Per iscriverti alla nostra mailing list, inviaci un messaggio vuoto cliccando qui

 

 

 

 

 

 

 

Giro del mondo di fine 2013 (ed inizio 2014)

La situazione e gli ultimi avvenimenti nei principali paesi della Terra in quattro puntate
1) Africa 2) Europa occidentale 3)Europa orientale e Russia 4)Asia 5) Americhe

Di Marco Ottanelli

Prima puntata: AFRICA

MAROCCO- Il regno di sua maestà Mohammed IV sta attraversando un periodo di grande modernizzazione ed espansione economica. La nuova costituzione e le nuove legislazioni stanno costruendo uno stato che si appresta a divenire il più democratico ed il più laico della regione. Ancora una volta, il 2013 così come gli anni precedenti, si è concluso con uno scatto in avanti del PIL, del potere d'acquisto, della occupazione, con il conseguente calo della emigrazione che rimane però altissima, anche se non sempre motivata da una urgenza economica. E sul fronte della immigrazione sono molto interessanti e drammatiche le notizie di fine anno: da un lato, il Marocco, (paese che ha severissime leggi sulla immigrazione e che con estrema difficoltà- estrema!- concede la propria cittadinanza agli stranieri), per contenere l'arrivo di immigrati sub sahariani, ha deciso di costruire alla frontiera con l'Algeria un muro lungo dai 70 ai 450 km chilometri (la lunghezza dipenderà dal budget e da altre variabili all'esame del governo). Dall'altro, vive una sorta di conflittualità permanente con la Spagna, che si è vista costretta a blindare i confini di Ceuta e Melilla. Ma l'episodio di contrasto alla immigrazione più violento si è svolto nella direzione contraria: ad ottobre, due giovani spagnoli di Melilla sono stati uccisi dalla Marina Reale Marocchina perché con la loro piccola imbarcazione da diporto erano finiti, per errore, nelle acque territoriali del Marocco. Per strana sorte, oltretutto, i due ragazzi spagnoli erano di religione musulmana, e l'insieme ci mostra come le cose non siano mai a senso unico.

TUNISIA- Il paese dove hanno preso l'avvio le primavere arabe si trova in una perpetua crisi istituzionale. Ancora non è stata approvata la costituzione, ancora non c'è una legge elettorale definitiva, ed il governo del partito islamista Ennada, che pure ha vinto le consultazioni nel 2011col 37% dei voti, è costretto alle dimissioni: troppe tensioni, troppi scontri, troppi morti. Solo negli ultimi mesi si sono susseguiti conflitti armati con bande fondamentaliste e con moti di piazza di tendenza laica. E così, dopo gli assassinii di due importanti e popolari rappresentanti politici liberali e di sinistra, i deputati Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, la situazione è degenerata in violenze di ogni tipo. Le trattative per la formazione di un nuovo governo da parte dell'indipendente Mehdi Jomaa, ''hanno preso il via dopo tre rinvii consecutivi''. Promosse dal principale sindacato di Tunisi (Ugtt), tali trattative ''devono stabilire in particolare una data per l'assunzione ufficiale dell'incarico da parte di Jomaa e quindi delle dimissioni dell'attuale premier, Ali Larayedh'', come riferisce la Bbc. Gli islamisti di Ennahda, che guidano il governo della Tunisia dall'ottobre 2011, ''hanno accettato di lasciare l'esecutivo a condizione che parallelamente sia adottata la nuova Costituzione, in corso di elaborazione da due anni, e che sia fissato il calendario delle prossime elezioni in Tunisia", previste comunque nei primi mesi del 2014. L'approvazione della Costituzione non è questione di poco conto, non solo dal punto di vista puramente istituzionale, ma anche da quello sociale, dato che in essa si risolverà (almeno a livello ufficiale) il dilemma sui principi della sha'aria.

LIBIA- dopo la guerra d'intervento dell'Occidente che ha spazzato via il regime di Gheddafi, la ricca Libia è caduta nel disordine: le infrastrutture sono a pezzi, attentati e sparatorie insanguinano il paese, stragi di civili (45 morti a novembre a Tripoli, l'ultima a Bengasi, a metà dicembre, tredici morti) si susseguono a scontri tra bande e ceppi tribali (otto morti nella sola vigilia di Natale); la frattura tra Cirenaica e Tripolitania sembra allargarsi ogni giorno di più. A causa di tutto ciò, e per via dello strapotere delle milizie che controllano i pozzi petroliferi, l'economia è allo sbando. La Libia dipende fortemente dal petrolio (che rappresenta la quasi totalità delle sue esportazioni), ed oggi estrae circa 230 mila barili di greggio al giorno, contro il milione e seicentomila dell'era Gheddafi.
Lo stato non è più in grado di garantire neanche sé stesso, e tutti ricorderanno la tragica ed al tempo stesso grottesca vicenda dell'arresto-rapimento del primo ministro Ali Zeidan nell'ottobre scorso, la dimostrazione palese che la Libia ormai è solo un campo di battaglia. Gli stessi Stati Uniti, grandi patrocinatori del nuovo regime, hanno pensato bene di intervenire direttamente e di arrestare, nella pubblica piazza di Tripoli, un uomo sospettato di far parte di una organizzazione terrorista, scavalcando completamente le autorità locali, e dando quindi uno schiaffone alla sovranità libica. Oddio, questo l'hanno fatto anche in Italia, a pensarci bene.

Nel frattempo, il processo a Saif al-Islam, unico figlio di Gheddafi arrestato durante la guerra civile (gli altri o sono morti, o sono fuggiti in esilio), è iniziato a Zintan, in una sorta di tribunale sovrano che rifugge l'autorità di Tripoli, nel disinteresse più totale di quello stesso occidente che volle la caduta della sua potente famiglia.

 

EGITTO- Non accenna a placarsi la tragedia lungo il Nilo. Scontri, morti, attentati sono all'ordine del giorno, le vittime si contano a centinaia. Il nuovo regime processa e condana oppositori anche laici e democratici (a fine dicembre un tribunale del Cairo ha condannato a tre anni di reclusione Ahmed Maher, fondatore del Movimento 6 aprile, Mohamed Adel, anch'egli membro del gruppo, e  Ahmed Douma, attivista di spicco fra i protagonisti delle rivolte contro Mubarak e il governo del Fratelli Musulmani. Arrestati in novembre, i tre sono colpevoli di aver organizzato una manifestazione davanti alla sede della Corte suprema senza permessi), mentre, a seguito di un attentato ad un commissariato (14 le vittime) i Fratelli Musulmani, pur senza prove dirette di una loro responsabilità, sono stati dichiarati ufficialmente gruppo terrorista, capovolgendo ancora una volta le sorti della storia egiziana più recente. Ricordiamo che in agosto, dopo l'arresto del presidente Morsi, la piazza del Cairo, occupata dai suoi sostenitori (quasi tutti, appunto, appartenenti o simpatizzanti il Partito della Fratellanza Musulmana), era stata sgombrata dall'esercito con una vera e propria carneficina. Nonostante questo, il 27 dicembre migliaia di persone hanno sfidato le autorità ed hanno inscenato manifestazioni di protesta contro la decisione.

L'ex presidente Morsi, prima eletto dal popolo, poi, dopo la svolta islamista, deposto nello spazio di pochi mesi dall'esercito, è nel frattempo detenuto in una località segreta, ed il processo a suo carico si celebra con estenuante lentezza: le prime udienze si son svolte a novembre, poi tutto è stato rinviato a gennaio 2014. A metà gennaio è previsto anche un referendum per la ratifica della nuova costituzione, ma, in questa situazione, i tempi della democrazia appaiono lunghi ed incerti.

Paradossalmente, in questo caos spaventoso, alcuni indicatori macroeconomici seguono trend positivi, ed il tasso di crescita del PIL, che era letteralmente sprofondato nel 2011, ha ripreso a salire ma a fronte di una crescita parallela di disoccupazione ed inflazione, fattori che, con una popolazione che aumenta rapidamente verso gli 83 milioni di individui, potrebbero diventare drammatici.

AFRICA EQUATORIALE- un corridoio di morte si stende tra l'atlantico ed l'oceano indiano, attraversando Nigeria, Niger, Mali, Repubblica Centrafricana, Sudan, per finire nella pastoia somala.

Particolarmente virulenti gli sviluppi in Mali e Centrafrica, dove son state schierate anche truppe internazionali, e dove colpi stato, scontri tra militari, sete di potere e odi religiosi stanno insanguinando le rispettive capitali e intere regioni dei due paesi. Fanatici islamisti e secessionisti del nord, in Mali, hanno portato alla caduta di presidenti e governi e all'intervento della Francia. Quasi lo stesso copione nella repubblica Centrafricana, con conseguente strascico di lutti. Particolare, perché segue ad ingenue speranze, è la breve storia del Sud Sudan, da non confondersi con il Darfur, ma ad esso simile per composizioni (e confusioni) etnico-religiose. Il nuovo stato è nato per la volontà di quell'occidente che ha sempre considerato il Sudan un nemico pericoloso e un campo di petrolio non sufficientemente sottomesso ed allineato. Negli anni crudi della guerra civile in Darfur, si è ri-sviluppato un movimento separatista nel Sud, che opponeva le locali popolazioni nubiane cristiane ed animiste ai sudanesi del nord, arabi ed islamici. Nel luglio 2011, questa regione ha ottenuto l'indipendenza, e ha ottenuto entro i suoi confini la maggior parte dei pozzi di petrolio della madrepatria. Incapaci di trovargli persino un nome originale, gli artefici della sua indipendenza (gli stati occidentali) hanno accolto il Sud Sudan nella comunità internazionale a braccia aperte, salvo poi rendersi conto che quei 10 milioni circa di persone non avevano alcun mezzo per sostenere gli oneri di una nazione moderna. Ma neanche medievale. Industrie zero, trasporti zero, quattrini meno di zero, infrastrutture molto sotto lo zero, le autorità del tutto incapaci di governare. Conseguenze di fine 2013: colpo di stato, e stragi e genocidi tra gruppi etnici che si odiano da secoli, e che adesso si stanno massacrando l'un l'altro con il più feroce dei razzismi, quello tribale. Fosse comuni, crudeltà, migliaia di cadaveri. E silenzio assoluto sul solito traffico di armi, mentre eserciti e bande si aggirano feroci nel paese. Ah: anche nel Darfur, che ha ottenuto, nella conferenza di pace del 2010, una sorta di superautonomia ed il ritiro delle forze del governo centrale di Khartoum, si riscontrano giornalmente uccisioni per questioni simili, spazzando via definitivamente la vulgata islamici del nord cattivi-cristiani del sud buoni. E non che Bashir, il presidente sudanese accusato di crimini contro l'umanità, sia dei migliori.

CONGO- Non si placano gli scontri, che paiono essere diventati eterni, nell'immensa e violentissima regione occupata dalla traballante repubblica del Congo. Dopo la spaventosa “Seconda Guerra del Congo”, il conflitto più sanguinoso seguito alla II Guerra Mondiale (circa 5 milioni di morti), guerra iniziata tra diverse milizie separatiste o tribali nell'est, che si è mescolata con le violenze etniche della regione dei Grandi Laghi, e che ha visto l'intervento armato di Uganda, Ruanda, Burundi, Namibia, Angola, Ciad e Zimbabwe, la regione di Goma non si è mai pacificata, ed ha lasciato uno strascico orribile di massacri, violenze sessuali di massa, genocidi su base razziale, distruzione, fame, epidemie. In questo estremo est congolese, le battaglie si susseguono senza posa, nonostante la presenza dei caschi blu dell'ONU. Goma, città martire, passa da una occupazione all'altra, da un bombardamento all'altro. Combattono l'uno contro l'altro l'esercito regolare, le milizie che lo appoggiano, sigle più o meno misteriose comei i Maj Mai, l'FDRL, l'RDF, l'M23...

Alla fine 2013, si sono però verificati scontri anche nella capitale, Kinshasa, sconti caratterizzati, tanto per cambiare, da disumane crudeltà (l'Unicef riferisce di almeno due bambini decapitati ed un terzo mutilato, tra i tanti uccisi a freddo). Le cronache del 30 dicembre riferiscono di 40 ribelli uccisi in diversi assalti alla TV pubblica e all'aeroporto internazionale. Seguiranno tragici sviluppi.

All'aeroporto sono presenti, ed in grave pericolo, anche alcune famiglie italiane, che erano rimaste precedentemente bloccate nel paese a causa della improvvisa decisione del governo locale di bloccare le adozioni internazionali. 52 genitori e i loro rispettivi bambini hanno visto negarsi l'espatrio a causa di sospetti su traffici di minori. Una decisione drastica e incomprensibile, che, nonostante l'immediato intervento di Letta e del ministro Kyenge non si è del tutto, come appare evidente in queste ore, risolta.

REPUBBLICA SUDAFRICANA- La scomparsa dell'eroe [sovra]nazionale Nelson Mandela è uno di quei momenti che segnano il passaggio di una nazione da un'era all'altra. Oggi il Sudafrica è (finalmente?) una nazione normale, e non più la patria di Madiba. E questa è forse la seconda grande sfida, dopo l'abolizione dell'apartheid, del paese: essere normali. La strada è lunga e passa attraverso le divisioni economiche e sociali sono ancora forti. I bianchi detengono ancora la maggior parte della ricchezza, nonostante si sia creata negli ultimi anni una nuova classe media con un incremento del benessere che è cresciuto del 169% nella popolazione nera. Un risultato, comunque, epocale.

I tre nodi irrisolti rimangono la proprietà terriera, che ad oggi appartiene a latifondisti bianchi, gli slums delle immense periferie e le miniere. Il “willing seller/willing buyer”, era il piano governativo, messo in campo dagli anni Novanta, per comprare ai coltivatori bianchi la terra a prezzi di mercato per darla ai coltivatori neri. Un tentativo che lo stesso governo considera oggi fallito, visto che in sedici anni è stato ridistribuito ai neri meno del 6% delle terre, a fronte dell’obiettivo, ormai considerato irraggiungibile, di un 30% entro il 2014. A questo si aggiunge un elemento fondamentale: i 28 miliardi di rand stanziati per la riforma agraria negli ultimi 12 anni sono finiti, senza che nessuno sappia come siano stati spesi. Quel che è sicuro è che soltanto 5 miliardi sono stati utilizzati per ricomprare le terre.

Le baraccopoli delle township oggi hanno superato la fase critica, quella degli omicidi diffusissimi, delle violenze indiscriminate e degli stupri sistematici (fenomeni non certo esauritosi, ma in costante calo dal mondiale di calcio del 2010), però rimangono un enorme problema sociale e strutturale. Solo una forte pianificazione può riuscire a trarre dalle condizioni di miseria e violenza milioni di persone.

Le miniere rimangono uno dei capisaldi della economia sudafricana, ma a prezzo di fortissime tensioni sindacali, e di condizioni di lavoro talvolta disperate. Chi si ricorda più la carneficina dell'agosto 2012?

Tutto questo mentre la leadership del presidente Zuma appare debole; Zuma non gode né del prestigio di Mandela né del riconoscimento popolare di Mbeki, e lo stesso African National Congress sta esaurendo la sua spinta storica. Non è più il partito rivoluzionario, non è più il partito di lotta, non è più il partito dei lavoratori. È il partito di governo. In fondo, anche questo, è normalità.

Il paese fa parte di quel gruppo, detto BRICS, che si prospetta come protagonista nel prossimo futuro. Il ruolo di Pretoria è indiscutibile. Ma l'economia sudafricana cresce, ma troppo lentamente. Nel 2012-2013, a causa della crisi mondiale, gli investimenti esteri sono calati addirittura del 24% ; contemporaneamente la disoccupazione è stabile ad un pesante 25%. Il ministro delle finanze Gordan ha dovuto ammettere che le previsioni di crescita si attesteranno al massimo al 2%, il prossimo anno, il che è molto poco e non sarà in grado di assorbire povertà e aspettative. Sulla economia sudafricana, ricordiamolo, si basano molte speranze dell'intero continente, visto che essa, da sola, rappresenta circa un quarto della forza economico-produttiva dell'Africa.

30 dicembre 2013

Abbiamo disabilitato la possibilità di selezionare il testo per proteggere il nostro lavoro.
Gentilmente, non copiate i nostri articoli per i vostri siti ma, se volete, linkateli!
Grazie

 

Donazioni