, è duplice:

La prima lezione, è che i governi di Italia e Spagna, guidati di volta in volta dai socialisti di Zapatero, dalle destre di Berlusconi, dai popolari di Rajoy e dai tecnici di Monti, hanno fatto, e stanno facendo, sostanzialmente le stesse cose, applicando più o meno e stesse identiche misure, governando la crisi nella stessa identica maniera, limitati comunque nella loro possibilità di scelta e nel loro margine di manovra dagli obblighi dei trattati comunitari e dalla BCE. E questo perchè la crisi è sistemica, non locale.

La seconda è che il risultato dipende essenzialmente da tre cose: dal modo in cui si applicano le misure (certezze del risultato, studio delle conseguenze, tempismo, scientificità); dalla serietà, preparazione, concretezza, coerenza (soprattutto: coerenza!) della classe politica; in terzo luogo, dal livello di salute del tessuto sociale, del sistema, dell'insieme di tutto quello che è un popolo, una nazione, uno stato, un Paese. Le misure della Spagna stanno avendo un qualche riscontro soprattutto perchè lo Stato ha dimostrato di essere in grado di contenere la spesa corrente, (dato che per adesso l'Italia non è in grado di mostrare) e perchè la zona grigia, quella delle economia illegale e malavitosa, è, in Spagna, infinitamente più piccola della nostra. Il tasso di corruzione della classe politica, poi, sia per le norme costituzionali, sia per le leggi ordinarie, sia grazie al “codice Zapatero” sulla etica negli uffici pubblici, è crollata e garantisce serietà.

C'è una ultima considerazione che non sfugge certamente ai più, che si intreccia con la legittima domanda: “si poteva fare qualcosa di diverso?”. Ebbene, c'è da considerare che l'Europa ha una maggioranza politica fortemente di destra. Tutte le elezioni, nazionali ed europee, sono state vinte dalla destra. Il presidente della Commissione Europa, Barroso, è di destra. La maggioranza nel Parlamento Europeo, è di destra. In tutti i Paesi europei, salvo Danimarca, Austria e Cipro, governa la destra. La politica di concertazione e quelle nazionali dunque non sono, non possono essere altro, che politiche di destra. Affrontiamo la crisi usando probabilmente ingredienti necessari, ma la ricetta è di destra. E le recenti elezioni ci dicono che i popoli, democraticamente, lo hanno confermato, lo hanno chiesto. Lo hanno voluto. Quindi la risposta alla domanda va data in questi termini: sì, si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso, se la sinistra fosse maggioritaria, (o non maggioritariamente appiattita sui programmi della destra, come da noi), e le cose probabilmente cambieranno, quando la sinistra europea sarà in grado di offrire soluzioni praticabili, accettabili, intelligenti e appetibili per l'elettorato.

Compito di una sinistra seria è quello di usare questo periodo drammatico per darsi un programma, dei leader preparati, di prestigio, capaci di una visione del futuro in prospettiva, e di recuperare stima e fiducia nei confronti della nazione intera. In Spagna, a soli due mesi dalle elezioni, con le dimissioni irrevocabili di Zapatero e con la convocazione di un congresso che si presenta rigoroso, ed in Francia, con delle primarie senza esclusioni di colpi, lo stanno già facendo, lo hanno già fatto. E in Italia?

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