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Il primo decreto attuativo del jobs act.
Le promesse mancate.

di Gabriele Pazzaglia


In questo gennaio 2015 è cominciato l'esame parlamentare dei decreti legislativi di riforma del mercato del lavoro.

Riassunto delle puntate precedenti: nel dicembre scorso il Parlamento ha approvato la legge 183 contenete 5 deleghe al Governo: alcune di esse, come abbiamo già spiegato, avevano pochi criteri direttivi e altre erano completamente in bianco, dando al Governo un grande potere di fare e disfare in una materia così delicata.

In base a quelle deleghe il 24 dicembre, giusto per passare un sereno Natale, il Consiglio dei Ministri ha approvato due decreti: la riforma degli ammortizzatori sociali, che spiegheremo in un altro articolo, e la riforma del contratto di lavoro e delle tutele dei lavoratori dipendenti. Il testo ufficiale del Governo, dovrà ora essere valutato dalle Commissioni Lavoro di Camera e Senato. Dopo il loro parere – non vincolante – i decreti entreranno in vigore. Ricordiamo che le nuove regole si applicheranno solo ai nuovi assunti.

La principale novità del provvedimento è la diminuzione delle tutele nel caso del licenziamento illegittimo. Se legittimo, ovviamente, nessun risarcimento: se per giusta causa (più grave) al lavoratore non spetta proprio nulla. Se per giustificato motivo (meno grave) solo il preavviso.

 

Quali sono oggi queste tutele?
Dipende dal motivo del licenziamento. Nei casi più gravi il licenziamento è addirittura nullo, come se non ci fosse mai stato, e il rapporto di lavoro continua quale che sia la dimensione dell'azienda. Ad esempio la discriminazione (legge n. 604 1966 art. 4), la gravidanza (D Lgs 151 del 2001 art. 54), il matrimonio (D. Lgs. 198 del 2006 art. 35) impongono il ritorno sul posto di lavoro del licenziato. E ciò non viene modificato nemmeno dalla riforma Renzi.

Negli altri casi invece si cambia: fino ad oggi, dopo la riforma Fornero, solo nelle imprese con più di 15 dipendenti, vi era il reintegro (e il risarcimento del danno) del lavoratore, ma solo quando:

  • a) il fatto indicato dal datore di lavoro non sussisteva,

    b) lo stesso fatto sussisteva ma il contratto collettivo di categoria prevedeva una sanzione diversa dal licenziamento,

  • c) non era vero che il lavoratore fosse inidoneo fisicamente o psichicamente,

  • d) non era vero il motivo economico indicato dal datore di lavoro

in tutti gli altri di illegittimità al lavoratore era dato solo un risarcimento dalle 12 alle 24 mensilità.

E se l'impresa aveva meno di 15 dipendenti il reintegro non c'era mai, ma era previsto il solo risarcimento tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 6 mensilità.

 

La riforma Renzi toglie il diritto al reintegro anche in questi casi: c'è solo un risarcimento di «due mensilità per ogni anno di servizio»: mai meno di 4 e mai più di 24. Tranne un caso: laddove sia «dimostrata in giudizio l'insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore». Fino ad oggi era il datore di lavoro a dover provare l'esistenza di un «fatto materiale» grave al punto da giustificare il licenziamento. Presa alla lettera la legge, sembra che da oggi avverrà invece il contrario, ovvero che sia colui che ha perso il lavoro a dover dimostrare che il fatto non sia esistito, con problemi di costituzionalità oltre che di ovvia difficoltà: una vera e propria probatio diabolica. Il Parlamento dovrebbe pretendere maggiore chiarezza, altrimenti il problema sarà in futuro scaricato sulle spalle della magistratura.

Inoltre, la norma precisa che al giudice è vietata la «valutazione circa la sproporzione del licenziamento». Cioè, se il fatto (ad esempio il rifiuto di eseguire un compito) non esiste, il lavoratore torna sul posto di lavoro. Invece se è avvenuto il giudice non ha più il margine per valutare che il licenziamento sia stato eccessivo. Il che non è detto che sia una cosa cattiva: se un contratto di categoria prevede che un comportamento sia sanzionato con il licenziamento non ci pare scandaloso se quel licenziamento effettivamente avvenga senza che un giudice possa sostituire il suo giudizio all'accordo tra lavoratori e datori di lavoro. Il problema ci sembra un altro: logica vorrebbe che almeno nel caso in cui i contratti collettivi prevedono una sanzione diversa (come una multa) il lavoratore sia reintegrato altrimenti i contratti stessi non avrebbero motivo di esistere. Non sarebbe una cattiva idea scriverlo a chiare lettere nelle norme.

Ma anche se ciò avvenisse si ripresenterebbe il problema della applicabilità dei contratti collettivi perché l'art. 39 della Costituzione non è mai stato attuato. Questo prevederebbe che quei sindacati pubblicamente registrati partecipino ufficialmente alla formazione dei contratti con una rappresentanza proporzionata ai propri iscritti; così la classe lavoratrice avrebbe deciso a maggioranza e il contratto sarebbe stato integralmente applicabile a tutti i soggetti della categoria, anche non iscritti. Non essendo stato attuato questo articolo della Costituzione, i contratti in questione sono formalmente degli atti privati. La parte economica è applicabile a tutti (grazie agli sforzi della giurisprudenza), ma quella normativa (come appunto le sanzioni), è applicabile solo se il lavoratore o l'imprenditore fanno parte di una rappresentanza che ha stipulato il contratto stesso. I problemi, dunque, sono a monte, mentre si agisce a valle visto che la riforma Renzi non sfiora la questione.

 

Infine, facendo i conti, si scopre che c'è qualcosa che non corrisponde agli annunci. La proposta iniziale era: “diminuiamo le tutele del contratto di lavoro a tempo indeterminato, ma questo diventerà il più conveniente per gli imprenditori; quindi combatteremo la precarietà”. Tanto che il Ministro Poletti, nel dibattito parlamentare, lamentò proprio che più dell'80% dei contratti degli ultimi anni erano precari. Ebbene, il decreto in discussione diminuisce sì le tutele per il contratto di lavoro subordinato, ma rispetto al costo dei contratti tutto appare più incerto. La legge di stabilità del 2015 prevede che per tre anni dalla stipulazione del contratto al datore di lavoro siano “scontati” 8060 € di contributi previdenziali. Per valutare questa scelta bisogna aver chiaro che:

  1. 1. lo “sconto” all'azienda può essere maggiore del risarcimento che questa dovrebbe versare al lavoratore illegittimamente licenziato (come ha evidenziato la UIL con una propria simulazione). Se un azienda partisse già con l'idea di licenziare alla fine del primo anno, farlo gli costerebbe meno di oggi perché alla fine del primo anno dovrebbe pagare al lavoratore che – ipotizza la UIL – abbia uno stipendio di circa 1700€ lordi al mese, circa 7000€. Il solo “sconto-INSP” di 8060 già porterebbe un risparmio, e ad esso va aggiunta la deduzione IRAP: parte dello stipendio abbasserà la base imponibile di questa imposta e la stessa sarà quindi minore. Dunque, come ben dice la UIL, siamo davanti ad un contratto a tempo determinato incentivato.

  2. 2. ci sono a disposizione 1 miliardo di euro all'anno (comma 120 della legge di Stabilità). I contratti firmati dopo l'esaurimento di questa cifra non godranno di alcun vantaggio.

  3. 3. Gli incentivi durano tre anni, sì. Ma solo per i contratti stipulati entro il 31 dicembre 2015. Dal giorno dopo, se non verrà riproposta la norma, il contratto a tempo indeterminato tornerà ad essere più costoso di quelli precari.

In conclusione questa sembra una riforma a doppia faccia. Molto incisiva rispetto alla diminuzione di tutele dei lavoratori, molto debole dispetto alla stabilizzazione del posto di lavoro. Gli incentivi possono essere facilmente aggirati e sono a tempo, mentre la diminuzione delle tutele è permanente: a pensar bene è strano modo di combattere la precarietà, a pensar male una fregatura.

 

30 gennaio

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