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Il costo della benzina: una proposta motivata.
di Marco Ottanelli


In questo momento nel quale siamo tutti Piccoli Economisti, è quasi una vergogna provare a fare una povera proposta, invece che la solita protesta, per provare a dar fiato alla nostra affannata bilancia dei pagamenti.

No, non siamo economisti, non siamo esperti, non siamo in grado di fare previsioni di lungo termine su bond e spread, siamo armati solo del nostro domestico buon senso. E con questa sola banalissima arma proviamo a dire la nostra. Lasciateci, per una volta, essere leggero come il clima vacanziero pare imporre, e provare a dare un suggerimento per una piccola strategia di crescita.

Crediamo che si debba abbassare il prezzo dei carburanti e degli altri idrocarburi. Crediamo che si debbano abbattere le accise e le altre imposte che gravano su benzine e gasoli, e crediamo che lo si debba fare subito, in modo sensibile e consistente, ed ad un livello tale da avvicinare il prezzo al dettaglio di carburanti, riscaldamento, energia ad un livello che sia inferiore o uguale rispetto a quello medio calcolato sul prezzo alla pompa dei paesi confinanti (Francia, Svizzera, Austria, Slovenia e Croazia).

Non vorremmo che questa idea passasse come una mossa di infimo cabotaggio populista, e per questo proveremo a spiegarne la motivazione, le motivazioni. Esse sono raggruppabili in quattro grandi categorie:

 

Concorrenza

Storicamente, costantemente, caparbiamente, l'Italia ha mantenuto artificiosamente i prezzi dei carburanti più alti rispetto agli altri paesi del mondo, con pochissime eccezioni, ed in particolare più alti dei suoi partners (e concorrenti) europei. Non c'è stata legge di mercato, non c'è stato trattato di libera circolazione, non c'è stata moneta unica che abbia tenuto: da noi, da sempre, per sempre, la benzina costa più che altrove. E ogni volta che c'è bisogno di quattrini, lo stato non sa fare altro che aggiungere un ulteriore balzello ai tanti che già gravano sui carburanti, facendo scattare in su il prezzo finale. Oltre ai costi industriali e di distribuzione, che già pesano in modo maggiore in Italia, abbiamo anche sempre fatto in modo di essere fortemente sconvenienti, e di subire le conseguenze di questa poco oculata scelta.

In un mondo dove la mobilità, lo spostarsi, il viaggiare di uomini, merci, mezzi e materiali è in costante crescita esponenziale, essere i più cari nei trasporti non può che provocare danno. Ogni anno milioni di turisti scelgono le loro destinazioni in base ai costi complessivi del viaggio. Quando nei paesi limitrofi, che offrono spiagge, mari, arte, servizi, divertimenti, cultura ai nostri livelli e spesso a livelli superiori, viaggiare, spostarsi, muoversi, costa molto meno, è ovvio che la scelta si sposti fuori dall'Italia.

L'Italia non ha occasionalmente i prezzi più alti, dicevamo, ma li mantiene strutturalmente. È talmente alta la consapevolezza di questo, e delle sue deleterie conseguenze, che per decenni abbiamo pagato la benzina ai turisti e ai viaggiatori stranieri. Sembra fantascienza, ma fino alla metà degli anni '90 lo stato italiano ha spremuto i suoi cittadini e ha rilasciato, all'estero e alle frontiere, i buoni carburante ed i buoni autostradali affinché qualche turista si lasciasse vincere dal fascino delle nostre rovine (in tutti i sensi) e si spingesse lungo la penisola. Si pensi che una serie di leggi (la 32 del 19 marzo 1973, la 660 del 30 dicembre 1980, la 31 del 1980, la 44 del 1982, la 154 del 36 aprile 1985, e poi ancora la 192 dell'86 e la 217 dell'89: storicamente, costantemente, caparbiamente!) leggi più volte integrate ed aggiornate, dicevano: “I buoni per l'acquisto della benzina sono emessi dall'Ente nazionale italiano per il turismo e dall'Automobile club d'Italia e possono essere venduti soltanto all'estero e dagli uffici di frontiera con pagamento in valuta estera. I buoni saranno rilasciati per un quantitativo di 150 litri per anno solare utilizzabili nell'intero territorio dello Stato. Un ulteriore contingente di buoni di benzina corrispondente a litri 200 per anno solare può essere acquistato, con le stesse modalità di cui al comma precedente, per essere utilizzato esclusivamente nelle regioni Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.

E questa generosa norma aggiungeva: “In connessione con l'acquisto dei buoni benzina utilizzabili nell'intero territorio dello Stato, sono assegnati buoni pedaggio autostradale per un valore complessivo di L. 10.000, da utilizzare sulla rete autostradale italiana posta a nord della congiungente Roma-Pescara. A ciascun acquirente dell'ulteriore contingente di buoni benzina di litri 200, utilizzabile nelle regioni specificamente indicate nel precedente art. 1, sono assegnati ulteriori buoni pedaggio autostradale, per un valore complessivo di L. 16.000, da utilizzare esclusivamente sulla rete autostradale posta a sud della congiungente Roma-Pescara. I buoni pedaggio di cui al presente articolo sono assegnati a titolo gratuito e la loro eventuale mancata utilizzazione non dà diritto ad alcun tipo di rimborso”.

Quanti miliardi di lire ci è costato, questo trucchetto, questo specchietto per le allodole? Quanti invece ne sono costati, agli automobilisti e camionisti italiani, i prezzi pieni che dovevano pagare? E quanto ha pagato la economia del paese intero, per una scelta che non faceva altro che prelevare denaro dalle tasche dei cittadini (molto più di quanto lecitamente accettabile a chiunque, se agli stranieri davamo benzina gratis!) per poi gettarlo nell'immenso spreco del debito nazionale e delle intoccabili prebende?

Che logica è mai, quella di un paese costretto agli sconti per i turisti, che non sceglie invece di essere conveniente? È l'ovvia logica che ha portato milioni di nostri turisti italiani ad andare in vacanza proprio nei paesi dove tutto costa meno, compreso il carburante, e ha spostato migliaia di aziende proprio negli stessi paesi dove energia, trasporti, riscaldamento costando meno abbattono costi di produzione e distribuzione.

 

Convenienza finale.

Ecco, qua si apre appunto il concetto di convenienza finale nel tenere i prezzi dell'energia sempre esageratamente alti. La convenienza, a mio avviso, è poca, pochissima. Abbiamo eliminato i buoni carburante per gli stranieri, ma siamo stati costretti ai buoni carburante per i residenti frontalieri, nel disperato tentativo di arginare il fenomeno del “pieno oltre confine”. Le regioni Lombardia, Trentino Alto Adige e Friuli V. G. danno gran soldi pubblici (di tutti gli italiani) ai loro residenti nel tentativo (inutile) di colmare il gap che li divide dalle nazioni circostanti.

Ma che sia un metodo poco conveniente, lo hanno capito in Val d'Aosta.

E quando in Piemonte si cerca di tornare nella normalità, ecco che qualcuno si inalbera.

Tutto questo, ovviamente, non impedisce né rallenta affatto il flusso costante di persone che con mezzi privati ed aziendali va a riempire il serbatoio qualche centinaia di metri oltre la frontiera. E cosa significa, ciò? Significa che tutta quella massa di accise, tasse e IVA che gravano sui nostri carburanti non vengono incassate dallo stato italiano, che regala invece clienti e miliardi alle nazioni limitrofe.

Nel frattempo, una qualsiasi merce, prodotto, persona, vettura, camion che percorra la distanza che separa il sud d'Italia dal cuore dell'Europa costerà/spenderà molto più di quanto non costi/spenda un omologo proveniente da Spagna, Balcani, Est del continente. Le nostre merci, i nostri prodotti, i nostri trasporti giungono ai confini europei con già il gravame di un costo di circa il 30% in più a chilometro. L'unico modo per abbattere tale differenza è diminuire i costi del lavoro, la sicurezza, la legalità. Può essere questo conveniente? E tanto più a sud, quindi, tanto da più lontano parte il prodotto, tanto maggiore sarà il costo. Un gran bel modo per favorire lo sviluppo del meridione.

 

Ricarico a lungo termine.

Diciamo una banalità se affermiamo che aumentare l'energia, ciò che tutto muove, scalda, produce un immediato aumento di tutti i prezzi di tutti i servizi ed i generi di consumo? Aumentare il prezzo dei carburanti è uno dei modo più sicuri ed immediati per generare inflazione dal nulla. L'inflazione, che è data da mille fattori del mercato e della politica monetaria, è un difetto cronico della economia. Ma l'inflazione indotta con un metodo moltiplicatore quale quello dell'aumento del costo-base di tutto, quello appunto dell'energia, è un difetto politico. È una scelta che, in un periodo di crisi e recessione, provoca effetti devastanti e contrari ad un qualsiasi buon senso, buon senso che dovrebbe portare a scelte opposte, quando i cali dei consumi e dei commerci e della produzione e dei mercati imporrebbero stimoli per l'economia.

Nel breve e medio termine, aumentare il prezzo dei carburanti con tasse e balzelli porta all'aumento dei generi alimentari, delle materie prime, dei ricarichi di trasporto e stoccaggio, delle spese di manutenzione e servizio di ogni comparto della economia, dalla agricoltura all'industria, e all'aggressione al reddito delle famiglie, sia per tutti gli aumenti qua elencati, sia per la crescita dei costi vivi relativi ad auto, riscaldamento, condominio, spese degli ambienti di lavoro. E quindi, nel lungo periodo, ciò che un aumento esagerato (e quello italiano lo è!) dei prezzi dei carburati produce, è una contrazione della economia se non la sua depressione. E tutto questo mentre i nostri prodotti e servizi diventano sempre meno competitivi rispetto ai concorrenti mondiali.

Ma, si dirà, per lo meno aumentano gli introiti delle casse pubbliche. Sbagliato.

Lo stesso dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia rende noto che lo Stato ha incassato nei primi mesi del 2012 ben 3,5 miliardi di euro in meno rispetto alle attese. Quindi, nonostante tutte le nuove tasse e tutti gli aumenti dell'IVA, si spende così poco che lo stato ci perde. E per quanto riguarda proprio gli idrocarburi, il consumo dei prodotti petroliferi nel complesso ha registrato una contrazione del 14,1% su anno. Inutile pensare di spremere il limone, se i limoni non ci sono.

 

Geografia.

La geografia di un paese è determinante per la sua economia. L'Italia ha una geografia assolutamente peculiare, nella sua penisnularità. Il territorio nazionale è per la sua massima parte lontano da qualsiasi altro paese. Per raggiungere le frontiere, o perchè dalle frontiere si possa arrivare in qualsiasi località italiana, non ci sono alternative o “giri” possibili. Dobbiamo affidarci unicamente ai nostri carburanti, alle nostre autostrade, alle nostre infrastrutture e ai prezzi ed i costi dei tutto ciò. Chi viaggia sa perfettamente che per andare al nord o all'est si valutano sempre molti fattori: conviene prendere le autostrade gratuite della Germania, o passare dalla Svizzera con il suo bollo autostradale? Conviene tagliare dalla Francia, e dirigersi sulle sue ottime statali, o puntare attraverso Lussemburgo e Belgio? Ed è meglio scavalcare al Brennero o girare dalla Slovenia? Milioni di auto, camion, tir e soprattutto milioni di tonnellate di merci e prodotti decidono ogni giorno il loro itinerario in Europa in base alla convenienza dei trasporti. L'Italia, lunga e stretta, non può fare altro che muoversi “in sé stessa” e sperare di attrarre al sud la più gran quota di merci e turisti possibili. In un paese come il nostro, dalla geografia obbligata e con la assoluta necessità di far sviluppare il meridione, il costo artificiosamente più caro dei carburante (unito a quello non indifferente delle autostrade, e alla loro qualità spesso disastrosa), impone una assurda tassa, un balzello esorbitante dal mercato, che cresce proporzionalmente con la distanza dalle frontiere. Una sorta di lento suicidio economico programmato, e gestito con costanza cinquantennale. Una politica furba avrebbe cercato di sottrarre ai corridoi europei tanto più mercato possibile, ed avrebbe cercato di tenere bassi i prezzi dei nostri prodotti abbattendo il costo di energia e trasporto, invece che accanirsi per cinquanta anni in devastanti svalutazioni e, oggi, sul costo del lavoro, che è solo una delle tante parti che fanno il bilancio di una azienda. Tenendo conto poi che il potere d'acquisto di un italiano è mediamente inferiore a quello di un suo qualsiasi omologo europeo, il danno risulta doppio, la sottrazione di reddito risulta maggiorata, e conseguentemente la economia interna rimane strangolata.

La potente economia tedesca, ricordiamolo, offre carburanti a buon prezzo, energia a buon prezzo, autostrade gratuite.

Quale conclusione possiamo trarre dunque da questa analisi della situazione? Semplice: in Italia, mantenendo sempre altissimi i prezzi dei trasporti (anche dei treni! Anche delle navi! Anch'essi consumano energia!), delle costruzioni (costruire = consumare energia) delle produzioni (per produrre, dalla zucchina in serra al latte nelle stalle, dal pane e dolci ai cibi in scatola, dalle fabbriche agli altoforni, si bruciano idrocarburi) e, per contaminazione, per induzione, per contagio, di tutto il sistema di produzione e di consumo, si è fatta una scelta economica e fiscale di primaria ma scellerata importanza.

Un paese come il nostro che non è riuscito mai, mai, a costruire e laddove necessario imporre una fiscalità capillare, attenta, equa e progressiva, così come imposto dall'art. 53 della Costituzione, ha puntato, e sta puntando tutto, sulla fiscalità indiretta e moltiplicatrice, quanto di più iniquo possa esistere. L'Italia ha rinunciato a tassare, ho ha vergognosamente sottotassato, intere aree geografiche, interi comparti economici ed interi gruppi di interessi. I soldi allora devono essere spremuti da qualche altra parte, ed ecco che si ricorre alle imposte sui carburanti, una vera moderna tassa sul macinato. Chi è più povero, pagherà, alla fine della giostra, molto di più in proporzione di chi è più ricco. E dato che l'IVA viene calcolata anche sul alcuni trubuti (una cosa abbastanza vergognosa), l'aumento di queste ultime si accumula, si somma e si moltiplica, passaggio dopo passaggio, fino al povero consumatore, fino ad ogni cittadino, fino a tutti i cittadini, fino, quindi, a quel sistema – Italia che continua a richiedere sempre più soldi, e ad accumulare inesorabilmente più debito. Forse le cose dovrebbero essere cambiate, potremmo provare a cominciare da piccoli passi quali quello del costo del motore ideale che fa marciare il paese.

 

Una postilla

Rimane da chiedersi perché diavolo una simile nefasta situazione sia stata mantenuta in essere da decenni, non accenni a diminuire, e anzi sia sta accentuata persino dal governo dei tecnici che ci hanno appioppato un'altra dose di rincari, accise ed aumenti.

La risposta potrebbe essere scovata in due dati, il nostro rapporto debito/Pil, che è arrivato alla cifra record, mai raggiunta prima, del 123,3% ed il nostro debito pubblico, che si avvia trionfalmente alla stratosferica cifra di 1.970 miliardi di euro. Due indicatori che significano solo una cosa: il sistema paese è stato gestito male, governato male, amministrato male, ha subito scelte economiche sbagliate.

E non pare di vedere, salvo un taglio alle pensioni lì ed una privatizzazione agli amici degli amici là, alcuna inversione di tendenza. Il sistema-Italia persiste, caparbiamente, nelle sue scelte scellerate, le cura, le coccola, le adora. La battaglia demenziale, disastrosa, folle e fallimentare per mantenere la italianità di Aliatalia è sotto gli occhi della storia, mentre i responsabili ed i pochi che ci si sono arricchiti sulla pelle della comunità siedono tutti in Parlamento o in qualche grasso consiglio di amministrazione.

La battaglia demenziale, disastrosa, folle e fallimentare per estromettere gli investimenti stranieri e mantenere la italianità della Bnl e della Antonveneta è nella memoria di tutti noi, e la caparbietà di certi ambienti politici e finanziari che hanno sostanzialmente imposto al Monte dei Paschi di ricomprare la Antonveneta a 10 miliardi quando ne valeva solo 6, portando lo stesso Monte, e tutta la provincia di Siena, che sul Monte si regge, all'orlo del tracollo che per ora è stato evitato con robusti aiuti pubblici. (se avete tempo, guardate qua). Eppure i responsabili ed i pochi che ci si sono arricchiti sulla pelle della comunità siedono tutti in Parlamento o in qualche grasso consiglio di amministrazione.

Telecom Italia ha offerto per un decennio, in Francia, tariffe e servizi decisamente migliori che in Italia, mentre in Italia il mercato è precluso a Telecom France. E per un altro decennio in Italia siamo stati gli unici a pagare una commissione di 5 euro sulle ricariche telefoniche, il che ovviamente ci metteva fuori mercato, fino all'intervento della UE, recepito con il decreto Bersani. Eppure, ecc ecc ecc.

Non è follia, tutto questo? Non è deleterio e nefasto? Non è deleterio e nefasto che le nostre strade ed i nostri treni, soprattutto al Sud, siano in condizioni devastanti? Non è deleterio e nefasto che la Campania sia coperta da discariche abusive contro le quali nessuno manifesta, mentre assistiamo a sollevazioni di popoli e populisti contro quelle legali? E perché è sempre così?

La follia deleteria e nefasta di mantenere alto il prezzo della benzina non può che avere una spiegazione: a qualcuno conviene. A chi non paga le tasse, alla economia sommersa, alla economia a nero, alla evasione e alla elusione, a chi per un motivo o per un altro sfugge a contributi, Iva, imposte; la tassazione che questa massa di individui, aziende, ditte, società, intere comunità non paga, viene recuperata, parzialmente recuperata, spalmandola su tutti i 60 milioni di cittadini italiani. È qualcosa di più della già di per sé poco democratica tassazione indiretta: è una tassazione indiscriminata. E la esenzione di fatto da qualsiasi tributo tiene artificialmente in vita una parte ormai determinante (a livello elettorale, politico, economico) e parassitaria del paese.

Ma tutto questo, alla fine dei conti, conviene al sistema-Italia, quello fatto di buoni cattivi virtuosi e viziosi? Se convenisse, nel lungo termine, non avremmo raggiunto quel 123,3% e quei 1970 miliardi, ma questo è sotto gli occhi di tutti. Ma il lungo termine è cosa sconosciuta alla nostra classe dirigente, e al nostro popolo.



 Rilevazione Prezzi Europei di alcuni Prodotti Petroliferi del 23/07/2012 
I prezzi sono in Euro (tasse comprese).
fonte: sito del ministero dello sviluppo economico


Benzina
Senza Piombo

(1000 litri)

Gasolio
Autotrazione

(1000 litri)

Gasolio
Riscaldamento

(1000 litri)

Österreich

1.456,00

1.404,00

995,54

Belgique

1658,2

1.456,60

903,00

Bulgaria

1.266,39

1.297,07

966,97

Cyprus

1.284,39

1.310,30

1.041,53

Czech Republic

1.410,18

1.390,09

921,69

Danmark

1.716,49

1.505,46

1.515,14

Estonia

1.350,00

1.350,00

1.034,00

Suomi

1.677,00

1.528,00

1.153,00

France

1.567,20

1.400,00

960,10

Deutschland

1.660,00

1.485,00

924,50

Ellas

1.730,00

1.524,00

1.414,87

Hungary

1.465,52

1.481,15

1.481,15

Ireland

1.647,38

1.561,02

1.110,66

Italia

1.777,87

1.682,95

1.461,39

Latvia

1.390,41

1.360,24

979,62

Lithuania

1.395,86

1.309,91

872,91

Luxembourg

1.392,12

1.259,30

805,92

Malta

1.440,00

1.380,00

1.030,00

Nederland

1.754,00

1.437,00

870,00

Poland

1.339,11

1.320,10

942,61

Portugal

1.640,00

1.436,00

1.273,00

Romania

1.226,34

1.255,95

1.133,80

Slovakia

1.511,00

1.379,00

n.d.

Slovenia

1.433,00

1.320,00

957,00

Espana

1.430,15

1.378,38

930,10

Sverige

1.780,30

1.732,50

1.460,45

United Kingdom

1.695,49

1.766,09

883,14

Media EU (27 paesi)

1.625,93

1.488,27

1.012,48

Media EU (16 paesi)

1.645,66

1.468,36

998,21

 

02 agosto 2012

 

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