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Il Fondo Monetario: che diavolo è, come funziona, ed è così subdolo e perverso?
di Marco Ottanelli

 

Sconquassati dalla crisi, e accecati dalla montagna di spazzatura informativa sulla presunta uscita dell'Islanda dal Fondo Monetario Internazionale (una notizia falsa che sta invadendo il web), gli italiani hanno sentito ultimamente parlare spesso di questa organizzazione. Essendo essa ormai onnipresente nella economia mondiale, ed essendo però molto poco conosciuta nei suoi meccanismi, abbiamo pensato di spiegarne struttura e funzionamento.

Nato da un ristretto club di 29 nazioni nel 1945, oggi fanno parte del Fondo Monetario, quindi sono co-decisori e co-finanziatori del suo capitale, ben 187 Paesi del mondo su 193 stati riconosciuti alle Nazioni Unite. Quindi il 97% dei popoli e dei governi sono rappresentati e cooperano in questa organizzazione internazionale, e ne determinano la politica.

Nato come coordinamento tra le nazioni per scongiurare crolli tipo quello del 1929, il Fondo, in stretto collegamento con la Banca Mondiale, è via via passato, soprattutto dopo la fine del cambio fisso dollaro-oro e dopo la grande esplosione del “debito” degli anni '80, a gestire le crisi nazionali ed internazionali. Inizialmente boicottato dal blocco comunista, oggi vede tra i suoi maggiori componenti la Cina Popolare, mentre persino la isolata Myanmar (Birmania), i comunisti Vietnam e Laos e lo spirituale regno del Buthan hanno da tempo aderito. Assenti solo Cuba, Nord Corea, Vaticano e pochi altri minuscoli territori. È tradizione non scritta che il direttore generale del Fondo monetario sia un europeo, mentre altrettanto tradizionalmente è un americano il direttore generale della Banca mondiale.

Il suo sistema di funzionamento e di votazione è piuttosto complesso e ha spesso dato adito a grandi perplessità tra una certa parte degli studiosi, perché è indubbio, anzi, conclamato, che la sua filosofia di intervento sia quella capitalista, e che le sue decisioni siano influenzate, se non condizionate, dalle economie maggiori della Terra, tra le quali preponderano gli USA.

Questo perché al FMI si aderisce attraverso una sottoscrizione di quote (quasi fossero azioni) ed il versamento di un capitale in parte in valuta nazionale, in parte, obbligatoriamente, in Diritti Speciali di Prelievo (Special Drawing Rights, SDR), che sono l’unità di conto propria del FMI (determinata da un paniere di quattro valute: dollaro, Euro, Yen, Sterlina). Ogni Stato ha minimo 250 di queste quote, più tanti quanti vuole/riesce ad acquistarne. Ciò serve, oltre che a determinare il ruolo economico dei paesi membri all'interno dell'organizzazione, anche a determinarne il potere di voto, che non è assoluto (1 Paese, 1 voto), ma, come si dice, ponderato, relativo, cioè, al peso che ogni economia ed ogni sottoscrizione hanno nei confronti delle altre. Detto in soldoni: più quote hai, più quote compri, (e per comprarle devi avere tanti SDR, e quindi valuta pregiata: ecco perchè, tra le altre cose, ci conviene avere l'euro!), più conta il tuo voto.

Tutto è molto complesso, ma in definitiva significa che più ricco e potente è uno Stato, più pesante sarà il suo voto. Tanto per capirci, gli USA, che sono il primo dei sottoscrittori (con più di 42 miliardi di Diritti), dispongono di un voto che pesa il 17% del totale. Il secondo in classifica, il Giappone, ha un voto che pesa il 6,2%; il terzo, la Germania, ha circa il 5,8, seguono poi a parimerito Francia e Regno Unito; sesta è la Cina, e, forse inaspettatamente per qualcuno, settima è proprio l'Italia, con un voto che pesa il 3,16% a fronte di un “capitale” di circa 7 miliardi di SDR. L'Islanda, per tornare alla smentita del suo presunto abbandono, ha il suo bel voto, come tutti gli altri, anche se conta solo lo 0,08%. Pochino davvero.

Questa differenza tra paesi forti e paesi deboli determina l'intero funzionamento del Fondo: infatti, raramente si giunge ad una effettiva votazione che comporti il computo delle percentuali dei favorevoli o contrari ai provvedimenti in discussione, piuttosto si procede con il metodo del consenso (si cerca cioè un accordo al quale tutti addivengano senza opposizioni formali); è comunque pacifico che nessun atto possa essere approvato contro il volere delle nazioni più rappresentative, contro la loro percentuale di capacità decisionale, che diventa sostanzialmente una sorta di veto. Insomma, il Fondo Monetario Internazionale non prenderà mai una via che possa irritare gli Stati Uniti d'America, che d'altronde son quelli che ci mettono i quattrini e, per quanto in minor parte, il discorso vale per Giappone ed Europa. Incidentalmente, la sede del Fondo si trova a Washington D.C.

Il più vasto organo rappresentativo è il Consiglio dei Governatori (Board of Governors) composto da un “Governatore” per ognuno dei Paesi membri (per l’Italia il ruolo è coperto dal Ministro dell’Economia e delle Finanze) e si riunisce una volta l’anno, in occasione degli “Annual Meetings”. A tale organo competono le decisioni in tema di ammissione di nuovi membri e di rimodulazione delle quote. Ma il principale livello decisionale è occupato da altri due organi, il primo dei quali, il Comitato Monetario e Finanziario Internazionale (IMFC) è composto dai Governatori dei 24 Paesi maggiori contribuenti, e definisce gli indirizzi strategici del FMI, ed il secondo, il Consiglio Esecutivo, che esercita l’amministrazione dell’ente, è composto da 24 Direttori Esecutivi.

Questi direttori sono nominati in un curioso sistema basato su “circoscrizioni elettorali” sovranazionali, le cosiddette costituencies, composte da varie nazioni, che accentuano il carattere non paritario del Fondo. Infatti, mentre i 5 paesi con il maggior numero di voti (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito) possono nominare direttamente il proprio Direttore, i rimanenti direttori sono eletti ciascuno dai paesi appartenenti a un dato raggruppamento (la constituency).

L’Italia fa parte di una constituency che comprende anche Albania, Grecia, Malta, Portogallo, San Marino e (addirittura) l'asiatica Timor Est, e ne è il Paese leader, il che significa che il Direttore di questo gruppo è sempre un italiano. Nelle constituencies che non hanno un Paese leader riconosciuto, i paesi componenti si alternano nella rappresentanza. Oltre ai 5 grandi e all'Italia, solo il Canada, la Cina e l'Arabia Saudita hanno un proprio rappresentante fisso in Consiglio in quanto a capo delle rispettive costituencies, anche se, per complicare le cose, Cina e Arabia non sono rappresentate in quanto Paesi a sé (privilegio che spetta ai 5 grandi), ma perché costituiscono una costituency a sé stante.

Il Consiglio Esecutivo siede in “sessione continua”, vista la costanza delle dinamiche dell'economia, gestisce l’amministrazione corrente e decide sull’erogazione dei fondi, ma è a sua volta controllato dall’IMFC (e quindi i 24 paesi più ricchi che compongono quest'ultimo tornano ad esercitare un ulteriore ruolo) ed è presieduto dal Direttore Generale del FMI.

Il Direttore Generale è eletto per un mandato di 5 anni (rinnovabile) e, come si è detto, per prassi è un europeo. Attualmente in carica è la francese di destra Christine Lagarde, fino a giugno 2011 ministra dell'economia del suo Paese, che ha sostituito il connazionale socialista Dominique Strauss-Kahn, travolto dalla nota vicenda giudiziaria.

Tutto questo ambaradan di governatori, direttori, organismi, in definitiva, cosa fa, a cosa serve?

Gli antimonetaristi, una piccola frangia para-keynesiana (in grave errore, peraltro, visto che Keynes fu uno degli ideatori e fondatori del FMI) ed alcuni ambienti social-comunisti, direbbero: “controlla l'economia del modo in chiave neoliberista”; i liberali ed una buona fetta di governi (compresi quelli democraticamente eletti ovunque, dall'Australia alla stessa Islanda) affermano che regola e contiene le crisi intervenendo su piani scientifici strutturali, facendo da contraltare, opposizione e contrasto a quella “speculazione” che proprio la parte social-comunista-antiliberista addita come il peggiore dei problemi.

Difficile dire chi abbia completamente torto, e chi completamente ragione. I fattori da tenere in conto sono comunque i seguenti:

nessuno Stato è obbligato a far parte del Fondo, anzi, per essere ammesso, deve superare un duro e non facile esame.

Tutte le adesioni comportano l'accettazione volontaria di un eventuale e concordato intervento del Fondo, che non impone niente.

Tutti gli interventi sono basati non su ricette precostituite nelle stanze di Washington, ma sui piani ed i progetti (le manovre) dei singoli governi, che le sottopongono al Fondo il quale, se li giudica buoni, interviene con massicci prestiti, sostegno economico-finanziario e aiuti tecnici.

Ovviamente nessuno si può aspettare che un piano economico palesemente "anticapitalista", per usare un termine banalizzante, possa essere accolto in quella sede con entusiasmo; ed ovviamente la capacità di solida indipendenza, autonomia, autodeterminazione di un governo che chiede aiuto al Fondo è proporzionale alla sua forza intrinseca, che non è data [solo] dalla sua potenza in termini di popolazione, armi e PIL, ma dalla sua coerenza, intelligenza e capacità gestionale; ed in questo senso l'Islanda ha insegnato molto.

Il FMI, ha come funzione principale, nel senso di costante e continuativa, quella che ne è l'essenza, quella di sorveglianza, soprattutto, diremmo, sulla “solvibilità” dei paesi aderenti e sulla loro capacità (o meno) di contenere le il deficit (la differenza tra le spese e le entrate pubbliche).

È pur vero che, nel corso dei decenni, la sorveglianza, le ispezioni e le consultazioni con i paesi aderenti hanno portato ad una certa omologazione delle politiche e dei sistemi economici, ma questo non è necessariamente un male, se si pensa che fino al secolo scorso le guerre, e non solo doganali, per motivi di concorrenzialità economica erano frequenti.

L'altra, e più incisiva funzione, è quella di assistenza finanziaria, che si espleta in una serie di misure, (alcune di recente definizione, create per far fronte agli shock finanziari degli anni '90) che, in definitiva, sono prestiti a tassi differenziati, dal “quasi zero” rivolto ai paesi più poveri ed inguaiati, a tassi sostanziosi per paesi che subiscano, come dice il Fondo, “improvvisi e massicci deflussi di capitali”. Questa ultima condizione è forse la più criticata, in questo momento storico, perché, usata con una certa rigidità nei default di Russia e Argentina, non ha prodotto molto più che “lacrime e sangue”, nel breve-medio periodo. Eppure, in termini di fattori macroeconomici, sia Russia che Argentina hanno poi cominciato a correre e crescere a livelli molto alti (per quanto viziati da forti sperequazioni, soprattutto in Russia), facendo apparentemente ribaltare di 180° l'affermazione sarcastica di Keynes (che dobbiamo citare ancora) “nel lungo periodo saremo tutti morti”, dato che i morti, purtroppo a volte in senso letterale, se si sono avuti, si sono avuti nell'immediato.

Ma nonostante questo, è proprio il più famoso dei neokeysiani, Paul Krugman, premio Nobel 2008, che recentemente ha molto apprezzato le ultime politiche dell'organizzazione: lodi al Fondo si trovano spesso, da un paio di anni a questa parte, sul suo blog “La coscienza di un liberale” sul New York Times nel quale ha attribuito alla direzione Strauss-Kahn il merito di aver fatto fare al Fondo “un impressionante lavoro di ricerca e di aver portato un ventata di aria pulita nel dibattito politico”1.

Perché in effetti un'aria nuova si è respirata, dal 2005 in particolare, con l'introduzione di nuovi piani e strumenti di intervento (l'Exogenous Shocks Facility ed il Policy Support Instrument), che hanno modificato globalmente i metodi ed i risultati.

Ultimo punto, e decisivo: come già detto, gli aiuti del Fondo, che sono solo in parte prestiti, per il resto sono direttive e misure volte a “catalizzare altre fonti di finanziamento pubbliche e private”, vengono erogati solo su piani e progetti presentati dal Paese richiedente. Tanto più solida e coerente sarà la manovra del governo richiedente, tanto inferiore e limitato sarà il ruolo degli uomini in grigio del FMI. Essi per obbligo hanno una missione di durata limitata (3-5 anni al massimo), dopo la quale lasciano definitivamente alla politica nazionale ogni decisione.

Per concludere: il bilancio di quasi 70 anni di Fondo Monetario non è ancora stato tracciato. A grandissimi successi, intesi più come lento ma positivo coordinamento tra economie e cambi, si sono contrapposti drammatici o parziali fallimenti. Due cose appaiono certe, però: una, che il Fondo non è controllato da oscuri massoni, ma dai governi dei popoli del mondo, che tra loro collaborano e decidono in pacifico accordo. Due, che tutti i Paesi della Terra hanno premuto per entrare nell'organizzazione, e per accedere ai suoi benefici. Il che vuol dire che, forse, tanto malaccio, lì dentro, non si sta.

 

 

1cfr. in particolare l'articolo Does IMF Stand for Impressive Macroeconomic Flexibility? del 7 marzo 2011.

 

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