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Se invece di revisione della spesa si dice spending review suona meglio?
di Marco Ottanelli

“θ come tosare il maiale: tanto casino, e poca lana”
detto toscano


Uno dei due cardini di un qualsiasi bilancio è la spesa; l'altro, come si sa, è l'introito. Entrate e uscite, insomma. Dal bilancio familiare a quello imprenditoriale a quello industriale fino a quello statale, la musica è sempre quella: se si hanno poche entrate e troppe uscite, si va a gambe all'aria.

 

Tutti i soggetti che sono costretti a considerare questo equilibrio, però, tutti possono, in caso di difficoltà, intervenire solo sulle uscite, cioè spendere meno, sempre meno, rinunciando a qualcosa, fino a che non giungano tempi migliori; solo lo Stato, invece, per la sua caratteristica di coercitività, è in grado di intervenire sulle entrate, stabilendo di imperio che cittadini, imprenditori, imprese gli versino (tramite quelle che chiameremo per semplicità tasse) sempre di più. Una bella comodità.


Però la via della spremitura infinita dei cittadini non è la soluzione, come si sa. Perché un bilancio sbilanciato si avvii verso il pareggio, sarebbe bene che anche lo Stato intervenisse sulla sua spesa, visto che fino ad ora si è assistito solo ad un mostruoso incremento delle entrate attraverso un susseguirsi spasmodico di imposizione di nuovi balzelli o aumenti di vecchi balzelli, oltretutto quasi tutti concernenti l'imposizione indiretta, e quindi la più ingiusta, in netto contrasto con i principi costituzionali dell'art. 73, quello che dice che Il sistema tributario è informato a criteri di progressività, ma ormai, questa Costituzione, a chi interessa più...

E siccome ad aumentare le tasse è buono qualsiasi provolone, allora qua ci vuole una seria riduzione della spesa, con provvedimenti strutturali seri, di lungo respiro, che chiudano la voragine che inesorabile si allarga nei nostri conti pubblici. Ne avevamo già parlato in un nostro articolo, e lo ribadiamo: se non si riducono sprechi, storture, disattenzioni, inutilità, paradossi e se non si sceglie con cura cosa tagliare e come. Tutto questo oggi si chiama spending review, e pare che detto così, in inglese, rassicuri i mercati. Ma di mercati e di inglese riparleremo poi.

 

Ripetiamo i concetti per non perderli per la strada: ad aumentare le tasse ogni mese è bravo qualsiasi provolone, per ridurre con scienza e coscienza le spese per sempre, ci vorrebbe un tecnico. E, guarda caso, il nostro attuale governissimo è proprio fitto fitto di fior di tecnici dai curriculum lunghi così! Siamo in una botte di ferro, allora? Per risponderci, vediamo come il nostro esecutivo e la sua immane maggioranza (una alleanza PD-PDL-UDC che levati!) stanno affrontando la cosa.

Lo spendig review è una operazione di economia politica e di politica economica tra le più complesse e profonde che si possano immaginare, perché si tratta di trasformare letteralmente un intero Paese, le sue strutture, le sue abitudini, il suo [mal]funzionamento. A chi dunque viene affidata tale impresa? Al presidente del consiglio Monti? Al ministro dell'Economia, che poi è sempre Monti? O al superdicastero dello Sviluppo e delle Infrastrutture di Corrado Passera?

No. il tutto è delegato a Piero Giarda, che è il ministro per i Rapporti con il Parlamento. La circostanza ci lascia alquanto perplessi, visto che una cosa come il rivedere l'intero apparato della spesa e delle uscite dello Stato è un elemento terribilmente tecnico, specifico, e che deve anzi essere tenuto, nella sua progettazione almeno, lontano dal guazzabuglio di quel parlamento e di quei partiti che hanno letteralmente causato il disastro, da 60 anni a questa parte. Eppure, è ai Rapporti con il Parlamento (un ministero di coordinamento che ha sempre avuto tutt'altro ruolo) che si da l'incarico. Ci nasce un primo dubbio.

 

Il secondo e più sostanziale dubbio ci sorge quando proviamo a cercare sul sito del ministero la proposta, il progetto, le idee che contraddistingueranno questo gigantesco piano di ristrutturazione nazionale: se all'inizio siamo ben incoraggiati dall'incontrare una sezione del sito stesso appositamente dedicata alla questione, che si intitola proprio “SPECIALE SPENDIG REVIEW” (così, in maiuscolo), analizzandone il contenuto siamo assaliti dalle perplessità.

A parte una serie di link ad interviste a giornali e quotidiani, l'unico documento di sostanza che troviamo è un “rapporto” (lo chiamano così) del ministro Giarda. Lo leggiamo, e ci rendiamo conto di tre cose:

  1. non è un documento su cosa il governo si appresti a fare, non ci sono indicazioni su quali misure saranno prese, su quali risparmi si concentrerà l'azione dell'esecutivo, ma è una dotta relazione, dal titolo “Dinamica, struttura e criteri della spesa pubblica” che in definitiva fotografa lo stato attuale delle cose, attraverso la loro evoluzione nel tempo. Quindi, descrive il problema, non propone nessuna soluzione.

  2. è scritto in un linguaggio accademico praticamente incomprensibile. Sono 51 pagine di concetti economici e di grafici tecnici che nessun comune cittadino è in grado di decifrare. Un atto di trasparenza (pubblicare il rapporto su internet) è quasi nullo se il documento pubblicato è nebulosissimo. Pur sicuramente dando elementi, numeri e dati, la forma scelta per renderli noti è del tutto fuori dai canoni della divulgazione, e sinceramente non si capisce neanche a quale pubblico il ministro si rivolga. O perlomeno non lo si capisce fino alla pag. 50 del documento, laddove troviamo il terzo degli aspetti che ci lascia assai perplessi:

  3. quello che abbiamo trovato sul sito del ministero, e che abbiamo faticosissimamente letto dall'inizio alla fine, non è un atto pubblico del ministro Giarda, ma è, lo scopriamo con immensa sorpresa, una relazione privata del privato cittadino Giarda alla privata Università Cattolica di Milano, quella dove incidentalmente insegnava lui, datato 31 maggio 2011, quando il privato cittadino Giarda manco si sognava che sarebbe, di lì a sei mesi, diventato ministro della Repubblica. Quel documento, presentato in un contesto ufficiale, governativo, altro non è che una dotta, accademica per l'appunto, prolusione di un certo professore in una certa università di certo ambiente culturale. Tutto quel che è lì scritto, dati, numeri, grafici, percentuali, cifre, dunque, per quando possa essere probabilmente esatto, non è ufficiale, non è materiale di riferimento utile a nessuno a livello legale o anche solo politico. È un parere personale di un tizio (eminentissimo, per carità, ma pur sempre un tizio) al quale nessun deputato, nessuna amministrazione, nessun ente locale o nazionale può prestare fede in termini formali. Giarda si è pubblicato il compitino, compitino pure vecchio (ha quasi un anno, ed in un anno le cose son cambiate, e quanto son cambiate!), e la faccenda finisce lì. Inusuale, irrituale, e molto molto deludente.

 

Allora non ci rimane che cercare le intenzioni, il programma, il progetto politico, negli altri documenti linkati, cioè nelle interviste di Giarda ad un buon numero di giornali. Dall'insieme di informazioni che riusciamo a ricavare, risulta che il metodo prevede una presentazione, entro aprile 2012, di un “primo rapporto sulle criticità”; poi, della costituzione di gruppi di lavoro nei vari ministeri, e la collaborazione tra gli stessi (e ci mancherebbe); in seguito si procederà alla revisione e rinegoziazione (review) dei contratti in scadenza per forniture di beni e servizi; tutto il resto necessiterà di tempi più lunghi.

Nel merito, il ministro intende centralizzare il controllo degli acquisti. In realtà uno strumento esiste già, si chiama Consip, ma pare che non funzioni per niente. Forse perché manca la trasparenza, che andrebbe imposta con il rendere obbligatorio a tutte le amministrazioni la pubblicazione di tutte le e spese effettuate, voce per voce, fornitore per fornitore? Chiede il giornalista Enrico Marro del Corriere nell'intervista del 12 marzo. “ è una buona idea, ci penseremo”, risponde il tecnico professore Giarda. Ma qualche idea sua la ha, e la espone nell'intervista a Carlo Bertini della Stampa il 10 aprile scorso: per risparmiare, visto che le ultime finanziarie e manovre di Berlusconi hanno già tagliato 110 miliardi (ndr: non sarà questo che ci ha salvato dalle fauci dello spread?), e visto che pare logico richiedere alle amministrazioni di compare “matite, energia, benzina e fucili” ai prezzi minimi del mercato, rimane ormai solo da intervenire nel “razionalizzare i servizi pubblici sul territorio” e prendere in considerazione, è il suo auspicio, in un arco di tempo da qui a sei anni, la “chiusura” di scuole, università, prigioni, uffici del lavoro, prefetture, caserme. Ma, appunto, questo è un auspicio: per adesso, si tratta di razionalizzare ed economizzare le spese correnti.

 

Quello che non si farà. Di sicuro, come ampiamente dibattuto nei giornali in queste settimane, non si risparmierà un solo centesimo né sui costi immani dei nostri apparati politici (una dispendiosa commissione è stata nominata a novembre per adeguare gli stipendi dei nostri politici a quelli europei: dopo essersi addentrata in astrusi quanti inconcludenti calcoli comparativi, si è sciolta), né si risparmierà un solo centesimo sui rimborsi elettorali ai partiti (il trio PD-UDC-PDL ha parlato chiaro: non molliamo! e il viceministro Grilli ha esplicitamente dichiarato in TV, a Ballarò, che, dopo aver imposto tasse imposte e aggravi fiscali a cittadini, pensionati, disoccupati, lavoratori a suon di decreti legge, il governo non intende intervenire sulla questione, che è “compito dei partiti”); non si parla di sanzioni verso le amministrazioni locali (comuni, regioni, Asl) che violano gli obblighi di bilancio (quindi continueremo a pagare malgestioni e fallimenti), né un solo centesimo di quanto risparmiato con lo spendig review o recuperato dalla lotta all'evasione sarà destinato alla riduzione della pressione fiscale. Anzi, il previsto provvedimento in tal senso, è stato eliminato dal pacchetto fiscale che poi è stato approvato definitivamente tanto di questione di fiducia (l'ennesima) e quindi.

La misura del risparmio. Alla fine, dunque, abbiamo cercato di capire quanto lo Stato, dopo commissioni, comitati, studi e coordinamenti di ministeri, abbia intenzione di tagliare, anzi, di risparmiare sui circa 800 miliardi di spesa annua della nostra bella Italia. Una cifra ufficiale ancora non c'è, ma dalle interviste si quantifica l'intenzione di arrivare a circa 4-5 miliardi.

Ecco dunque una nostra ulteriore perplessità: 4- 5 miliardi? Ma non sono niente! Sono lo 0,5-0,6%, niente!

Ma è niente non solo in assoluto sulla spesa (non pretendiamo mica che si taglino ulteriormente pensioni, stipendi, investimenti), ma lo è anche su quella parte della spesa che proprio Giarda assicura essere al centro della sua azione, ovvero quella relativa all'acquisto di beni e servizi, che ammonta (dato del 2011) a ben 136 miliardi di euro! Ma possibile che i nostri espertissimi ministri tecnici, nel mare magnum dello spreco che un qualunque gabibbo può loro mostrare ed illustrare in ogni angolo del nostro Paese, non riescano neanche a ridurre del 10% questo solo comparto, cosa che porterebbe il review ad un consistente 13 miliardi annui? Possibile?

 

Ora, sperando che questi 5 miliardi siano per anno, arriviamo (se tutto va bene, in mancanza di una “buona idea” che controlli i controllori) ad una cifra di 25 miliardi in un quinquennio. E perché diciamo proprio “un quinquennio”? Perché c'è un altro Paese europeo, messo maluccio con il suo debito pubblico, che ha deciso di fare una rigorosa spending review, il Regno Unito. È per questo motivo che, alcuni paragrafi prima, accennavamo all'inglese... Ebbene, il governo di Cameron ha predisposto un piano di intervento che, in appunto un quinquennio, intende tagliare e razionalizzare la spesa pubblica per un totale di 97 miliardi di euro, cioè quasi 20 all'anno, e tutto questo in un Paese dove i tassi di inefficienza, corruzione ed evasione fiscale sono nettamente inferiori ai nostri.

97 miliardoni che saranno risparmiati e riversati nel sistema-UK per accrescerne attrattiva, progresso, competitività, il tutto accompagnato da un consistente piano di riduzione della pressione fiscale. Certo, non saranno tutte rose e fiori, alcuni pesanti tagli al welfare ci sono stati e ci saranno, e alcune imposte specifiche sono stata alzate, ma è il risultato totale quello che conta.

Diavolo di un'Inghilterra, verrebbe da dire! Questi isolani ne sanno sempre una più del diavolo! Ma come fanno ad essere tanto capaci? Ecco, paradosso dei paradossi: Cameron ha affidato l'elaborazione dello spending review non a commissioni e sottocommissioni, ma ad una agenzia privata italiana, la BravoSolution. Che, mettendo a disposizione il suo patrimonio informatico e le sue eccellenti capacità di elaborazione (ha studiato, realizzato, impiantato e sta facendo marciare a pieno ritmo un software mostruoso che è in grado di esaminare, comparare, classificare milioni di documenti di spesa al giorno, e di comunicare in tempo reale a tutte le amministrazioni chi come e perché spende meglio in beni e servizi), è riuscita ad appaltarsi un incarico tanto prestigioso quanto, immaginiamo, remunerativo. Sembra di tornare ai tempi di Guglielmo Marconi, che, scoperto il telegrafo senza fili, dovette emigrare a Londra per combinare qualcosa. La Bravo suggerisce poi di mettere immediatamente in rete tutti i risultati delle sue analisi. Come potrà un cittadino britannico, dice la Bravo, tollerare che un comune spenda per uno stesso bene e servizio molto di più di quanto non faccia il comune limitrofo? Ehm, ci sembra una buona idea...rimane da capire come è possibile che in Italia i cittadini tollerino che i Presidenti della Toscana, dell'Umbria e dell'Emilia Romagna guadagnino meno di 8 mila euro al mese, mente i Presidenti di Sardegna, Puglia e Sicilia ne intaschino più di 14 mila, e come possano tollerare il fatto che un vaccino per il papilloma virus sia stato acquistato in Lombardia a 69 euro, ed in Sicilia a 104, e senza alcuna gara.

Ecco, il programmino ed il piano italo-britannico prevedono di impedire tutto questo.

Quanta eccellenza italiana “sprecata”, quanto PIL perduto, quanta crescita lasciata al vento. E che buon naso, che apertura mentale internazionale, ha dimostrato, il Governo di Sua Maestà! Qualcuno si scandalizzerà forse per questa intromissione dei privati e degli stranieri in un affare di bilanci pubblici, e siamo sicuri che nulla è a costo zero: qualcuno, quei 97 miliardi, li pagherà, ce li rimetterà. Ma guardando agli obiettivi e alle metodologie italiane e ai corrispondenti britannici, crediamo sinceramente che nel nostro esecutivo tecnico qualcosa, qualcosa di serio, proprio non vada. Il ministro Giarda non è alle prime armi, è stato sottosegretario nei governi Dini, Prodi, D'Alema e Amato (quindi, lo si dovrebbe classificare come un politico, e di sinistra), e sa perfettamente bene che per risparmiare e razionalizzare la spesa ci vuole impegno, coraggio, inventiva, progettualità, perché ad aumentare le tasse....il provolone, sai, no?

E tra i dubbi che nel seguire questa storia ci son venuti, se ne è aggiunto un altro: ma i mercati, i famosi e terribili e immani mercati ai quali tutto è dovuto, che son sensibilissimi e delicati al punto da risparmiarci le loro terribili ire solo per un po' di sobrietà, i mercati premieranno di più il taglietto di Giarda ed il suo ignorare la voragine dello spreco politico e parapolitico, o la mossa di Cameron e della agenzia italiana ( alla quale ha dato sì alto incarico?

Forza, forza, coraggio, ministro, coraggio! Dagli inglesi non prenda solo la terminologia, in italiano spending review si dice riduzione della spesa: non sappiamo se suoni meglio ed invogli di più; ma provi a vedere se, esaminando i metodi altrui, le viene, per dire, una buona idea.

 

19 aprile 2012

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