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Il mancato arresto del rapitore indiano.
La notizia è sparita la spiegazione ve la forniamo noi.

di Gabriele Pazzaglia


Si fa fatica a trovare una vicenda che rappresenti le dinamiche collettive italiane meglio di quello che è successo a Ragusa nei giorni successivi al Ferragosto 2016: la notizia-scandalo, apparsa sui quotidiani locali e poi rapidamente diffusasi, era quella della mancata convalida di un fermo di polizia, nei confronti di un indiano (irregolare nel territorio italiano), che avrebbe tentato di rapire una bambina. Un fatto apparentemente incredibile e allo stesso tempo toccante e coinvolgente: un pubblico ministero, la dott.ssa Giulia Bisello, inspiegabilmente, avrebbe rimesso in libertà addirittura un sequestratore di bambini.


L'episodio, dicevamo, rappresenta benissimo le nostre dinamiche collettive per almeno tre caratteristiche: la prima è la volatilità. La rapidità con la quale la pubblica opinione può essere infuocata, quanto violenti ed approssimativi possono essere i giudizi dell'italiano medio e con quanta naturale ed altrettanto rapida disinvoltura l'attenzione generale volga poi altrove. Non tra qualche anno, ma probabilmente tra quale settimana, o forse già adesso, parlare dei “fatti di Ragusa” non suscita alcun ricordo nella maggioranza dei lettori che sono stati investiti dal rapido susseguirsi di notizie che hanno in seguito occupato la cronaca (il terremoto, l'amministrazione grillina di Roma, le polemiche sul referendum). Eppure per alcuni giorni l'argomento ha monopolizzato il dibattito pubblico: alla diffusione della notizia seguì un immediato clamore ed un mare di polemiche su giornali e nell'opinione pubblica tra indignazione ed articoli a tutta pagina; anche la Politica è intervenuta, con interrogazioni parlamentari e annuncio di ispezioni da parte del Ministro della Giustizia. Il cittadino medio, da parte sua, inveiva sui social network contro la magistrata. Ma quest'ultima, fin dall'inizio, sosteneva che la sua fosse una scelta obbligata, un atto doveroso, perché la legge impone di rilasciare l'indiziato in quelle date circostanze.


Ed ecco la seconda caratteristica che spesso ricorre nelle dinamiche collettive italiane: l'inconcludenza. Lo spostamento dei riflettori ha lasciato in sospeso dubbi e questioni. Dunque chi aveva ragione? Chi diceva che dovevano essere aperte le porte della prigione per il grave reato, o la magistrata che diceva che la legge non consentiva l'arresto? Nessuno ha approfondito la notizia e confrontato i dati di fatto con le norme. Ma oggi, a distanza di un mese, e a mente fredda possiamo trarre le conclusioni

La risposta è: ha avuto ragione la magistrata ad agire come ha agito perché ha -semplicemente- applicato la legge.

Spieghiamo perché: innanzi tutto non siamo davanti ad un sequestro di persona, a quel reato cioè che viene commesso da chi, recita il codice, «priva taluno della libertà personale». Questo è un punto decisivo: quando si può dire che vi sia questa privazione, per la legge italiana? Quando ci sia «in concreto una limitazione della libertà della persona, in modo da privarla della capacità di spostarsi da un luogo all'altro»; così ha stabilito la Cassazione1.

Come si evince dalle dichiarazioni del Procuratore della Repubblica, le indagini hanno accertato che l'indagato ha solo preso in braccio la bambina, per meno di un minuto, senza allontanarsi, lasciandola al richiamo dei genitori. Dunque, se applichiamo le nostre regole a questo caso concreto è plausibile dire che non ci sia stato nemmeno un tentativo di sequestro.

È normale, certo, che ad un genitore non piaccia che uno sconosciuto si avvicini al proprio figlio e lo prenda in braccio. Ma se accettiamo il principio di civiltà che la punizione sia proporzionata alla gravità dell'atto commesso, è difficile affermare che questo semplice prendere in braccio vada punito come un vero sequestro, come sarebbe cioè tenere persone chiuse in una stanza, in una casa, in un'automobile senza la possibilità di uscire. La Procura, infatti, si è diretta nell'imputazione della sottrazione di minore (art. 574), che tutela non la libertà di movimento del minore, ma il diritto dei genitori a mantenerne la sua custodia. E prevede una pena meno grave.


Ma attenzione: anche se quello di cui parliamo fosse stato effettivamente un sequestro di minore, l'arresto (tecnicamente: il fermo) non sarebbe stato comunque possibile. E non per l'arbitrio o la bizzarria di un funzionario, ma per le nostre leggi, votate dal Parlamento.

Per capire perché, è necessario sapere come funziona in concreto il sistema giudiziario.
In Italia si finisce in galera solo dopo il processo, tranne alcune eccezioni: il Pubblico Ministero può arrestare una persona in flagranza (se è beccato dalle forze dell'ordine sul fatto) o fermarla quando è indiziata di un delitto (se c'è pericolo di fuga, ed è il caso di Ragusa) ma, in entrambi i casi, per massimo 2 giorni, non di più, perché entro 48 ore il Pubblico Ministero deve portarla davanti al giudice.

Per tenere in prigione qualcuno per più tempo, dai tre mesi in su2, invece serve il controllo di un giudice perché, in quando terzo ed imparziale, è una maggiore garanzia per il cittadino. Questo infatti può applicare le misure cautelari quando c'è il rischio di fuga o il pericolo che il reato venga nuovamente commesso. La richiesta è sempre fatta dal Pubblico Ministero e può riguardare sia persone che ha già arrestato, con i poteri appena descritti, sia persone al momento libere.

Questi poteri, però, i magistrati non li hanno sempre e comunque, ma dipendono dalla gravità del reato: il codice prevede delle regole, molto complicate, per stabililo, regole che oltretutto variano a seconda del tipo di arresto: ne consegue, senza scendere nel dettaglio, che ci sono quindi reati per i quali si può arrestare in flagranza o fermare l'indiziato (e quindi bloccarlo per 48 ore) ma non si possono chiedere le misure cautelari, con la conseguenza che l'indagato deve comunque essere rimesso in libertà e da libero sarà processato.

Viceversa esistono reati per i quali possono essere chieste le misure cautelari ma non è possibile il fermo di indiziato: sono i casi nei quali il Parlamento ha valutato che la libertà personale possa essere sacrificata solo dopo il controllo di un giudice che verifichi l'operato del Pubblico Ministero che ha condotto le indagini.

E questo è proprio il caso del sequestro di persona, perché il fermo di un indiziato è possibile solo se vi sono due requisiti: il reato deve essere punito nel minimo con almeno due anni e nel massimo con più di sei (art. 384). Non basta uno dei due. Devono sussistere entrambi. Nel caso dell'ipotetico sequestro, l'art. 605, punisce con una pena che, nel massimo è sì di otto anni, ma nel minimo è di soli 6 mesi. Ben inferiore, quindi al limite minimo di due anni necessario.

Qualcuno si potrebbe chiedere, essendo la vittima una bambina, se non scatti un'aggravante. Essa è in effetti prevista dallo stesso art. 605: quando ad essere sequestrati sono minorenni la pena è da tre a dodici anni. Ma queste pene saranno prese in considerazione solo alla fine del processo, con la sentenza, quando cioè si calcolerà la pena definitiva e non per decidere se imprigionare qualcuno prima del processo. Può non piacere, ma così dice il codice: le uniche aggravanti che possono essere prese in considerazione ai fini del fermo di persona indiziata sono quelle che fanno scattare l'ergastolo e quelle che aumentano la pena di più di un terzo3. Mentre questa aggravante è di tipo “indipendente”, cioè di quelle che stabiliscono nuovi massimi e minimi che non hanno alcuna relazione con la pena base, quindi indipendentemente da essa: così è dal 1984 a seguito di una riforma legislativa4.


Dunque se la politica è indignata di questo sistema repressivo debole se la prenda con sé stessa e con le strane leggi prodotte.


Paradossalmente, il nostro sistema è talmente scoordinato che la magistrata, se fosse stato effettivamente un sequestro, avrebbe avuto una irregolare scappatoia per tenere il sequestratore in prigione: avrebbe potuto fare finta di interpretare male le norme, convalidare illegittimamente il fermo e mettere il giudice davanti al fatto compiuto. Questo a quel punto avrebbe potuto (e dovuto) dichiarare (senza alcun effetto pratico) che il fermo era illegittimo ma, con l'indagato ancora in prigione avrebbe potuto evitare di rimetterlo in libertà applicando le misure cautelare. Questa volta legittimamente.
Con quale serietà si può fare polemica contro un magistrato che, ricordiamolo, è soggetto alla legge (art. 101 Costituzione) quando l'unico modo per ottenere il risultato auspicato era violarla?

Ed ecco infine il terzo motivo per cui la terza caratteristica delle dinamiche collettive del nostro Paese: l'imprecisione. Affrontare in modo confusionario e approssimativo un problema, una questione, non permette di mettere a fuoco le vere cause dei problemi stessi, di elaborare le giuste soluzione e di dare importanza a fatti che solo apparentemente sono marginali.

Nel caso di Ragusa gli oggetti della polemica e dell'analisi avrebbero dovuto e dovrebbero essere altri: intanto la farraginosità del nostro sistema penale che avrebbe bisogno di essere organicamente razionalizzato e coordinato. In secondo luogo il sistema del controllo del territorio: sull'onda del clamore mediatico, infatti, il 6 settembre il Ministero dell'Interno ha espulso il cittadino indiano mettendolo su un aereo verso Nuova Delhi. Il comunicato del Ministero però lascia perplessi: è stato espulso il «responsabile del tentato sequestro di una bambina». Non si parla di sospettato o di probabile colpevole: è già responsabile. Evidentemente per le categorie sociali diverse dei politici non vale più la regola della sentenza definitiva e della presunzione di innocenza. E, continua il comunicato, l'espulsione è giustificata perché l'Italia è «un Paese che fa rispettare le proprie leggi». Tutti noi speriamo che sia così: però il Procuratore di Ragusa, nella conferenza stampa di fine agosto ha detto che il clandestino era conosciuto nella zona. Ecco, questo è il fatto sul quale dovrebbero essere accesi di riflettori. Dopo almeno una decina di riforme della disciplina dell'immigrazione in nemmeno 20 anni (il Testo Unico è il 286 del 1998) ancora è possibile che persone irregolari siano conosciute e lo Stato non si attivi per rimpatriarle. L'ultimo dato disponibile è che l'Italia, nel 2015 abbia rimpatriato circa 14000 persone non aventi diritto all'asilo (che erano circa la metà delle 80.000 persone, cioè la metà di quelle arrivate nel 2015, come emerge dalla comunicazione della Commissione europea del febbraio 2016). Molte, moltissime persone, che devono essere perse in considerazione dallo Stato, per essere integrate, se in regola, e per essere rimpatriate se non in regola. La conseguenza ovvia del disinteresse politico di questo mutamento sociale non può che essere la creazione di marginalità sociale, problema che non potrà che scaricarsi sui tribunali italiani.


Non è certo questo la sede per affrontare questo argomento epocale. Speriamo solo che questo scritto contribuisca a mettere a fuoco il problema.

 

23 settembre 2016

 

1 Sent. 19548 del 2013 che ribadisce giurisprudenza già consolidata.

2Art 303 cod. proc. Pen.

3Tecnicamente nominate, l'ergastolo, con “pena di specie diversa” e, quelle che comportano un aumento maggiore di un terzo con “effetto speciale” (quelle che aumentano la pena fino ad un terzo sono quelle ordinarie)

4L'art. 63 del codice penale, sostituito art. 5 della legge 400 del 1984

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