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Giro del mondo di fine 2013 (ed inizio 2014)
seconda puntata: Europa occidentale

la situazione e gli ultimi avvenimenti nei principali paesi della Terra in quattro puntate
1) Africa 2) Europa occidentale 3)Europa orientale e Russia 4)Asia 5) Americhe

di Marco Ottanelli

GRECIA- Dal 1° gennaio la Grecia ha assunto la presidenza semestrale della Unione Europea. Questo ruolo le consentirà di avere sicuramente uan posizione più autorevole rispetto ai suoi partners, mentre fino ad oggi, ha dovuto tenere una posizione di esplicita cessione di sovranità, come si suol dire, a seguito della crisi e delle conseguenti misure che sono state decise dalla troika in cambio degli aiuti concessi e le imposizioni di memorandum e riforme severe.

Nonostante la drammaticità delle suddette misure, le cui conseguenze cercheremo di analizzare in brevissima sintesi, la Grecia ha ottenuto da UE BCE e FMI vitali aiuti. Nessuno può onestamente, oggi, limitarsi ad accusare il ruolo delle tre organizzazioni senza neanche porsi la domanda: cosa sarebbe accaduto, senza? Sarebbe sufficiente ricordare come nelle casse di Atene siano stati versati 240 miliardi di euro e come, nei patti concordati, vi sia stato il dimezzamento del debito ellenico. Anzi, il più che dimezzamento. Uno intervento enorme, del quale tener sicuramente conto, così come delle varie riforme -spesso utili- intraprese. È d'altronde innegabile che siano stati commessi gravissimi errori nella gestione delle cose, a cominciare dai “tagli orizzontali”, spietati e non progressivi, fino alla tempistica, il vero nodo del mancato successo delle misure nel loro complesso: perché, sì, è stato chiesto molto, ma soprattutto è stato chiesto di fare tutto subito, il che, per quelle complessità economiche che proprio banche centrali e fondi internazionali ben dovrebbero conoscere, è un dannoso controsenso. In pochissime e riassuntive parole, senza la crescita, è quasi impossibile che le crisi finiscano, e se non si da il tempo ad un sistema, oltretutto malato come quello greco, di riadattarsi, la crescita finisce per essere a sua volta impossibile.

Purtroppo, l'abisso della crisi ha precipitato il paese così in basso che solo ora si comincia a rivedere qualche dato moltorelativamente positivo: la disoccupazione diminuisce un po', grazie al turismo; il PIL ha smesso di crollare, (l'Ocse parla di un altro calo, del -0,4%, che è comunque meno dei precedenti) e pare che si sia raggiunto un positivo avanzo primario elemento di non immediata ricaduta sul tenore di vita della popolazione, ma di grandissima importanza generale perché permetterebbe allo stato di non richiedere altri prestiti esteri e di camminare sulle proprie gambe. Insomma, se raggiunto, questo, assieme ad altri obiettivi, potrebbe consentire l'abbandono dei severi memorandum sovranazionali. È quel che auspica infatti il primo ministro Samaras, che, con il suo ministro dell'economia, Venizelos, sta preparando un piano di accoglienza per la visita-verifica della troika di fine gennaio; da essa dipenderà il futuro del popolo greco, che sta sopportando, proprio in queste settimane, altri terribili sacrifici: mentre il cielo ateniese si oscura a causa dei fumi provocati dalla combustione di legna per il riscaldamento (nessuno ha più i soldi per pagarsi gasolio o metano), al punto che le autorità hanno dovuto emanare provvedimenti restrittivi, mentre si prospettano altri 4000 licenziamenti nel settore pubblico, e mentre gli stipendi, ridotti all'osso, mantengono un minimo di potere d'acquisto grazie solo alla deflazione, fenomeno che comporta però grossi rischi, dal 1° gennaio è stato introdotto un ticket sui ricoveri sanitari di 25€, ticket che si aggiunge ai già onerosissimi costi introdotti nella sanità ellenica, dove ogni cosa, dai medicinali alle visite specialistiche, dal trasporto in ambulanza ai posti in ospedale sono stati messi a carico, totale o parziale, dei cittadini. Moltissimi coloro che sono stati letteralmente espulsi dalla possibilità di una cura decente. Una indecenza, nel cuore dell'Europa.

Le ultime misure di austerità stanno creando una certa tensione nella maggioranza di governo (in Grecia, dopo una serie di alternanze tra partiti, tutte piuttosto disastrose, siamo alla fase “grosse koalition” tra Nuova Democrazia di centrodestra e Partito Socialista di centrosinistra), maggioranza che si è fatta molto debole dopo che una parte dei deputati eletti come governativi è passata all'opposizione. Le tensioni sociopolitiche sono arrivate a livelli di alta violenza. Nel settembre, un antifascista era stato ucciso a coltellate da un militante di Alba Dorata; all'inizio di novembre scorso, poi, due giovani militanti di questa formazione sono stati uccisi a colpi di mitra davanti ad una sezione del loro partito. La tensione è andata ancora salendo, e si è arrivati a due colpi di scena clamorosi, che non hanno recenti paragoni in Europa: l'arresto del leader stesso di Alba Dorata, Nikos Michaloliakos, assieme ad altri suoi deputati, e la sospensione del finanziamento pubblico al partito, deciso dopo un concitatissimo dibattito parlamentare nel quale si è messa in discussione non solo la legittimità di quella particolare formazione, ma il potere dello stato (in definitiva degli altri partiti politici) di sanzionare un partito. Sul fronte opposto, Syriza, il partito di sinistra, guadagna molti consensi, almeno secondo i sondaggi, e tenta di attestarsi come nuovo partito di massa, contrapponendosi ai due tradizionali. Operazione non facile per il giovane segretario, Tsipras, che, se all'estero sta raccogliendo attorno a sé molte simpatie (in Italia un gruppo di intellettuali lo vorrebbe presidente della Commissione), deve guardarsi dalle diffidenze dei comunisti e dell'ala sinistra del suo stesso partito, che stigmatizzano quella che appare loro una svolta moderata, soprattutto per la sua volontà di rimanere nell'Euro ed in tutti gli altri trattati, seppur criticandone certi aspetti (chissà se gli intellettuali euroscettici italiani lo sanno). La controffensiva ideologica delle destre non si è fatta attendere, ed il 19 gennaio esse hanno tentato la carta della denuncia dell'ateismo di Tsipras, dichiarando, anzi, urlando, che “il popolo greco ha il diritto di sapere che il leader di Syriza è non credente!” Può sembrare una semplice nota di costume, ma è un buon paradigma di come Chiesa ortodossa nazionale e società e politica ed istituzioni greche siano tuttora strettamente legate, interconnesse, impregnate l'una dell'altra. La Costituzione ellenica ha un intero titolo dedicato ai rapporti con la Chiesa, ed inoltre, per tornare al "pettegolezzo" su Tsipras, e capirne il reale significato, recita, all'articolo 59:

Prima d’entrare in carica i deputati prestano, davanti alla Camera e in seduta pubblica, il giuramento seguente: Io giuro in nome della Trinità Santa, Consostanziale e Indivisibile di conservare la fedeltà alla Patria ed al regime democratico, di obbedire alla Costituzione e alle leggi e di adempiere coscienziosamente le mie funzioni.

Ecco cosa tenta, la destra: far passare il leader di sinistra per un inaffidabile spergiuro.

SPAGNA- Nonostante alcuni piccoli disastri -dalla portata però fortemente simbolica - come la temporena chiusura del Palazzo delle Arti (la splendida costruzione espositiva di Calatrava a Valencia) oppresso da un debito accumulato negli ultimi due anni dalla avveniristica struttura- il dibattito pubblico in Spagna è dominato da argomenti diversi da quelli economici; forse perché le cose stanno andando meglio, decisamente meglio: la ripresa è sensibile, ed i sacrifici fatti, i costi sociali sembrano portare qualche risultato. Intanto, con un piccolissimo aumento del Pil dello 0,1% è ufficialmente terminata la recessione. Lo spread è calato nettamente, le esportazioni sono aumentate di quasi il 7%, la bilancia commerciale è migliorata, la disoccupazione frena, anzi, diminuisce. Persino i prezzi delle case, il cui crollo era stato l'innesco della crisi iberica, sono stabili e qua e là in risalita (anche perché, approfittando della convenienza, moltissimi stranieri hanno comprato immobili in percentuali enormi). Insomma, nonostante i problemi per la classe media e per quella più svantaggiata (che però ha potuto sostenersi grazie al welfare costruito nei decenni passati), dopo tanti anni si può parlare d'altro. Innanzi tutto, dello scandalo dei fondi neri, che ha investito il Partito Popolare al governo fin nella persona di Rajoy, il cosiddetto caso Barcenas, dal nome dell'ex tesoriere del partito. A seguito del ritrovamento di conti milionari esteri, Luis Barcenas era stato arrestato. Dopo qualche mese di dinieghi, aveva vuotato il sacco, e raccontato di un sistema vecchio dieci anni di finanziamenti occulti, a volte veri e proprio stipendi mensili, versati ai principali leaders popolari. El Pais aveva pubblicato, a puntate, documenti e registri, pagamento per pagamento, e il PPE lo aveva per questo querelato. Ma, quando il giudice Ruz , nel novembre scorso, ha ufficialmente certificato che la formazione conservatrice ha usufruito di una contabilità parallela, ecco, allora la querela è stata ritirata all'istante.

città delle artiCome se non bastasse, anche la famiglia reale passa i suoi guai: il Re, ormai anziano, vecchio, passa da una gaffe all'altra ed il suo prestigio cala; il suo discorso alla nazione di capodanno è stato il meno seguito della storia, e il suo successivo intervento in diretta TV , il 5 gennaio, è stato un disastro di fatica, difficoltà, incapacità di leggere il testo e confusione. Ma il problema grosso è sua figlia, la infanta de España Cristina, che è stata rinviata a giudizio, dopo nove mesi di indagini nei quali i giudici hanno monitorato i suoi conti, le carte, le fatture, le spese, le proprietà e le dichiarazioni dei redditi, per riciclaggio di denaro sporco ed evasione fiscale, assieme al suo sposo, l'ex pallavolista Urdangarin. Una bella rogna per la monarchia, proprio mentre venti di tempesta indipendentista scuotono la già poco affezionata Catalogna. Il presidente catalano Mas, esponente del partito superautonomista Convergenza e Unione ha lanciato un controverso referendum sulla indipendenza della sua regione. La consultazione, che sarebbe in programma per il prossimo novembre, prevederebbe due quesiti consequenziali: "Volete voi che la Catalogna sia uno Stato?" e "In caso affermativo, volete voi che la Catalogna sia uno Stato indipendente?". A favore di questa drastica secessione si sono schierati partiti indipendentisti che vanno dalla estrema sinistra fino alla estrema destra, mentre sono contrari il Partito socialista, il Partito Popolare e il centrista Ciutadan's , che sono sulla stessa linea espressa da Rajoy: il referendum è parziale (perché dovrebbe coinvolgere tutti gli spagnoli, non solo i catalani), incostituzionale (perché la Costituzione non prevede consultazioni sulla sovranità convocate dalle regioni) e completamente quindi illegale, al punto che, ha detto il governo: “lo Stato garantisce che il referendum non si celebrerà". Un garanzia che sa anche un po' di minaccia (la Spagna, ne ha la facoltà, potrebbe sospendere la autonomia della Generalitat di Barcellona), e Mas ha cercato quindi copertura ed appoggio internazionali, inviando una lettera di richiesta di sostegno ai capi di governo europei e al presidente della Commissione, Barroso. Dopo una attesa di qualche giorno, l'8 gennaio 2014 Barroso ha risposto, con una ostentata freddezza ed una logica inamovibile: la UE non ha alcuna competenza su temi e questioni del genere, ergo Mas non ha motivo di rivolgersi ad essa. Silenzio totale ed altrettanto significativo, invece, dalle capitali europee. D'altronde, nei mesi passati, già Unione Europea e Nato avevano espresso con chiarezza la loro posizione: in caso di proclamazione unilaterale di indipendenza, la Catalogna sarebbe stata automaticamente estromessa dalle due organizzazioni sovranazionali, e avrebbe perduto ogni qualsivoglia sussidio, contributo e rotto ogni trattato fino ad oggi stipulato. Per Mas la questione è adesso complicata, anche perché è difficile immaginare uno stato “barcellonese” indipendente, dopo che, solo un anno e mezzo fa ha dovuto chiedere aiuti sostanziosi al governo centrale di Madrid, dopo essere stato costretto addirittura a sospendere il pagamento degli stipendi. Perché l'indipendenza può essere una cosa bella ideale, ma poi.. Poi, chi paga?

Forse l'argomento che sta però più intimamente scuotendo la società spagnola e che più suscita dibattito è la nuova restrittiva legge sull'aborto. Ma questa necessita una spiegazione approfondita, che rimandiamo ad un articolo appositamente scritto.


FRANCIA- La figura di Hollande è un po' offuscata ultimamente, non solo per quel che la stampa italiana ha riportato con sovrabbondanza di particolari (le sue vicende sentimentali), ma anche per una certa diffidenza rispetto alla sua politica economica. È quasi naturale che questo accada dopo che Hollande era stato atteso come un novello messia da tutta quella parte di francesi (e di europei) che lo vedevano capace, lui solo, di ribaltare i termini e le conseguenze della crisi. Ma, all'atto pratico, nessuno si immaginava che la sua promessa di non aderire al fiscal compact fosse tradita in così breve tempo (5 mesi tra il suo “non firmeremo!” alla ratifica definitiva), e che le agenzie internazionali declassassero l'economia transalpina: a novembre Standard & Poor’s ha improvvisamente tagliato il rating della Francia da AA+ a AA, allontanando ancora di più il Paese dal club dei virtuosi con tripla A. La motivazione è in sostanza una bocciatura della politica di Hollande: «Il downgrade riflette la nostra opinione — si legge nella nota di S&P’s — che è poco probabile che l’attuale approccio del governo francese alle riforme di bilancio e strutturali migliorino in modo sostanziale le prospettive di medio termine» . Altro aspetto controverso è la “svolta” economica annunciata dallo stesso Presidente della Francia nell'annuale conferenza stampa dello scorso 14 gennaio: Hollande ha annunciato che proporrà un «patto di responsabilità» alle imprese che preveda «meno imposte sul lavoro, meno obblighi sulle attività imprenditoriali e, in contropartita, più assunzioni, più dialogo sociale». Di fatto sarebbe l'introduzione di incentivi fiscali all'assunzione: il tempo dirà se tale misura permetterà di ridurre la disoccupazione (in continuo aumento dall'inizio della crisi, si aggira attorno al 12%, valore simile a quello ufficiale italiano). Quel che è certo è che se tale misura non dovesse funzionare, e diminuissero di conseguenza le entrate fiscali, la Francia, impossibilitata a ricorrere al debito pubblico (come tutti gli altri paesi europei), dovrebbe tagliare le uscite, e il presidente socialista dovrebbe spiegarlo al suo elettorato, o aumentare altre imposte, con probabili effetti recessivi su un'economia già stagnante. Il dibattito è aperto.

E aperto è anche il dibattito sulla politica estera assai ardita di Hollande: il suo totale appoggio alla legittimità e convenienza della guerra a Gheddafi ai tempi di Sarkozy aveva già delineato una certa continuità interventista, e l'invio massiccio di truppe in Mali, Centrafrica e Ciad espone ogni giorno di più l'Eliseo alla possibilità di essere ritenuto reponsabile del (caos crescente, guerriglia continua, disgregazione perpetua che attanagliano la Libia, con l'aggravante del coinvolgimento perpetuo, continuo, crescente, delle forze armate francesi, impantanate in un deserto di odi e conflitti. E l'interventismo di Hollande ha ricevuto recentemente uno schiaffo a livello mondiale quando il presidente è stato costretto da una determinatissima Russia e da una diplomazia internazionale molto ferma, a rinunciare al rischiosissimo e forse illegittimo intervento in Siria. Un vero smacco. Sarà forse per riprendersi da questo che, nel tradizionale discorso di fine anno, Hollande ha rilanciato un vero e proprio asse franco-tedesco con la Merkel, asse che sembra essere, almeno nelle intenzioni, la riedizione di quello solidissimo tra i due omologhi del passato Mitterand e Khol, auspicando una armonizzazione fiscale ed economica con la Germania che va ben oltre i trattati europei.

A livello sociale, le riforme comunque sono state portate avanti con coerenza dal governo di sinistra: dopo la super-aliquota sui redditi superiori al milione, che ha scatenato polemiche a non finire, il governo sta studiando misure contro evasione ed elusione fiscale, con provvedimenti che entrerebbero anche negli studi dei commercialisti. Sono allo studio leggi meno restrittive su divorzio (che già è semplice, in Francia) e aborto, mentre la estensione del diritto al matrimonio anche alle coppie omosessuali ha già visto celebrare ben 7000 nozze in pochi mesi. Altra misura molto sentita a livello sociale è l'introduzione dell'obbligo di esporre un ''numero d'identificazione individuale'' sulle uniformi per tutti i poliziotti. Grande clamore ha suscitato anche l'intervento diretto dell'Eliseo nel caso del comico Dieudonné, al quale è stata vietata la rappresentazione di un suo spettacolo definito antisemita.

Tutto ciò, tutte queste misure ed iniziative, però, pare non stiano frenando la irresistibile rimonta delle destre: i sondaggi danno il Fronte Nazionale addirittura come primo partito, al 25% circa, spinto in alto non solo dalla innegabile forze di quel partito (che solo una legge elettorale fortemente distorcente riesce a tenere lontano dal potere: col 12% dei suffragi, ha soltanto 3 deputati!), ma anche da una percezione sempre più allarmata della criminalità , tema che era stato fortemente dibattuto anche nelle recenti presidenziali. In particolare, secondo l'istituto la documentation francaise, c'è stato un incremento di quasi l'8% di reati contro la persona- omicidi, aggressioni-violenze- negli ultimi 12 anni.


GERMANIA - La formazione del nuovo governo tedesco, un governo CDU - SPD, cosa che non scandalizza nessuno e che assicura, con la Grande Coalizione, certezze e stabilità, mentre da noi le Larghe Intese sono sintomo di irresolutezza e caos (guarda caso, eh...) è un altro successo della cancelliera.Le elezioni del 22 settembre 2013 si sono concluse con alcuni risultati importati, per la storia politica della Germania: la CDU di Angela Merkel ha stravinto, con 41,5 per cento dei voti, mancando per soli cinque seggi la maggioranza assoluta in parlamento. Il partito socialdemocratico ha raccolto solo il 25,7 mentre lo storico Partito Liberale, per la prima volta, non è riuscito ad entrare al Bunderstag. Complessivamente discreto il risultato della sinistra (Linke) e dei Verdi, ma, con circa l'8% cadauno, ben sotto le (loro) aspettative.

L'accordo di governo, approvato dal 76% degli iscritti alla SPD in un grande referendum di partito, comprende questi punti, tra gli altri:

-La novità maggiore riguarda l'intesa, per la prima volta in Germania, sull'introduzione di un salario minimo: 8,5 euro l'ora del 2015, con qualche possibilità di rinvio al 2017

-Finanza pubblica stabile e conti in pareggio sono definiti elementi indispensabili e, come l'ultimo governo, la nuova coalizione si impegna a non creare nuovo debito a livello federale a partire dal 2015. Il nuovo programma prevede 23 miliardi di spesa e investimenti aggiuntivi, ma come richiesto dai conservatori, non saranno aumentate le tasse (l'Spd chiedeva invece l'aumento delle tasse per i più' ricchi)

- doppia nazionalità. Era una delle principali richieste dell'Spd: chi sia nato dopo il 1990 e cresciuto in Germania da genitori stranieri, avrà diritto al doppio passaporto, uno tedesco e uno del Paese dei genitori di origine (al momento, devono invece scegliere entro il 23esimo compleanno).

-Entro la fine del 2014, saranno ridotti i sussidi ai produttori di energia rinnovabile, in particolari nel settore dell'energia eolica. Le parti hanno inoltre convenuto che, entro il 2025, l'energia rinnovabile dovrà' rappresentare il 40-45% della produzione elettrica del Paese e il 55/60 per cento entro il 2035

-È passata anche la richiesta della Csu, il forte partito democristiano bavarese, di richiedere agli automobilisti stranieri un pedaggio per l'utilizzo delle autostrade tedesche, che finora sono state gratis per tutti. La questione è stata molto controversa, a lungo osteggiata sia dalla Spd che dalla Cdu. La tassa verrà dunque applicata solo ai veicoli non immatricolati in Germania e dovrà essere conforme al diritto europeo.

-Su richiesta dell'Spd, i lavoratori che hanno versato contributi pensionistici per 45 anni potranno andare in pensione a partire dai 63 anni, un cambiamento sostanziale rispetto alle norme in vigore che prevedono la graduale introduzione di 67 come eta' di pensionamento)

Inoltre le parti hanno concordato di eliminare ogni tipo di discriminazione delle coppie dello stesso sesso, come d'altronde stabilito dalla Corte costituzionale nel febbraio '13, ma l'Spd non e' riuscito a far inserire il diritto delle coppie gay ad adottare (quello per uno dei due partner esiste già).

Il nuovo governo tedesco quindi ha molte sfide da affrontare, innanzi tutto la necessità di difendere gli ottimi risultati perseguiti fino ad ora, in particolare una oculata gestione della ricchezza accumulata che ha portato ad effetti socialmente straordinari, come sul fronte del lavoro: i dati parlano non solo di una diminuzione della disoccupazione, ma di un record di occupati tra la popolazione attiva (i due dati non sono mai identici: il problema dell'Italia, ad esempio, è che ci siano non solo moltissimi disoccupati ma anche tantissimi inattivi, gente che, per un motivo o per un altro, sceglie o è costretta a non cercare neanche il lavoro): a fine 2013, in Germania, avevano un lavoro quasi 42 milioni di persone, un livello altissimo. Vuol dire che il tasso di occupazione tra la popolazione attiva è in Germania attorno all'80% mentre, in paragone, in Italia è sceso, nel periodo 2008-2013, dal 58,6 al 56,5%

Peraltro anche la distribuzione delle risorse raggiunge risultati invidiabili: mentre in Italia si conferma la notizia che, negli ultimi anni, i ricchi sono diventati sempre più ricchi, ed i poveri sempre più poveri, e che quindi il gap tra le due categorie è drammaticamente aumentato (fenomeno purtroppo in atto in quasi tutto il continente), in Germania questa differenza è significativamente diminuita.

Alcuni autori (in particolare italiani) hanno cercato, con tesi piuttosto ardite, negli ultimi mesi, di dimostrare che però la Germania è al limite di una implosione. Ecco, i dati dicono il contrario: la Germania cresce. E bene.


REGNO UNITO- il governo di coalizione Conservatori-Liberaldemocratici di Cameron si sta dando un gran daffare per affermare sempre più una individualità propria dell' UK rispetto all'Europa, ancor più del passato. Diffidenti da sempre verso le istituzioni comunitarie, rimasti fuori dall'Euro, i britannici hanno superato con discreta abilità la crisi bancaria del passato, anche se a costo di sacrifici finanziari enormi. I tagli alla spesa sono stati imponenti, ma non “lineari”: la spendig review ha trovato infatti una applicazione massiccia e scientifica dei criteri di minimizzazione degli sprechi e massimizzazione dell'efficienza, grazie ad un grande programma generale di studio ed applicazione di misure intelligenti. Ne avevamo parlato, facendo il paragone con le scelte italiane, già nel 2012.

Ma sono le misure dirette sul welfare quelle che più incidono sulla vita quotidiana dei cittadini, che hanno provocato grande dibattito. Alla metà del 2013, è entrata in vigore la riforma del welfare più massiccia dagli anni '50 in poi. Essa prevede una revisione generale dei criteri, dei metodi e delle modalità di assegnazione dei sussidi, nonché una decisa riduzione della loro entità, e di tutti gli aiuti economici a singoli e famiglie. I sussidi sociali richiesti da circa 5,9 milioni di famiglie britanniche, ad esempio non verranno più amministrati dal Dipartimento del lavoro e delle pensioni ma saranno gestiti a livello locale, con una riduzione di fondi del 10 per cento. Un taglio che va dai 500 milioni di sterline nell'immediato, fino ai 2,3 miliardi nel 2016 (2,8 miliardi di euro) si abbatterà anche sulle pensioni di invalidità. Le disabilità verranno infatti valutate non in base alla sola gravità della malattia, ma in base all'effettivo impedimento che, a livello personale, procurano caso per caso, stile di vita per stile di vita. I sussidi saranno tagliati del 10% alle famiglie che vivano in una casa con “una stanza in più rispetto alle necessità”, e del 25% a chi vive con un “surplus” di due stanze. Questa misura, la bedroom tax, contestatissima, dovrebbe costringere molti nuclei famigliari a cercare piccoli appartamenti ed abbandonare la tradizionale abitazione.

In ogni caso, i sussidi non potranno mai superare, globalmente, una certa somma annua (26 mila sterline, 31 mila euro) a famiglia, ed una ulteriore sforbiciata, che colpirà in gran parte i disoccupati, verrà data dalla introduzione del “Credito Universale”, una forma di sostegno unificato che accorpa e sostituisce alcune forme di assistenza precedenti.

Ben 5 miliardi di sterline (6 miliardi e 600 milioni di euro) saranno risparmiati con licenziamenti nel settore pubblico.

Notevoli anche le ristrutturazioni del Servizio Sanitario Nazionale, che verrà organizzato in modo privatistico, tramite consorzi di medici che sostituiranno in gran parte le strutture di base, e le cui prestazioni non saranno più gratuite per immigrati e cittadini stranieri, ai quali lo stato britannico ha deciso di chiedere un contributo, perché ha valutato incongruo questo servizio gratuito anche per chi non ha mai versato un penny allo stato.

Fortissime le proteste delle associazioni umanitarie, dei sindacati e del Labor, ma i dati macroeconomici sembrano rafforzare le tesi della maggioranza: l'economia britannica è in fortissima crescita ed espansione. Per quanto il potere d'acquisto sia continuamente in pericolo ed i salari siano sotto pressione, gli indicatori come aumento del PIL, crescita dello 0,6% (a fronte di un lungo periodo recessivo), conseguente riduzione del debito pubblico, estrazione ed esportazione di petrolio del Mare del Nord e riduzione della disoccupazione lasciano, credere che questa cura “lacrime e sangue” stia dando i suoi frutti. Riassumendo: per anni il paese è stato in recessione; sono stati fatti durissimi sacrifici; si sono tagliate pesantemente le spese sociali. Una smentita totale delle tesi degli anti-euro di casa nostra.

Altro importante fronte, è quello della immigrazione. Il governo Cameron sostiene che il paese non è più in grado di sostenere l'arrivo indiscriminato di stranieri, ed intende fermare il saldo tra arrivi e partenze in +100 mila l'anno. Ha così deciso di inasprire le già severe norme contro la clandestinità. In UK (come quasi ovunque nel mondo), la immigrazione clandestina costituisce reato, punito con il carcere fino a sei mesi, una ammenda, o entrambi. Dal 2004, reato commette anche chi si presenti alle frontiere non solo senza un regolare permesso, ma pure senza un documento valido di identità. Insomma, senza passaporto valido, non si entra. In questo caso, le pene aumentano fino ai due anni di detenzione. In ogni caso, il clandestino sarà poi espulso. Ora, dato che in Gran Bretagna non esiste, come in Italia, la obbligatorietà dell'azione penale, nella stragrande maggioranza dei casi le autorità non avviano il processo, ma, con tempi rapidi, passano direttamente alla espulsione dell'irregolare. L'Immigration Asylum and Nationality Act del 2006 ha sancito che possano essere espulsi anche cittadini stranieri in possesso di regolare documentazione qualora compiano reati, o qualora tale misura sia necessaria “per la tutela del pubblico interesse”. Ebbene, è in via di approvazione (si discute in ultima istanza ai Comuni il 30 gennaio) un nuovo Immigration Bill che restringe la possibilità di immigrare in Gran Bretagna e contemporaneamente facilita le procedure di espulsione. Sul sito del governo si trova questa breve descrizione del progetto di legge:

La legge riformerà i decreti di espulsione ed il sistema degli appelli contro la misura [sostanzialmente eliminandoli. nda], rendendo più semplice e rapido espellere chi non ha il diritto di essere qui. Porrà fine agli abusi provocati dall'art. 8 della Convenzione Europa dei Diritti Umani, quelli relativi alla privacy e alla vita famigliare [diritti che non potranno più essere opposti alla espulsione, nda]. Preverrà l'accesso dei migranti illegali che abusano dei pubblici servizi e del nostro mercato del lavoro. Prevista dalla normativa anche la identificazione biometrica per chi sia sprovvisto di documenti, basata principalmente sulle impronte digitali e sulla impronta dell'iride.

Da tenere in conto un elemento in più: il Regno Unito, così come altre nazioni europee, tipo i Paesi Bassi, quando, nel 2007, la Unione Europea si è estesa ad est, ha richiesto ed ottenuto una moratoria rispetto alla libera circolazione dei cittadini romeni e bulgari, ancorché comunitari. A differenza dell'Italia, che ha accolto centinaia di migliaia di cittadini dell'est (compresi i moldavi, che hanno la doppia cittadinanza romena), la GB ha negoziato un filtro, un periodo di transizione, di sette anni. Sette anni ritenuti necessari per dare modo alla Romania stessa di controllare le sue frontiere, fermare i criminali in fuga, ed adeguare stipendi e condizioni economiche generali alla media europea. Oggi il settennio è scaduto, ma i britannici (e anche gli olandesi...) stanno cercando di ottenere un ulteriore rinvio, perlomeno fino al 2017. Un altro motivo di contrasto con Bruxelles.

L'ultima questione aperta è quella della Scozia, che intende ottenere l'indipendenza tramite un referendum, esattamente come la Catalogna. Ma le differenze sono molte, col caso iberico. Innanzi tutto, il referendum (un solo quesito: Dovrebbe la Scozia essere uno stato indipendente?) è stato negoziato, concordato e fissato, per il 14 settembre 2014, assieme al governo centrale di Londra, e non contro la sua volontà ed opinione; in secondo luogo, una eventuale Scozia indipendente ha già prefissato il suo status di membro del Commonwealth, alla stregua di Australia e Nuova Zelanda, e conserverebbe dunque una certa unione con l'Inghilterra. In terzo luogo, si sono già avviati negoziati sia sulla ripartizione del debito pubblico, sia sulla permanenza di questo nuovo commonwealth nella UE e nella Nato. I cinque milioni e mezzo di residenti in Scozia, poi, non sono così massicciamente convinti della indipendenza, e Cameron sta cercando ogni possibile via per scoraggiare la secessione.

28 gennaio 2014

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